Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

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Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

Il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini sa che gli ospiti hanno sempre ragione.


12 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi ringraziamo per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci siamo permessi di riservarvi un’intera suite in cui troverete, per il Vostro miglior riposo, una cuccia in vimini intrecciato lilla con un cuscino ricamato a mano e imbottitura in piumetta d’oca; una seconda cuccia in vimini naturale corredata di soffici coperte in lana vergine tinta a mano; e, per il Vostro sollazzo e le vostre scorribande, un divano in tessuto a tre posti con ampia penisola interamente grattabile.

La suite dispone di una cucina privata, ove il nostro Staff sarà lieto di servirvi pietanze umide e secche ogni mattina e ogni sera, e di due ampi balconi abbelliti da vasi di vivace erba gatta.

Le Vostre toilette si trovano sul balcone a Est: sono accessibili tramite una gattaiola basculante e, poiché dotate di tettoie, garantiscono un utilizzo confortevole anche in caso di maltempo.

Con la speranza di soddisfare i Vostri gusti personali e con l’intento di rendere la Vostra permanenza sempre piacevole e mai noiosa, abbiamo predisposto nella suite anche una colonnina tiragraffi in corda circondata da una selezione di pupazzi a forma di topo progettati da designer di fama internazionale e realizzati a mano con tessuti pregiati e composti naturali dai più abili artigiani della nostra zona.

Vi preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi necessità.

Con sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


13 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi rinnoviamo la nostra gratitudine per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci scusiamo se durante la Vostra prima notte come nostre ospiti l’allestimento della suite non si è rivelato all’altezza delle Vostre aspettative e Vi ringraziamo per la segnalazione a mezzo pisciatine nelle cucce che ci ha permesso di prendere atto dell’inadeguatezza degli stessi alloggiamenti.

Come da Voi giustamente notato, il vimini, la piumetta e la lana vergine possono risultare inefficienti per un buon riposo, soprattutto se messi a confronto con l’eccellenza di una cassetta per la frutta in cartone che, da Voi individuata sulla sommità del frigorifero presente nella suite, ha invece incontrato la Vostra preferenza per il relax e il sonno.

Vi preghiamo di nuovo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale ulteriore problema.

Con vera sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


14 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

onorati di averla come ospite, vogliamo esprimerle la nostra riconoscenza per la segnalazione che ci ha inviato a mezzo pisciatina sui cuscini del divano.

Mortificati per non aver saputo anticipare la Sua esigenza di un maggiore spazio utile allo svolgersi della Sua attività fisica, le porgiamo le scuse del nostro arredatore che aveva stoltamente optato per complementi ingombranti e opprimenti. Le vogliamo anche comunicare che abbiamo provveduto a rimuovere i cuscini.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione per raccogliere qualsiasi Sua ulteriore critica.

Con vibrante sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


20 settembre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

lusingati di poterla annoverare tra i nostri clienti, siamo orgogliosi di poterle annunciare che abbiamo provveduto alla produzione di dieci palline in carta stagnola come quella da Lei sottratta al bidone dell’immondizia e tanto apprezzata per il Suo intrattenimento ludico e motorio: le palline Le vengono recapitate nella busta allegata a questo messaggio.

Con l’occasione, ci auspichiamo vorrà accettare le nostre più sentite scuse per averle sottoposto una selezione di pupazzi che sembravano irridere le sembianze degli appartenenti alla minoranza dei topolini di campagna e che, per questo, hanno turbato il Suo senso etico, La hanno offesa e La hanno indotta a pensare che l’Hotel e il suo Staff non disponessero di una sensibilità affine alla Sua.

Vorremmo anche notificarle che, grazie alla Sua segnalazione a mezzo lancio dei suddetti irrispettosi pupazzi dai balconi, l’Hotel ha provveduto a interrompere ogni collaborazione con i designer di fama internazionale che avevano curato la progettazione di quei finti roditori campestri (a loro dire, caricaturizzati “con intento ironico”) e abbiamo provveduto a distruggere gli esemplari in nostro possesso in modo che non potessero indurre turbamenti né presso altri ospiti della nostra struttura né altrove. Gli artigiani locali che hanno contribuito alla produzione di tali oscenità si uniscono alle nostre scuse nei confronti Suoi, dei Gattini che come Lei scelgono l’intrattenimento etico e consapevole e naturalmente dei Roditori tutti.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione qualora Le dovesse nuovamente accadere di non sentirsi del tutto a Suo agio nei nostri ambienti.

