Una storia di gatti

Una storia di gatti

20200326_173259Il trauma infantile da cui nasce questa storia è un trauma semplice: ho sempre voluto un gatto, i miei genitori mi hanno sempre negato di prenderne uno.
Però mia cugina aveva un gatto. Si chiamava Priscilla. I suoi lo affidavano a mia madre una volta l’anno, per due settimane, quando se ne andavano in vacanza al mare mentre noi meno abbienti restavamo a villeggiare in campagna.
Quelle erano le due settimane migliori di ogni mia estate: adoravo Priscilla.
Erano anche le settimane più stressanti per mia madre. Priscilla, pur abituata alla vita domestica, tentava la fuga in ogni possibile occasione. Una volta Priscilla scappò dal portoncino di ingresso e con quattro balzi scomparve nel bosco. Mia madre la cercò per giorni e notti interi. Si tormentò su come informare il fratello e la cognata della propria colpa.
Priscilla ricomparve solo quando mia cugina e i suoi genitori scesero dall’auto, ancora in ciabatte da spiaggia, e udì le loro voci. Da allora, per mia madre il nome di quel gatto divenne Brutta Bagascia.

In questi anni, io e mia cugina siamo diventate grandi; a lei sono anche cresciute le tette. Priscilla è morta di vecchiaia e mia cugina ha colmato il vuoto della sua assenza con altri due gatti.
Questi sono stati affiancati da tre furetti assai puzzolenti e irrequieti.
A loro volta i furetti hanno accolto l’arrivo in casa di un acquario che occupa una parete intera e di una gabbia che è un condominio per topi di sei piani – un piano per ogni tipo di topo: con la coda, senza coda, con il pelo, senza il pelo, con il cazzo, senza il cazzo (a seconda delle necessità riproduttive del momento).
Sul pavimento di casa si sono aggiunti i rettili, divisi per specie nei loro terrari: serpenti, iguane, draghi di Komodo.
Sono arrivati più tardi un piccolo allevamento di petauri, una famiglia di cincillà e di cinque cani di taglia grande. Cinque, signori. Ora vivono tutti assieme in un appartamento senza terrazzo e senza giardino.

Il processo verso l’accumulo seriale di animali da parte di mia cugina è stato lento, inesorabile ma prevedibile da parte mia e di tutti i famigliari. Ci saremmo dovuti mobilitare ai primi segnali.
Forse alla prima festa di compleanno per un cane con tanto di torta di cibo per animali decorata da candeline. Gli umani erano stati invitati a partecipare, incoraggiati a portare un regalo e costretti a cantare Tanti auguri a teee, Tanti auguri a teee, Tanti auguri a te cagnolino-che-ci-vorresti-sbranare-tutti-perché-indossi-un-buffo-copricapo-il-cui-elastico-ti-stringe-sulle-orecchie, Tanti auguri a teeee.
Forse avremmo potuto fermarla la prima volta in cui le avevamo sentito dire la frase: “Solo l’amore che ti dà un animale è un amore incondizionato e puro.”
Ci saremmo dovuti allarmare quanto i nuovi animali adottati non si chiamavano più Priscilla, Fuffy o Fido ma avevano nomi da umano, tipo Maria o Giovanni.
Avremmo dovuto prenderla da parte, e suggerirle di ridimensionare le dinamiche emotive instaurate con i suoi cuccioli, quando alla generica domanda “Come va?” rispondeva col volto segnato dal dolore: “Giovanni ha un brutto male” – e Giovanni era un topo di quelli senza pelo e senza coda (ma con il cazzo) cui mia cugina accarezzava con tenerezza una massa tumorale grande come un avocado.
Ci saremmo dovuti dare una mossa all’incremento della raffinatezza dei nomi dei nuovi animali tipo Giovanni Maria Alfredo III – nomi che ormai tenevano conto anche della genealogia e delle successioni dinastiche sviluppatesi in quello che non è un condominio per topi ma un palazzo reale di roditori.
Avremmo dovuto dirle che era un po’ stravagante dedicarsi alla sepoltura di ogni animale ammalatosi e deceduto, come il povero Giovanni Maria Alfredo III, su una collina con vista, con tanto di lapide commemorativa dipinta a mano sulla quale portare un fiore nell’anniversario della scomparsa.
Saremmo dovuti intervenire al primo post su Facebook che recitava: “Se in un palazzo in fiamme dovessi scegliere tra salvare un bambino e un cagnolino, non avrei dubbi: il cagnolinooo”, o al primo commento relativo a un fatto di cronaca che decretava: “Gli animali sono meglio delle persone!!!”
Invece rimanemmo a guardare, e a un certo punto io e i miei parenti iniziammo solo a ripetere tra di noi che mia cugina si era rincoglionita.

Comunque, mentre lei accumulava uno zoo, io un gatto continuavo a volerlo.
A un certo punto iniziò a sembrare possibile. Fu quando mi fidanzai con Mauro (nome di fantasia, per proteggere la sua privacy), che si intratteneva con ogni gatto macilento che incontrava in strada per fargli le coccole e che spesso otteneva da questi scambi appassionati sfoghi sulla pelle e congiuntiviti. E soprattutto fu quando divenni matrigna di sua figlia Zoe (vero nome, i giovani hanno un concetto di privacy diverso dal nostro), un’adolescente che da anni decorava i muri di casa di suo padre con annunci di gatti in cerca di adozione. Sentivo di aver trovato due sodali, sentivo che la strada verso il coronamento del mio sogno d’infanzia era spianata.

———– cambio di tempo verbale per dare vivacità all’azione ——–

È nel settembre del 2017 che Mauro, Zoe e io adottiamo due gattini: due sorelline di pochi mesi, le ultime rimaste di una cucciolata: “Che carine. Non possiamo separarle. Le prendiamo entrambe così si fanno compagnia”, diciamo Zoe e io.
Mauro si oppone: “Prendiamone una sola.”
Ma Zoe e io puntiamo tutto sul girl power, su girls support girls, sulla sisterhood e su qualsiasi altra stronzata adocchiata su Freeda per mettere in casa di Mauro le due gattine, con le loro due cuccette, le loro due ciotoline, e i loro due cessetti.
Impieghiamo poco tempo a capire perché fossero rimaste le ultime due della cucciolata: perché sono due stronze.

Data la loro scarsa simpatia e considerato il nostro abbondante senso dell’umorismo, le chiamiamo Patty e Selma. Una resta minuta, a pelo corto, e diventa Selmina. L’altra si rivela essere a pelo lungo e cresce molto più velocemente della sorella: diventa così Pattona. Pur essendo paragonabile a un leone per la sua aggressività, Pattona è tutto sommato divertente: si muove come una pecora Suffolk, emette suoni simili ai cigolii degli ammortizzatori ogni volta che salta, lascia nuvole di pelo ovunque. Da lei nasce un lessico famigliare fatto da verbi come ‘pattonare’, che vuol dire insozzare di pelo un tessuto, e che può essere usato anche in forma passiva, ad esempio “I miei pantaloni neri sono stati pattonati”. Dal verbo ‘pattonare’ deriva il sostantivo ‘pattonatura’, che indica la sporcizia di una superficie tessile causata dal pelo di Pattona, ad esempio “C’è pattonatura sul divano, non sederti”. Nel dizionario entrano anche il sostantivo ‘pattoncino’, che indica il ciuffo di pelo perduto dalla creatura sul pavimento, ad esempio “Il corridoio è pieno di pattoncini, bisogna passare l’aspirapolvere” e l’aggettivo ‘pattonale’, valido per tutto ciò che è assimilabile a Pattona. ‘Pattonale’ vale per la sua ciotola ma vale anche quando in una puntata di Law & Order si sentono i rumori di una squadra di agenti cerca di buttare giù una porta a calci e colpi di arma da fuoco: in questo contesto, dire “Odo un suono pattonale” è corretto perché Pattona adora sfondare le porte con tecniche da teste di cuoio.

