7 cose da sapere per non essere ammazzata quest’anno*

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno nel nostro Paese 150 donne perdono la vita per mano di un uomo. E, nel 99% dei casi, a ucciderle è qualcuno che conoscono bene. Si dice che per fermare questa strage dovremmo cambiare i valori con cui educhiamo i nostri ragazzi e che dovremmo trasformare i modi in cui le donne vengono raccontate dai mezzi di comunicazione di massa e in cui sono rappresentate sui social network. Ma non basta: per fermare questa strage, la rivoluzione comincia da te. Ecco le 7 cose da sapere per non essere ammazzata neanche quest’anno.

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1) Sposarsi salva la vita. Le statistiche dimostrano che tra le 150 donne uccise in Italia nel 2015, solo 30 sono morte per mano del proprio coniuge: è il 20% dei casi. Nel 75%, si tratta di delitti compiuti da concubini, ex partner o compagni occasionali: categorie perniciose in cui solo uno stile di vita prudente permette di non imbattersi. Alcune istituzioni lungimiranti e innovative, come la Regione Liguria, stanno promuovendo campagne per reintrodurre la cultura del matrimonio combinato: una buona pratica che, oltre a dare sicurezza alle ragazze garantendo loro un marito che le protegga fin dalla più giovane età, agevola i loro famigliari perché ne tutela il patrimonio in questi tempi di crisi e perché limita la loro necessità d’interazione con persone al di fuori delle proprie cerchie.

2) L’amore non finisce mai. Le cronache riportano troppo spesso le vicende di donne che hanno distrutto le loro famiglie a causa di un’illusoria sbandata un altro uomo e che, per questo, sono state uccise da un innamorato abbandonato. «È frequente che ci si ritrovi a fantasticare su uomini che non sono il proprio marito durante la sindrome premestruale», spiegano dal Centro di Igiene Mentale Femminile Francesca da Rimini. «Si tratta di un periodo del mese in cui l’oscillazione ormonale modifica la percezione della realtà e induce comportamenti altrimenti ingiustificabili, come l’insoddisfazione nei confronti della vita domestica e la fuga da casa.» Ma dal Centro romagnolo tranquillizzano: «Al giorno d’oggi le terapie farmacologiche danno buoni risultati per alleviare il disturbo.» E un’altra buona notizia arriva dall’Europa: le ragazze non devono più preoccuparsi delle proprie responsabilità sui comportamenti provocati nei coniugi durante la loro SPM perché da ottobre i tribunali dell’Unione riconoscono la sindrome e l’intrattabilità che determina come un’attenuante nei femminicidi.

3) Trai insegnamento dall’arte. Non c’è forma di intrattenimento da cui non si possa imparare qualcosa, spiega Luciano Daglitorto, criminologo noto per i suoi brillanti interventi televisivi sulla violenza di genere. «Essere single o accettare di intraprendere una relazione sentimentale non codificata è pericoloso: per tenerlo sempre a mente, sono utili film come Match Point, in cui il personaggio femminile interpretato da Scarlett Johansson attua in maniera quasi didascalica tutti i pattern del modello che la psicologia sociale definisce ‘rompicoglioni’ e viene non inaspettatamente assassinata dall’uomo che nella sua disponibilità amorosa aveva visto solo un passatempo. Anche i classici aiutano: in un’opera come la Carmen, il personaggio della zingarella sigaraia venne tracciato dai librettisti con l’intento educativo di mostrare alle donne dell’epoca il modello che oggi definiamo ‘profumiera’ e che, con la sua promiscuità ostentata, finisce accoltellata da un ex partner deluso.» Facile ricordare questi esempi, no?

4) Le donne intelligenti non lavorano. Lo dice la scienza: i ricercatori del Chauvinist P.I.G.S. (Patriarchal Institute of Gender Studies) del Nevada hanno dimostrato in laboratorio che, se poste davanti alla scelta tra un’ampia disponibilità di risorse di cui beneficiare da sole e una minore disponibilità di risorse di cui godere con un compagno e con la propria prole, le femmine dalla massa cerebrale più sviluppata scelgono senza indugio la seconda opzione. E non solo: la loro presenza nel contesto famigliare riduce del 36% i comportamenti violenti dei loro partner. L’esperimento, condotto su due dozzine di petauri dello zucchero che con gli esseri umani condividono il 97,4% del patrimonio genetico, conferma che la famiglia gratifica più dell’indipendenza economica e che dedicarsi a essa ha influssi positivi sull’armonia e sull’aspettativa di vita dell’intero nucleo.

5) Sii consapevole delle dinamiche dei social network. Qualche dritta arriva da MogliettinaSocial.com, il blog di Maria Sottomessa (Marissa) Condiviso, moglie del maresciallo della Polizia Postale Pasquale Condiviso e quindi esperta di sicurezza informatica. Secondo Marissa, gli ambiti cui prestare particolare attenzione sul web sono tre. «Il primo è quello delle password, che debbono sempre essere note al proprio coniuge in modo che possa controllare in qualsiasi momento i tuoi scambi: tenerle private potrebbe indurlo a perdere fiducia in te. Naturalmente la condivisione delle password non deve essere reciproca: il tuo uomo non rischia di incorrere nei tuoi stessi pericoli in rete.» Il secondo ambito è quello delle foto profilo. Secondo Marissa, «se sei single, niente selfie, duck face o décolleté in bella mostra. Per le sposate, meglio lasciare uno scatto delle nozze finché la famiglia non si allarga: tornare a un ritratto solitario potrebbe far sentire tuo marito tagliato fuori dalla tua vita online.» L’ultimo ambito cui fare attenzione, aggiunge Marissa, è quello della circolazione imprevista di contenuti foto o video nati per essere fruiti all’interno della coppia. «In questi casi è sempre meglio ascoltare le valutazioni di chi porta i pantaloni. Che sia orgoglioso della tua performance divenuta pubblica o che preferisca limitare la tua presenza in società dopo la sua diffusione, affidati a lui e non dubitare: non vale la pena crucciarsi o mostare un’opinione diversa in un contesto tanto delicato.»

