Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

A un certo punto nella mia vita arrivò il comunismo. O, meglio, il comunismo. Citato sempre a bassa voce, in modo affettato, come se fosse qualcosa di tanto pericoloso da essere innominabile tra le mure di casa: forse poteva propagarsi per via area, alla stregua di un raffreddore contagiosissimo, o forse era prudente che i vicini non ci sentissero pronunciare una parola tanto rischiosa.

Arrivò attorno al 1993, quando iniziai le scuole medie. I miei genitori erano stati avvertiti che se avessi scelto la classe che prevedeva l’insegnamento dell’inglese e del francese avrei dovuto rinunciare all’italiano: Parlantini, il professore di Lettere, Storia e Geografia, non era solito dare compiti, non assegnava lezioni, non suggeriva letture, non organizzava verifiche né interrogazioni fatta eccezione per un tema una volta l’anno, giusto per avere almeno un voto da scrivere in pagella. Accettammo il rischio dell’insegnante lassista perché si mormorava che Parlantini sarebbe stato presto trasferito e perché io volevo studiare le lingue; nella peggiore delle ipotesi, dicevano i miei, avrei preso ripetizioni di Lettere alle superiori.

Quando lo vidi entrare in classe per la prima volta, Parlantini aveva cinquant’anni appena compiuti. Era basso, sovrappeso, col riportino sudato appiccicato da un lato all’altro della fronte, una disordinata barba grigia e grandi occhiali dalle lenti spesse e convesse che rendevano i suoi bulbi oculari due palle rotanti giallastre. Indossava sempre un paio di jeans consumati sulle ginocchia, una camicia a quadri e un maglione con le toppe sui gomiti. Parlantini scioperava ogni volta in cui ne avesse l’occasione e, quando non lo faceva, entrava in classe avvolto da una nuvola di tabacco citando Woody Allen e quella settimana che avrebbe vissuto in più se avesse deciso di smettere di fumare – settimana durante la quale avrebbe piovuto a dirotto, rideva. Poi iniziava a raccontare senza requie i fatti suoi a noi preadolescenti.

Le ore di Geografia venivano coperte dalla visione delle diapositive delle vacanze in camper di Parlantini, che per decenni aveva trascorso le estati in giro per l’Europa con le sue prime due o tre mogli e i suoi amici. Potevamo commentare e fare domande, ma non scoprimmo mai clima, industrie, orografia, idrografia, usi e costumi delle aree extraeuropee non raggiunte dalla sua casa mobile e dalla sua macchina fotografica.

Le ore di Lettere e Storia si confondevano, ci veniva richiesto solo di dimostrare la nostra capacità di ascolto: Parlantini mescolava aneddoti e ricordi personali del ’68, storie di famiglia dal secondo dopoguerra, riflessioni sul cinema d’autore e riferimenti alla cronaca e alla televisione. Furono questi ultimi a diventare protagonisti delle sue lezioni quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo e divenne il nemico numero uno del prof Parlantini.

«Comunista», biascicavano in casa mia ogni volta che riferivo i contenuti di quelle apostrofi contro il Cavaliere.

«Comunista», mormoravano tra i denti i miei genitori quando riportavo loro che il prof aveva intimato a tutti noi dodicenni a non votare Forza Italia.

«Comunista», sentenziarono la volta in cui riferii che Parlantini ci aveva suggerito di acquistare le vhs di alcuni classici del cinema vendute il sabato con il quotidiano l’Unità.

«Comunista», definirono anche me dopo qualche mese, quando convinta dal cineforum pomeridiano organizzato da Parlantini acquistai coi miei risparmi le videocassette dell’Unità e le nascosi in fondo allo zaino, sotto ai libri di scuola, come avrebbe fatto qualsiasi mio coetaneo più sveglio con dei film porno o della droga.

Parlantini non era l’unico comunista del corpo docente.

Lo erano le insegnanti di Francese e di Matematica, sue storiche tresche, ora decadute e rimpiazzate da un nuovo parco-amanti di cui faceva parte anche la diciannovenne albanese che lavorava come cameriera nel bar sotto la scuola con cui il prof non si faceva remore a pomiciare tra i tavoli e tra gli sguardi attoniti delle nostre accompagnatrici, mogli e madri irreprensibili o comunque democristiane, e di noi verginelli; fu nel periodo successivo all’avvento di quella barista che tra i maschi della classe si iniziò a parlare con una certa competenza di autoerotismo.