Passano i mesi, le bestiole si dimostrano dotate di raffinata intelligenza, di grande appetito e di pensiero strategico. Ma non si lasciano avvicinare né sfiorare.
Mauro e Zoe, che un tempo parevano gattari promettenti, perdono interesse nelle due feline.
Io invece non demordo e, grazie alla mia dedizione e al denaro immolato nell’acquisto di giochini montessoriani, Pattona smette di soffiare e di scappare. Interagisce, si avvicina, si siede sui miei piedi. Poi inizia a lasciarsi accarezzare, fa le fusa, è un tesoro: Patty, Pattona, Pat-Pat, Pattoncina.

L’estate si avvicina. Chiedo a mia madre la cortesia di tenere le bestiole da lei, nella casa in campagna dove villeggiava anche Priscilla, nelle settimane in cui Mauro, Zoe e io saremo in vacanza all’estero.
Glielo chiedo al telefono, una sera, mentre passeggio verso casa di Mauro, e glielo chiedo più o meno in questi termini: “Dai le scatoline, cambi la sabbietta, se miagolano rispondi, ma basta. Sono solo bestie. E se per caso ti scappassero e finissero nel bosco come la buonanima di Priscilla, non devi disperarti o perdere tempo a cercarle: preferisco sapere che tu, anziana umana, non te ne cruccerai. In caso di fuga, aspetta solo il fuso orario giusto e dimmelo al telefono senza tormenti. Io continuerò serena la mia vacanza. Le ho da pochi mesi e, guarda, non ci sono nemmeno tanto affezionata. Io non sono una rincoglionita come mia cugina.”

Quando arrivo a casa di Mauro, Zoe dorme.
Mauro mi accoglie sorridente e bisbiglia: “Abbiamo perso Pattona.”
“Non la vediamo da qualche ora”, aggiunge.
Penso di avere a che fare con due imbecilli che hanno perso un gatto, da ore: una dorme e l’altro se ne sbatte il cazzo. Ma mi occuperò di loro in seguito, penso.

Perché ora non c’è tempo. Noi cresciuti a pane e Law & Order lo sappiamo: le prime ore dopo una scomparsa sono determinanti per ritrovare il soggetto.
In pochi secondi parte la macchina delle ricerche organizzata, gestita e condotta sul campo da Io, Me e Me stessa. Visto che siamo una squadra affiatata e abituata a affrontare le emergenze, ci dividiamo i compiti:

  • Io batto la casa in ogni suo centimetro cubo, scuotendo i croccantini energicamente, anche in camera di Zoe, che continua a dormire senza accorgersi di nulla. Scandaglio gli interni, gli armadi, il microonde, la lavatrice e i balconi.

  • Me scende i 4 piani di scale a piedi, controlla tutti i pianerottoli, ispeziona i portaombrelli dei vicini, le uscite d’emergenza, le cantine e i locali spazzatura.

  • Nel frattempo, Me Stessa è già fuori: sta percorrendo il perimetro del condominio con la torcia e si sofferma con particolare attenzione in corrispondenza dei balconi: se Pattona fosse caduta dal quarto piano sarebbe morta? Il suo cadavere sarebbe nei dintorni? O si sarebbe salvata ma avrebbe perso sangue?

E visto che siamo una squadra affiatata e efficiente, Me Stessa non fa in tempo a porsi la domanda che Io sono già su Amazon a controllare se siano disponibili i kit Luminol della polizia scientifica con consegna in un’ora per rilevare le eventuali tracce di sangue (per vostra informazione: no, non sono disponibili ma esistono torce che permettono di individuare tracce di urina degli animali, se volete ne parliamo nei commenti).
Continuiamo a cercare nel quartiere: ventre a terra sui marciapiedi, passo del leopardo per guardare sotto le auto parcheggiate. Ci intrufoliamo nei portoni del quartiere. Interroghiamo i padroni di cani in passeggiata notturna: “Avete visto un gatto che da dietro sembra un po’ una pecora irlandese?” Io, Me e Me Stessa siamo la versione gattara delle Charlie’s Angels: C’MON.
Alle 3 di notte mi arrendo: ordino che le ricerche vengano sospese e ringrazio le colleghe che vi hanno preso parte.

A casa, una continua a dormire, l’altro legge.
Mi butto sul letto e fisso il soffitto.

Pattona
Luce della mia vita
Pelo dei miei pavimenti
Mio randagio, anima mia.
Pat-to-na
La punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi
Sul palato
Per andare a bussare, al secondo
Contro i denti.
Pat-to-na.
Era Pat-Pat, null’altro che Pat-Pat, al mattino, mentre cercava di sfondare la porta della camera
perché aveva fame.
Era Pattoncina quando si lasciava accarezzare.

Era Pattona Maria quando la volevo imborghesire.
Era Pattona Maria Giovanna quando si meritava anche un terzo nome.
Era Maria Giovanna e basta quando ero piena dei colpi contro la porta, piena.
Era Brutta Bagascia quando mi pisciava sulla valigia.
Era Patty sulla linea tratteggiata dei documenti del veterinario.
Ma nelle mie braccia fu sempre Pattona.

Mentre calde lacrime iniziano a scorrere sulle mie guance, la formazione che ho ricevuto da migliaia di stagioni di Law & Order riaffiora. E penso che dentro casa c’è ancora un posto in cui non ho guardato: il divano letto in camera di Zoe. Usato principalmente come divano, talvolta al suo vano contenitore Zoe fa ricorso come ripostiglio supplementare per vestiti e accessori.
In un attimo io e la mia squadra siamo di nuovo in piedi, pronte a fare irruzione, a sollevare il divano e eccola: dorme acciambellata sulle borsette di Zoe, la Brutta Bagascia (Pattona, ma anche Zoe che l’ha chiusa dentro senza accorgersene).

La caccio coprendola di improperi, poi la contemplo mentre si stiracchia sul pavimento della cucina: sono ebbra di gioia.
“È il momento più bello della mia vita. Se la casa bruciasse lascerei qui voi due umani e salverei solo Pattona e, se me lo chiedesse, tornerei indietro solo per prendere sua sorella”, sussurro a Mauro. Al caro Mauro, che nei confronti di questa vicenda continua a non mostrare grande interesse.
Che non immagina che se quell’estate mia madre si fosse lasciata sfuggire i gattini nel bosco l’avrei mandata in galera e poi avrei scritto su Facebook “Gli animali sono meglio delle persone!!!”
Ma che ormai ha capito che sono rincoglionita come mia cugina, e che forse sarebbe stato meglio fidanzarsi con lei che almeno ha le tette grosse.

