Traumi infantili

Nel corso dell’infanzia subii numerosi traumi.

Ad alcuni, tentai di porre rimedio più tardi.

Per le bambine che vengono confinate in ruoli marginali nelle recite scolastiche, una possibilità di riscatto esiste: il Carnevale. Le feste e le sfilate di Carnevale si configurano come un’imperdibile occasione per assumere le spettacolari sembianze di un personaggio di fantasia, celando le proprie anonime vesti sotto cascate di rasi, pizzi, merletti e barocche mascherine brilluccicose. Durante l’infanzia, ad ogni Carnevale, avrei voluto essere principessa, fata, strega, damina, Marie Antoinette, Cenerentola, Rossella O’Hara. Avrei potuto esserlo, se mia madre non fosse stata profondamente contraria ai costumi che trasformavano le bimbe in bomboniere (come pure alla danza classica e alle scarpette firmate Barbie, ma questa è un’altra storia). Ovviamente, questo mi ha segnata a lungo…

La prima volta che Violetta fu accompagnata ad acquistare un costume di Carnevale, il negozio di giocattoli divenne un campo di battaglia: mentre la madre della bimba tentava di concludere le trattative per una tutina nera su cui era incorporato uno zainetto rosso (costume da coccinella, come non riconoscerlo?), la cinquenne Viola si prodigò nelle tattiche di ostruzionismo, pianto, musolungo, capriccio e piagata di cui in gioventù era maestra. La spuntò, ed ottenne un vestito da Biancaneve che sfoggiò con immensa soddisfazione a festicciole e sfilate.

Ma Violetta cresceva troppo in fretta, e l’anno successivo quel meraviglioso abito di raso le stava troppo corto e stretto. La bimba già sognava di rimpiazzarlo con un fantastico abitino composto da milioni di strati di tulle tinta malva e confetto, o con un ampio vestitino del colore del cielo dotato di cappello a punta e di bacchetta magica stellata. I sogni di Violetta furono rapidamente infranti, e le venne cucito addosso un abito da geisha. Delizioso, col senno di poi, ma sul finire degli anni Ottanta quel costume così minimalista fu poco apprezzato, anche a causa delle ampie dimensioni che le sarte avevano ritenuto fondamentali: la bambina ci può indossare sotto la giacca, così non prende il raffreddore, e se il vestito è un po’ abbondante le andrà bene anche il prossimo anno.

Una volta che anche il kimono divenne troppo corto, Violetta gioì e riprese a fantasticare sui possibili travestimenti: forse era giunto il tempo che impersonasse una dama di corte dai fianchi imbottiti, o che rendesse omaggio alla nemica di Lady Lovely di cui aveva pure la bambola stracciona. Nuovamente, le ambizioni della bambina si infransero contro il volere familiare, e Violetta si ritrovò costretta in un sacco di iuta (è una taglia da adulto, se siamo fortunati è l’ultimo costume che le compriamo): avrebbe interpretato un’indiana d’America in un’epoca in cui né La Signora del WestPocahontas avevano ancora riportato in auge il genere. Il sacco di iuta aveva un buco per la testa e due fori per le braccia, era ornato da qualche perlina e non recava neppure un paio di pinces che aiutassero a sottolineare il punto vita: Violetta, che aveva da sempre ammirato le mignottone scollacciate dei cartoni giapponesi pomeridiani, non si sentiva affatto femminile. Come se ciò non bastasse, il trucco e l’acconciatura della bimba vennero affidati alle vicine di casa, sadiche studentesse del liceo artistico che le intrecciarono i capelli e le pittarono la faccia, riuscendo abilmente ad acuire la somiglianza della bimba con la progenie fantozziana.