Lo era anche la prof di Scienze, una coraggiosa femminista che si avventurò nei perigliosi territori dell’educazione sessuale e che, in base alla sua esperienza personale, ci consigliò di non farci legare come salami senza usare una safeword e, soprattutto, di non praticare sesso anale.

Lo era il prof di Educazione Fisica che citava Paolo Pietrangeli più di Jesse Owens, ci impartiva sessioni di training autogeno e si preoccupava anche lui dei nostri sfinteri, suggerendoci con passione di defecare chini, all’aria aperta, o con uno sgabello sotto i piedi se troppo smidollati per rinunciare alla comodità borghese di un water tra le mura domestiche.

E lo era il prof di Educazione Tecnica che per un triennio trascurò righelli, squadrette e proiezioni ortogonali per spiegarci con fervore la rivoluzione industriale e la lotta di classe, senza mai lesinare drammatiche prospettive di stigma sociale alle allieve meno preparate su spolette volanti, telai Jacquard, Marx e Engels.

«Se non studiate queste cose potrete fare solo le parrucchiere» era la minaccia ricorrente che lasciava indifferenti le compagne impreparate e che faceva disperare l’alunna la cui madre era diventata parrucchiera più per un’improvvisa vedovanza che per lo scarso impegno profuso nello studio dell’industria tessile moderna. Insieme alla parrucchiera, v’era anche una figura professionale maschile che il corpo docente di quella scuola media aborriva: il meccanico. Se durante il cineforum qualche alunna osava confrontare i pallosissimi film in programma con i capolavori della più recente cinematografia come Top Gun e Pretty Woman, Parlantini sbottava e finiva per illustrare la sua teoria volta a dimostrare che attori come James Stewart e Humphrey Bogart erano veri esempi di bellezza maschile, mentre Tom Cruise e Richard Gere non lo erano affatto. Secondo questa teoria, sarebbe stato necessario far indossare a tutti e quattro una tuta da meccanico sporca di grasso: così conciati, secondo Parlantini gli ultimi due sarebbero passati inosservati tra un copertone e un ponte di sollevamento, mentre Stewart e Bogart avrebbero comunque steso col loro fascino qualsiasi donna con problemi al motore. Ogni tanto riflettevo su questa teoria: e sfogliando le foto degli attori televisivi seminudi sulle pagine di Cioè giungevo alla conclusione che con la tuta da meccanico sporca di grasso sarebbero stati boni tutti. L’autoerotismo, in quegli anni, non riguardava soltanto i maschi della classe.

Durante i colloqui con le famiglie del primo anno, Parlantini doveva aver intuito le posizioni politiche dei miei genitori. Ma fu solo nel 1994 che divenne come uno squalo in grado di fiutare il sangue: Parlantini sentiva che i miei genitori avrebbero votato Berlusconi e da quel momento si accanì contro di me così come si poteva accanire un insegnante cui mancavano i tradizionali strumenti di cui il corpo docente dispone per esprimere la propria antipatia nei confronti degli allievi: le interrogazioni e i compiti in classe.

Iniziò a riprendermi se durante un suo j’accuse contro l’ultimo intervento di Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show mi sorprendeva annoiata a cincischiare con una gomma sul banco, e prese a richiamarmi se non davo segno di aver guardato Blob la sera precedente – programma cui, in sincerità, spesso preferivo i bagnini al rallentatore di Baywatch e il Karaoke di Fiorello, in onda nella stessa fascia oraria.

Non tutti hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti era il titolo di un film dell’epoca che non avevo visto, ma era anche una frase che mi girava in testa spesso: forse, se li avessi avuti, mi sarei schivata tante noie. La mia unica fortuna era avere come compagna di banco una ragazzina di famiglia comunista, che se non era ferrata sul tema che suscitava l’indignazione del giorno di Parlantini riusciva comunque a sostenerne le invettive con sapienti inserimenti di «Incredibile!», «Complotto!», «Solo lei, prof, ci dice quello che i telegiornali di regime non ci dicono!!» e «Tutti devono saperlo, facciamo girare!!!11!1» che avrebbero precorso i tempi.