6) La retorica aiuta la coppia. Pochi semplici trucchi per migliorare la comunicazione di coppia: li spiega Ennio Sciopalamona, linguista dell’Università di Verona, autore del saggio Che la piasa, che la tasa e che la staga in casa (Ed. Mascio, 237 pp., 16,90€). «Innanzitutto, no all’ironia quando sfocia nella derisione: in particolare, attenzione alle antifrasi, cioè alle espressioni che vengono usate per dire l’opposto di ciò che si pensa. Ad esempio, “Sei di buon umore, stasera” al rientro del vostro compagno teso dopo una lunga giornata di lavoro, o “Bravo, bene” per rimproverare un suo comportamento, possono rivelarsi frasi dannose all’armonia della coppia e possono innescare reazioni rabbiose nel partner. Attenzione anche alla preterizione, che consiste nel dichiarare che si tralascerà un certo argomento che viene così nominato, o alla reticenza, che consiste nell’interrompere un discorso quando il tema è stato annunciato e se ne sono fatti intuire gli sviluppi e le conseguenze. Si tratta di abitudini infantili e tipicamente femminili che spesso vengono percepite come recriminazioni o minacce: anche in questo caso, è frequente e comprensibile che portino ad atti di violenza.» Secondo il linguista, utili per la comunicazione all’interno del matrimonio sono invece figure come la laconicità, cioè la riduzione del discorso all’essenziale soprattutto quando i temi sono frivoli, tetri o di scarso interesse maschile; e la percursio, che consiste nel dare una scorsa rapida ed essenziale a fatti e avvenimenti come le faccende domestiche svolte durante la giornata o gli aggiornamenti sulla vita famigliare. «Gli uomini apprezzano la sintesi», conclude Sciopalamona, «e, soprattutto, apprezzano che dalla cena si passi molto velocemente ad attività più rilassanti come l’intrattenimento video, la degustazione enologica o l’adempimento dei doveri coniugali più dolci.»

7) L’outfit è importante. Sembrerà banale ribadirlo ma, che tu sia nubile o sposata, vestiti sempre con sobrietà quando sei fuori casa, e non indossare tacchi troppo scomodi che potrebbero impedirti di correre in caso di necessità. Le aggressioni da parte di sconosciuti che sfociano in un omicidio sono solo l’1% dei casi in Italia, ma perché rischiare con quelle gonne da zoccola?

L’immagine è la foto di un disegno di Gustaf Tenggren pubblicato in The Fairy Tales of the Brothers Grimm.
* Da qualche settimana frequento il corso di Scrittura umoristica a Belleville. Questo post è nato come esercizio sulla satira.

 

La Signora in Giallo: le infografiche su Jessica Fletcher che tutta Cabot Cove stava aspettando

Successo professionale, abiti sartoriali, occhiali hipster, valigia sempre pronta, una vedovanza portata con disinvoltura e il talento di non farsi mai i fatti suoi: J.B. Fletcher, La Signora in Giallo, è un role model imperituro e inattaccabile per le fanciulle di tutte le epoche, ed è l’icona dell’empowerment da prima che Beyoncé prendesse la licenza elementare. Un giorno dettaglieremo le 10 ragioni per cui la amiamo. Per ora, ecco qualche infografica sul telefilm che dal 1984 restituisce ordine al mondo durante l’ora di pranzo.

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Frasi biglietti auguri matrimoni

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I migliori auguri a una coppia stupenda che probabilmente non rivedrò per altri 6 anni.

Speriamo che con questo dono possiate percepire le altissime aspettative nei confronti del vostro buffet.

Che l’incantesimo del giorno delle vostre nozze finisca meglio di quello del battesimo della piccola Aurora.

Ormai avete tutto ciò che potevate desiderare: perché allora anche quella lista nozze?

Vorrei citare un film d’amore a lieto fine ma non ne conosco.

Auguri di un felice matrimonio. Che l’amore sia il vostro cibo ma contenga pochi carboidrati.

È bello vedervi camminare insieme sulla strada dell’amore. Speriamo abbiate saputo di quel trattore in tangenziale.

Su di voi ricadono con violenza tutti i nostri più sinceri auguri.

Oggi si apre davanti a voi la porta di una nuova vita insieme. Oltre quella porta, se conosco bene la sposa, indosserete sempre le pattine.

Mantenete il contatto visivo.

Partecipiamo alla vostra gioia ma ci esimeremmo volentieri dalla cerimonia.

In questo giorno speciale, per nulla al mondo sarei voluta mancare. Sto mentendo: auguri lo stesso.

Oggi è un giorno bellissimo, ma non per tutti. Per sdebitarvi, ecco il mio IBAN.

Due persone, due vite e un unico grandissimo Chi cazzo è quello che non è mio parente?

Che la passione, l’amore e la stima reciproca rimangano sentimenti di cui avrete sempre memoria.

L’amore non esiste. TROLLOLOLOL.

Che la vostra unione sia più serena e duratura della nostra amicizia, Coso e Cosa.

