Fu allora, nell’estate dopo il diploma, che Viola Scintilla s’innamorò di Milano.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla si diplomava. Il tema si presta perfettamente a un dettagliato bilancio sulla vita della giovane, a paralleismi tra il 2001 e il 2011, a una lunga enumerazione di rimorsi e rimpianti legati a episodi dell’ultimo decennio nonché ad un’accurata analisi relativa all’influenza degli astri sul segno dei Pesci nel corso degli anni ’10 del XXI secolo. Ma il tema si presta benissimo anche al cazzeggio. Quindi.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla affrontava l’esame di maturità. Liceo linguistico, il più prestigioso della sua città di provincia. Per la prima prova scritta, Violetta scelse il tema sull’industria culturale, lo sviluppò in forma di articolo giornalistico su quattro protocolli vergati con la sua flessuosa e regolarissima grafia. Prese il massimo dei voti. Per la seconda prova scritta, Violetta era certa che avrebbe puntato sul francese. Invece, insoddisfatta dalla traccia nella lingua di Voltaire e Zola, sorprese persino se stessa scegliendo l’inglese, letteratura che riteneva detestabile per via della sua manifesta incapacità di esprimere qualsivoglia concetto profondo: scrisse frasi vacue e superficiali ma perfettamente in linea con la lingua di Coleridge e Wordsworth. Prese il massimo dei voti. Per la terza prova, quella che comprendeva domande su tutte le materie, Violetta fu fortunata: ebbe occasione di spiegare la teoria della relatività corredandola col delizioso disegnino esplicativo del trenino e le freccette: vi siete mai dilettati con tal disegnino? Dovreste provare. Comunque, Violetta prese il massimo dei voti. Per l’orale, Viola Scintilla era preparatissima: conosceva ogni pagina dei suoi libri di testo e ogni appunto. Non aveva timori. Dopo averle consentito di esporre la propria documentatissima tesina ove avevano trovato spazio anche le teorie sul colore di Chevreul, la Commissione interrogò ampiamente Violetta. Prima di congedarla, volle testarne la straordinaria preparazione chiedendole financo di definire la forza di Coriolis. Orbene, voi sapete che cosa sia, la forza di Coriolis? Lo avete mai saputo? Quella secchiona di Viola Scintilla lo sapeva, lo aveva appreso dalle note a pie’ di pagina del suo libro di scienze. “È una forza fittizia che bla bla bla”, rispose con la sua spocchia secchionissima e la certezza di avere ormai vinto tutto. Aveva ragione. Prese il massimo dei voti. Si amava.

Neodiplomata e tutta piena di belle speranze, la giovin Violetta trascorse l’estate successiva alla maturità a studiare. Era secchiona, ve l’ho detto. Studiava compìta organigrammi delle redazioni e colophon, ripeteva a memoria gli articoli della Costituzione, elencava i nomi dei nostri Presidenti della Repubblica e quelli dei vincitori dei Festival di Sanremo: li sapeva elencare perfino a ritroso, perfino abbinando gli uni e gli altri e immaginando Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1999, intonare Senza pietà in duetto con Anna Oxa, vincitrice del festival di quell’anno. Nel momento in cui 30.000 giovani italiani stavano esprimendo la sua stessa vocazione, Viola Scintilla studiava a memoria nozioni che avrebbe presto dimenticato perché voleva a tutti i costi superare il test d’ammissione a Scienze della Comunicazione e diventare giornalista. Era una giovane di belle speranze, vi avevo detto anche questo.

Dieci anni dopo il diploma, Viola Scintilla non ricorda esattamente se e dove fosse andata in vacanza, nell’estate 2001. Ricorda però di essersi decolorata la metà inferiore della sua chioma corvina per tingerla di rosso fuoco; ricorda di essere stata in piscina il giorno successivo a quella tintura e di aver lasciato nell’acqua al cloro tracce molto simili a quelle riprese dai documentari sulla mattanza dei tonni. Ricorda di essersi candidata come vj di MTV (non ve l’aveva mai detto? Non è un episodio di cui Violetta vada molto fiera, in effetti). Ricorda di essere stata cacciata da una birreria poiché colta in atteggiamenti licenziosi sui quali questa elegante narrazione non si soffermerà. Ricorda una serie di fotografie scattate da dentro i carrelli della spesa. E ricorda i test d’ammissione nelle università di due città diverse: ma nel suo cuore (vi prego, perdonate l’afflato. Anzi, vi prego, lasciatevi trasportare dal pathos), nel suo cuoricino di giovane secchiona, per Viola Scintilla esisteva solo una possibile città ove dedicarsi agli studi: la bella Milano. La città degli Articolo 31 e del writing. Del Duomo. Del negozio Fiorucci. Del Castello. E dell’amore libero nel parco del Castello. Milano, la città delle opportunità. Un po’ come la Boston di Ally McBeal, ma senza i bicchieroni di caffé da asporto.

“In caso tu superassi davvero quel test, non aspettarti di andare a vivere da sola a Milano”, minacciò Famiglia Scintilla alla diciannovenne secchiona coi capelli decolorati a metà. “Esistono i treni, farò la pendolare”, dichiarò con convinzione la giovane. Viola Scintilla andò a controllare i risultati del suo test d’ingresso alla facoltà di Scienze Umanistiche per la Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano nel caldo pomeriggio dell’11 settembre 2001. Mentre il mondo si crucciava per le sorti dell’Occidente, Viola Scintilla si informava sugli abbonamenti dei treni per Milano: la città delle opportunità che avrebbe amato per i dieci anni a venire.

Parte la strumentale di O mia bela Madunina, all’alto cadono coriandoli iridescenti a forma di cuore, Viola Scintilla abbraccia e limona con trasporto la miniatura del Duomo in lattice che d’abitudine utilizza per esprimere, anche carnalmente, il suo amore nei confronti della città.

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