Ho 36 anni e sto per rimettere l’apparecchio ai denti (un’altra storia di famiglia)

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Sono genovese. Riso: poco. Stringo i denti e parlo chiaro è uno scioglilingua che si usa dalle mie parti. Tradotto in italiano perde le allitterazioni, la rima baciata e anche la sua peculiarità: in dialetto è possibile pronunciarlo senza schiudere i denti. Pensavo di essere in grado di declamarlo alla perfezione finché, al pranzo di Natale dello scorso anno, i miei parenti ci hanno tenuto a precisare: «Tu sei facilitata perché i tuoi denti non si chiudono.»

In effetti ho sempre avuto un problema di occlusione: la mia arcata superiore e quella inferiore si sovrappongono in modo anomalo, come due ferri di cavallo di diversa fattura appoggiati l’uno sull’altro. Questo è antiestetico e mi dà qualche problema nella masticazione e, in particolare, nei morsi: se cerco di addentare una fetta di focaccia sottile con gli incisivi, quella esce dalla mia bocca intatta. Il mio unico conforto è il pensiero che, se coinvolta in un disastro aereo, i miei parenti potrebbero riavere ciò che resterebbe di me grazie ai calchi dentali: potrebbero confrontare quelli rilevati dalla scientifica sul luogo della tragedia con quelli che i miei dentisti hanno collezionato a partire dal 1990.

Perché fu nel 1990 che tutto ebbe inizio. Avevo otto anni e un dentino da latte che non si decideva a cadere, un incisivo superiore. Mia madre mi portò nello studio del suo cugino dentista, Sandro: baffuto e con un savoir faire da tagliaboschi, Sandro decretò che il dentino era da togliere. Sulla sua poltrona verde, circondata da tende verdi e inquietanti strumenti verdi, sentii lo stridore di una siringa contro l’osso del mio palato; poi percepii le pinze che, rabbiose, si aggrappavano al dentino per estrarlo; udii il crack del dente che abbandonava l’alveo; fui travolta dallo scorrere del sangue; piansi; e soprattutto ascoltai le numerose imprecazioni in genovese di Sandro senza potermene sottrarre.

«Ou bèlin, l’abbiamo tirato fuori», concluse, la fronte imperlata di sudore su cui si riflettevano gli ambienti verdi del suo studio.

Venne l’estate, ci trasferimmo come al solito in campagna, poi approdai in quarta elementare, divenni miope e iniziai a portare gli occhiali da vista, divenni celebre per essere fuggita dal corso di nuoto, mi feci crescere i capelli fino al sedere e persino Genova si trasformò per celebrare l’anniversario della grande impresa di Cristoforo Colombo: ma nel 1992 del mio incisivo da adulta non v’era ancora nessuna traccia.

«Non è il mio campo» ammise Sandro a un certo punto, e mi spedì da un collega appena specializzatosi in ortodonzia infantile.

Mia madre mi accompagnò speranzosa da Giampiero: neolaureato e con la faccia da ingegnere, decretò che per la discesa del mio incisivo non c’era abbastanza spazio tra gli altri denti e che avremmo risolto tutto in pochi mesi, con un lavoretto di allargamento. Mi venne appioppato un apparecchio mobile: un calco in plastica del mio palato da cui si diramavano inquietanti rami di acciaio. E poiché si trattava degli anni Novanta, la plastica di quel calco palatale recava in sé tutti i colori fluo che impazzavano ovunque, dalle caramelle alle tute in poliestere. Lecito ipotizzare che quell’apparecchio fosse cancerogeno, oltre che brutto.

Portavo il mio apparecchio con dolore e con disgusto (sono sempre stata molto attenta alle questioni igieniche: inserire oggetti non commestibili in bocca mi pareva contrario alla natura umana; e che questi oggetti tra le fauci fossero stati precedentemente sputati e poi lasciati nel mondo esterno dove i batteri si sarebbero fiondati in massa sui rimasugli di saliva mi sembrava un abominio), ma invidiatissima da mia cugina Elena, una biondina dal sorriso perfetto che già da tempo si rodeva per i suoi dieci decimi: dall’oculista aveva finto di non riuscire a leggere, ma il medico aveva intuito la sua menzogna e le aveva impedito di poter sfoggiare un paio di occhiali tondi rossi come i miei.

Nemmeno dopo mesi di torture, pasticche disinfettanti sciolte a manciate nella tazza in cui l’apparecchio veniva deposto durante i pasti per essere igienizzato (mai abbastanza) e infinite visite da Giampiero, il mio incisivo superiore venne persuaso a sbucare dalla gengiva. Nel frattempo, ero già passata alle scuole medie: mentre le mie compagne di classe ambivano ai provini per Non è la Rai e si acconciavano di conseguenza, io sfoggiavo ancora una finestrella tra i denti davanti.

«Non è il mio campo», dichiarò a un certo punto Giampiero.

E «Non è il mio campo» lo disse anche un altro giovane e promettente dentista, Franco: accento barese e fisico sferico, mi spedì a sua volta da un vecchio primario in chirurgia maxillo-facciale.

Era il 1994 e avevo 12 anni quando mi ritrovai addosso un pigiama giallo, ricoverata in uno tra gli ospedali più inquietanti della Liguria. Il mio reparto si sviluppava nei sotterranei della struttura, dove le corsie si diramavano sul lato esterno di un enorme corridoio semicircolare mal illuminato. Sul pavimento, fatto di vecchie mattonelle rosse, ogni barella produceva il suono di una lettiga da obitorio, lettiga da cui in qualsiasi momento un cadavere avrebbe potuto alzarsi e portarci tutti con sé nel mondo dei morti.

Vissi le due giornate preparatorie all’intervento come una prigionia; supplicai la famiglia di portarmi cibo e Gialli Junior dal mondo esterno; dall’alto del mio letto con le sbarre, tenni drammatiche conferenze sull’ingiustizia che stavo vivendo agli amichetti che mi venivano in visita. Quella stronza di Elena tentò di farsi ricoverare perché le pareva uno sballo. Odiavo tutto il personale medico-sanitario e pure le altre pazienti, che sembravano essere lì di loro volontà: ma erano maggiorenni, perché non scappavano? Se ce l’avevo fatta io dalla piscina qualche anno prima avrebbero potuto farcela anche loro. Il giorno dell’intervento, in sala operatoria l’infermiera che reggeva la flebo con la mia anestesia prese a cantare un motivetto dal Festivalbar di quell’annata – poteva essere Luca Carboni? La reputai un’irresponsabile e la odiai in modo miratissimo prima di cadere nel mio sonno.

