Human Resources. The true story.

Human Resources. The true story.

Capitolo 1. Vi fu un tempo, neppure troppo lontano, in cui le Human Resources non esistevano. Era un tempo in cui i datori di lavoro selezionavano in prima persona i propri dipendenti, per cooptazione o tramite l’ormai desueta pratica delle inserzioni sui quotidiani. Era un tempo in cui le librerie non erano invase da manuali del tipo “Come scrivere un C.V. appetibile”, “Come superare un colloquio avendo conseguito solo titoli fasulli” o “Selezione del personale: sfondala come un ariete”. Era un tempo in cui nessuno studente ambiva a selezionare e formare esseri umani, e neppure esistevano corsi universitari e master dagli intenti così barbarici.

Capitolo 2. Poi, l’economia crebbe. La popolazione crebbe. I laureati aumentarono esponenzialmente, divennero orde e penetrarono ovunque, saturando il mercato del lavoro qualificato e scalando le piramidi sociali. Le successive generazioni di laureati iniziarono a passasserla meno bene; tra loro, alcuni avevano difficoltà a collocarsi, e iniziarono a temere la disoccupazione: erano i laureati umanistici.

Capitolo 3. Si trattava di creature sensibili e genialoidi, preparatissime sulla Laura petrarchesca, sulla retorica aristotelica e sulla paratassi nei romanzi epici; molti di essi, sapevano persino scrivere con scioltezza ed esprimersi con proprietà di linguaggio. Con tali doti, questi giovani rispondevano solerti alle rare inserzioni rivolte loro, inviavano C.V. perfetti dai punti di vista linguistico e grafico, e sostenevano colloqui con eccellenti risultati. Che dialettica, quali capacità persuasive!

Capitolo 4. Spesso, i membri della setta degli umanisti si incontravano nelle sale d’attesa di case editrici e redazioni, consapevoli che solo uno, tra tutti loro, si sarebbe felicemente collocato. Ma tra gli umanisti non c’era competizione: anzi, molto spesso finivano per fare amicizia, accomunati com’erano dalla cattiva sorte dovuta alla loro condizione di letterati. La battuta più ricorrente, in quelle grigie sale d’attesa, era “Siamo così bravi e allenati nello scrivere curricula e nel sostenere colloqui, che ne potremmo fare un lavoro”.

Capitolo 5. Così fu. I laureati umanistici si organizzarono, e ben presto passarono dalla condizione di reietti a quella di dominatori del mondo del lavoro. Secondo l’idea originaria, essi iniziarono con l’insegnare agli altri ciò che avevano appreso sul campo, specificando che scrivere Esperieze Proffesionali e contemplare assiduamente le proprie caccole non aiuta a trovare lavoro. Inoltre, la loro setta offrì consulenze, e col tempo riuscì ad attecchire in ogni singola realtà societaria: ottennero uffici prestigiosi col compito di ottimizzare le risorse umane. Infine, per coronare le velleità accademiche mai sopite, gli umanisti decisero di insegnare agli altri ad insegnare le ovvietà di cui erano diventati maestri: fondarono così corsi universitari e master, a cui le successive generazioni di umanisti accorsero, temendo di dover patire la miserrima condizione di reietti da cui i loro predecessori erano eroicamente emersi.

Epilogo. Le conseguenze di questa storia sono ben più tragiche di quanto possa sembrare. Infatti, per far fronte al calo degli iscritti, che ogni anno migravano verso i più confortevoli lidi delle scienze, delle tecnologie e delle risorse umane, le facoltà umanistiche decisero di riciclare i propri corsi sotto l’inebriante appellattivo di Scienze della Comunicazione. Centrarono l’obiettivo, producendo migliaia di laureati ogni anno. Torna al Capitolo 3.

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62 pensieri su “Human Resources. The true story.

  1. Geniale e raccapricciante allo stesso tempo…sembra il prologo del film catastrofico più realistico della storia, e forse un po’ lo è…

  2. anche tu una cittadina del tragico mondo dei laureati in scienze della comunicazione??…bene…tra poco crearemo una città tutta per noi con proprie regole e costituzione. ..