Poche settimane più tardi, Pattona sarebbe fuggita davvero e avrebbe vissuto per sei mesi in strada. Ma questo è un altro trauma.

Fenomenologia del fotomarito

Fenomenologia del fotomarito

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Il fotomarito è colui che viene costretto dalla propria partner a scattare continuamente fotografie aventi la stessa partner come soggetto esclusivo.

Il fotomarito non è necessariamente un marito, e nemmeno un fidanzato. Ma è più divertente pensare che lo sia per inquadrarlo nelle consolidate e già teorizzate dinamiche dei servi della gleba.

Del resto, nemmeno la partner del fotomarito dev’essere davvero la donna con cui egli è coniugato o con la quale si accoppia: è per questo che nel presente documento ci riferiremo a lei in termini di committente.

Fotomarito non si nasce: lo si diventa attraverso una discesa agli inferni che si articola in 6 fasi.

Fase 1 – Il fotomarito spontaneo. Si tratta di un cucciolo innocente, ancora ignaro del suo destino. All’inizio di una relazione si lascia sfuggire nei confronti della sua committente una frase come «Sei carina, aspetta che ti faccio una foto». E lei sembra che si schernisca: «Ma dai, ma no, ma dai». Poi lo asseconda con l’aria di chi sta concedendo un favore. Lui scatta la foto e lei subito domanda: «Mi fai vedere com’è venuta?»

È qui che il cucciolo di fotomarito viene traghettato sull’Acheronte.

In un attimo la fanciulla rivela la propria natura di committente. Prima suggerisce, poi chiede, infine ordina: «Potresti farmene ancora una. Aspetta che mi metto in posa. Me la fai anche di tre quarti? Che non si veda che ho i rotolini, eh. Taglia le ginocchia. No, taglia le ginocchia ma lascia i piedi che voglio che si vedano le scarpe» e lui, tenerello, segue le indicazioni per ottenere quello che pensa sarà uno ricordo fotografico a uso interno della coppia.

Illuso.

Non esistono più foto per uso amoroso privato: sono tutte destinate ai social.

Già nel corso della Fase 1, il fotomarito apprende che 52 è il numero minimo di scatti identici da rendere disponibili alla committente affinché ella possa riuscire a trovare tra essi una (1) foto buona, ovvero una foto in cui riconosce tutte le sue migliori caratteristiche e le percepisce ben valorizzate.

Fase 2 – Il fotomarito che non si applica. Finita la fase della spontaneità, il fotomarito capisce che per sopravvivere alla vita di coppia dovrà eseguire le istruzioni fotografiche della committente, ma le esegue senza impegno.

E i risultati si vedono.

Lei li vede: nelle foto ha gli occhi chiusi, la bocca aperta in modo sgraziato, non ha finito di sistemarsi i capelli e del suo braccio destro resta solo una sfumatura tipo quella delle pale dell’elicottero in movimento. Inoltre, la linea dell’orizzonte è storta e richiederà alla committente un grande lavoro di post-produzione dello scatto. Come se non bastasse, il fotomarito non si è curato dello sfondo e ora il ritratto per il quale la committente ha messo un impegno paragonabile solo a quello di un plank da tre ore include passanti; bidoni dell’immondizia; cani che si ingroppano; passanti brutti che si ingroppano; e, insostenibile!, altre committenti che a qualche metro di distanza si stanno sottoponendo a uno shooting coi propri fotomariti – succede spesso, nei luoghi alternativi e un po’ particolari che tanto piacciono alle committenti come, ad esempio, la Torre di Pisa, Piazza San Marco, l’East Market di Milano.

In questa seconda fase il fotomarito tenta spesso di simulare mal di testa, paralisi alle dita, cecità. Quando la committente gli chiede un certificato medico, si arrende: servo della gleba e non particolarmente astuto, sa che se vuole restare in carica come partner deve applicarsi come fotomarito.

É ora che il fotomarito può cambiare la sua vita.

É questo il momento in cui il fotomarito può capire che a guidarlo dev’essere un’etica del sacrificio: deve imparare a immolarsi per il bene supremo, cioè la soddisfazione della committente nei confronti della propria fotogenicità, cui consegue la soddisfazione per i like ricevuti su Instagram da amiche (laddove per amiche intendiamo competitor dette anche ‘brutte zoccole’) e amici (laddove per amici intendiamo ex fidanzati che devono vedere bene che cosa si sono persi, i bastardi).

Fase 3 – Il fotomarito da trasferta. Ora che ha cambiato prospettiva, ora che ha ben chiaro in mente quale sia il bene supremo, il fotomarito diventa da trasferta: partecipa senza opporre alcuna resistenza ai viaggi scelti dalla committente per l’instagrammabilità dei luoghi, laddove per instagrammabilità intendiamo il fatto che ci sono già state tutte le influencer medio-piccole (ma non ancora le sue competitor) e la committente vuole la loro stessa foto acchiappalike, scattata nello stesso identico punto, nella stessa posa precisa a cui applicare lo stesso identico filtro.

Il fotomarito non ha alcun potere sul programma delle giornate di viaggio, che segue il ciclo della luce solare: ci sono appuntamenti fissi da rispettare all’alba e al tramonto, quando Piazza San Marco o lo scoglio su cui la committente desidera spalmarsi sono nella luce giusta; quando la marea ha l’altezza esatta; quando la golden hour spiana il viso e uniforma la tinta dell’incarnato, meritando così di dover essere ottimizzata in almeno cinque location e nove outfit diversi nelle consuete 76 pose naturali, per un totale di 5x9x76x52 scatti (fate voi il calcolo, questo non è un blog di algebra commutativa).

Fase 4 – Il fotomarito da tavola. Un buon fotomarito da trasferta è anche un buon fotomarito da tavola. Come i leoni del circo, viene nutrito con tranci di carne cruda lanciati direttamente nella sua gabbia prima dello show. Lo show, nello specifico, è la cena, durante la quale il fotomarito può ordinare ciò che vuole ma sa che potrà mangiare solo quando tutto ormai si sarà raffreddato. Perché il suo compito è ritrarre la sua committente mentre sorride collocando le tette sopra la pizza in favore di fotocamera; mentre prende una forchettata di spaghetti e li fa scendere a cascata dal massimo dell’estensione del suo braccio dentro la bocca spalancata verso l’alto. Il fotomarito, dopo una certa esperienza, apprezza moltissimo la carne cruda che gli viene lanciata nella gabbia prima di uscire, e a cena ormai non ordina più niente. Nelle serate migliori, può mangiare quello che la committente ha avanzato dallo shooting. E che non ha più voglia di sbocconcellare perché ormai freddo.

Fase 5 – Il fotomarito rettile anfibio. Il fotomarito giunto alle fasi più avanzate sa che a cena gli conviene stare leggero anche perché poco dopo dovrà letteralmente strisciare ai piedi della sua committente per esigenze artistiche. «Inquadrami le gambe dal basso che si noti il muscolo del polpaccio che mi sono fatta quest’anno in palestra», chiede. «Sdraiati a pancia in giù per ottenere una prospettiva migliore. Anzi, sdraiati a testa in giù sul declivio della battigia, a un centimetro dall’infrangersi delle onde, mentre io entro in acqua fino a metà coscia e poi spingo il culo all’indietro che in questo modo dovrebbe stagliarsi verso il cielo come il cupolone e tra le mie gambe, nel pezzettino rimasto tra l’acqua e lo slip, si inserisce perfettamente la luna. Scattamela bene che sembri una posa spontanea tipo scatto rubato che hai fatto a mia insaputa.»