Al risveglio c’erano tubicini e chiazze di sangue ovunque. In bocca, la sensazione di essere stata squartata e ricucita malamente, come la creatura di un dottor Frankenstein pigro, approssimativo e fan di Carboni. Nel corso dell’intervento il mio ritroso incisivo era stato stanato dal suo rifugio; il referto specificava che dalle mie gengive era fuoriuscita anche «una nidiata di dentini da latte che la natura mi aveva donato come extra, con ammirevole generosità ma un po’ a cazzo di cane» – testuali parole della cartella clinica che i famigliari si passavano di mano in mano scuotendo la testa, commentando all’unisono di non avere memoria di qualcuno con denti problematici come i miei almeno fino al terzo grado di parentela. Forte della mia conoscenza approfondita in materia di Candy Candy abbracciai l’ipotesi di essere stata adottata. 

Le mie indagini non erano ancora entrate nel vivo quando mia madre mi condusse da Beppe: moro e abbronzatissimo, Beppe dichiarò di essere stato l’artefice del mio complicato intervento maxillo-facciale. Con Beppe maturai molto: grazie a lui imparai che le maledizioni non servono a nulla, altrimenti Beppe sarebbe morto quello stesso anno sulla sua barca a vela, inculato dall’albero maestro crollato durante una tempesta al largo di Capraia e conficcatoglisi su per le chiappe e attraverso l’intestino, lo stomaco e l’esofago fino alla bocca, dove con un colpo secco gli avrebbe fatto schizzare tutti i denti sul teak del ponte lucidato a festa per far salire a bordo le sue troie.

Beppe era figlio d’arte, primogenito di un dentista dall’onorata carriera con cui condivideva lo studio, al secondo piano di un bel palazzo nel centro storico di Genova. Nella sala d’attesa i soffitti erano stuccati; le enciclopedie mediche erano d’epoca; e le poltrone erano di design (Wassily di Marcel Breuer, per l’esattezza: capolavoro del Bauhaus di cui desidero da allora distruggere con una mazza chiodata tutti gli esemplari esistenti al mondo). In cotanto sfarzo, l’unica lettura concessa ai pazienti era un raccoglitore blu che in copertina recava il titolo Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate: all’interno, una raccolta di vignette a tema ortodontico, probabilmente ritagliate, fotocopiate e ingrandite da La Settimana Enigmistica la cui pagina del buonumore si intitola Risate a denti stretti. Messa di fronte a quel fascicolo inalberai una scenata tale che la mia genitrice, dopo aver tentato di fingere di non conoscermi (tentativo che le riuscì talmente bene che l’appuntai come prova a sostegno della tesi dell’adozione), fu costretta a scendere a un accordo: non le avrei reso un inferno le visite successive solo se avessi avuto un fumettone nuovo garantito in ognuna di quelle occasioni. L’edicola sotto lo studio di Beppe ne fu lieta.

Ma il raccoglitore delle barzellette non fu l’aspetto che meno apprezzai di quel primo appuntamento. Ci fu anche il camice giropassera di Eliana, la segretaria e assistente alla poltrona, bionda e procace, che sculettando mi accompagnò nello studio di Beppe, una wunderkammer di cimeli costellata da ritratti fotografici del dentista sulla prua della sua barca a vela. Al centro della stanza, una poltrona di pelle bianca di cui ben conoscevo la funzione. Sdraiata là sopra, consacrai un mio pomeriggio a Beppe per permettergli di installarmi un apparecchio fisso che raddrizzasse quanto emerso dai suoi maneggi in sala operatoria. A ogni pezzo di ferro che vedevo avvicinarsi al mio visino gridavo «Nooo!». Beppe non mostrava pietà, anzi: davanti al mio dolore commentava soltanto «Mi dici sempre di no, come l’Eliana».

Allora, coglionazzo, sentimi bene. Uno: in italiano l’articolo davanti al nome proprio non si mette, e nel caso in questione è particolarmente cacofonico. Due: stai davvero mettendo sullo stesso piano i miei disperati tentativi d’oppormi al dolore generato dalle tue torture e i dinieghi della tua assistente che non dubito facciano parte del vostro rituale erotico destinato a concludersi, tra un paziente e l’altro, sulla stessa poltrona che per me rappresenta il patibolo? Avevo 12 anni ma leggevo Cioè e Eva2000 ogni settimana, e di certe cose ne sapevo a pacchi.

Beppe incollò lungo la mia arcata superiore un apparecchio fisso i cui ganci sporgenti mi devastavano le guance. Per lenire il dolore, li ricoprivo ogni giorno di cera ortodontica che non sarei stupita di ritrovare, un giorno, depositata in qualche ansa del mio apparato digerente. In coincidenza col canino sinistro, il dolore del ferro che si incastrava nella parete interna della guancia era così intenso e costante che i miei muscoli decisero di ridurre al minimo la loro attività. Dopo più di vent’anni, rido prima e più naturalmente con la metà destra del viso; la guancia sinistra è ancora terrorizzata dal ricordo di quel ferro.

All’arcata inferiore andò peggio: una sorta di forcone coi rebbi rivolti verso l’alto venne agganciato all’interno degli incisivi; da lì, si innalzava verso il palato come un cancello, con lo scopo di impedire che i movimenti della mia lingua rendessero vani gli sforzi dell’altra ferraglia. Se un giorno avrete figli e se quei figli, una volta adolescenti, vi chiederanno se con l’apparecchio ai denti ci si può baciare, voglio che sappiate che la risposta giusta da dare loro è «Sì, certo, e ci si può dedicare con profitto financo al sesso orale, purché l’apparecchio non ve lo facciate mettere da quel sadico bastardo incompetente di Beppe.»