Oggi inizia una storia che non avrà mai fine. Non sto gufando, viggiuro.

Che l’alba di questo festoso giorno possa essere l’ultima alba che ci tocca vedere per raggiungere un cazzo di matrimonio come il vostro.

Brindiamo al vostro amore e alla vostra gioia. Da casa nostra. Cin!

Ho comprato un vestitino di Max&Co., essere stupenda sarà il mio regalo per voi. Auguroni.

 

Se anche tu detesti i matrimoni, clicca qui per trovare conforto.

 

Foto di Style Me Pretty.

 

Tinder a Milano: ancora qualche infografica

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La Milano dell’online dating: una mappa degli incontri su Tinder

Le fotoprofilo maschili su Tinder

La torta capovolta dei matrimoni su Tinder

Il paracadute delle scuse per fuggire dagli sconosciuti di Tinder

Il funnel dell’online dating

 

Tinder in Italia (cioè a Milano e a Roma)

-> Le infografiche si sono fatte un giro all’Internet Festival di Pisa per l’evento Online dating e altre catastrofi. Un monologo umoristico corredato da un pratico riassunto a colori <3

Gli uomini su Tinder: un pratico riassunto a colori

Swipe swipe swipe
I’m looking for the good time
Swipe swipe swipe
I’m ready for your love

Parliamo di Tinder.

Tinder è l’app per cercare l’amore, se sei una femmina; o per trombare, se sei un maschio o una femmina di Milano. Permette di geolocalizzare tutte le persone disponibili nel raggio di 2, di 30, di 160 km – a seconda di quanto si è disposti a sbattersi per amore.

Su Tinder io sono una foto quadrata, scattata col mio sorriso più ammiccante e con un sapiente gioco di luci: Viola, 33 anni. Ho impostato i miei criteri di ricerca: solo uomini; solo tra i 25 e i 45 anni perché mi piace l’idea che siano prestanti ma m’intriga anche la prospettiva che possano già avere un conto in banca; e solo nel raggio di 5 km, altrimenti troppo sbatty.

Uno dopo l’altro, sul mio telefono appaiono i profili dei maschi disponibili. A Milano, a trascinare foto su Tinder si può andare avanti notti intere: mi piace, non mi piace, mi piace, non mi piace: un’attività degna di dai la cera, togli la cera ma con finalità orizzontali.

Come me, anche gli uomini si presentano con una foto quadrata. Attingono ai ritratti già disponibili nel loro profilo di Facebook, poi scelgono quello che credono li rappresenti al loro meglio. Non hanno molta fantasia, tant’è che possiamo comprenderli tutti in 11 categorie.

 

1 1 uomo mascherato

Le fotoprofilo su Tinder: gli uomini mascherati

1 2 pacco

Le fotoprofilo su Tinder: i pacchi

Gli uomini mascherati: potrebbero somigliare a Brad Pitt nei suoi anni migliori oppure a Giancarlo Magalli oggi – ma non si capisce. Nella prima foto si presentano con una sagoma in controluce, sul mare, al tramonto. Di loro s’intuiscono solo contorni imprecisi. Se c’è una seconda foto, è scattata di notte e indossano la sciarpa, il cappello e gli occhiali da sole. E se ce n’è persino una terza, di loro si scorge un angolo del volto, o un occhio, un sorriso, la barba, oppure il pacco e gli addominali – dettagli molto informativi e utili a escludere Magalli, ma nel dubbio io trascino a sinistra.


Uomini su Tinder: gli sposati

Le fotoprofilo su Tinder: gli elegantoni

Gli elegantoni. Quelli che nella foto sono vestiti da cerimonia. Quando sono troppo eleganti, con la tuba e un bouquet in mano, risulta evidente che la foto sia stata scattata a un matrimonio: il loro. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli sportivi

Le fotoprofilo su Tinder: gli sportivi

Gli sportivi. Si mostrano mentre fanno surf, kitesurf, sci, sci d’acqua, karate, skate, paracadutismo, maratona di New York, Giro d’Italia e arrampicata sull’Everest a mani nude e senza sherpa. Alcuni di questi sono bellocci, a volte sono tentata di scorrerli a destra per scrivergli che la prospettiva a breve termine di aggrapparmi ai loro deltoidi per una notte mi pare abbastanza allettante, anche se meno allettante della prospettiva a lungo termine che ogni weekend si dedichino a una nuova impresa sportiva per veri uomini e mi possano lasciare libera di stare su Facebook sul divano, ma che entrambe le prospettive mi risultano assai poco appetibili se confrontate al rischio a medio termine che una volta, dopo un po’ che ci frequentiamo, mi dicano «Perché sabato mattina non provi anche tu a correre? Se alziamo alle 5 vediamo anche l’alba». Io per prudenza scorro a sinistra.

Uomini su Tinder: gli Shutterstock

Le fotoprofilo su Tinder: gli Shutterstock

Gli Shutterstock. Si tratta di coloro che per illustrare il loro interesse nel BDSM usano foto d’archivio: se va bene le immagini in bianco e nero sono rubate da qualche Tumblr ricercato, se va male fotogrammi del film Cinquanta sfumature. Sinistra.

Uomini su Tinder: i viaggiatori

Le fotoprofilo su Tinder: i viaggiatori

I viaggiatori. Nelle foto si mostrano in Thailandia, in Giappone, in Corea, a Singapore, in Indonesia. È chiaro che a loro piace il fascino orientale, e io sinceramente non me la sento di competere nemmeno a mezzo app. Sinistra.