Con viva sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


28 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

sempre lieti di averla tra i nostri ospiti, La ringraziamo per la segnalazione che ci ha cortesemente inviato a mezzo pisciatina nel corridoio e che ha permesso al nostro personale di individuare e risolvere la condizione di pulizia della sua toilette. Ci duole ammetterlo, ma nella giornata odierna era ben al di sotto degli standard a noi abituali.

Con la presente vogliamo informarla che l’Hotel ha tempestivamente provveduto, oltre che al ripristino della freschezza della Sua sabbietta, anche all’estromissione dal proprio Staff dell’inserviente incaricato al cambio e alla manutenzione della lettiera in questione, ora sostituito da un collega di comprovata esperienza e serietà.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione e di non esitare a portare alla nostra attenzione mancanze gravi come quella in oggetto.

Con sottomessa sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


5 ottobre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

eternamente grati di averla come ospite, ci vorremmo complimentare con Lei per la scelta di aver ripetutamente sostato con entrambe le Sue chiappe su tutti i vasi di erba gatta che erano stati installati a scopo decorativo sui balconi della sua suite.

I rigogliosi ciuffetti di erba erano di effettivo ingombro alla Sua visuale dai balconi, e questi ultimi mancavano di un comodo e morbido punto d’appoggio da cui godere del panorama.

Come con Lei accordato a voce, confermiamo per iscritto che ci riserviamo di mantenere nella posizione attuale i vasi che Le risultano assai comodi e Le garantiamo che non provvederemo a ulteriori interventi di innaffiatura.

Anche in questa occasione, La invitiamo a considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua disposizione per chiarire possibili equivoci come quello relativo alle verzure.

Con inestinguibile sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


9 ottobre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

siete tra le nostre migliori e più gradite ospiti.

Apprendiamo quindi con costernazione che due novità introdotte nel menù dal nostro Chef col variare della stagione e della disponibilità degli ingredienti non si sono rivelate di Vostro gradimento. I nuovi croccantini Junior, sbavati e poi sputati nella ciotola dalla Signorina Anselmina durante la cena di ieri, e i nuovi bocconcini ricchi di cereali, ignorati dalla Signorina Patricia nel corso della colazione odierna, saranno quindi eliminati dal menù. Lo Chef si cosparge il capo di cenere per non aver avuto già pronte in cucina portate sostitutive in entrambe le occasioni e si impegna a far sì che una situazione tanto incresciosa non possa ripetersi mai più.

Pur consapevoli dei ripetuti disguidi che si sono verificati in questo primo periodo della Vostra permanenza, Vi preghiamo di voler comunque considerare l’impegno e la dedizione dell’Hotel e del suo Staff nei confronti dei propri ospiti e di non indugiare né a portare alla nostra attenzione inefficienze da risolvere né a suggerire potenziali migliorie che sarà sempre nostra cura portare a compimento nei più brevi tempi possibili.

Con tutta la nostra devota sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

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Le gattine Patty e Selma si rilassano nella loro cassetta della frutta preferita.

Le infografiche di Natale

8 infografiche sul Natale illustrano i drammi tipici delle feste: Babbo Natale esiste davvero? Quante probabilità ci sono che al cenone ti chiedano se sei single o quando ti sposi? E poi: pandoro o panettone? A Natale si torna a casa per l’affetto nei confronti dei parenti, per la busta coi soldi o per rivedere il cane? E alla festa aziendale si va per non essere licenziati o per sbronzarsi? Chi è il vero eroe dei mercatini di Natale? Come simulare entusiasmo quando si scartano regali orribili? E, infine: quante possibilità ci sono di sopravvivere a un altro Natale? 

L'esistenza di Babbo Natale

Il quadrato semiotico sull’esistenza di Babbo Natale

 

La legge di Godwin del Natale

La legge di Godwin del Natale

 

Natale: pandoro o panettone?

Natale: pandoro o panettone?

 

Le ragioni per tornare a casa a Natale

Le ragioni per tornare a casa a Natale

 

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

 

Il badge dell'eroe dei mercatini di Natale

Il badge dell’eroe dei mercatini di Natale

 

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

 

Possibilità di sopravvivere al Natale

Possibilità di sopravvivere al Natale

Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.