Passarono cinque anni. Cinque anni di griglia e di cera, di poltrona bianca, di sempre più numerose foto di barche e di «Mi dici sempre di no.» In un pomeriggio dell’estate dei miei 17 anni, rimasta sola nella casa di campagna, mi misi davanti allo specchio e strappai ogni filo, ogni elastico e ogni piastrina del mio apparecchio col solo ausilio di una forbicina da manicure.

«Hai fatto bene, quest’apparecchio non serviva più a niente», dichiarò il Dentista del Secolo quando mi vide. E pianificò un nuovo intervento in maxillo-facciale per risolvere definitivamente Dio solo sa cosa.

Allietai la mia seconda degenza nei sotterranei dei cadaveri irrequieti con qualche romanzo di Stephen King e tornai a casa con i denti ordinatissimi – cioè, quelli che restavano: perché Beppe, nel suo flusso creativo in sala operatoria, aveva preso l’iniziativa di privarmi anche di un premolare e di due denti del giudizio che un giorno avrebbero potuto causarmi problemi, oltre che del frenulo labiale superiore. Dichiarai che sarei nuovamente entrata in una sala operatoria solo al nono mese di un’eventuale gravidanza e solo se fosse stato strettamente necessario, altrimenti me la sarei cavata da sola come tutti gli altri mammiferi. Ora che i miei incisivi erano presentabili, ero libera.

La libertà durò un decennio appena: il ricordo di Beppe, della sua abbronzatura e dei suoi modi da lepego beccio si annebbiarono nella mia mente. Ogni tanto, mia madre mi portava i suoi saluti tramite un amico di famiglia che giocava con lui a calcetto: in quelle occasioni non riuscivo a non immaginare la morte di Beppe a centro campo, magari trapassato da un fulmine improvviso, attirato dal suo Rolex subacqueo o dal semplice fatto che fosse talmente cretino che persino le forze del cosmo si mobilitavano per liberare il pianeta dalla sua presenza.

Fu nel 2008, a poche settimane dall’avvio di una promettente relazione, che mi ritrovai con una gengiva sanguinante e un dente instabile: si trattava proprio di uno dei denti gestiti da quel maiale schifoso di Beppe, lo stesso truce suino che m’aveva impedito di limonare fino all’ultimo anno del liceo e che con la sua incompetenza stava minando anche le gioie dei miei vent’anni.

Dovetti far ritorno nel suo studio: la raccolta di vignette era ancora lì, ed era ancora lì anche l’Eliana, ingrigita e inchiattita ma evidentemente imprescindibile dal punto di vista professionale per il Beppe che, di fronte al mio dente sgorgante liquami rossastri, ciurlò nel manico e sentenziò che a suo parere sarebbe stato necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Feci una scenata proprio come la prima volta che avevo varcato la soglia del suo studio, ma quella fu l’ultima, e non mi diede accesso ad alcun fumetto.

Tornai da Franco, che nel frattempo aveva preso nuove specializzazioni e aveva arrotondato ancora un po’ la sua panza barese. Franco decretò che era in corso un’infezione e convenne con me su quanto canemaledetto fosse stato Beppe a non avermi prescritto nemmeno un antibiotico. Franco salvò il mio dente, e forse pure il mio cervello dove, secondo la mia autorevole opinione medica, l’infezione si sarebbe potuta propagare in pochi giorni. Mi operò in anestesia locale nel suo studio: annunciò che mi avrebbe prelevato un bicchiere di sangue e lo avrebbe frullato con un po’ di piastrine e certe polverine che conosceva lui. Franco era un bar tender, o forse uno stregone: mi fidavo di lui. E lui mi capiva: leggendo il terrore nei miei occhi che troppi aguzzini in camice verde avevano già conosciuto, alla fine dell’intervento Franco appoggiò la mia testolina sulla sua pancia tonda, mi diede un bacino sulla fronte e disse «Tutt’apposto, Chicca.» Avevo ventisei anni, ma della mia dignità non m’è mai importato nulla.

Franco divenne il mio eroe: gli permisi di togliermi i denti del giudizio rimasti e di sistemarmi ogni piccola carie. Andavo nel suo studio anche per la pulizia semestrale, per la quale mi affidava a una collega igienista che mi trattava come una bambina con problemi di apprendimento e che, per questo, adoravo. Franco aveva notato il progressivo peggioramento della malocclusione delle mie arcate, un problema che i suoi predecessori non avevano mai affrontato: per risolverla, a un certo punto disse che sarebbe necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Dove? Nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di quell’orrendo ospedale ligure di cui Beppe nel frattempo era divenuto primario.

Dopo questa dichiarazione, e superati i trent’anni, iniziai a guardare Franco con sospetto e a considerare di cercare un suo sostituto, magari a Milano, dove ormai vivevo.

Tramite un fidanzato prenotai una visita da Luigi, un medico elegante come la zona del Tribunale che il suo studio saggiamente presidiava.

«Il dentista mi detto che domani ha un appuntamento con la mia compagna ma non ho capito se si riferisse a te, a Nicoletta o a Alessandra», mi disse al telefono quel fidanzato – dopo poco misteriosamente scomparso, ma che di certo fino a quel momento aveva vissuto nell’agiatezza grazie alle percentuali che Luigi gli versava sulle nuove pazienti.

«Non è il mio campo, ma potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla», disse invece Luigi alla fine della mia visita. Fui io a scomparire dal suo studio.

Nelle stesse settimane mi capitò di viaggiare da Genova a Milano in BlaBlaCar con un dentista, Andrea, un altro ligure baffuto con studio in Lombardia. Non ebbi pietà per i compagni di carpooling e gli chiesi un parere. Andrea guidava, io ero seduta sul sedile posteriore e ripercorrevo la mia epopea esattamente come ho fatto fin qui. A ogni tappa delle mie vicende lo sguardo di Andrea che scorgevo nello specchietto retrovisore si trasformava: incredulità, sgomento, preoccupazione, angoscia, WTF.

«Non è il mio campo», tagliò corto Andrea all’altezza di Bereguardo, «ma non escludo che potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla, come ti hanno detto.» Non mi buttai dall’auto in corsa solo per non ricevere un feedback negativo.

La svolta si fece attendere ancora un paio di anni. Si verificò nel maggio del 2018 e, come ogni grande rivoluzione nella vita di noi millennial, avvenne grazie a una combinazione di media tradizionali e social network.