Fase 6 – Il fotomarito acrobatico. Al giorno d’oggi, le inquadrature dei droni ancora non riescono a soddisfare a pieno la committente: il fotomarito deve essere pronto a intervenire anche nelle condizioni artistiche più estreme. Atleticamente preparato, egli deve essere in grado di arrampicarsi su falesie coperte di muschio con una sola mano (nell’altra tiene la fotocamera), a tenersi appeso con le sole gambe al parapetto di una barca mentre si sporge per immortalare la committente galleggiante su un materassino a forma di unicorno dei colori dell’arcobaleno, a immergersi per immortalare lo stesso materassino da dieci metri di profondità, a guadare uno stagno infestato di coccodrilli e sanguisughe per ottenere la giusta luce che efatizzi il fango schizzato ad arte sul gluteo della sua committente.

Gli incidenti, in questo sport estremo che è il fotomaritismo, sono assai frequenti. E portano alla fotovedovanza della committente. Che può essere consolata solo da un nuovo fotomarito.

Il consiglio che generalmente si dà alle fotovedove è quello di puntare sulle generazioni di maschi più giovani. Fin da bambini, mentre al mare avrebbero solo voluto costruire castelli di sabbia, le loro madri li hanno istruiti e vessati per farsi fotografare in pose sexy sotto l’ombrellone. Sono quindi adusi a quell’etica del sacrificio di cui sopra: hanno imparato a immolarsi per il bene supremo, cioè la soddisfazione della madre committente nei confronti della propria fotogenicità, cui consegue la soddisfazione per i like ricevuti su Instagram da amici (laddove per amici intendiamo l’ex marito che deve vedere bene che cosa si è perso, il bastardo) e amiche (laddove per amiche intendiamo le brutte zoccole che si tromba ora l’ex marito).

I maschi delle generazioni più giovani, in effetti, fotomariti nascono già: non devono diventarlo.

Qui il podcast della puntata della trasmissione Wi-Fi Area di Radio Popolare in cui si parla di fotomariti.

Previsioni sul futuro dei tuoi compagni di classe basate sulla vostra recita di terza elementare

Previsioni sul futuro dei tuoi compagni di classe basate sulla vostra recita di terza elementare

Hai frequentato le elementari nella periferia di Genova. La tua maestra era contraria agli spettacolini e, in cinque anni, la tua classe ha messo in scena una sola recita. Non sapevi quanto sarebbe stata importante: quando hai ritrovato la videocassetta, hai scoperto che da quella recita di terza elementare era possibile prevedere il futuro di tutti i tuoi compagni di classe. E il tuo.

VANESSA
Buona parte della recita è dedicata agli alberi. Vanessa interpreta la betulla e dice “Nell’antichità, al tempo dei romani, con il mio legno si facevano le bacchette degli educatori. Betulla deriva infatti dal latino battere.” Nella sua vivace postadolescenza diventerà una dominatrice molto apprezzata nel Basso Piemonte. Lascerà tutto per amore una decina di volte giurando a ogni partenza “Questa volta è diverso.” Quando si convincerà di non avere più bisogno di relazionarsi con gli uomini, si trasferirà definitivamente in campagna, nei pressi dell’outlet di Serravalle, e lavorerà come maestra in un nido. Diventerà una fanatica di Dan Brown, Ken Follett e James Patterson. Andrà in vacanza in Egitto due volte l’anno, e lo saprai perché sui social si mostrerà in costume in centinaia di foto #nofilter con la linea dell’orizzonte storta. Il suo capolavoro sarà però un selfie scattato dal balcone della casa d’infanzia il 28 giugno 2019: farà gli occhi dolci mentre, alle sue spalle, i resti del ponte Morandi crolleranno in una nuvola di polvere. Riderà rumorosamente per Le più belle frasi di Osho; la sua preferita sarà la foto di un gruppo di capi di Stato in cui Putin dice “Certo che alle cene di Berlusconi c’era molta più figa”.

FLORIANA
Nella vhs entra in scena ogni tanto, commentando le battute di altri bambini con esclamazioni come “Che luogo benedetto!”, riferito alla casa, e “Creature del Signore, tutto danno quel che hanno!”, riferito agli alberi da frutto. A un certo punto interpreta l’ulivo. Per anni ti inviterà a partecipare alle attività dell’Azione Cattolica Ragazzi e ai raduni di preghiera della parrocchia: inventerai scuse per non accettare. Studierà Lingue e Letterature Straniere e sarà l’unica studentessa a rientrare a casa dall’Erasmus quasi tutti i fine settimana: la sua destinazione sarà Nizza. Troverà l’amore durante una veglia pasquale internazionale e, dopo un lunghissimo fidanzamento a distanza, si unirà biblicamente a lui la prima notte di nozze, a trentasei anni.

EDOARDO
A scuola ti sembrava il più divertente della classe, eppure nel video della recita appare come un bimbetto insicuro e con la scoliosi, lo sguardo basso e diversi tic nervosi: a quanto pare, ti sono sempre piaciuti i disadattati. Recita: “Autunno / vanno col vento grandi foglie gialle / vanno nel sole rondini nere.” Ti aggiungerà su Facebook nel 2009 ma non vi scriverete mai: vedrai le foto del suo matrimonio e assisterai alla nascita della sua prima figlia, Rachele. Apporrai i tuoi like a entrambi gli eventi. Rimuoverai Edoardo dai contatti dopo il secondo video dai contenuti più neri delle rondini e dopo il terzo post inneggiante Mussolini. Ti perderai così altre decine di busti e citazioni del Duce, oltre al veemente attacco contro i comunisti scritto dopo aver ricevuto una recensione negativa la prima volta in cui ha usato Airbnb senza sapere che le condizioni in cui avrebbe lasciato l’appartamento al mare sarebbero state oggetto di giudizio.

GAIA
Nella recita apre la carrellata di poesie dedicate ai nonni con un modo di fare da vera paracula: “La nonna è come un albero d’argento”, attacca, ispiratissima. Abiterà nelle case popolari sopra la scuola ancora per poco: presto sua madre pianterà quello sbandato di suo padre per sposare un vedovo della riviera di levante, e Gaia scoprirà le gioie del benessere. Le piaceranno, e le manterrà grazie alle nonne, alberi d’argento, che le lasceranno in eredità quattrini e immobili. Non si fiderà mai delle diavolerie moderne come le carte di credito e i pagamenti elettronici: per andare in vacanza si procurerà sempre una busta di contanti che terrà nel bagaglio a mano. Questa abitudine la renderà ossessionata dagli scippatori: stringerà la borsa al petto e il trolley alle gambe ogni volta che in strada le sembrerà di incrociare un individuo sospetto. Metterà spesso like alle frasi di Osho condivise da Vanessa sui social e voterà Lega fin da inizio millennio spiegando “Non sono razzista ma qui non c’è posto per tutti”.