Uomini su Tinder: i supersocial

Le fotoprofilo su Tinder: i supersocial

I supersocial. Nella foto che dovrebbe presentarli, includono altra gente. Amici, bambini che vengono prontamente indicati come nipotini, celebrità di vario calibro. I migliori dalle loro foto profilo hanno tranciato parti di corpi femminili: nel quadrato restano solo ciocche di capelli, braccia e mani, a farmi presente che se si trattasse di auto molto probabilmente più che sull’usato sicuro starei puntando sul car sharing. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su Tinder: gli hipster / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su TInder: gli hipster / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati artisti

Le fotoprofilo su Tinder: gli artisti

Gli accessoriati, sottocategoria hipster/artisti. Nelle loro foto sfoggiano biciclette, baffi, barbe, cuffie da dj e Converse, oppure si danno un alone poetico e impegnato con una chitarra e una pipa, perché sono dolcemente complicati: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati sboroni

Le fotoprofilo su Tinder: quelli in barca

Gli accessoriati, sottocategoria sboroni: stanno al timone di una barca da 20 metri con le vele spiegate, su una decapottabile d’epoca nella campagna inglese, su un elicottero dai sedili zebrati – sempre, sempre col vento tra i capelli. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 3

Gli accessoriati, sottocategoria bella vita: mostrano un bicchiere di vino/mojito/birra che dovrebbe essere evocativo del loro edonismo, e corredano le proprie consumazioni con pollice alzato à la Arthur Fonzarelli – qualora lo sfondo da discobar non fosse sufficiente a conferire loro lo status di pirla. Ehi: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati amanti degli animali

Le fotoprofilo su Tinder: quelli con i gatti

Gli accessoriati, sottocategoria amanti degli animali: sfruttano la forza attrattiva dei cuccioli sulle fanciulle single brandendo un gattino che casualmente si arrampica sui loro bicipiti, limonando un cucciolo di labrador che accidentalmente solleva la loro maglia e scopre addominali ben cesellati, o sorridendo tronfi nella savana, tra un leone e una tigre mansueti come cricetini. Io chiamo la Protezione Animali: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati pescatori

Le fotoprofilo su Tinder: i pescatori

Infine, i miei preferiti in assoluto: gli accessoriati, sottocategoria pescatori. Si presentano con una foto in cui reggono un merluzzo di due metri ancora sanguinante, orgogliosi. «Mostrano i merluzzi perché Tinder in inglese vuol dire esca», mi ha spiegato un’amica che ne sa. Ah, be’: l’aderenza semantica val bene un merluzzo. Sinistra.

Comunque, e lo specifico ché non si sa mai, due utenti che sono reciprocamente piaciuti e hanno trascinato a destra le loro foto, per utilizzare correttamente Tinder dovrebbero avere una conversazione come quella che segue:

– Ciao, sei figa.
– Grazie, anche tu non sei male.
– Che fai?
– Guardo Un posto al sole.
– Che cosa ne dici di venire da me?
– Solo se sei davvero nel raggio di 5 km.
– Certo, eccoti l’indirizzo.
– Arrivo, e non indosserò le mutande.

Purtroppo questo mondo è carino ma non perfetto, e spesso i due che si sono dichiarati reciproco interesse sessuale con uno swipe si dilungano in chiacchiere. Fanno conoscenza. Ipotizzano di invitarsi per un aperitivo, come se fossimo ancora nel Novecento. E poi? Poi si scambiano i contatti di Whatsapp o peggio ancora di Facebook. Ed è lì, tra un video di gattini e un post sulle scie chimiche, che la passione muore. Per i maschi. Le femmine di Milano vi trombano anche se postate video di scie chimiche a forma di gattini.

Colgo l’occasione per salutare tutti i miei amici di Tinder e per ringraziare le app per i disegnetti con cui ho smanettato, in particolare MocaDeco (non ti swiperei mai a sinistra, tesoro). Il resto delle mie Tinder Experience lo racconterò prima o poi, sul palco coi Democomica.

“Povero cristo”: la prima fanfiction ispirata a Brunori

Brunori fanfictionC’è una forma di narrazione che fino a poco tempo fa non esisteva al di fuori delle nostre teste: il film mentale costruito sulle canzoni d’amore. Se avete avuto 15 anni anche per un solo giorno, sapete di che cosa sto parlando.

Sono io a indossare gli orecchini col simbolo della pace comprati al mercatino dei freak.
Sono io quella con cui avere 4.850 cose in comune, facilissime da individuare.
Sono io ad essere scritta su tutti i muri, e ogni canzone parla di me.
Sono io che in quella foto sorridevo e non guardavo.

Sono io, l’ho sempre saputo e non ve l’ho mai detto perché mi vergognavo della mia frivola propensione al sogno ad occhi aperti.

Ma, diversamente da certi amori delle canzoni, lo stigma sociale non è per sempre: i costumi si evolvono e ciò che un tempo era scandaloso diventa normale. A liberarci da quest’ultima vergogna è arrivata la fanfiction, quel tipo di romanzo rosa in cui a spezzare il cuore e a scaldare le carni della protagonista è un bellone con le sembianze del frontman di qualche boyband. Grazie all’istituzionalizzazione del genere, sono pronta a condividere anch’io quello che fino a qualche mese fa sarebbe rimasto relegato in fondo al mio cuore. Sto parlando della grande storia d’amore col mio sogno erotico degli ultimi anni: il più figo della canzone italiana, Brunori.

Ecco il piano dell’opera secondo i canoni del genere.