Il media tradizionale fu la tv, dove apparve una mia videointervista girata per lavoro: con lo sguardo dritto in camera dicevo cose serie, e le dicevo mostrando denti storti. Ma non storti in quel modo che si perdona ai maschi fumatori con la barba impegnati nel sociale o alle ragazze con la frangia e l’accento straniero. Storti in modo imperdonabile, inaccettabile, ingiustificabile: storti da far pensare a chiunque mi vedesse in video o di persona «Questa non è mai stata da un dentista» e da farmi prendere in considerazione la possibilità di stampare e indossare t-shirt e spillette con scritte come «Vi giuro che almeno una volta da un dentista ci sono stata.» Nell’arco di quel video ripercorsi l’intera storia della mia vita alla luce dei miei denti storti, dalle feste delle medie fino all’ultimo colloquio in cui l’addetto alla selezione del personale aveva sicuramente annotato nella sua scheda di valutazione «Percorso professionale coerente, buone competenze, ma con una dentatura inadatta a un ruolo nelle relazioni esterne. La sua famiglia avrebbe dovuto portarla da un dentista quando era piccola.»

Il social newtwork fu l’Instagram di una propagatrice di entusiasmi che, tra una story con un librino e una story col suo gattone, disse che si sarebbe recata dal dentista. Accennò vagamente a quanto egli fosse figo giacché, tra le sue attività, ricostruiva le facce delle sciatrici che si sfracellavano sulle piste. «Mi potresti indicare il nome del tuo medico?», le scrissi in un messaggio privato, proprio io che fino a quel momento su Instagram non avevo osato chiedere nemmeno la marca di una borsetta.

Fu così che conobbi Francesco, chirurgo maxillo-facciale lombardo con piglio manageriale, e Laura, ortodontista che nella sua biografia online elenca valanghe di pubblicazioni scientifiche e partecipazioni a congressi. Sarà proprio Laura, il prossimo 19 dicembre, a mettermi l’apparecchio ai denti che sfoggerò al pranzo di Natale coi parenti e a portare, spero, le migliaia di foto che ha scattato al mio sorriso asimmetrico nei proiettori di tutti i suoi congressi, nei libri di migliaia di studenti di Ortognatodonzia e anche nei fegati di tutti i suoi colleghi, rosi dall’invidia di non aver potuto partecipare al suo posto alla grande avventura medica che ritengo essere la sistemazione definitiva della mia dentatura.

L’apparecchio sarà per me una liberazione. Mi affrancherà dalla necessità di stampare le magliette e le spillette perché renderà chiaro a tutti, anche a chi non mi conosce dal 1990, che un dentista almeno una volta nella vita l’ho incontrato

Francesco interverrà successivamente, nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di un ospedale di Milano per spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla – anche se lui lo spiega in modo molto più rassicurante e non porta sulle spalle le precedenti colpe di Beppe.

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Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

nokia-3310La mia misantropia iniziò a manifestarsi ai tempi dell’università, quando mi trovai costretta a innumerevoli coabitazioni forzate. Provavo gioia solo quando le coinquiline estraevano il trolley da sotto il letto, lo riempivano degli abitucci acrilici di cui dispone ogni fuorisede e si mettevano in viaggio per fare rientro nella loro terra natia. Significava non avere rotture di coglioni per qualche giorno e avere la casa tutta per me.

La solitudine mi consentiva di mettere in atto comportamenti stigmatizzati dalla società civile degli anni Zero come girare per casa indossando solo mutande a cuoricini rosa, mangiare patatine alla paprika sdraiata sul letto tenendo le gambe all’insù contro il muro e la tv accesa su C.S.I., e non lavare i piatti fino all’esaurimento delle stoviglie disponibili, ché in fondo mangiare i fusilli col tonno direttamente dallo scolapasta non era mai rientrato tra i comportamenti alimentari apertamente sconsigliati dalla letteratura medica.

Una sera d’inizio estate fui così felice della mia solitudine domestica che prima di addormentarmi dimenticai di riaccendere la suoneria del mio telefono, un vecchio Nokia la cui attività consisteva nel recapitarmi gli sms e gli squilli di corteggiamento in voga all’epoca e che fungeva anche da sveglia.

Una distrazione che potrebbe sembrare di poco conto, per un’universitaria priva di reali incombenze. L’evento acquisisce rilevanza solo con una conoscenza approfondita delle dinamiche del mio nucleo famigliare, tutte basate sulla sfiducia nei miei confronti come essere umano adulto e in grado di svegliarsi in autonomia prima dell’ora di pranzo. Tanto scetticismo aveva portato i miei genitori a prendere la pessima abitudine di telefonarmi ogni mattina prima che entrassi in aula per sincerarsi che fossi in piedi e, con l’occasione, che fossi ancora viva.

«Non sappiamo se ci saremo» è la risposta tradizionale che la mia famiglia, soprattutto il suo ramo materno, ha sempre usato per rispondere a qualsiasi domanda riguardante il futuro. Se i parenti paterni ci invitano a pranzo a Natale, mia madre risponde: «Non sappiamo se a Natale ci saremo». Se quando ero piccola qualcuno ci chiedeva che cosa avremmo fatto l’estate successiva, mia nonna rispondeva «Non sappiamo se l’estate prossima ci saremo».

Quel ci non si riferisce alla città di Genova o a un altro luogo specifico, e il dubbio sul poter partecipare a un dato evento non è dato dalla sua concomitanza con un impegno già fissato o con un viaggio già organizzato. Quel ci, a casa mia, significa a questo mondo. Il grande tema della transitorietà dell’esistenza terrena nella nostra famiglia non è relegato nella mera speculazione religiosa o filosofica: è un concetto così radicato da essere vissuto come un concreto intralcio allo svolgimento delle attività quotidiane. Il fatto che mia nonna, a un certo punto, sia davvero finita all’altro mondo non ha potuto che contribuire a sostenere la validità di questa scuola di pensiero presso i parenti superstiti.