ALESSANDRO
Nel video si distingue dagli altri bambini più per il suo aspetto che per quello che dice: ha un vistoso morso di cane che gli segna il mento e porta un paio di occhiali scotchati che gli ingigantiscono lo sguardo. Con una certa crudeltà, la maestra ha spezzettato tra diversi alunni la poesiola Quel che possiede un bimbo e a lui ha assegnato i versi “Due occhioni spalancati / per tutto investigare”. Le innovazioni dell’oculistica e l’avvento dell’estetica hipster gli consentiranno di togliere gli occhiali e di coprire la cicatrice con una barba ben curata. Andrà in palestra e diventerà muscoloso. Dai suoi tatuaggi si intuirà che per lui esistono solo due fedi: quella nella Samp e quella in Vasco. Quando guarderà tutti i video di Montemagno su YouTube sentirà di essere vicino al senso della vita. Sposerà Gaia, cui spesso a cena illustrerà i precetti di Montemagno, e avranno un figlio cui faranno indossare tutine con la scritta Che fatica la vita da bomber. Riterrai questa unione tra compagni delle elementari inquietante come un incesto tra duchi di Sassonia emofiliaci.

DARYA
Nella recita dice “La mia casetta ha due finestre sole / ma fiorite che sembrano giardini. Ci sono garofani e viole / e un po’ di maggiorana e rosmarino”. Aveva i capelli più belli della classe, adoravi farle le trecce ma vi perderete di vista quando si trasferirà dal padre, in Iran, per qualche anno. La ritroverai all’esame per la patente, dove verrà bocciata per aver sbagliato tutte le risposte sui farmaci contro il mal d’auto. Farà la modella per un po’, poi troverà lavoro come segretaria in uno studio di commercialisti a gestione famigliare. Quello che lei chiamerà “il mio principale” sarà abituato a pranzare a casa e la obbligherà a una pausa fuori dall’ufficio dalle 12.30 alle 15.30 durante la quale Darya non farà in tempo a rientrare a casa, sulle alture di Genova, e allevierà la sua noia da Flying Tiger, che fa orario continuato e permette di adornare le cucine in stile shabby con carabattole tra cui vasetti colorati per garofani e viole, maggiorana e rosmarino. Attorno ai quarant’anni, il marito dirà che con un solo stipendio ce la fanno. Darya diventerà casalinga: i primi tempi sentirà la mancanza di Tiger, poi si consolerà nell’emporio cinese della sua zona e si dedicherà a tempo pieno alla condivisione online di annunci di cani in cerca di adozione: “Fate girare! É un attimo e non costa nulla!!”. I suoi capelli resteranno sempre splendidi.

ILEANA
Ileana e Fulvio erano i due testimoni di Geova della classe: a scuola non partecipavano ai compleanni, nelle ore di Religione stavano fuori dall’aula, non facevano lavoretti a tema per le feste comandate. Per rispetto nei loro confronti la recita, che si svolge nel dicembre del 1990, non ha alcun riferimento al Natale.

“Che cosa accade? / Passa il vento per le strade / passa il vento / freddo, forte / porta via le foglie morte”, recita Ileana. Da grande non farà proselitismo di citofono in citofono: lo farà in modo più profittevole, tenendo corsi di formazione in tutta Italia. Dopo un gavetta da estetista esperta di cellule morte, farà carriera e la sua azienda farà addirittura stampare dei cartelloni con la sua foto: sotto il sorriso sexy e affidabile, la scritta in fucsia “Ileana, official trainer Italia laminazione ciglia”.

FULVIO
Fulvio nel video annuncia la sua poesia come “Primo autunno, di Boris Pasternak”. In realtà la poesia è di Fedor Tjutcev, e non è nemmeno completa. Questo errore segnerà la sua vita: su Facebook non pubblicherà mai un aforisma attribuendolo al suo vero autore, e anche con le scritture farà sempre una grande confusione nelle domeniche in cui accompagnerà il fratello a conquistare nuovi fedeli. Per un periodo, su Foursquare crederà di essere sindaco di casa sua; resterà deluso quando scoprirà di aver sbagliato a inserire il numero civico.

BIANCA
Era carina, e in classe piangeva sempre. Durante la recita strappa il cuore al pubblico pigolando i versi di Trilussa “Ma dove ve ne andate / povere foglie gialle / come tante farfalle spensierate? / Venite da lontano o da vicino? / Da un bosco o da un giardino? / E non sentite la malinconia / del vento stesso che vi porta via?”. A vent’anni farà la barista e alla domanda “Come stai?” risponderà a tutti “Convivo” con ammirevole entusiasmo. A trent’anni aprirà un locale tutto suo nei vicoli e alla domanda “Come stai?” risponderà con accurati aggiornamenti sul divorzio in corso. Poco più tardi finirà in televisione, intervistata da tutti i tg regionali per aver assistito a un’aggressione nei caruggi, e a lungo avrà paura di ritorsioni.

MARCO
Durante la recita non si rivolge al pubblico: si rivolge solo a sua madre, seduta in prima fila, che lo applaude a ogni sillaba e gli grida “Bravo!” alla fine di ogni poesia, e “Bravissimo!” dopo i versi “Tornerò dalla mamma / che mi racconta le storie / guardandomi negli occhi”. Dall’Erasmus porterà a casa una tesi sulla politica economica della Spagna dopo l’introduzione dell’euro e la più bella asturiana che si sia mai vista in Italia dopo Natalia Estrada. Lo reincontrerai quando ti deciderai a informati per una pensione integrativa: farà l’assicuratore, sarà calvo, avrà sposato una genovese perché nessuna spagnola può resistere a lungo nello stesso condominio in cui vive la suocera. Il crollo del ponte Morandi avrà come diretta conseguenza sulla sua vita il raddoppio dei tempi di percorrenza del tragitto casa/ufficio. Nei fine settimana farà immersioni subacquee e escursioni speleologiche: due passioni accomunate dalla caratteristica di rendere il suo telefono irraggiungibile per sua madre.

VALENTINA
Era stata scelta dalla maestra come presentatrice per la sua verve e la sua civetteria. Si diverte moltissimo quando, interpretando la pioggia, saltella su “Per camminare sui tetti / mi metto gli zoccoletti”. Peccato che per tutta la recita debba combattere contro il cerchietto imbottito rosa che le scivola sulla fronte. Per anni sarà molto fiera del suo status su MSN Messenger: “La moda passa, lo stile resta”. Durante l’università si sentirà l’erede di Audrey Hepburn, e quando caricherà le foto dei suoi outfit nella sezione Street Style di Style.it riceverà molti complimenti. Con gli anni perderà la verve e si recherà più spesso da Decathlon che da Chanel, ma continuerà a portare il cerchietto. Ogni volta che si incazzerà, del nemico di turno dirà con tono acido “Bisognerebbe fargli arrivare una letterina dell’avvocato”, ma non avrà nessun avvocato cui commissionare letterine. Adorerà i ristoranti giapponesi all-you-can-eat, l’app che le ricorda di bere acqua ogni ora e le promozioni di Sephora. Avrà solo foto profilo di coppia e un giorno scriverà su Instagram che la colonna sonora della sua vita sono i Modà.