  3. Questo post riapre la questione, mai chiusa in realtà, della mia futura scelta universitaria. Il cuore mi dice che sceglierò “Lettere moderne” e sarò un altro disoccupato con la laurea…a meno che la tua profezia non si avveri…

  4. Scattorubato, l’unico modo per collocarci tutti sarebbe inserire Comunicazione tra le materie fondamentali della scuola dell’obbligo… I bimbi hanno il diritto di conoscere McLuhan e Saussure, no?
    Peppemanga, fai Lettere. Noi tutti ci siamo molto divertiti, in quegli anni. Poi, con calma, puoi specializzarti in HR…

  5. No perchè Bauman l’avete dimenticato?
    Anche io comparsa del magico film campione di incassi (e iscrizioni) Scienze della Comunicazione. Ho però fatto un triennio di lettere e quindi direi a Peppemanga di farsi tre anni bellissimi di letteratura (che quelli come dire li farai per te!) e poi alla specialistica recupera qualcosa di più spendibile!
    sonia

  6. C’e’ sempre tanta rumenta in giro da portare via per voi laureati in scienze della comunicazione. Rifletteteci un attimo: non puo’ esserci spazio per un professionista della comunicazione. Siamo seri….

  7. Mi fate pena! Avete avuto il privilegio di prendervi una laurea e vi siete pentiti… adesso aspettate che la societa’ vi regali un lavoro… La societa’ non regala un cazzo a nessuno! Sveglia ragazzi, rivoluzione! Dovete crearle voi le condizioni perche’ la societa’ vi valorizzi, strappargli dei riconoscimenti con la forza. Invece eccovi li’ a seppellirvi nei vostri blog…squittio di topi….
    Fuori, all’aria aperta!

  8. Nessuno si ‘seppelisce’ nel proprio blog: si chiama autoironia. E pure il pentimento ne fa parte.
    Nessuno aspetta un lavoro in dono dalla società: il lavoro lo si cerca con impegno, al limite lo si inventa, mal che vada ci si riciclerà in settori attigui.
    E poi, dal mio punto di vista, lo ‘squittio di topi’ è costituito dai commenti anonimi fatti così, tanto per sfogare le proprie frustrazioni dove capita e contro chi capita.
    Altro da dichiarare?

  9. “autoironia”, “pentimento”, “riciclarsi”. E’ cosi’ che speri di vincere la lotta per trovarti un posto dignitoso e sicuro nel mondo? Intanto la’ fuori (scusa se insisto) c’e’ una societa’ da rifondare: che magari possa integrare perfino un laureato in scienze della comunicazione. Avrete delle competenze sociologiche almeno? allora cominciate a pensare (per otto ore al giorno) a come fare a eliminare la classe dirigente che ci sgoverna. Magari senza spargere troppo sangue. Cosi’ potremo cominciare ad avere un po’ di rispetto per i laureati in scienze della comunicazione…

  10. Uh, che pensieroni! è davvero la prima volta che li sento… Non credi che un inizio per rifondare la società potrebbe essere quello di dialogare senza autoassurgersi al ruolo di Portatore di Verità?
    Comunque nessuno ti chiede di avere rispetto per i laureati in comunicazione: puoi anche rapirli, torturarli e ucciderli ad uno ad uno, se credi che possa essere utile. Attento a non fartene sfuggire uno a metà lavoro, chè potrebbe vendere la sua storia a Costanzo.
    Comunque sì, credo che l’autoironia aiuti a trovare ‘un posto dignitoso nel mondo’.
    (Quanto detesto le persone che amano indire polemiche fini a se stesse).

  11. Si puo’ comunicare anche quando ci si detesta credo (dimmelo tu che sei un’esperta di comunicazione). Io ti ho fatto una proposta molto concreta su come impiegare le 8 ore della tua giornata. Non sara’ un lavoro ma e’ un’attivita’ dignitosissima. Che ne dici? Non pretendo di essere originale, del resto l’originalita’ non ci deve essere per forza in un semplice scambio di idee.
    Bene, ora devo tornare al lavoro.
    Ti faccio i miei migliori auguri.
    Decidi tu se considerare seriamente o con (auto)ironia quello che ci siamo detti…

  12. Il primo giorno di università una mente evoluta disse a tutti i presenti: le aziende hanno bisogno di gente mentalmente aperta a volte preferiscono assumere filosofi invece che informatici. Sono passati 16 anni e di filosofi nelle aziende non ne ho ancora incontrati…