Proprio perché la morte in casa nostra è percepita come pronta a calare la sua scure in qualsiasi momento, la sventurata mattina di quindici anni fa in cui la suoneria del mio telefono rimase spenta e nessun rumore esterno né alcuno stimolo urinario mi condussero a aprire gli occhi di primo mattino, la morte fu anche la prima e più plausibile ragione che la mia famiglia considerò come causa delle mie mancate risposte alle loro telefonate: centottantasette, per la precisione, come scoprii quando mi svegliai con qualche ora di ritardo e presi in mano il telefonino.

«Ho chiamato i pompieri e l’ambulanza, stanno arrivando, pensavamo ti avesse uccisa il gas della caldaia» spiegò mia madre al telefono con la voce rotta dalle lacrime. Non fece in tempo a essere mandata affanculo che già i soccorritori stavano suonando il mio campanello.

«Mi dispiace: la mia famiglia, la transitorietà dell’esistenza terrena…» tentai di giustificarmi mentre quelli riponevano la barella, più inorriditi dalle mie mutande a cuoricini rosa che spazientiti dal falso allarme.

Tenni il muso ai miei per un po’, minacciai di farmi sentire al massimo una volta la settimana come un adulto medio, e in questa mia battaglia cercai il sostegno della mia amica Carlotta.

«I miei non mi cagano mai, non si accorgerebbero della mia scomparsa neanche dopo mesi» pigolava lei, facendo frequenti riferimenti ai cani alsaziani di Bridget Jones e non dissimulando una certa invidia per le attenzioni che ricevevo da casa.

Il fenomeno della suoneria disattivata e della valanga degli psicodrammi si ripeté molti anni più tardi, quando avevo già scollinato la trentina, abitavo da sola e avevo appena iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio fidanzato e che qui, per ragioni di privacy e per non ledere alla sua immagine, sarà indicato come Crocchino. Ancora, mia madre non aveva fiducia nelle mie capacità di svegliarmi in tempo per recarmi al lavoro e, ancora, non aveva perso l’abitudine di telefonarmi la mattina per sincerarsi che fossi in piedi.

«Sono sveglia» le scrivevo a volte, quando aprivo gli occhi, via sms.

«Ok ma ti sei anche alzata?» mi incalzava, sempre via sms, consapevole del rischio che quel pollo che conosceva tanto bene riprendesse a dormire dopo averle scritto un messaggio troppo conciso.

Prima di decidere se coinvolgere nel mio salvataggio dal probabile malfunzionamento di una caldaia financo la Capitaneria di Porto della Lombardia e il Soccorso Alpino di Milano Zona 4, mia madre ebbe la brillante idea di chiamare Crocchino, che la aveva incontrata un paio di volte ma che ancora ignorava quanto in famiglia siamo a nostro agio coi concetti di morte e paranoia, e che era ancora incapace di credere che un essere umano potesse dormire per così tante ore e così profondamente come io gli avrei dato modo di scoprire in seguito.

Crocchino, che un lavoro vero di quelli che impediscono di fare cazzate e prendere iniziative balorde almeno per otto ore al giorno non lo aveva mai avuto, decise di dare immediato seguito agli ordini della suocera di recente acquisizione: saltò in macchina e corse verso casa mia per svegliarmi o salvarmi.

Così come era accaduto tanti anni prima, a un certo punto della mattina mi svegliai spontaneamente, guardai il telefono e trovai novantaquattro chiamate non risposte: compresi la gravità della tragedia in corso ma mi rallegrai per i progressi dei miei famigliari. E, proprio come era accaduto tanti anni prima, parlai con mia madre pochi istanti prima che il mio citofono suonasse:

«Questa volta non mi ero preoccupata davvero, avevo capito che potessi aver dimenticato la suoneria spenta» disse la vecchia stronza. Che aggiunse: «Ho sentito Crocchino che si è proposto di passare a dare un’occhiata».

Al suono del citofono aprii con un gesto meccanico il portone e anche la porta d’ingresso, poi strisciai verso il bagno perché comunque anche le persone speciali come me hanno esigenze fisiologiche, a un certo punto, oltre le dodici-quattordici ore di sonno.

«Sono sul ballatoio, la porta di casa è aperta. Significa che potrebbe essere entrato qualcuno e averla uccisa? Che cosa faccio se la trovo in una pozza di sangue? Resti in linea con me? Ti prego. Ho paura» stava blaterando Crocchino quando lo trovai, terrorizzato, accucciato fuori dalla mia porta, al telefono con Carlotta.

«Ma tu davvero vuoi continuare a frequentare questo cretino?» mi avrebbe domandato più volte Carlotta, nei mesi successivi. Sì, lo volevo.

Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

A un certo punto nella mia vita arrivò il comunismo. O, meglio, il comunismo. Citato sempre a bassa voce, in modo affettato, come se fosse qualcosa di tanto pericoloso da essere innominabile tra le mure di casa: forse poteva propagarsi per via area, alla stregua di un raffreddore contagiosissimo, o forse era prudente che i vicini non ci sentissero pronunciare una parola tanto rischiosa.

Arrivò attorno al 1993, quando iniziai le scuole medie. I miei genitori erano stati avvertiti che se avessi scelto la classe che prevedeva l’insegnamento dell’inglese e del francese avrei dovuto rinunciare all’italiano: Parlantini, il professore di Lettere, Storia e Geografia, non era solito dare compiti, non assegnava lezioni, non suggeriva letture, non organizzava verifiche né interrogazioni fatta eccezione per un tema una volta l’anno, giusto per avere almeno un voto da scrivere in pagella. Accettammo il rischio dell’insegnante lassista perché si mormorava che Parlantini sarebbe stato presto trasferito e perché io volevo studiare le lingue; nella peggiore delle ipotesi, dicevano i miei, avrei preso ripetizioni di Lettere alle superiori.

Quando lo vidi entrare in classe per la prima volta, Parlantini aveva cinquant’anni appena compiuti. Era basso, sovrappeso, col riportino sudato appiccicato da un lato all’altro della fronte, una disordinata barba grigia e grandi occhiali dalle lenti spesse e convesse che rendevano i suoi bulbi oculari due palle rotanti giallastre. Indossava sempre un paio di jeans consumati sulle ginocchia, una camicia a quadri e un maglione con le toppe sui gomiti. Parlantini scioperava ogni volta in cui ne avesse l’occasione e, quando non lo faceva, entrava in classe avvolto da una nuvola di tabacco citando Woody Allen e quella settimana che avrebbe vissuto in più se avesse deciso di smettere di fumare – settimana durante la quale avrebbe piovuto a dirotto, rideva. Poi iniziava a raccontare senza requie i fatti suoi a noi preadolescenti.