Parlantini riuscì però a sfruttare il suo unico mezzo di ritorsione nei miei confronti: l’incontro con le famiglie per l’orientamento degli studenti alla scelta della scuola superiore. Considerato il contesto svantaggiato da cui provenivo, cioè la famiglia berlusconiana che mi sottoponeva al consumo di tv commerciale e ad altre analoghe angherie socioculturali, al terzo anno invitò i miei genitori a affidare la mia istruzione superiore a un istituto tecnico senza pretese nella speranza che io potessi trovare un lavoretto altrettanto privo di velleità anche se non fossi riuscita a terminare gli studi, cosa a suo parere molto probabile, visto che mi piaceva Fiorello e che non ribaltavo il banco in preda alla rabbia per i raduni Pontida che venivano da lui descritti e commentati in classe.

«Ma la figliola ha ottimi voti in tutte le materie, cribbio», reagì mio padre con un’argomentazione valida ma un’imprecazione assai imprudente.

«Non tutti devono ambire ai licei e all’università», replicò Parlantini.

«Anche il berlusconiano vuole il figlio dottore. E pensa che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, Parlantini» commentò a voce alta il prof di ginnastica dal bagno dove era accucciato.

«A nessuno importa che io voglia iscrivermi al liceo linguistico?», mi permisi di intervenire.

«Non te ne pentirai», mi sostenne la prof di Inglese, che non era passata dal letto di Parlantini nemmeno nella confusione del ’68 e che non rendeva noto che cosa votasse alle urne, ma che sul registro mi metteva sempre A.

Quando passai l’esame di terza media ero tormentata dall’idea che il ricordo di Parlantini mi avrebbe perseguitata per sempre. Temevo che mi sarebbe apparso in sogno intimandomi di non votare Forza Italia o costringendomi a rivedere all’infinito Tempi Moderni e La corazzata Potëmkin, ero spaventata dall’idea che avrei udito il mio cognome gridato dalla sua voce ogni volta che mi sarei trovata a giocherellare con una gomma mentre qualche mitomane mostrava le diapositive delle sue vacanze in un contesto inopportuno. Con sollievo, un giorno alle superiori mi accorsi che mi ero scordata del prof. E solo molti anni dopo venni a scoprire che una rivolta dei genitori contro il suo bizzarro metodo di insegnamento lo aveva finalmente portato al trasferimento in un altro istituto, in un quartiere non lontano dal mio. Ogni volta che passavo da quelle parti speravo di incontrarlo per avere l’occasione di sfoggiare la dialettica appresa alle scuole alte che mi ero incaponita a frequentare, per notificargli quanto lo avevo detestato per avermi precluso le gioie dell’analisi logica e grammaticale, per confermargli con la saggezza e l’esperienza di una donna adulta che con la tuta la meccanico non v’è maschio della nostra specie che non diventi trombabile e per fargli sapere che comunque, alla fine, Berlusconi non lo avevo mai votato, ma non feci in tempo: Parlantini morì di cancro ai polmoni prima di compiere sessant’anni. Se avesse smesso di fumare negli anni Novanta, quando andava tanto orgoglioso del suo vizio, forse avrebbe vissuto una settimana in più: ma in quella settimana gli avrei rotto i coglioni.

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Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

Il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini sa che gli ospiti hanno sempre ragione.


12 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi ringraziamo per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci siamo permessi di riservarvi un’intera suite in cui troverete, per il Vostro miglior riposo, una cuccia in vimini intrecciato lilla con un cuscino ricamato a mano e imbottitura in piumetta d’oca; una seconda cuccia in vimini naturale corredata di soffici coperte in lana vergine tinta a mano; e, per il Vostro sollazzo e le vostre scorribande, un divano in tessuto a tre posti con ampia penisola interamente grattabile.

La suite dispone di una cucina privata, ove il nostro Staff sarà lieto di servirvi pietanze umide e secche ogni mattina e ogni sera, e di due ampi balconi abbelliti da vasi di vivace erba gatta.

Le Vostre toilette si trovano sul balcone a Est: sono accessibili tramite una gattaiola basculante e, poiché dotate di tettoie, garantiscono un utilizzo confortevole anche in caso di maltempo.

Con la speranza di soddisfare i Vostri gusti personali e con l’intento di rendere la Vostra permanenza sempre piacevole e mai noiosa, abbiamo predisposto nella suite anche una colonnina tiragraffi in corda circondata da una selezione di pupazzi a forma di topo progettati da designer di fama internazionale e realizzati a mano con tessuti pregiati e composti naturali dai più abili artigiani della nostra zona.

Vi preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi necessità.

