Marie Antoinette

Mi è piaciuto Marie Antoniette, e mi sono sentita in colpa.

Mi sono sentita in colpa per via del pregiudizio che accompagna ogni mia visione dei film di Sofia Coppola: fosse figlia di Francis, e beneficiasse della sua produzione, pure la mia alce di peluche dell’IKEA sarebbe in grado di sfornare film da diffondere nel mondo come polline a primavera.

Il pregiudizio mi teneva la mano mentre inserivo nel lettore Lost in Translation, due anni fa. Ma sarà stata la faccia di Bill Murray. Sarà stata la totale identificazione con la biondina col sedere grosso, un po’ secchiona e sperduta in una città in cui non riusciva a portare a termine neppure una telefonata che le concedesse un po’ di calore umano. Sarà stato il making of, in cui Sofia sembrava così preparata e professionale… Ho amato Lost in Translation e la sua sceneggiatura scarna, i suoi silenzi, i gesti a vuoto di quei personaggi costretti a riempiere il loro tempo libero e non desiderato.

Il mio pregiudizio se ne stava seduto sulle mie spalle un anno fa, quando ho fatto ingoiare al mio pc Il Giardino delle Vergini Suicide. Il libro di Jeoffrey Eugenides, da cui il film è tratto, era stata una mia apprezzata lettura proprio ai tempi della visione di Lost In Translation. Le trasposizioni libro-film spesso delutono i lettori, costretti ad essere spettatori di fantasie visive che non appartengono loro, ma non è questo il caso delle Vergini di Sofia, girate con la stessa leggerezza della penna di Eugenides. Le immagini sullo schermo coincidevano perfettamente con quelle che si erano fomate nella mia testa, sfumando le une nelle altre.

Come un palloncino vecchio e raggrinzito, il mio pregiudizio s’è ammosciato completamente davanti a Marie Antoniette. Sofia l’aveva detto, e non v’è chi non lo sappia all’ingresso della sala, che non si sarebbe trattato di un film storico; aveva detto che avrebbe mostrato la regina destinata alla ghigliottina come un’adolescente qualsiasi. Così Sofia ha fatto, e ha messo in scena una parabola estrapolabile dalla Versailles prerivoluzionaria e riproponibile nell’Ottocento, nel Novecento, oggi. La ragazza è nella morsa delle costrizioni sociali, la ragazza è schiacciata dalle altrui aspettative, la ragazza si concentra su scarpe, trucco e parrucche e gioisce sinceramente davanti al frivolo dischiudersi di un fiore nel suo the; la ragazza si innamora, la ragazza frequenta le compagnie sbagliate, va alle feste e in estate vive la sua libertà; la ragazza tiene però famiglia e, per quella, finisce col sacrificare tutto. Sempre attuale, no? Però l’americana Sofia non sceglie una fighetta di Los Angeles o una disperata del Bronx, sceglie Marie Antoniette, nobile austrica e sposa del delfino di Francia, e dà fondo ai mezzi (paterni, dice il pregiudizio) per quel turbinare di paticcini e crinoline che costituisce la vorticosa sequenza centrale del film. I critici colti vi hanno scorto citazioni di Godard e chissà di quanti altri maestri, io vi ho rivisto la Kristen Dunst che ne Il Giardino delle Vergini Suicide si rotola nell’erba di un campo (da baseball? da football?) col suo cavaliere, e la Scarlett Johanson che a Tokyo si storidiva di karaoke. Quando, sui titoli di coda, sono state riaccese le luci, il mio pregiudizio se n’era andato.

Dimenticavo: le All Star e la musica rock dentro Versailles non mi sono sembrate affatto spiazzanti, e Asia Argento è una cagna.

Non scriverò mai più post così lunghi.

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3 pensieri su “Marie Antoinette

  1. Il post sarà stato anche lungo, ma l’ho letto volentieri; hai catturato la mia attenzione e mi hai fatto venire una gran voglia di vedere Marie Antoniette.. 🙂

  2. Con me il post ha avuto l’effetto opposto… già ero scettico dopo che il film è piaciuto alla ragazza di mio fratello… ora sono sicuro che non lo vedrò… almeno per il momento…
    Tommy Pynch

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