Le ore di Geografia venivano coperte dalla visione delle diapositive delle vacanze in camper di Parlantini, che per decenni aveva trascorso le estati in giro per l’Europa con le sue prime due o tre mogli e i suoi amici. Potevamo commentare e fare domande, ma non scoprimmo mai clima, industrie, orografia, idrografia, usi e costumi delle aree extraeuropee non raggiunte dalla sua casa mobile e dalla sua macchina fotografica.

Le ore di Lettere e Storia si confondevano, ci veniva richiesto solo di dimostrare la nostra capacità di ascolto: Parlantini mescolava aneddoti e ricordi personali del ’68, storie di famiglia dal secondo dopoguerra, riflessioni sul cinema d’autore e riferimenti alla cronaca e alla televisione. Furono questi ultimi a diventare protagonisti delle sue lezioni quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo e divenne il nemico numero uno del prof Parlantini.

«Comunista», biascicavano in casa mia ogni volta che riferivo i contenuti di quelle apostrofi contro il Cavaliere.

«Comunista», mormoravano tra i denti i miei genitori quando riportavo loro che il prof aveva intimato a tutti noi dodicenni a non votare Forza Italia.

«Comunista», sentenziarono la volta in cui riferii che Parlantini ci aveva suggerito di acquistare le vhs di alcuni classici del cinema vendute il sabato con il quotidiano l’Unità.

«Comunista», definirono anche me dopo qualche mese, quando convinta dal cineforum pomeridiano organizzato da Parlantini acquistai coi miei risparmi le videocassette dell’Unità e le nascosi in fondo allo zaino, sotto ai libri di scuola, come avrebbe fatto qualsiasi mio coetaneo più sveglio con dei film porno o della droga.

Parlantini non era l’unico comunista del corpo docente.

Lo erano le insegnanti di Francese e di Matematica, sue storiche tresche, ora decadute e rimpiazzate da un nuovo parco-amanti di cui faceva parte anche la diciannovenne albanese che lavorava come cameriera nel bar sotto la scuola con cui il prof non si faceva remore a pomiciare tra i tavoli e tra gli sguardi attoniti delle nostre accompagnatrici, mogli e madri irreprensibili o comunque democristiane, e di noi verginelli; fu nel periodo successivo all’avvento di quella barista che tra i maschi della classe si iniziò a parlare con una certa competenza di autoerotismo.

Lo era anche la prof di Scienze, una coraggiosa femminista che si avventurò nei perigliosi territori dell’educazione sessuale e che, in base alla sua esperienza personale, ci consigliò di non farci legare come salami senza usare una safeword e, soprattutto, di non praticare sesso anale.

Lo era il prof di Educazione Fisica che citava Paolo Pietrangeli più di Jesse Owens, ci impartiva sessioni di training autogeno e si preoccupava anche lui dei nostri sfinteri, suggerendoci con passione di defecare chini, all’aria aperta, o con uno sgabello sotto i piedi se troppo smidollati per rinunciare alla comodità borghese di un water tra le mura domestiche.

E lo era il prof di Educazione Tecnica che per un triennio trascurò righelli, squadrette e proiezioni ortogonali per spiegarci con fervore la rivoluzione industriale e la lotta di classe, senza mai lesinare drammatiche prospettive di stigma sociale alle allieve meno preparate su spolette volanti, telai Jacquard, Marx e Engels.

«Se non studiate queste cose potrete fare solo le parrucchiere» era la minaccia ricorrente che lasciava indifferenti le compagne impreparate e che faceva disperare l’alunna la cui madre era diventata parrucchiera più per un’improvvisa vedovanza che per lo scarso impegno profuso nello studio dell’industria tessile moderna. Insieme alla parrucchiera, v’era anche una figura professionale maschile che il corpo docente di quella scuola media aborriva: il meccanico. Se durante il cineforum qualche alunna osava confrontare i pallosissimi film in programma con i capolavori della più recente cinematografia come Top Gun e Pretty Woman, Parlantini sbottava e finiva per illustrare la sua teoria volta a dimostrare che attori come James Stewart e Humphrey Bogart erano veri esempi di bellezza maschile, mentre Tom Cruise e Richard Gere non lo erano affatto. Secondo questa teoria, sarebbe stato necessario far indossare a tutti e quattro una tuta da meccanico sporca di grasso: così conciati, secondo Parlantini gli ultimi due sarebbero passati inosservati tra un copertone e un ponte di sollevamento, mentre Stewart e Bogart avrebbero comunque steso col loro fascino qualsiasi donna con problemi al motore. Ogni tanto riflettevo su questa teoria: e sfogliando le foto degli attori televisivi seminudi sulle pagine di Cioè giungevo alla conclusione che con la tuta da meccanico sporca di grasso sarebbero stati boni tutti. L’autoerotismo, in quegli anni, non riguardava soltanto i maschi della classe.

Durante i colloqui con le famiglie del primo anno, Parlantini doveva aver intuito le posizioni politiche dei miei genitori. Ma fu solo nel 1994 che divenne come uno squalo in grado di fiutare il sangue: Parlantini sentiva che i miei genitori avrebbero votato Berlusconi e da quel momento si accanì contro di me così come si poteva accanire un insegnante cui mancavano i tradizionali strumenti di cui il corpo docente dispone per esprimere la propria antipatia nei confronti degli allievi: le interrogazioni e i compiti in classe.

Iniziò a riprendermi se durante un suo j’accuse contro l’ultimo intervento di Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show mi sorprendeva annoiata a cincischiare con una gomma sul banco, e prese a richiamarmi se non davo segno di aver guardato Blob la sera precedente – programma cui, in sincerità, spesso preferivo i bagnini al rallentatore di Baywatch e il Karaoke di Fiorello, in onda nella stessa fascia oraria.