CAPITOLO UNO
Frequento Giurisprudenza a Firenze, passo le giornate tra pile di libri sottolineati di rosso e di blu, tra articoli e leggi che tra pochi anni non ricorderò più. Ai miei corsi c’è anche lui, Brunori: coi suoi ricci scuri e gli occhiali grandi, con la sua sigaretta fumata di fretta all’uscita di un bar. Ha fatto ragioneria, si è iscritto a Legge ma dice che non gli piace studiare, vuole solo suonare, vuole bere e fumare. L’ho sempre considerato sexy, ma per non incrinare le consuetudini della narrativa rosa non oso farmi avanti per prima.
Siamo entrambi fuori sede: lui è terrone, io arrivo da una non precisata città del nord. Iniziamo a frequentarci nei chiostri dell’università. Brunori e io passiamo il primo semestre tra canzoni in barrè e stronzate scritte su fogli a quadretti. Nei nostri discorsi, Che Guevara e Pinochet, e un certo Dente, studente emiliano anche lui musicista indie, molto amico del terrone che mi piace. Brunori e io sembriamo perfetti, ma non siamo mai soli. Poi succede: una sera di primavera usciamo, io stretta sotto la gonna, lui sa di tabacco e profumo. Ci baciamo [scena abbastanza hot].
Ma non abbiamo nemmeno vent’anni e in noi prevale la voglia di fare gli splendidi, ci diciamo che un bacio è un errore, non bisogna restarci male, ci vogliamo bene ma è meglio di no. La primavera diventa estate, i ventenni smettono di scrutare il destino in fondo a un caffè e prendono coraggio: c’è l’amore [scena hot]. C’è l’amore che cambia colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino [scena molto hot]. C’è l’amore fino alla fine degli esami: tra fuori sede nemmeno si dichiara che si sta insieme, figurarsi se si fa un piano congiunto per le vacanze. Così, dopo mille canzoni in barrè, Brunori deve andare dai suoi in Calabria. Lo accompagno a Santa Maria Novella: 10 vagoni, 2.000 terroni al binario 3, e dai finestrini lo sguardo d’amore più triste che c’è.

CAPITOLO DUE
Siamo alla fine degli anni Novanta, o forse nei primi anni Zero: i cellulari esistono, ma non è facile ricaricarli né siamo già tutti dipendenti dai messaggini. Durante le vacanze, con Brunori ci sentiamo quando capita. A volte mi chiama da una cabina telefonica a Guardia Piemontese e mi racconta le sue estati su quella spiaggia: quando da piccolo giocava con paletta e secchiello ed in testa un cappello; quando adolescente nelle sere d’estate beveva Peroni e suonava la chitarra tra canne e carne alla brace. A volte sparisce per giorni, nemmeno un sms. Mi convinco che stia sentendo la mia mancanza, ma certe sere rosico un po’. Un pomeriggio mi chiama da casa della sua nonna paterna, Rosa, e mi racconta di come lei, a 20 anni, fosse stata costretta a non sposare il ragazzo che amava: aveva già preparato il corredo e le bomboniere ma lui aveva perso una mano in fabbrica a un mese dal loro matrimonio e la famiglia di lei lo aveva rimpiazzato con un partito migliore. Per il dolore dell’abbandono, il ragazzo era impazzito, e nonna Rosa si sente ancora in colpa per non aver combattuto per il suo amore. Io, romantica e sognante eroina di fanfaction, sento questa confidenza di Brunori come una dichiarazione: anche lui crede che siamo destinati a stare insieme per sempre, che dopo la laurea non ci perderemo e magari lavoreremo nello studio dello stesso notaio – sarebbe un sogno. Non so se Brunori abbia avuto altre storie prima di me. In università? Forse in Calabria, prima di trasferirsi? Mentre il mio cuore e i miei ormoni aspettano il nostro prossimo incontro [scena di autoerotismo], sul finire d’agosto c’è un’estate e un cellulare che muore: il suo. Non lo sento per più di dieci giorni, la gelosia mi tormenta, ma butto la testa tra i libri perché devo tornare a Firenze per gli esami.

CAPITOLO TRE
Settembre inizia e il cellulare di Brunori è ancora spento. Passo da casa dei suoi coinquilini e le persiane sono sbarrate: devono essere ancora tutti in Terronia. Sto per rientrare al mio appartamento quando lo vedo in fondo alla strada: zaino e chitarra in spalla, la barba lunga che sembra che ancora profumi di mare. Quant’è manzo. Il mio cervello è già liquefatto ma cerco di fare la sostenuta: passavo di qui per caso, mica ti cercavo, mica mi ricordavo che se non fossi apparso in questo istante sarebbero passate 1.392,5 ore senza vederci. Sembra felice di incontrarmi, salgo da lui, si scusa per aver perso il telefonino da un pontile [scena hot di ricongiungimento]. Le lezioni ricominciano, i coinquilini di lui ritornano ed è da una serie di battute ascoltate per caso nei chiostri che vengo a saperlo: sulla spiaggia rovente di Guardia a fine agosto Brunori è scivolato tra le braccia del suo primo amore. Pare lo faccia ogni estate, dev’essere una tradizione tipo la festa del paese di cui mi ha parlato. Lo cerco, lo trovo in un’aula e gli faccio una scenata. Ma lui è un maschio di vent’anni: non si scusa e, anzi, non lesina dettagli sul revival col suo primo amore, su loro due stretti sotto la doccia proprio come quando erano ancora al liceo, la paura e la voglia di fare l’amo-o-ore. Tra le lacrime che rigano l’ultima abbronzatura rimasta sul mio viso, lo lascio: non posso perdonarlo per il tradimento e per la sfacciataggine.