GABRIELE
I tuoi genitori lo chiamavano ‘il figlio del pittore’ perché era effettivamente il figlio di un pittore. La caratteristica doveva sembrare rilevante anche alla maestra che aveva scelto di fargli recitare “Scriverò con un solo colore / tutto rosso / Studierò a più non posso” suggerendogli di fare il gesto di una grande pennellata con la mano. Frequenterete insieme anche le scuole medie, sarete entrambi i cocchini della prof di Arte e quando lui si iscriverà al liceo artistico sarai un po’ invidiosa del suo coraggio. Durante gli studi migliorerà la vostra periferia con le sue opere da writer nei sottopassaggi, e dopo l’accademia vivacchierà come grafico, videomaker e fotografo. Nel 2007 parteciperà al V-Day di Grillo e nel 2008 acquisterà la biowashball. Poco dopo si imbarcherà su una nave da crociera per girare i filmini a pagamento dei vacanzieri che l’aria di mare rende euforici e spendaccioni. Poi si stuferà, e i turisti deciderà di abbindolarli in proprio: aprirà uno studio da ritrattista a Lanzarote, guadagnerà moltissimo grazie alle coppie di promessi sposi. Non voterà mai più.

TU
E poi ci sei tu, a cui la maestra aveva assegnato il ruolo del salice piangente e che a un certo punto interpreti con inspiegabile afflato la scheda tecnica del tuo albero: “Vivo soprattutto nei giardini, la mia chioma è ricadente verso il basso. Per conservare le sostanze alimentari si usa un acido estratto dalla mia corteccia, si chiama acido salicilico”. Passati i trentacinque anni parlerai solo dei tuoi gatti, userai i loro nomi come password e ti sentirai un drago della sicurezza informatica quando alternerai maiuscole e minuscole per renderle più sicure. Inizierai a considerare l’idea di farti le punturine per attenuare le rughe nasolabiali che rendono le tue guance ricadenti verso il basso, finché un giorno troverai la vhs di una tua recita scolastica e scoprirai che quelle rughe le avevi già in terza elementare. Ti scorderai della medicina estetica e scriverai un post idiota sul tuo vecchio blog. Tenterai di arricchirlo con qualche disegnetto, ma alla fine opterai per uno screenshot pixellato del video della recita: in effetti, se avessi scelto il liceo artistico non avresti avuto un grande successo.

Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

nokia-3310La mia misantropia iniziò a manifestarsi ai tempi dell’università, quando mi trovai costretta a innumerevoli coabitazioni forzate. Provavo gioia solo quando le coinquiline estraevano il trolley da sotto il letto, lo riempivano degli abitucci acrilici di cui dispone ogni fuorisede e si mettevano in viaggio per fare rientro nella loro terra natia. Significava non avere rotture di coglioni per qualche giorno e avere la casa tutta per me.

La solitudine mi consentiva di mettere in atto comportamenti stigmatizzati dalla società civile degli anni Zero come girare per casa indossando solo mutande a cuoricini rosa, mangiare patatine alla paprika sdraiata sul letto tenendo le gambe all’insù contro il muro e la tv accesa su C.S.I., e non lavare i piatti fino all’esaurimento delle stoviglie disponibili, ché in fondo mangiare i fusilli col tonno direttamente dallo scolapasta non era mai rientrato tra i comportamenti alimentari apertamente sconsigliati dalla letteratura medica.

Una sera d’inizio estate fui così felice della mia solitudine domestica che prima di addormentarmi dimenticai di riaccendere la suoneria del mio telefono, un vecchio Nokia la cui attività consisteva nel recapitarmi gli sms e gli squilli di corteggiamento in voga all’epoca e che fungeva anche da sveglia.

Una distrazione che potrebbe sembrare di poco conto, per un’universitaria priva di reali incombenze. L’evento acquisisce rilevanza solo con una conoscenza approfondita delle dinamiche del mio nucleo famigliare, tutte basate sulla sfiducia nei miei confronti come essere umano adulto e in grado di svegliarsi in autonomia prima dell’ora di pranzo. Tanto scetticismo aveva portato i miei genitori a prendere la pessima abitudine di telefonarmi ogni mattina prima che entrassi in aula per sincerarsi che fossi in piedi e, con l’occasione, che fossi ancora viva.

«Non sappiamo se ci saremo» è la risposta tradizionale che la mia famiglia, soprattutto il suo ramo materno, ha sempre usato per rispondere a qualsiasi domanda riguardante il futuro. Se i parenti paterni ci invitano a pranzo a Natale, mia madre risponde: «Non sappiamo se a Natale ci saremo». Se quando ero piccola qualcuno ci chiedeva che cosa avremmo fatto l’estate successiva, mia nonna rispondeva «Non sappiamo se l’estate prossima ci saremo».

Quel ci non si riferisce alla città di Genova o a un altro luogo specifico, e il dubbio sul poter partecipare a un dato evento non è dato dalla sua concomitanza con un impegno già fissato o con un viaggio già organizzato. Quel ci, a casa mia, significa a questo mondo. Il grande tema della transitorietà dell’esistenza terrena nella nostra famiglia non è relegato nella mera speculazione religiosa o filosofica: è un concetto così radicato da essere vissuto come un concreto intralcio allo svolgimento delle attività quotidiane. Il fatto che mia nonna, a un certo punto, sia davvero finita all’altro mondo non ha potuto che contribuire a sostenere la validità di questa scuola di pensiero presso i parenti superstiti.

Proprio perché la morte in casa nostra è percepita come pronta a calare la sua scure in qualsiasi momento, la sventurata mattina di quindici anni fa in cui la suoneria del mio telefono rimase spenta e nessun rumore esterno né alcuno stimolo urinario mi condussero a aprire gli occhi di primo mattino, la morte fu anche la prima e più plausibile ragione che la mia famiglia considerò come causa delle mie mancate risposte alle loro telefonate: centottantasette, per la precisione, come scoprii quando mi svegliai con qualche ora di ritardo e presi in mano il telefonino.

«Ho chiamato i pompieri e l’ambulanza, stanno arrivando, pensavamo ti avesse uccisa il gas della caldaia» spiegò mia madre al telefono con la voce rotta dalle lacrime. Non fece in tempo a essere mandata affanculo che già i soccorritori stavano suonando il mio campanello.

«Mi dispiace: la mia famiglia, la transitorietà dell’esistenza terrena…» tentai di giustificarmi mentre quelli riponevano la barella, più inorriditi dalle mie mutande a cuoricini rosa che spazientiti dal falso allarme.

Tenni il muso ai miei per un po’, minacciai di farmi sentire al massimo una volta la settimana come un adulto medio, e in questa mia battaglia cercai il sostegno della mia amica Carlotta.

«I miei non mi cagano mai, non si accorgerebbero della mia scomparsa neanche dopo mesi» pigolava lei, facendo frequenti riferimenti ai cani alsaziani di Bridget Jones e non dissimulando una certa invidia per le attenzioni che ricevevo da casa.

Il fenomeno della suoneria disattivata e della valanga degli psicodrammi si ripeté molti anni più tardi, quando avevo già scollinato la trentina, abitavo da sola e avevo appena iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio fidanzato e che qui, per ragioni di privacy e per non ledere alla sua immagine, sarà indicato come Crocchino. Ancora, mia madre non aveva fiducia nelle mie capacità di svegliarmi in tempo per recarmi al lavoro e, ancora, non aveva perso l’abitudine di telefonarmi la mattina per sincerarsi che fossi in piedi.