Con sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


13 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi rinnoviamo la nostra gratitudine per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci scusiamo se durante la Vostra prima notte come nostre ospiti l’allestimento della suite non si è rivelato all’altezza delle Vostre aspettative e Vi ringraziamo per la segnalazione a mezzo pisciatine nelle cucce che ci ha permesso di prendere atto dell’inadeguatezza degli stessi alloggiamenti.

Come da Voi giustamente notato, il vimini, la piumetta e la lana vergine possono risultare inefficienti per un buon riposo, soprattutto se messi a confronto con l’eccellenza di una cassetta per la frutta in cartone che, da Voi individuata sulla sommità del frigorifero presente nella suite, ha invece incontrato la Vostra preferenza per il relax e il sonno.

Vi preghiamo di nuovo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale ulteriore problema.

Con vera sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


14 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

onorati di averla come ospite, vogliamo esprimerle la nostra riconoscenza per la segnalazione che ci ha inviato a mezzo pisciatina sui cuscini del divano.

Mortificati per non aver saputo anticipare la Sua esigenza di un maggiore spazio utile allo svolgersi della Sua attività fisica, le porgiamo le scuse del nostro arredatore che aveva stoltamente optato per complementi ingombranti e opprimenti. Le vogliamo anche comunicare che abbiamo provveduto a rimuovere i cuscini.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione per raccogliere qualsiasi Sua ulteriore critica.

Con vibrante sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


20 settembre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

lusingati di poterla annoverare tra i nostri clienti, siamo orgogliosi di poterle annunciare che abbiamo provveduto alla produzione di dieci palline in carta stagnola come quella da Lei sottratta al bidone dell’immondizia e tanto apprezzata per il Suo intrattenimento ludico e motorio: le palline Le vengono recapitate nella busta allegata a questo messaggio.

Con l’occasione, ci auspichiamo vorrà accettare le nostre più sentite scuse per averle sottoposto una selezione di pupazzi che sembravano irridere le sembianze degli appartenenti alla minoranza dei topolini di campagna e che, per questo, hanno turbato il Suo senso etico, La hanno offesa e La hanno indotta a pensare che l’Hotel e il suo Staff non disponessero di una sensibilità affine alla Sua.

Vorremmo anche notificarle che, grazie alla Sua segnalazione a mezzo lancio dei suddetti irrispettosi pupazzi dai balconi, l’Hotel ha provveduto a interrompere ogni collaborazione con i designer di fama internazionale che avevano curato la progettazione di quei finti roditori campestri (a loro dire, caricaturizzati “con intento ironico”) e abbiamo provveduto a distruggere gli esemplari in nostro possesso in modo che non potessero indurre turbamenti né presso altri ospiti della nostra struttura né altrove. Gli artigiani locali che hanno contribuito alla produzione di tali oscenità si uniscono alle nostre scuse nei confronti Suoi, dei Gattini che come Lei scelgono l’intrattenimento etico e consapevole e naturalmente dei Roditori tutti.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione qualora Le dovesse nuovamente accadere di non sentirsi del tutto a Suo agio nei nostri ambienti.

Con viva sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


28 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

sempre lieti di averla tra i nostri ospiti, La ringraziamo per la segnalazione che ci ha cortesemente inviato a mezzo pisciatina nel corridoio e che ha permesso al nostro personale di individuare e risolvere la condizione di pulizia della sua toilette. Ci duole ammetterlo, ma nella giornata odierna era ben al di sotto degli standard a noi abituali.

Con la presente vogliamo informarla che l’Hotel ha tempestivamente provveduto, oltre che al ripristino della freschezza della Sua sabbietta, anche all’estromissione dal proprio Staff dell’inserviente incaricato al cambio e alla manutenzione della lettiera in questione, ora sostituito da un collega di comprovata esperienza e serietà.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione e di non esitare a portare alla nostra attenzione mancanze gravi come quella in oggetto.

Con sottomessa sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


5 ottobre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

eternamente grati di averla come ospite, ci vorremmo complimentare con Lei per la scelta di aver ripetutamente sostato con entrambe le Sue chiappe su tutti i vasi di erba gatta che erano stati installati a scopo decorativo sui balconi della sua suite.

I rigogliosi ciuffetti di erba erano di effettivo ingombro alla Sua visuale dai balconi, e questi ultimi mancavano di un comodo e morbido punto d’appoggio da cui godere del panorama.