CAPITOLO QUATTRO
La mia vita è allo sbando: studio molto, giro alla larga da chiostri e locali indie, sono spesso a zonzo da sola. Una sera d’inizio autunno mi ritrovo sul Ponte Vecchio. Inizia a piovere quando incrocio Dente. Faccio finta di non vederlo, non si può dire che siamo amici, ma lui si avvicina: il temporale è appena iniziato e lui si offre di accompagnarmi verso casa sotto il suo ombrello. Ha le basette molto curate e mi sorride gentile. Chiacchieriamo. Gli sorrido anch’io e insomma, sapete come vanno queste cose: piove troppo forte per continuare a parlare in strada, lo invito a salire da me. In un momento lui decide di avvicinare le labbra al mio viso [scena super hot perché intrisa di vendetta]. Certo, Dente non è soffice come Brunori: ma mi sento abbastanza consolata. La mattina scendiamo al bar ed è lì che la forzatura narrativa ci fa incontrare Brunori: sta rientrando da una serata passata a suonare, capisce tutto di me e Dente e soprattutto capisce di amarmi davvero – alla buon’ora. Piovono recriminazioni da parte di entrambi, litighiamo. Con Dente finisce così: ha le basette curate ma non è un pirla, ha capito che amo soltanto Brunori. Dopo un mesetto il calabrese si fa vivo: mi ha scritto più o meno 3.000 poesie, dice che si sente già un poco meglio, che dopo tutto il dolore è funzionale al tempo. Riprendiamo a frequentarci, sostiene che in quanto a corna siamo pari. Ok, Brunori, siamo pari: ma sono la protagonista egocentrica e volubile di una fanfiction, resterò incazzata con te per almeno altri due volumi della quadrilogia.

CAPITOLO CINQUE
Stiamo insieme e passa un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Siamo giovani e bellissimi, facciamo l’Interrail e l’Erasmus: ci ritroviamo a Berlino a fumare Pall Mall [scena hot di ambientazione crucca], poi a Marsiglia in preda al barbera a mangiare escargot [scena hot al porto]. Siamo due vagabondi innamorati e poveri in canna, una volta rubiamo persino una baguette all’Esselunga [scena hot con la baguette].
In estate Brunori torna sempre dai suoi ma giura di non rivedere mai quellalà. Io ne dubito, litighiamo ogni anno, ma mi faccio forza col pensiero che a breve potremmo mettere su famiglia. E poi un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale… Ci laureiamo e finisce che qualcosa tra noi si spezza, ci lasciamo all’improvviso e senza tante spiegazioni. Mi trasferisco a Milano a fare praticantato mentre lui si sposta a Roma: lavora da un notaio ma è ancora fissato con la musica, continua a provarci nei locali della capitale. Ormai la nostra vita è cambiata, dobbiamo solo arrivare alla fine del mese, prendere lo stipendio e poi badare alle spese, e con quello che rimane programmare le ferie. In una sera d’estate, forse per la nostalgia o per la paura di essere quasi adulti, ci rivediamo a Firenze. I suo capelli si sono un po’ ingrigiti e i bottoni della camicia gli tirano sulla pancia: quando arriva, le sue ascelle sono già pezzate e io non posso fare a meno di considerarlo ancora più sexy di quando studiavamo insieme. Sappiamo che non è una buona idea stare in un bar fino alle 9 di sera, bere Biancosarti, discutere di ferie e lavoro. Lui fa un po’ il figo, con le sue considerazioni sociologiche sull’Ikea e il consumismo: non è cambiato per niente dall’ultima volta che l’ho perdonato. Ci ritroviamo a vedere un Fellini al Cinema Aurora, mangiare pop corn in platea come due ragazzini. Che bella Firenze le sere d’estate, le luci del centro e le nostre risate. Non si cancellano di colpo 6 anni, e abbiamo voglia di girare un altro finale… [scena hot di riconciliazione]. Ci rimettiamo insieme. Funzionerà? Passiamo insieme un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Inizia a portarmi in Calabria: per la prima comunione del nipote, per il primo funerale di un parente, per la festa del paese e la morte del maiale [scena hot un po’ bucolica e un po’ splatter]. Mi diverto a sfogliare Novella 2000 con sua madre. Abbiamo trent’anni, le mie amiche si stanno sposando tutte e io mi reputo fidanzata in casa. In quanto incontentabile protagonista di una fanfiction, mi sento in dovere di rompere l’idillio e soprattutto i coglioni: ho preso un appartamentino arredato bene, con tanto di divano cammellato, e propongo a Brunori un bel lavoro da ragioniere a Milano, nello studio sotto il mio. Poi gli annuncio che è arrivato il momento di sposarci.