  13. sammylele! Sfido io che nelle aziende non si trovano filosofi…stiamo parlando delle nostre aziende giusto? Quelle che chiudono i battenti per la concorrenza cinese e le tasse esorbitanti. In più dovrebbero assumere filosofi, cioè persone con la mente così aperta da essere completamente privi di qualsiasi competenza tecnica specifica (come se una facoltà come ingegneria e informatica non aprisse la mente…). se ci fossero ancora in giro filosofi, cioè gente con idee intelligenti, forse circolerebbe qualche buona idea per cambiare la società, costringerla a cambiarsi. Ai bei vecchi tempi sì che la filosofia faceva davvero paura, e i filosofi li ammazzavano (per paura). Adesso i filosofi vanno a bussare agli uffici delle aziende…

  14. Cara collega di studi, non mi pento delle scelte fatte illo tempore (1992, primo anno della facoltà a Torino, abbandonai Scienze Biologiche per), anche se certo di scientifico c’è ben poco, e la comunicazione che consente anche di mangiare non passa per i canali accademici.
    Purtuttaviaquantunque… questi studi consentono anche di aprire la mente, se non ci si prende troppo sul serio col pezzo di carta e se si ha un po’ di buona volontà per calarsi nel mondo del lavoro di oggi (urge respiratore e bombole di ossigeno molto capienti).

  15. Solidarietà nei confronti di Scienze della Comunicazione da uno che ci è passato… Una laurea presa in giro anche in una puntata dei Simpson!

  16. come mi suona familiare questo discorso…eppure io faccio scienze biologiche e ambientali..
    noi di scienze ci facciamo un mazzo tanto x prendere questa agognata laurea..e pur di prenderla ci mettiamo anche 10 anni ..perchè speriamo che anche se è difficile un giorno i nostri sforzi saranno premiati..e invece ci ritroviamo anche noi nella vostra stessa barca..
    e allora il problema

  17. ops..dicevo..
    e allora mi sa che il problema non è il tipo di laurea che uno prende..ma il posto un cui viviamo..è una considerazione desolante..lo so..
    ciao
    Maya

  18. Ehehehehe, crudelmente lucido… se il mal comune fa mezzo gaudio anche dalle tue parti, ti posso confortare assicurandoto che, anche sulla sponda delle scienze, non ce la passiamo mica tanto bene. Sarà forse che il concetto base dello human resourcing è che il lavoro qualificato toccherebbe pagarlo e che quindi è il caso di formare e pagare professionisti in grado di trovare il modo di non pagare altri professionisti quanto si dovrebbe, essendo al contempo sottopagati?

    P.S. Pensa che un’esperta di risorse umane mi ha ammonito di non scrivere curricula, poiche -sostiene- curriculum è sì una parola latina, ma mutuata dall’italiano, quindi il plurale latino non si deve usare. Ho seguito il consiglio e non è cambiato niente.

  19. eheh..questa di scrivere curriculum anche al plurale al posto di curricula mi suona nuova..eheh..teribbile

    (maikox)

  20. …Oddio, anch’io ho maturato la convinzione che i telecomandi siano ricettacoli di batteri!!

    Sento di condividee con te questo pensiero e molti altri ancora.

    Dalle ansie da job-seeking all’amore perplesso per il mio percorso di studi alla milanesite acuta.

    Stay strong!!

    *_*

    -zemmolina-

  21. Spesso non convengo sul fatto che la mia laurea sia la più facile del mondo. Nella mia, come in molte facoltà, qualsiasi coglione può procedere a colpi di 18. Ma v’è anche chi la suda.

  22. vi manderei indietro a fare analisi 2 ai miei tempi: li’ dovevi sputare un polmone per arrivare al 18… Poi quando ti laureavi avevi un lavoro: questo vi suggerisce qualcosa?

  23. la selezione prima o poi arriva… il mondo e’ fatto cosi’. Ve la risparmiano prima (probabilmente scelte di marketing degli atenei di oggi), ma poi il conto arriva (salato). Le competenze servono ancora: ho lavorato in un’azienda che assume indiani (per programmare!), che non sono laureati in scienze della comunicazione. Dovete pretendere che vi insegnino delle competenze: si puo’ imparare a programmare in C++, non e’ proibito ai laureati in scienze della comunicazione….