Fece seguito la scuola media e, con essa, un moto d’indipendenza tale da spingere Violetta alla semi-autonomia travestitiva: Viola e l’amichetta del cuore decisero di mascherarsi da streghe, e Violetta ottenne il suo costume sovapponendo a vecchi abiti materni un mantello ed un cappello nuovi di zecca. Ma senza che facesse in tempo ad accorgersene, il suo viso venne nuovamente affidato alla creatività delle vicine: alla sfilata, la fanciulla pareva la versione blustra della Strega di Oz (quella sciolta da Judy Garland alla fine del film), mentre la sua amichetta aveva l’avvenenza del personaggio da cui era stata tratta l’ispirazione: la Strega Nera di Fantaghirò (sì, quella con le poppe in vista interpretata da Brigitte Nielsen).

Con le scuole superiori, i festeggiamenti carnevaleschi si fecero più radi. Violetta si vestì ancora da strega (con l’accortezza di mostrare più carni rispetto alla prima esperienza), poi da diavolessa (cioè da strega, ma con una maglia rossa, il forcone in mano e le corna al posto del cappello). Per un Martedì Grasso, decise di noleggiare un costume. La scelta si rivelò più impegnativa del previsto, ma Violetta non si arrese: provò ogni abito che potesse coronare il suo sogno di tulli, merletti e rifiniture pacchiane, e fece cadere la propria scelta su un abitino cortissimo e rosa, coperto di lustrini, bordato di piume di struzzo e dotato di mascherina e copricapo parimenti barocchi e sfarzosi. Non era esattamente l’abito di Marie Antoinette né quello di una fatina; a dire il vero, non sembrava legato ad alcun personaggio immediatamente riconoscibile, ma poteva andar bene. Alla festa del Martedì Grasso, nessun invitato mancò di chiedere a Violetta perché si fosse vestita da prostituta. E così, la fanciulla fu messa al corrente di quale fosse il personaggio che stava interpretando con tanto entusiasmo, dopo anni di privazioni carnevalesche.

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12 pensieri su “Traumi infantili

  1. La mia infanzia è stata funestata da vicende analoghe. Odierò sempre i vestiti da zorro e da sceriffo che mi imponevano i miei. Già usati da mio fratello, oltretutto..

  2. Beh, io sono passato da un gatto che sembrava un orso (ma fatto con amore dalla mamma) verso i 10 anni a, di mia orgogliosa propria volontà, verso i 30, per Halloween: Frank ‘n’ Further (con tanto di depilazione e tacchi!)
    Muxu, D. : )
    P.S. Ringrazia la tua mamma per aver evitato di distruggerti i piedi con la danza classica; te lo dice un podofilo..

  3. Da anni e anni non mi travestivo… quest’anno sono stata una sexy Topina… forse anch’io ho avuto un’infanzia difficile sotto questo punto di vista!!!

  4. nella mia vita ho festeggiato 2 volte il carnevale. Credo a 9 e 10 anni.
    Il primo vestito da Capitan Harlock. Non avevo i pantaloni ma calze nere trasparenti contenitive di mia madre.
    Ho accettato per i 10 kg di coriandoli pronti a insabbiare chiunque mi commentasse.
    Il secondo anno il vestito poteva anche andare. Almeno per quell’età. Il costume da carabiniere era perfetto. Ma rovinato dall’uso di NASONE finto, OCCHIALONI DA IDIOTA e BAFFI FORESTALI…in pratica io non esistevo piu. Anni dopo capì che era peggio essere vestiti da carabiniere.
    Due esperienze. Appesi mia madre al chiodo e non festeggiai più.

  5. pensa, io usavo quelli “riciclati” dalle mie sorelle… il più delle volte, tra l’altro, erano cuciti da mamma e nonna, quindi niente pizzi e merletti. il minimo storico è stato il costume da farfalla, tutto giallo e bianco. per fortuna che i miei non avevo la fissa delle fotografie, altrimenti quei momenti sarebbero immortalati su carta.
    =) Vlr

  6. questo post mi ha fatto tornare in mente i lontani tempi delle scuole elementari….nella mia vita ho avuto un solo ed unico costume..era un vestito da fata, azzurro con un tulle a pois blu (molto “caruccio”)…e c’era anche la bacchetta!!! quanti ricordi……..però un costume da ‘mignottona scollacciata stile manga’ è un’ idea 🙂 -ps: il tuo blog mi piace molto!

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