CAPITOLO SEI
Lui, impenitente, risponde giammai: gli giuro che se ne pentirà. La sua nonna materna è molto dispiaciuta: è molto all’antica – non come mia nonna Pina che va a cercar marito dalla De Filippi – lei e nonno Bruno hanno passato insieme una vita intera e pensava che anche Brunorino prima o poi avrebbe messo la testa a posto con me. Trovarsi addormentati davanti alla tivù, cercarsi fuori dalla chiesa, andare insieme a fare la spesa: la nonna gliel’ha detto che è quella la felicità. E Brunori? Ha i capelli quasi tutti grigi e si crede ancora un dandy, il cretino. Ha lasciato il lavoro sicuro a Roma e n’è tornato a Guardia per l’ennesima volta, gli auguro quasi che se lo riprenda la sua ex del liceo, quella che si fa più docce della Fenech. Magari chiamo Dente per sapere come sta, altrimenti in questa fanfiction raccontata in prima persona non si tromba più [scena hot ma un po’ annoiata].
Pochi mesi dopo, amici comuni mi raccontano che quellalà del liceo se lo è ripreso davvero. È riuscita a andare a vivere da lui, se l’è sposato in chiesa e poi all’improvviso se n’è andata. Sono incredula: un matrimonio così veloce non s’era visto mai, e ora a Brunori ogni mese tocca pure versare un assegno che a lei, viziata com’è, non basterà. Mi dicono che il pollo si sia straziando, che lacrimi quando trova per casa tracce dei suoi capelli d’oro o un suo paio di calze, che vada persino dai maghi a farsi predire il futuro, che cerchi conforto in droghe e talismani. Un abbandono così feroce non s’era visto mai: in paese mormorano che lui beva così tanto da rischiare di ammazzarsi. È un idiota, ma ho deciso di andare a riprendermelo perché nei romanzi di rosa si fa così: io lo salverò da se stesso e lui mi amerà per sempre – o almeno la pagherà per quella volta in cui ha risposto giammai. Scusa, Dente: mi faccio viva io.

EPILOGO
Ho coronato i miei sogni da protagonista di fanfiction. Alla fine col Brunori ci siamo sposati – addirittura in chiesa, ché con la bionda siamo riusciti a ottenere l’annullamento. Alla fine il dandy s’è piegato e passa le serate sul divano cammellato, davanti a una tivù al plasma che è una soddisfazione; ai suoi piedi il nostro cane, cui abbiamo insegnato a farla sui fogli di giornale. Il ragioniere è proprio il suo mestiere, lo vedo contento il Brunori. Da qualche mese sono in maternità: culliamo un altro figlio. Brunori ha chiuso anche con tutta quella fuffa di molotov, droghe leggere, falce e mirtillo: il più grande adora addormentarsi abbracciato a un armadillo di peluche sulle note di Beyoncé, e dovreste sentire suo padre come gliela canta con amore, altro che velleità indie. Il venerdì sera lasciamo i bimbi a mia nonna Pina, che s’è fidanzata davvero grazie alla De Filippi, e ce ne andiamo a fare i balli di gruppo: col mambo siamo fortissimi.

Ci vediamo il 16 luglio a Villa Arconati, Brunorino❤

Il diagramma di flusso di Masini

Era il 1996. Frequentavo il primo anno di un inquietante liceo femminile che, tra l’altro, aveva il potere di trasformare molte ragazze normali in squilibrate tanto stupide ed egocentriche da non farsi scrupolo di scrivere post così lunghi e arzigogolati da essere illeggibili – destino che, grazie al cielo, non mi è toccato in sorte.

Avevo 14 anni e tessere relazioni con l’altro sesso era pressoché impossibile. Potevo solo sognare. L’ispirazione ai miei sogni la trovavo davanti alla tv (dove, già alla sigla di Baywatch, producevo bava ed emanavo feromoni con la regolare intermittenza di un deodorante per ambiente) e nei negozi di dischi. Un giorno, un CD attirò la mia attenzione: in copertina, il pugno di un uomo con al polso una bandana; il pugno dell’uomo stringeva forte una rosa rossa. So che avete già capito di quale CD si tratta, sono certa sia stato importante anche per voi: era L’amore sia con te, il greatest hits di Marco Masini.

Fino a quel momento, con le cassette degli 883 avevo sognato storie nate nelle romantiche atmosfere di un discopub. Ma ormai ero cresciuta: Masini, col suo pugno con la bandana, spazzò via quelle fantasie infantili e mi mise di fronte alla realtà, ai problemi e alle dinamiche delle relazioni adulte. Scattò subito l’identificazione con la controparte femminile dei suoi pezzi. Come sarebbe stata la mia vita se avessi incontrato un tipo come Masini? Iniziai a pianificare tutto. E ora vi invito a seguirmi in questo flashback nella mia mente negli anni Novanta.

Allora. Ho 14 anni, sogno di incontrare Masini durante la mia gita scolastica a Firenze, la sua città. A volte, quando sono in vena di scene sdolcinate, sposto la location sul lungomare di Follonica, o di Cecina. Una volta incontrati, le ipotesi contemplate sono soltanto due: io gli piaccio ma lui non mi piace (perché scopro con orrore che è alto un metro e una hohaholahonlahannuccia, ad esempio) oppure io gli piaccio e lui mi piace.

Nel primo caso, gli piaccio e non mi piace, capisco subito che il Masini può non prenderla bene. Perché dalle sue canzoni lo immagino da sempre un po’ rancoroso, oltre che basso. Lui cerca subito di conquistarmi con liriche romanticissime, tipo quelle che aprono il suo CD: Quando tu tra mille anni non sarai più così bella – romanticissime ma rancorose, lo sentite come son pervase di bile? Poi, dopo i miei rifiuti, il Marco si dedica a un pressante stalking, mettendo le radici là sotto casa mia e, fin che c’è la mia luce, non se ne va via.

