La pausa pranzo

Affrontiamo oggi uno dei maggiori drammi della vita contemporanea: la pausa pranzo.

Dal punto di vista economico, la pausa pranzo consiste in uno scambio merceologico in cui il lavoratore eborsa una somma medio-alta in cambio di un pasto scarsamente commestibile, consumato in un luogo squallido e ottenuto con un servizio pessimo, frettoloso eppure lentissimo.

Dal punto di vista sociale, la pausa pranzo amplifica la già drammatica coabitazione forzata tra colleghi: ve ne sono di logorroici, che senza neppure deglutire stordiscono i commensali oscillando tra la retorica leghista contro l’immigrazione clandestina e l’aneddottica sui pannoloni sporchi degli infanti che hanno sfornato; e ve ne sono di intollerabilmente muti, che masticano, bevono, annuiscono e sorridono ma non si applicano minimamente nel tener viva una conversazione. Inutile specificare che io appartengo a quest’ultima categoria, e che vivo la pausa pranzo come una tra le principali sciagure che la Natura matrigna ha inflitto all’uomo, dopo le feste di compleanno.

La condizione di ultimo arrivato o, peggio, di stagista, moltiplica le difficoltà: il novello venuto è infatti un funambolo che deve cercare di carpire le dinamiche sociali già instauratesi nel gruppetto impiegatizio per evitare di arrecare danni e, contemporanemente, deve tentare di non sputtanare (con rutti o uscite sarcastiche, nel mio caso) la professionale e sobria immagine di sé faticosamente costruita in sede di colloquio.

Dal punto di vista della dieta, inoltre, il pranzo del lavoratore consiste in una schifezza precotta o scongelata che ostruisce le arterie, logora i tessuti, cementa la cellulite, fomenta i brufoli e conduce l’impiegatino medio alla tomba entro il compimento del 50° anno di età.*

Tutto ciò per dire cosa? Che il nuovo stage mi sta deprimendo, che il quartiere è privo di bar che raggiungano la soglia della decenza, che i miei nuovi colleghini sembrano scoglionati, che le femmine dell’ufficio paiono scese dalle passerelle e non mangiano. E, soprattutto, che oggi ho smozzicato una piadina passeggiando da sola lungo una strada che veniva profumatamente asfaltata.

Abbattetemi.

* Non indegne di essere considerate in questa analisi (immodestamente a cavallo tra lo spaccato sociologico e la psicologia del lavoro) sono le opzioni alternative che si paventano all’impiegatino affamato. Egli può portarsi da casa una bentobox di nutrimenti salutari, un tramezzino fatto con cura, uno yogurt, ma tanta salubrità non potrà che essere consumata in solitudine (nel giardinetto davanti alle scuole rischiando la denuncia da parte delle mamme, o deambulando nelle tristi vie attorno all’ufficio).

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10 pensieri su “La pausa pranzo

  1. io ho adottato il metodo con la postilla, con la differenza che lavorando in centro milano le tristi vie si trasformano in brillanti vie di shopping tentatore..e quello che risparmio in pranzi lo spendo in vestiti!

  2. Io ultimamente per la pausa pranzo ho scoperto pezzi di cocco in formato snack che vendono al super.. buoni, riempiono, e non ingrassano 🙂

  3. Didychan, il destino crudele mi ha portata a lavorare nell’unico quartiere di Milano dove lo shopping non esiste. Soffro…
    Blower, al GS hanno anche i sacchettini con nocciole, anacardi, ananas candito et similia, per il sollazzo dei batteri minatori della carie (eh, guardavo Esplorando il Corpo Umano…).

  4. Tu descrivi così bene la mia vita che quasi mi perdo nelle tue parole pensando di averle scritte io.
    Sono l’ultima arrivata nell’ufficio e detesto la pausa pranzo, anche se a volte è l’unico momento in cui riesco a dire due parole a qualcuno dei miei colleghi. Ma due parole. Giusto due e non di più. Ci sono quelli logorroici, come giustamente raccontavi tu che ti raccontano ogni particolare della loro vita privata, anche se sono stitici oppure se il loro intestino è regolare.. poi ci sono quelli muti, come me.. che se per sfiga mi trovo davanti a mensa qualcuno che non mi sta simpaticissimo passo tutto il tempo a fissare il mio piatto e a mangiare nervosamente cercando di essere fine e di non sputtanare l’immagine di me che ho dato al colloquio. Che vitaccia.

  5. ma passare la pausa pranzo per gli affari vostri vi è così impossibile? io schizzo via, in palestra o a sbafare, ci manca solo prolungare la permanenza con gente che vedo 8 ore al giorno x_x

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