Non tutti hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti era il titolo di un film dell’epoca che non avevo visto, ma era anche una frase che mi girava in testa spesso: forse, se li avessi avuti, mi sarei schivata tante noie. La mia unica fortuna era avere come compagna di banco una ragazzina di famiglia comunista, che se non era ferrata sul tema che suscitava l’indignazione del giorno di Parlantini riusciva comunque a sostenerne le invettive con sapienti inserimenti di «Incredibile!», «Complotto!», «Solo lei, prof, ci dice quello che i telegiornali di regime non ci dicono!!» e «Tutti devono saperlo, facciamo girare!!!11!1» che avrebbero precorso i tempi.

Parlantini riuscì però a sfruttare il suo unico mezzo di ritorsione nei miei confronti: l’incontro con le famiglie per l’orientamento degli studenti alla scelta della scuola superiore. Considerato il contesto svantaggiato da cui provenivo, cioè la famiglia berlusconiana che mi sottoponeva al consumo di tv commerciale e ad altre analoghe angherie socioculturali, al terzo anno invitò i miei genitori a affidare la mia istruzione superiore a un istituto tecnico senza pretese nella speranza che io potessi trovare un lavoretto altrettanto privo di velleità anche se non fossi riuscita a terminare gli studi, cosa a suo parere molto probabile, visto che mi piaceva Fiorello e che non ribaltavo il banco in preda alla rabbia per i raduni Pontida che venivano da lui descritti e commentati in classe.

«Ma la figliola ha ottimi voti in tutte le materie, cribbio», reagì mio padre con un’argomentazione valida ma un’imprecazione assai imprudente.

«Non tutti devono ambire ai licei e all’università», replicò Parlantini.

«Anche il berlusconiano vuole il figlio dottore. E pensa che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, Parlantini» commentò a voce alta il prof di ginnastica dal bagno dove era accucciato.

«A nessuno importa che io voglia iscrivermi al liceo linguistico?», mi permisi di intervenire.

«Non te ne pentirai», mi sostenne la prof di Inglese, che non era passata dal letto di Parlantini nemmeno nella confusione del ’68 e che non rendeva noto che cosa votasse alle urne, ma che sul registro mi metteva sempre A.

Quando passai l’esame di terza media ero tormentata dall’idea che il ricordo di Parlantini mi avrebbe perseguitata per sempre. Temevo che mi sarebbe apparso in sogno intimandomi di non votare Forza Italia o costringendomi a rivedere all’infinito Tempi Moderni e La corazzata Potëmkin, ero spaventata dall’idea che avrei udito il mio cognome gridato dalla sua voce ogni volta che mi sarei trovata a giocherellare con una gomma mentre qualche mitomane mostrava le diapositive delle sue vacanze in un contesto inopportuno. Con sollievo, un giorno alle superiori mi accorsi che mi ero scordata del prof. E solo molti anni dopo venni a scoprire che una rivolta dei genitori contro il suo bizzarro metodo di insegnamento lo aveva finalmente portato al trasferimento in un altro istituto, in un quartiere non lontano dal mio. Ogni volta che passavo da quelle parti speravo di incontrarlo per avere l’occasione di sfoggiare la dialettica appresa alle scuole alte che mi ero incaponita a frequentare, per notificargli quanto lo avevo detestato per avermi precluso le gioie dell’analisi logica e grammaticale, per confermargli con la saggezza e l’esperienza di una donna adulta che con la tuta la meccanico non v’è maschio della nostra specie che non diventi trombabile e per fargli sapere che comunque, alla fine, Berlusconi non lo avevo mai votato, ma non feci in tempo: Parlantini morì di cancro ai polmoni prima di compiere sessant’anni. Se avesse smesso di fumare negli anni Novanta, quando andava tanto orgoglioso del suo vizio, forse avrebbe vissuto una settimana in più: ma in quella settimana gli avrei rotto i coglioni.

Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

Il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini sa che gli ospiti hanno sempre ragione.


12 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi ringraziamo per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci siamo permessi di riservarvi un’intera suite in cui troverete, per il Vostro miglior riposo, una cuccia in vimini intrecciato lilla con un cuscino ricamato a mano e imbottitura in piumetta d’oca; una seconda cuccia in vimini naturale corredata di soffici coperte in lana vergine tinta a mano; e, per il Vostro sollazzo e le vostre scorribande, un divano in tessuto a tre posti con ampia penisola interamente grattabile.

La suite dispone di una cucina privata, ove il nostro Staff sarà lieto di servirvi pietanze umide e secche ogni mattina e ogni sera, e di due ampi balconi abbelliti da vasi di vivace erba gatta.

Le Vostre toilette si trovano sul balcone a Est: sono accessibili tramite una gattaiola basculante e, poiché dotate di tettoie, garantiscono un utilizzo confortevole anche in caso di maltempo.

Con la speranza di soddisfare i Vostri gusti personali e con l’intento di rendere la Vostra permanenza sempre piacevole e mai noiosa, abbiamo predisposto nella suite anche una colonnina tiragraffi in corda circondata da una selezione di pupazzi a forma di topo progettati da designer di fama internazionale e realizzati a mano con tessuti pregiati e composti naturali dai più abili artigiani della nostra zona.

Vi preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi necessità.

Con sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


13 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi rinnoviamo la nostra gratitudine per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci scusiamo se durante la Vostra prima notte come nostre ospiti l’allestimento della suite non si è rivelato all’altezza delle Vostre aspettative e Vi ringraziamo per la segnalazione a mezzo pisciatine nelle cucce che ci ha permesso di prendere atto dell’inadeguatezza degli stessi alloggiamenti.

Come da Voi giustamente notato, il vimini, la piumetta e la lana vergine possono risultare inefficienti per un buon riposo, soprattutto se messi a confronto con l’eccellenza di una cassetta per la frutta in cartone che, da Voi individuata sulla sommità del frigorifero presente nella suite, ha invece incontrato la Vostra preferenza per il relax e il sonno.

Vi preghiamo di nuovo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale ulteriore problema.

Con vera sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


14 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

onorati di averla come ospite, vogliamo esprimerle la nostra riconoscenza per la segnalazione che ci ha inviato a mezzo pisciatina sui cuscini del divano.