«Sono sveglia» le scrivevo a volte, quando aprivo gli occhi, via sms.

«Ok ma ti sei anche alzata?» mi incalzava, sempre via sms, consapevole del rischio che quel pollo che conosceva tanto bene riprendesse a dormire dopo averle scritto un messaggio troppo conciso.

Prima di decidere se coinvolgere nel mio salvataggio dal probabile malfunzionamento di una caldaia financo la Capitaneria di Porto della Lombardia e il Soccorso Alpino di Milano Zona 4, mia madre ebbe la brillante idea di chiamare Crocchino, che la aveva incontrata un paio di volte ma che ancora ignorava quanto in famiglia siamo a nostro agio coi concetti di morte e paranoia, e che era ancora incapace di credere che un essere umano potesse dormire per così tante ore e così profondamente come io gli avrei dato modo di scoprire in seguito.

Crocchino, che un lavoro vero di quelli che impediscono di fare cazzate e prendere iniziative balorde almeno per otto ore al giorno non lo aveva mai avuto, decise di dare immediato seguito agli ordini della suocera di recente acquisizione: saltò in macchina e corse verso casa mia per svegliarmi o salvarmi.

Così come era accaduto tanti anni prima, a un certo punto della mattina mi svegliai spontaneamente, guardai il telefono e trovai novantaquattro chiamate non risposte: compresi la gravità della tragedia in corso ma mi rallegrai per i progressi dei miei famigliari. E, proprio come era accaduto tanti anni prima, parlai con mia madre pochi istanti prima che il mio citofono suonasse:

«Questa volta non mi ero preoccupata davvero, avevo capito che potessi aver dimenticato la suoneria spenta» disse la vecchia stronza. Che aggiunse: «Ho sentito Crocchino che si è proposto di passare a dare un’occhiata».

Al suono del citofono aprii con un gesto meccanico il portone e anche la porta d’ingresso, poi strisciai verso il bagno perché comunque anche le persone speciali come me hanno esigenze fisiologiche, a un certo punto, oltre le dodici-quattordici ore di sonno.

«Sono sul ballatoio, la porta di casa è aperta. Significa che potrebbe essere entrato qualcuno e averla uccisa? Che cosa faccio se la trovo in una pozza di sangue? Resti in linea con me? Ti prego. Ho paura» stava blaterando Crocchino quando lo trovai, terrorizzato, accucciato fuori dalla mia porta, al telefono con Carlotta.

«Ma tu davvero vuoi continuare a frequentare questo cretino?» mi avrebbe domandato più volte Carlotta, nei mesi successivi. Sì, lo volevo.

Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

Zentralbibliothek_Zürich_Das_Kapital_Marx_1867A un certo punto nella mia vita arrivò il comunismo. O, meglio, il comunismo. Citato sempre a bassa voce, in modo affettato, come se fosse qualcosa di tanto pericoloso da essere innominabile tra le mure di casa: forse poteva propagarsi per via area, alla stregua di un raffreddore contagiosissimo, o forse era prudente che i vicini non ci sentissero pronunciare una parola tanto rischiosa.

Arrivò attorno al 1993, quando iniziai le scuole medie. I miei genitori erano stati avvertiti che se avessi scelto la classe che prevedeva l’insegnamento dell’inglese e del francese avrei dovuto rinunciare all’italiano: Parlantini, il professore di Lettere, Storia e Geografia, non era solito dare compiti, non assegnava lezioni, non suggeriva letture, non organizzava verifiche né interrogazioni fatta eccezione per un tema una volta l’anno, giusto per avere almeno un voto da scrivere in pagella. Accettammo il rischio dell’insegnante lassista perché si mormorava che Parlantini sarebbe stato presto trasferito e perché io volevo studiare le lingue; nella peggiore delle ipotesi, dicevano i miei, avrei preso ripetizioni di Lettere alle superiori.

Quando lo vidi entrare in classe per la prima volta, Parlantini aveva cinquant’anni appena compiuti. Era basso, sovrappeso, col riportino sudato appiccicato da un lato all’altro della fronte, una disordinata barba grigia e grandi occhiali dalle lenti spesse e convesse che rendevano i suoi bulbi oculari due palle rotanti giallastre. Indossava sempre un paio di jeans consumati sulle ginocchia, una camicia a quadri e un maglione con le toppe sui gomiti. Parlantini scioperava ogni volta in cui ne avesse l’occasione e, quando non lo faceva, entrava in classe avvolto da una nuvola di tabacco citando Woody Allen e quella settimana che avrebbe vissuto in più se avesse deciso di smettere di fumare – settimana durante la quale avrebbe piovuto a dirotto, rideva. Poi iniziava a raccontare senza requie i fatti suoi a noi preadolescenti.

Le ore di Geografia venivano coperte dalla visione delle diapositive delle vacanze in camper di Parlantini, che per decenni aveva trascorso le estati in giro per l’Europa con le sue prime due o tre mogli e i suoi amici. Potevamo commentare e fare domande, ma non scoprimmo mai clima, industrie, orografia, idrografia, usi e costumi delle aree extraeuropee non raggiunte dalla sua casa mobile e dalla sua macchina fotografica.

Le ore di Lettere e Storia si confondevano, ci veniva richiesto solo di dimostrare la nostra capacità di ascolto: Parlantini mescolava aneddoti e ricordi personali del ’68, storie di famiglia dal secondo dopoguerra, riflessioni sul cinema d’autore e riferimenti alla cronaca e alla televisione. Furono questi ultimi a diventare protagonisti delle sue lezioni quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo e divenne il nemico numero uno del prof Parlantini.

«Comunista», biascicavano in casa mia ogni volta che riferivo i contenuti di quelle apostrofi contro il Cavaliere.

«Comunista», mormoravano tra i denti i miei genitori quando riportavo loro che il prof aveva intimato a tutti noi dodicenni a non votare Forza Italia.

«Comunista», sentenziarono la volta in cui riferii che Parlantini ci aveva suggerito di acquistare le vhs di alcuni classici del cinema vendute il sabato con il quotidiano l’Unità.

«Comunista», definirono anche me dopo qualche mese, quando convinta dal cineforum pomeridiano organizzato da Parlantini acquistai coi miei risparmi le videocassette dell’Unità e le nascosi in fondo allo zaino, sotto ai libri di scuola, come avrebbe fatto qualsiasi mio coetaneo più sveglio con dei film porno o della droga.

Parlantini non era l’unico comunista del corpo docente.

Lo erano le insegnanti di Francese e di Matematica, sue storiche tresche, ora decadute e rimpiazzate da un nuovo parco-amanti di cui faceva parte anche la diciannovenne albanese che lavorava come cameriera nel bar sotto la scuola con cui il prof non si faceva remore a pomiciare tra i tavoli e tra gli sguardi attoniti delle nostre accompagnatrici, mogli e madri irreprensibili o comunque democristiane, e di noi verginelli; fu nel periodo successivo all’avvento di quella barista che tra i maschi della classe si iniziò a parlare con una certa competenza di autoerotismo.