Da quella situazione difficile posso uscire solo friendzonandolo con mosse di precisione degne di un karateka e trasformando la sua ossessione per me in una cara amicizia. Il Marco, che mica è rancoroso, la prende benissimo: mi augura d’innamorarmi di un bastardo che mi dica bugie, mi faccia piangere mentre lavo i piatti e sparisca gettandomi nel panico al primo ritardo del ciclo. Godendo come un riccio delle mie sfighe ma ben calato nel ruolo dell’amicone, il Marco si propone poi come la spalla ove posso trovare sostegno una volta ingravidata: mi chiama Cenerentola Innamorata e si offre di accompagnarmi in ospedale per decidere il destino del frutto che porto in grembo e che, nel tipico rigurgito cattocomunista che caratterizza la poetica masiniana, si rivelerà essere un frutto che sceglierò di tenere e crescere e che mi escluderà per sempre dalla categoria delle donne trombabili – ché negli anni Novanta ancora le MILF non erano state categorizzate, e sapete come funziona: se non c’è una parola per descriverle, le cose non esistono. Figuratevi se possono essere scopate.

Non una prospettiva molto rosea, per una 14enne. Per rassicurarmi, riavvolgevo il nastro della mia fantasia. Torniamo nel flashback.

Dunque. Incontro Masini, gli piaccio e mi piace, ché ho solo 14 anni ma sono sveglia e ho già capito che devo far poco la schizzinosa con quelli alti un metro e una fava. Iniziamo a uscire insieme e posso scegliere la mia linea di condotta: se fare la ragazza poco seria (come la maggior parte delle contemporanee, quelle che ti toccano il sedere dandoti del tu) o la ragazza seria (tipologia di cui restano solo tre esemplari al mondo: due si fanno suore e io sono quella destinata al Masini). Ma tutto sommato non importa: seria o no, presto o tardi cedo e gli apro il mio cuore.

Io e il Masini ci mettiamo insieme. Ma siamo in un periodaccio, storicamente parlando: l’eroina è ovunque. Quindi, una volta fidanzatici, il nostro destino è chiaro: o si droga lui o mi drogo io. Nel primo caso, lo pianto perché io tutto sommato sono una ragazza seria, ma lui ormai s’è incapricciato, mi vuole fortissimamente ed esce di senno. È disperato. Mi si paventa davanti un Masini fuori di sé, con ancora l’ago conficcato nel braccio, che minaccia cose sconclusionate come innaffiare il muro con il suo veleno, azione che all’epoca mi sembrava drammaticamente intensa ma che, col senno di poi, credo sia riconducibile all’atto di pisciare contro i muri da strafatti.

Nel secondo caso, sono io, con le mie mani da violino, io, come una rosa da giardino, io a entrare nel tunnel della droga. E lui fa il figo, fa quello che cerca di salvarmi in un crescendo che culmina col verso Io non ti lascio in questo nostro Vietnam, anima mia, come la gente che lascia che sia. Tre strofe in cui sembra il Batman della Maremma, poi si tira indietro: oh, se tu volessi vivere io non ti lascerei, però, ecco, insomma, cazzi tuoi. E il domani diventa mai – per me, mica per lui, figlio di una buona donna.

Non era di nuovo una bella prospettiva per una fanciulla colla licenza media ancora fresca.

Ma avevo appunto 14 anni, ero piena di speranze. Mi piaceva pensare che io e il Marco potessimo metterci insieme ed essere così fortunati da non finire come Christiane F. nello zoo di Berlino. Ma, ehi: le mie fantasie si svolgevano comunque all’interno della splendida cornice del suo greatest hits! E se ci salviamo dalla droga (magari perché viviamo in una zona della toscana non raggiunta dallo spaccio, vai a sapere), davanti al nostro amore si aprono altre due ipotesi: che io sia vittima d’incesto o che io sia una prostituta.

Nel primo caso, dopo una vita trascorsa a subire abusi famigliari, vengo portata in salvo da uno che mi chiama Principessa e che all’apice del suo eroismo mi offre il caldo di una stanza e un piatto al giorno (ma solo uno) di sperata speranza – ve’ che fortuna.

Nel secondo caso, quello del meretricio, ci sono due sottocategorie. Nella prima sono una zoccola, ma solo in senso lato: quando il Marco mi dice che una casa e un lavoro non ce l’ha e mi incita ad adarmene con un altro che potrebbe mantenermi, cantandomi Vai con lui col quel suo stile rancoroso, io che stupida non sono (ma forse un po’ troia sì), mi rivesto e vado da quell’altro a chiedergli la carta di credito.

Nel secondo sottocaso, sono una prostituta in senso professionale, bella come un ramo di ciliegio. Una prostituta di cui il Marco s’è perdutamente innamorato, arrivando a supplicarmi di rinunciare alla carriera (per altro avviata ad alti livelli, visto che lo stesso Masini nota le tante Ferrari su cui poggio il culo). Rancoroso per il mio diniego, il Marco arriva a rivolgermisi in termini di Bella Stronza. La tensione qui sfocia in percosse, in un intervento della polizia e in minacce di strupro da parte sua, tutti atti che nelle canzoni restano buonisticamente in sospeso ma che, nella cornice di un disco di Masini, portano certamente a qualcosa che può compromettere per sempre il mio successo, come una malattia venerea caratterizzata da pustole putrescenti su ogni parte del mio corpo o una gravidanza plurigemellare portatrice di smagliature lunghe come la circonferenza terrestre che mi escluderebbe per sempre dalla categoria delle ragazze carine – figurarsi da quella delle escort di un certo livello.

Che poi, se ci pensate, quest’ultima conclusione è la stessa cui sarei arrivata se il Marco non mi fosse mai piaciuto. E allora te lo dico con la mia disperazione, caro mio peggior nemico travestito da santone: Masini, vaffanculo.

Il diagramma di flusso di Masini

Il diagramma di flusso di Masini