Come con Lei accordato a voce, confermiamo per iscritto che ci riserviamo di mantenere nella posizione attuale i vasi che Le risultano assai comodi e Le garantiamo che non provvederemo a ulteriori interventi di innaffiatura.

Anche in questa occasione, La invitiamo a considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua disposizione per chiarire possibili equivoci come quello relativo alle verzure.

Con inestinguibile sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


9 ottobre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

siete tra le nostre migliori e più gradite ospiti.

Apprendiamo quindi con costernazione che due novità introdotte nel menù dal nostro Chef col variare della stagione e della disponibilità degli ingredienti non si sono rivelate di Vostro gradimento. I nuovi croccantini Junior, sbavati e poi sputati nella ciotola dalla Signorina Anselmina durante la cena di ieri, e i nuovi bocconcini ricchi di cereali, ignorati dalla Signorina Patricia nel corso della colazione odierna, saranno quindi eliminati dal menù. Lo Chef si cosparge il capo di cenere per non aver avuto già pronte in cucina portate sostitutive in entrambe le occasioni e si impegna a far sì che una situazione tanto incresciosa non possa ripetersi mai più.

Pur consapevoli dei ripetuti disguidi che si sono verificati in questo primo periodo della Vostra permanenza, Vi preghiamo di voler comunque considerare l’impegno e la dedizione dell’Hotel e del suo Staff nei confronti dei propri ospiti e di non indugiare né a portare alla nostra attenzione inefficienze da risolvere né a suggerire potenziali migliorie che sarà sempre nostra cura portare a compimento nei più brevi tempi possibili.

Con tutta la nostra devota sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

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Le gattine Patty e Selma si rilassano nella loro cassetta della frutta preferita.

Le infografiche di Natale

8 infografiche sul Natale illustrano i drammi tipici delle feste: Babbo Natale esiste davvero? Quante probabilità ci sono che al cenone ti chiedano se sei single o quando ti sposi? E poi: pandoro o panettone? A Natale si torna a casa per l’affetto nei confronti dei parenti, per la busta coi soldi o per rivedere il cane? E alla festa aziendale si va per non essere licenziati o per sbronzarsi? Chi è il vero eroe dei mercatini di Natale? Come simulare entusiasmo quando si scartano regali orribili? E, infine: quante possibilità ci sono di sopravvivere a un altro Natale? 

L'esistenza di Babbo Natale

Il quadrato semiotico sull’esistenza di Babbo Natale

 

La legge di Godwin del Natale

La legge di Godwin del Natale

 

Natale: pandoro o panettone?

Natale: pandoro o panettone?

 

Le ragioni per tornare a casa a Natale

Le ragioni per tornare a casa a Natale

 

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

 

Il badge dell'eroe dei mercatini di Natale

Il badge dell’eroe dei mercatini di Natale

 

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

 

Possibilità di sopravvivere al Natale

Possibilità di sopravvivere al Natale

Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.

Lo zenzero candito dà dipendenza

zenzero candito

Ciao, mi chiamo Viola e non mangio zenzero candito da 3 settimane e 2 giorni.

Tutto cominciò durante un laboratorio di teatro.
Non per giustificarmi, ma in quel periodo ero in una fase di sperimentazione emotiva e sensoriale: avevo solo 34 anni.
Qualcuno era giù di voce, qualcun altro estrasse un sacchettino e disse «Prova lo zenzero candito.»
Eravamo tutti un po’ curiosi. Cioè, a dire il vero io all’inizio ero anche un po’ scettica perché dei miracoli dello zenzero per la salute si parlava troppo sui giornali in quel periodo: la radice aveva oltrepassato il confine dei biscotti Ikea, dei ristoranti giapponesi e delle canzoni natalizie di Elio per Radio Deejay. Si diceva che facesse bene per la gola, per il metabolismo, per il colesterolo, per tutto.
Ma mi piacque, quella volta, lo zenzero candito. Sentivo che mi scendeva in gola e mi faceva stare bene.

Se qualcuno non lo avesse ancora provato, ci terrei a spiegare di che cosa si tratta.
Lo zenzero candito può avere diverse forme. Si può trattare di brandelli della radice, allungati e irregolari, oppure di pezzettini regolari, cubici, piccolini. Oltre al taglio, può cambiare il livello di canditura: può essere semplice, come quello dei pezzetti di frutta che si trovano nei panettoni; con uno strato esterno leggero di granelli di zucchero; oppure con uno strato abbondante di granelli grossi e dolcissimi che sembrano gridare «Picco gliceeemicooo!».
Può cambiare anche la consistenza della radice: può essere secca, spessa, sottile, morbida, succosa.
Quello che non cambia mai è la mia salivazione quando penso allo zenzero candito, o quando ne parlo, come in questo momento (sbav).

