Biennale di Venezia

Attenzione: post noiosissimo sulla Biennale di Venezia.

L’arte contemporanea ci prende per il culo? Quattro scarabocchi su di una tela o una distesa di caramelle alla liquirizia sono un insulto al nostro senso critico? Su ciò si arrovellano centinaia di menti costrette a giustificare le proprie o le altrui produzioni, mentre una schiera di ispirati boccaloni e infervorate frangette accorre laddove l’arte contemporanea si palesa, e la venera.

L’arte contemporanea, col Novecento, ha abbandonato i classici canoni di equilibrio e armonia; ha poi dimenticato l’obiettivo di verosimiglianza della rappresentazione, abdicandolo a fotografia e cinema; s’è messa a competere con i nuovi media, sfidandoli e fagocitandoli in sé a ridosso della loro comparsa; sul finire del millennio, ha rinunciato a elucubrazioni e concettualismi per rivolgersi ai sensi del fruitore, per travolgerli e trasformarsi in un’esperienza fisica. L’arte si è così resa una mina vagante, una creazione dalla conformazione talmente imprevedibile che, alle mostre, ci si sofferma anche davanti a estintori e quadri elettrici nell’incapacità di discernerli tra la categoria ‘oggetto nel proprio contesto’ e ‘oggetto fuori dal proprio contesto’ (cioè arte, dall’orinatoio duchampiano in poi).

Mi precipito alla Biennale che sta per concludersi (la mia prima Biennale!). Ho smarrito la guida, posso contare soltanto su volantini, articoletti, consigli ed istinto per muovermi tra i Giardini e l’Arsenale. La prima impressione è che l’arte per cui gli anziani milionari si azzannano alle aste non possa essere la stessa arte per cui s’accapigliano orde di ragazzine: centinaia di fanciulle provenienti da tutto il mondo si muovo tra i padiglioni e gli eventi collaterali, e non hanno davvero l’aria di chi compie visite approssimative.

Fa freddo, il sole è potente ma si gela, ed entrare e uscire dai padiglioni riscaldati mi pare la corsia preferenziale per un’influenza che mi stenderà senza alcuna pietà. La condizione climatica è la prima delusione di questa visitatrice, nella cui fantasia la Biennale era un evento da vivere in canotta e ciabatte. La mitica Biennale, quella degli exploit della Abramovic e delle proteste climatiche di Allora e Calzadilla; la Biennale delle provocazioni della Beecroft e dei colpi di genio dei Kebakov; la Biennale di cui ho letto sui libri di storia dell’arte, dov’è? È toccata a me in sorte l’unica edizione all’insegna della mediocrità? Gli artisti e le opere che giornali generalisti e pubblicazioni di settore hanno portato in trionfo erano già noti e meritevoli ben prima dello scorso giugno (mi riferisco, ad esempio, all’africano El Anatsui). Avevo letto di una presenza italiana disgnitosa e interessante, ma di cui salverei il solo Penone (pertinentissimo nel proporre linfa e legno che sprigionano intensi profumi) per lasciare nell’indifferenza i giovani Vezzoli e Vascellari. E poi s’era parlato degli orientali, dei cinesi su cui noi tutti, milionari e frangette, siamo imperativamente obbligati a tenere gli occhi addosso (ché la Cina è il futuro, ve l’hanno mai detto?).

Tra giovani promesse di cui s’è parlato il termini di ‘folgoranti esordi’ e grandi vecchi che hanno ormai fatto il loro tempo, di questa Biennale (la mia prima Biennale!) mi ricorderò per Sophie Calle, per la sua coinvolgente installazione che occupa l’intero Padiglione della Francia. L’opera di Sophie Calle parte da un’esperienza di vissuto personale e si compone di video, fotografie, testi e suoni, che tentano di elaborare il lutto di un abbandono e che avvolgono completamente il visitatore. È arte contemporanea, che pensa coi sensi e sente con la mente. È l’arte di Sophie Calle, che sente e ci fa sentire.

P.S. Tutti gli eventi collaterali si erano chiusi con l’avvento dell’autunno, vai a capire perché…

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6 pensieri su “Biennale di Venezia

  1. Non ho potuto partecipare a questa biennale perchè ho degli impegni inderogabili..ma mi sarebbe piaciuto tantissimo andarci..poi io adoro l’arte contemporanea..cioè ne sono attratto..anche se adesso si usa addirittura l’espressione “brutta come un’opera d’arte contemporanea..”
    Anch’io sono incuriosito dall’arte cinese..sono veramente curioso di apprezzare le loro produzioni..

  2. condivido. anche per me era la prima biennale. e il padiglione di sophie calle me lo sarei portata a casa per spulciarmelo tutto meglio. MA il catalogo costava come 10 ore del mio lavoro e non mi è parso il caso. cosa mi dici di “I will die” all’arsenale? a me ha colpito molto pure quello…insieme a Penone, certo…
    sera

  3. L’arte è sempre stata un’esperienza intellettuale, prima che estetica. Sino a fine Ottocento, però citazioni e ragionamenti eran nascosti dietro la verosimiglianza che ipocritamente fungeva da specchio per le allodole. L’Arte Moderna e Contemporanea ha deciso invece di mostrarsi per ciò che è… Può non piacere, ma almeno è onesta

  4. La biennale ce l’ho a circa 1 km da dove lavoro…ma per motivi più disparati piuttosto che andarci va a finire che vado a bermi un cuba libre in qualche posto di zona GARIBALDI o LAMBRATE…mah!…complimenti per il blog e per la descrizione di te stessa piu lunga di SPLINDER probabilmente…
    ciao!

  5. non generalizzare Alessio! parlare di onestà per l’arte contemporanea in toto non mi are calzante… differenziare, ora come nel passato …

  6. Il catalogo di Sophie Calle è ormai un introvabile, preziosissimo cimelio… Per quanto riguarda “I will die” non era male neppure quello: una decina di lavori erano salvabilissimi.

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