Lo era anche la prof di Scienze, una coraggiosa femminista che si avventurò nei perigliosi territori dell’educazione sessuale e che, in base alla sua esperienza personale, ci consigliò di non farci legare come salami senza usare una safeword e, soprattutto, di non praticare sesso anale.

Lo era il prof di Educazione Fisica che citava Paolo Pietrangeli più di Jesse Owens, ci impartiva sessioni di training autogeno e si preoccupava anche lui dei nostri sfinteri, suggerendoci con passione di defecare chini, all’aria aperta, o con uno sgabello sotto i piedi se troppo smidollati per rinunciare alla comodità borghese di un water tra le mura domestiche.

E lo era il prof di Educazione Tecnica che per un triennio trascurò righelli, squadrette e proiezioni ortogonali per spiegarci con fervore la rivoluzione industriale e la lotta di classe, senza mai lesinare drammatiche prospettive di stigma sociale alle allieve meno preparate su spolette volanti, telai Jacquard, Marx e Engels.

«Se non studiate queste cose potrete fare solo le parrucchiere» era la minaccia ricorrente che lasciava indifferenti le compagne impreparate e che faceva disperare l’alunna la cui madre era diventata parrucchiera più per un’improvvisa vedovanza che per lo scarso impegno profuso nello studio dell’industria tessile moderna. Insieme alla parrucchiera, v’era anche una figura professionale maschile che il corpo docente di quella scuola media aborriva: il meccanico. Se durante il cineforum qualche alunna osava confrontare i pallosissimi film in programma con i capolavori della più recente cinematografia come Top Gun e Pretty Woman, Parlantini sbottava e finiva per illustrare la sua teoria volta a dimostrare che attori come James Stewart e Humphrey Bogart erano veri esempi di bellezza maschile, mentre Tom Cruise e Richard Gere non lo erano affatto. Secondo questa teoria, sarebbe stato necessario far indossare a tutti e quattro una tuta da meccanico sporca di grasso: così conciati, secondo Parlantini gli ultimi due sarebbero passati inosservati tra un copertone e un ponte di sollevamento, mentre Stewart e Bogart avrebbero comunque steso col loro fascino qualsiasi donna con problemi al motore. Ogni tanto riflettevo su questa teoria: e sfogliando le foto degli attori televisivi seminudi sulle pagine di Cioè giungevo alla conclusione che con la tuta da meccanico sporca di grasso sarebbero stati boni tutti. L’autoerotismo, in quegli anni, non riguardava soltanto i maschi della classe.

Durante i colloqui con le famiglie del primo anno, Parlantini doveva aver intuito le posizioni politiche dei miei genitori. Ma fu solo nel 1994 che divenne come uno squalo in grado di fiutare il sangue: Parlantini sentiva che i miei genitori avrebbero votato Berlusconi e da quel momento si accanì contro di me così come si poteva accanire un insegnante cui mancavano i tradizionali strumenti di cui il corpo docente dispone per esprimere la propria antipatia nei confronti degli allievi: le interrogazioni e i compiti in classe.

Iniziò a riprendermi se durante un suo j’accuse contro l’ultimo intervento di Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show mi sorprendeva annoiata a cincischiare con una gomma sul banco, e prese a richiamarmi se non davo segno di aver guardato Blob la sera precedente – programma cui, in sincerità, spesso preferivo i bagnini al rallentatore di Baywatch e il Karaoke di Fiorello, in onda nella stessa fascia oraria.

Non tutti hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti era il titolo di un film dell’epoca che non avevo visto, ma era anche una frase che mi girava in testa spesso: forse, se li avessi avuti, mi sarei schivata tante noie. La mia unica fortuna era avere come compagna di banco una ragazzina di famiglia comunista, che se non era ferrata sul tema che suscitava l’indignazione del giorno di Parlantini riusciva comunque a sostenerne le invettive con sapienti inserimenti di «Incredibile!», «Complotto!», «Solo lei, prof, ci dice quello che i telegiornali di regime non ci dicono!!» e «Tutti devono saperlo, facciamo girare!!!11!1» che avrebbero precorso i tempi.

Parlantini riuscì però a sfruttare il suo unico mezzo di ritorsione nei miei confronti: l’incontro con le famiglie per l’orientamento degli studenti alla scelta della scuola superiore. Considerato il contesto svantaggiato da cui provenivo, cioè la famiglia berlusconiana che mi sottoponeva al consumo di tv commerciale e ad altre analoghe angherie socioculturali, al terzo anno invitò i miei genitori a affidare la mia istruzione superiore a un istituto tecnico senza pretese nella speranza che io potessi trovare un lavoretto altrettanto privo di velleità anche se non fossi riuscita a terminare gli studi, cosa a suo parere molto probabile, visto che mi piaceva Fiorello e che non ribaltavo il banco in preda alla rabbia per i raduni Pontida che venivano da lui descritti e commentati in classe.

«Ma la figliola ha ottimi voti in tutte le materie, cribbio», reagì mio padre con un’argomentazione valida ma un’imprecazione assai imprudente.

«Non tutti devono ambire ai licei e all’università», replicò Parlantini.

«Anche il berlusconiano vuole il figlio dottore. E pensa che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, Parlantini» commentò a voce alta il prof di ginnastica dal bagno dove era accucciato.

«A nessuno importa che io voglia iscrivermi al liceo linguistico?», mi permisi di intervenire.

«Non te ne pentirai», mi sostenne la prof di Inglese, che non era passata dal letto di Parlantini nemmeno nella confusione del ’68 e che non rendeva noto che cosa votasse alle urne, ma che sul registro mi metteva sempre A.

Quando passai l’esame di terza media ero tormentata dall’idea che il ricordo di Parlantini mi avrebbe perseguitata per sempre. Temevo che mi sarebbe apparso in sogno intimandomi di non votare Forza Italia o costringendomi a rivedere all’infinito Tempi Moderni e La corazzata Potëmkin, ero spaventata dall’idea che avrei udito il mio cognome gridato dalla sua voce ogni volta che mi sarei trovata a giocherellare con una gomma mentre qualche mitomane mostrava le diapositive delle sue vacanze in un contesto inopportuno. Con sollievo, un giorno alle superiori mi accorsi che mi ero scordata del prof. E solo molti anni dopo venni a scoprire che una rivolta dei genitori contro il suo bizzarro metodo di insegnamento lo aveva finalmente portato al trasferimento in un altro istituto, in un quartiere non lontano dal mio. Ogni volta che passavo da quelle parti speravo di incontrarlo per avere l’occasione di sfoggiare la dialettica appresa alle scuole alte che mi ero incaponita a frequentare, per notificargli quanto lo avevo detestato per avermi precluso le gioie dell’analisi logica e grammaticale, per confermargli con la saggezza e l’esperienza di una donna adulta che con la tuta la meccanico non v’è maschio della nostra specie che non diventi trombabile e per fargli sapere che comunque, alla fine, Berlusconi non lo avevo mai votato, ma non feci in tempo: Parlantini morì di cancro ai polmoni prima di compiere sessant’anni. Se avesse smesso di fumare negli anni Novanta, quando andava tanto orgoglioso del suo vizio, forse avrebbe vissuto una settimana in più: ma in quella settimana gli avrei rotto i coglioni.