Il mio preferito è quello a brandelli irregolari, morbido, spesso, ben idratato, con tanto zucchero in superficie.
Mi piace affondarvi gli incisivi, strapparne un pezzetto, sentire lo zucchero che si scioglie sulla mia lingua. E poi masticarlo, lentamente, mentre sprigiona tutto il suo potere. Mentre brucia.
Lo zenzero candito è un incendio tra le papille e il palato, è una sfera di fuoco scagliata a velocità supersonica verso tonsille, ugola e gola. Il calore che sprigiona sale agli occhi, alle orecchie, arriva fino al cervello ed è lì che vi possiede.
Forse non lo sapete, ma prima ancora di inghiottire il vostro primo assaggio ne vorrete ancora.

A me accadde proprio così. Ero debole la prima volta che mi venne offerto.
E dopo quel laboratorio di teatro continuai a pensarci.
Cercai di procurarmelo da sola. Prima dal mio fruttarolo: 6€ per un sacchettino, finito nell’arco di un fine settimana. Poi al supermercato: 6€ per una vaschettina, finita in due giorni. Quello del supermercato me lo ricordo ancora: zuccheroso, gommoso, bollente. Mi faceva fare rutti straordinari, mi faceva sentire viva.
Ne volevo sempre di più.

Era quasi Natale, e quando andai a trovare mia madre a Genova lo comprai lì: i prezzi erano convenienti rispetto a Milano.
Mia madre lo provò e le piacque. Mi sentii come uno spacciatore col suo primo cliente: «Ti piace questa roba, eh, vecchiaccia?»
Quel giorno stesso ne comprammo altro. Pensavamo di prenderne due dosi per entrambe ma le feste di Natale erano imminenti: ci dicemmo che avremmo voluto condividerlo coi parenti che sarebbero venuti a pranzo da noi. In realtà, entrambe sapevamo benissimo che avevamo solo paura di restare senza. Esagerammo con le quantità.
«Dopo questo, basta», ammonì mia madre.
Annuii. Aveva ragione, stava diventando un vizio.

Fu proprio nelle feste, dopo un pranzo troppo pesante, che mi lasciai sopraffare da quell’abbondanza di zenzero a mia disposizione. Ne presi un pezzettino per digerire. Poi un altro e un altro ancora. Ne finii un sacchetto: ero in fiamme, ero felice come non lo ero mai stata in tutta la mia vita.

Quella sera provai uno strano mal di testa, un dolore preciso, dentro la fronte, in mezzo agli occhi. Un dolore mai provato prima. Pensai a un raffreddore, a un colpo di freddo, a un’indigestione e a un principio di ictus. Crollai addormentata e dormii per 12 ore filate, immobile. Al risveglio il mal di testa era svanito. Mi domandai quale potesse essere stata la causa.

Stavo facendo la valigia per rientrare a Milano quando mia madre apparve sulla soglia della stanza con due sacchettini di zenzero candito.
«Dopo questi, basta», dichiarò con aria severa. Era giusto.

Arrivata a Milano non feci in tempo a disfare il bagaglio che già mi ero avventata sui sacchettini di zenzero. Li ingollai uno dopo l’altro, senza fermarmi, senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sembrò di essere di nuovo felice, felice, felice.
Poi, il mal di testa, quello strano mal di testa. Pensai all’influenza, all’ictus. Ipotizzai di aver contratto una meningite fulminante in viaggio, ma dentro di me già conoscevo la verità: lo zenzero candito mi faceva stare male.
Fu allora che compresi di avere un problema. E sapete che cosa si dice, no? Che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo.

Da allora lo zenzero candito l’ho comprato poche volte, ho cercato di smettere. Ne ho mangiato qualche pezzettino a fine gennaio perché ero un po’ triste. Ho dato qualche morsino un sabato d’inizio febbraio proprio perché era sabato, così.

Ma ora sono 3 settimane e 2 giorni che non lo tocco.
Non avevo mai resistito così tanto.
Sono fiera di me e spero che la mia storia possa essere di aiuto anche a voi che state cercando di uscirne.

[Foto di: boh, internet]