  24. Grazie, ora noi tutti, vacui scienzati della comunicazione, lo sappiamo: te ne siamo infinitamente grati. Non c’è nessuna altra categoria che attragga il tuo astio? Potresti spiegare ai tennisti che il loro corpo si sviluppa in maniera disarmonica, o potresti aggredire quei coglioni che studiano pittura perché intanto la pittura è morta…

  25. saranno anche banalita’ le mie, ma la tua rabbia indica che proprio non le vuoi accettare: preferisci che mi unisca al lamento generale? Oh poverini….Preferisci che ti lisci il pelo come quei professori che vi dicevano che le aziende vogliono laureati in discipline umanistiche? Non ce l’ho con gli scienziati della comunicazione (e mi piacciono il tennis e la pittura), ma conosco bene questo atteggiamento tra il vittimismo e la rabbia impotente: faccio delle considerazioni e tu la prendi come se fosse un fatto personale. Cos’e’ un blog, un posto dove uno vuole sentire soltanto l’eco delle sue parole?

  26. Ancora una volta, non ci intendiamo.
    Quello che non accetto, è l’immotivata aggressività nei confronti di chi ha studiato comunicazione: quasi certamente non è stata una scelta lungimirante, e probabilmente in molti si sono iscritti perché ‘mi hanno detto è la laurea delle veline, non studi un cazzo e ti laurei’. Ma altrettanti, seppur sembri difficile da credere, hanno inziato il percorso con passione per le materie trattate: al di là degli esami dalle diciture che suscitano risatine, come i vari Teorie e Tecniche della Comunicazione Prossemica Animale Applicate al Marketing nella Grande Distribuzione, molte facoltà sono state in grado di fornire solide preparazioni in campo umanistico (filosofia, lettere, beni culturali, scienze politiche). Il fatto che gli studi umanistici non producano lavoro è un dato concreto, ma non vedo per quale ragione tu debba accanirti contro chi ha scelto quella strada: spesso si tratta di persone appassionate, che in molti casi riescono comunque a realizzarsi professionalmente (non ci credi? Potrei fornirti un indirizzario) e che, per indole o vocazione, non potrebbero fare altro.
    Inoltre, il mio atteggiamento è ben lontano dal vittimismo: come avevo già specificato, sorrido delle mie piccole sfighe. Non c’è rabbia impotente in quello che scrivo, perché le ‘ingiustizie’ contro cui riversare la rabbai e/o sentirsi impotenti sarebbero ben altre, davvero immutabili (nonostante tu, una volta, abbia parlato di rivoluzione).
    E ribadisco, ancora una volta, che non prendo i tuoi commenti come un attacco personale: mi infastiscono per il tono, che sembra precludere al dialogo, che pare del tutto ispirato a scaricarsi contro un obiettivo qualsiasi mentre ci si gratta i coglioni nella pausa pranzo e mostra un’aggressività del tutto immotivata contro una categoria.
    La selezione arriverà, ma non credo che il titolo di laurea sia l’unico elemento sulla cui base verrà attuata.

  27. a proposito: l’espressione “grattarsi i coglioni” in bocca a una signorina non dovrebbe mai sentirsi. Alcune vecchie regole di comunicazione dovrebbero ancora valere

  28. Ma…caro utente anonimo…mica la ex che ti ha mollato…lo ha fatto per uno di scienza della comunicazione??! Scheeerzo. Io invece me la piglio con quelle merde che scelgono le lauree in base a quanto profitto monetario ne trarranno. Che mondo triste, che esseri biechi.. Ti parla uno che ha abbandonato Scienze ambientali perchè aveva capito che Lettere moderne (“sic”, se sai il latino) erano la sua vocazione insopprimibile.. Analisi 1 l’ho fatta, e pure la 2, stesso programma di Ingegneria Politecnico di Milano. Si sudava, sì, ma almeno quanto per Lingua e letteratura latina 1 e 2 in Università Cattolica. Provare per credere. Ma le statistiche sulle prospettive d’impiego non contano per le scelte del singolo e, soprattutto, non fanno la felicità. Nè un mondo di “tecniche” senza cervello serve a qualcosa. Gli scienziati avranno pure inventato l’atomica, ma solo chi ha capacità di speculazione dialettica e cultura umanistica può discernere i “fini” e i “perché”. Mica volevi fare Lettere anche tu e i genitori ti hanno sodomizzato mentalmente sull’estrema praticità dell’incasso e del ricavo? Quanti tristi impiegati laureati in “utili facoltà” si vedono in giro..
    Dottor Guud