Mortificati per non aver saputo anticipare la Sua esigenza di un maggiore spazio utile allo svolgersi della Sua attività fisica, le porgiamo le scuse del nostro arredatore che aveva stoltamente optato per complementi ingombranti e opprimenti. Le vogliamo anche comunicare che abbiamo provveduto a rimuovere i cuscini.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione per raccogliere qualsiasi Sua ulteriore critica.

Con vibrante sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


20 settembre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

lusingati di poterla annoverare tra i nostri clienti, siamo orgogliosi di poterle annunciare che abbiamo provveduto alla produzione di dieci palline in carta stagnola come quella da Lei sottratta al bidone dell’immondizia e tanto apprezzata per il Suo intrattenimento ludico e motorio: le palline Le vengono recapitate nella busta allegata a questo messaggio.

Con l’occasione, ci auspichiamo vorrà accettare le nostre più sentite scuse per averle sottoposto una selezione di pupazzi che sembravano irridere le sembianze degli appartenenti alla minoranza dei topolini di campagna e che, per questo, hanno turbato il Suo senso etico, La hanno offesa e La hanno indotta a pensare che l’Hotel e il suo Staff non disponessero di una sensibilità affine alla Sua.

Vorremmo anche notificarle che, grazie alla Sua segnalazione a mezzo lancio dei suddetti irrispettosi pupazzi dai balconi, l’Hotel ha provveduto a interrompere ogni collaborazione con i designer di fama internazionale che avevano curato la progettazione di quei finti roditori campestri (a loro dire, caricaturizzati “con intento ironico”) e abbiamo provveduto a distruggere gli esemplari in nostro possesso in modo che non potessero indurre turbamenti né presso altri ospiti della nostra struttura né altrove. Gli artigiani locali che hanno contribuito alla produzione di tali oscenità si uniscono alle nostre scuse nei confronti Suoi, dei Gattini che come Lei scelgono l’intrattenimento etico e consapevole e naturalmente dei Roditori tutti.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione qualora Le dovesse nuovamente accadere di non sentirsi del tutto a Suo agio nei nostri ambienti.

Con viva sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


28 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

sempre lieti di averla tra i nostri ospiti, La ringraziamo per la segnalazione che ci ha cortesemente inviato a mezzo pisciatina nel corridoio e che ha permesso al nostro personale di individuare e risolvere la condizione di pulizia della sua toilette. Ci duole ammetterlo, ma nella giornata odierna era ben al di sotto degli standard a noi abituali.

Con la presente vogliamo informarla che l’Hotel ha tempestivamente provveduto, oltre che al ripristino della freschezza della Sua sabbietta, anche all’estromissione dal proprio Staff dell’inserviente incaricato al cambio e alla manutenzione della lettiera in questione, ora sostituito da un collega di comprovata esperienza e serietà.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione e di non esitare a portare alla nostra attenzione mancanze gravi come quella in oggetto.

Con sottomessa sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


5 ottobre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

eternamente grati di averla come ospite, ci vorremmo complimentare con Lei per la scelta di aver ripetutamente sostato con entrambe le Sue chiappe su tutti i vasi di erba gatta che erano stati installati a scopo decorativo sui balconi della sua suite.

I rigogliosi ciuffetti di erba erano di effettivo ingombro alla Sua visuale dai balconi, e questi ultimi mancavano di un comodo e morbido punto d’appoggio da cui godere del panorama.

Come con Lei accordato a voce, confermiamo per iscritto che ci riserviamo di mantenere nella posizione attuale i vasi che Le risultano assai comodi e Le garantiamo che non provvederemo a ulteriori interventi di innaffiatura.

Anche in questa occasione, La invitiamo a considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua disposizione per chiarire possibili equivoci come quello relativo alle verzure.

Con inestinguibile sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


9 ottobre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

siete tra le nostre migliori e più gradite ospiti.

Apprendiamo quindi con costernazione che due novità introdotte nel menù dal nostro Chef col variare della stagione e della disponibilità degli ingredienti non si sono rivelate di Vostro gradimento. I nuovi croccantini Junior, sbavati e poi sputati nella ciotola dalla Signorina Anselmina durante la cena di ieri, e i nuovi bocconcini ricchi di cereali, ignorati dalla Signorina Patricia nel corso della colazione odierna, saranno quindi eliminati dal menù. Lo Chef si cosparge il capo di cenere per non aver avuto già pronte in cucina portate sostitutive in entrambe le occasioni e si impegna a far sì che una situazione tanto incresciosa non possa ripetersi mai più.

Pur consapevoli dei ripetuti disguidi che si sono verificati in questo primo periodo della Vostra permanenza, Vi preghiamo di voler comunque considerare l’impegno e la dedizione dell’Hotel e del suo Staff nei confronti dei propri ospiti e di non indugiare né a portare alla nostra attenzione inefficienze da risolvere né a suggerire potenziali migliorie che sarà sempre nostra cura portare a compimento nei più brevi tempi possibili.

Con tutta la nostra devota sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

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Le gattine Patty e Selma si rilassano nella loro cassetta della frutta preferita.

Le infografiche di Natale

8 infografiche sul Natale illustrano i drammi tipici delle feste: Babbo Natale esiste davvero? Quante probabilità ci sono che al cenone ti chiedano se sei single o quando ti sposi? E poi: pandoro o panettone? A Natale si torna a casa per l’affetto nei confronti dei parenti, per la busta coi soldi o per rivedere il cane? E alla festa aziendale si va per non essere licenziati o per sbronzarsi? Chi è il vero eroe dei mercatini di Natale? Come simulare entusiasmo quando si scartano regali orribili? E, infine: quante possibilità ci sono di sopravvivere a un altro Natale? 

L'esistenza di Babbo Natale

Il quadrato semiotico sull’esistenza di Babbo Natale

 

La legge di Godwin del Natale

La legge di Godwin del Natale

 

Natale: pandoro o panettone?

Natale: pandoro o panettone?

 

Le ragioni per tornare a casa a Natale

Le ragioni per tornare a casa a Natale

 

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

 

Il badge dell'eroe dei mercatini di Natale

Il badge dell’eroe dei mercatini di Natale

 

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

 

Possibilità di sopravvivere al Natale

Possibilità di sopravvivere al Natale

Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.