  29. Tra l’altro, gli sterminati quanto angoscianti uomini e donne “del pratico e dell’utile” avranno pure un buon stipendio per comprarsi le Todd e la borsetta Prada, come mi capita spesso di sentire in giro (perchè se sei un uomo triste, ragioni da triste…mica poi coi soldi ti compri la filmografia di Fellini o vai alla Tate Gallery), ma la tredicesima poi possono spenderla altrettanto senza problemi in pasticche di Maalox e compresse di Tavor. Eeeeh, che bbella vita..
    Un ultimo appunto: sai, caro utente anonimo pieno di acrimonia, non tutti hanno la fortuna di non avere un piffero di vocazione e un talento per cui si può scegliere quello che ti suggerisce il cuggino prestiggiosamente laureato in Economia del broker disilluso: capita, ti sembrerà strano e fuori moda, di avere l’estro per la regia cinematografica, una genialità nel disegno, una forte e riconosciuta talentosità nella scrittura, nella recitazione, nell’animazione, nel giornalismo… Capita. è sfiga. sì, marchio ironico del destino. Ma per me chi insegue queste cose non è un potenziale fallito, è un eroe tragico e meraviglioso dei nostri tempi. Si chiama “anima”, ed è un termine latino. Chi misura tutto in soldi non la sa riconoscere.
    Dottor Guud

  30. Tralascio gli insulti personali….
    tralascio il tono da grande giudice della societa’ (si sa che esiste un delirio di onnipotenza da studi umanistici e non solo tecnici)…
    tralascio perfino il pistolotto moralistico sull’aridita’ del soldo (tipico di certi studenti con il culo parato che possono permettersi di disprezzare il danaro)…
    Ti faccio solo notare una certa schizofrenia del tuo discorso, che oscilla tra il vittimismo dell’eroe tragico e incompreso (alla Mann), e l’orgoglio del predestinato perche’ dotato di anima (secondo la linea superomistica dannunziano-nietzscheana). Ma non voglio gareggiare con te in citazionismo intellettuale; considera invece l’impotenza che sta alla base del tuo discorso, dico impotenza perche’ alla base di quegli atteggiamenti sta la sfiducia nella lotta concreta per cambiare la societa’, vista come cattiva e arida, oppure meschina e indegna a seconda dell’umore del momento. Ecco perche’ io parlavo di necessita’ di organizzarsi per una lotta, ma anche tu non ne vuoi proprio sapere. Pazienza: ognuno ha i suoi mezzi per giustificare il proprio disimpegno, chi le borsette di Prada, chi la speculazione dialettica.
    Ti saluto

  31. Gentile Utente Anonimo (scusa Viola ma debbo rispondergli…):
    mi fa piacere che l’unico tra noi due affetto da “citazionismo” sia tu, perchè io non cito mai nessuno, semplicemente perchè non tengo buona memoria.
    Mi rallegra altresì sapere che sai che cos’è la linea superomistica e che pare tu abbia letto perlomeno la quarta di copertina dei Buddenbrock di Mann…
    Se vuoi cambiare il mondo, accomodati pure. Credo ci sia una lunga fila prima di te, cattivi compresi. Il fatto è che ognuno ha il diritto di volerlo cambiare dalle proprie posizioni: chi da laureato in fisica, chi da laureato in discipline umanistiche. Tu invece neghi questo. Il primo pistola moralistico (pistola: derivato etimologico da “pistolotto”) sei proprio tu che hai aggredito gli “anacronistici e inutili” studi letterari. Very compliments.
    In quanto al presunto “culo parato”, mi spiace ma no tengo dinero bastante, i miei sono due vecchietti in pensione, mia sorella è handicappata e quindi non hai capito una cippa. Ritorna alla casella di partenza.
    Sinceramente mi fa ridere chi attacca il citazionismo intellettuale…e fa citazioni trascurabili, chi odia la dialettica impotente…e risponde con la dialettica di Pecos Bill (amneo fumettino anni ’50). Mica ti sei dimenticato anche di citare Leopardi? O Beckett? O avevi davanti solo le prime venti pagine di Garzantina??
    Onguno la lotta la conduce nel proprio quartiere e, detto tra noi, sono contento che il mio sia diverso dal tuo.
    Sincerly,
    Dottor Guud

  32. tralascio gli insulti personali….
    non ho mai detto che gli studi umanistici siano ‘inutili”, caso mai vedo un pericolo, quello di molti che si condannano all’inutilita’ perche’ non ritengono concretamente possibile cambiare il mondo, perche’ e’ una cosa da cattivi….
    A cio’ si aggiunge il settarismo della lotta (io, nel mio quartiere, e quelli che mi stanno simpatici), e infatti non si vedono proprio i frutti della lotta, anzi si continuano a perdere posizioni… e le fasce piu’ deboli (come i laureati in discipline umanistiche) pagano lo scotto. Quindi, direi, sarebbe l’ora di uscire dai propri quartierini per elaborare strategie di lotta comune: non bisogna aver fatto gli stessi studi per condividere delle rivendicazioni, non bisogna starsi simpatici per condividere idee (come sapeva bene Socrate, un laureato in scienze umanistiche che faceva davvero paura…).
    (“Signori, se credete che tutto cio’ sia utopistico, per favore, ragionate sul perche’ sia utopistico” citazione da?)
    Credo che una premessa per nuove forme di aggregazione e di lotta collettiva sia la volonta’ di dialogare, non gli insulti

  33. Fammi un esempio di strategia di lotta collettiva… ( Ah, questa terminologia anni ’70.. E ti ho già detto, mi pare, che i citazionisti annoiano. Puoi sempre andare da Gerry Scotti a sfogarti sulle domandine di cultura generale, comunque).
    Niente settarismo: io scrivendo “quartieri” parlavo di “campi”. E l’avevo sottolineato: da una parte le scienze dello spirito, dall’altra le scienze esatte.
    E poi di quale condivisione di strategia parli se per te i laureati umanistici sono solo una “fascia debole”? Sei un po’ ipocrita, mi pare. Fosse per te esisterebbero solo le “facoltà forti”.
    Dottor Guud

  34. Cominci a migliorare, solo due insulti: ipocrita e presunto sterminatore di poveri laureati in lettere. Ti rispondo con una bella frase di Sancho: “Pues, si no me entienden, no es maravilla que mi sentencias sean tenidas por disparates”.
    Le strategie di lotta collettiva sono un punto cruciale di discussione, e implicano il superamento di meschine contrapposizioni come quella tra scienze dello spirito e scienze della natura (distinzione ottocentesca (alla Dilthey) e oggi abbondantemente superata). Proprio qui dovrebbero entrare in gioco degli esperti in scienze della comunicazione, capaci (spero) di creare linguaggi non solo per vendere prodotti, ma magari anche per raccogliere in un unico movimento di protesta categorie produttive tra loro molto diverse (come fecero gli universitari negli anni 70, e non avevano i blog…). Siamo capaci di fare questo? O sappiamo solo insultare?
    Ti lascio con una bella frase del grande Ortega: “genti diverse, e potenzialmente ostili, riunite insieme per costruire qualcosa di grande insieme”.
    Saremo all’altezza della storia? O ci diverte solo la rissa da pollaio?

  35. Non vorrei rovinare questo ritmico duetto, ma credo proprio che Ortega non avesse in mente nulla di positivo con quella frase. Il vecchio Orty non credeva che dall’unione in masse potesse sortire qualcosa di buono… Però, poi, vai a sapere da quale scritto è tratta.
    Torno a farmi i fatti miei.

  36. prima di tornare ai fatti tuoi, sappi che in quel contesto Orty non si riferiva al livellamento totalitario degli uomini-massa di cui parla nella sua opera famosa; si riferiva a quella che riteneva una grande esperienza politica, l’impero romano, capace di riunire etnie e popolazioni molto diverse sotto il concetto di civis romanus

  37. Guardate cosa ho trovato:

    “Corso di Laurea in Scienza e Tecnologia del Packaging

    Istituito presso l’Università degli studi di Parma, facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali nel 1998 come Corso di Diploma in chimica, dal 2001 è diventato corso di laurea di durata triennale. Si tratta dell’unico corso universitario in Italia dedicato al mondo dell’imballaggio. Lo scopo del corso universitario di Parma è quello di formare figure professionali con competenze avanzate sulle tecnologie del packaging.”

    Alla luce di questa interessante scoperta mi sento in dovere di scusarmi con tutti gli appartenenti alla nobilissima e vetusta facolta’ di scienza della comunicazione, per aver osato mettere in dubbio la serieta’ del loro percorso formativo.

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