Di vacanze e di storie di paura

Riassunto della puntata precedente.
Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!” ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, i miei propositi s’infrangono ogni anno.
Quest’anno sarà diverso, mi son detta: quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.

Il secondo episodio è dedicato alle storie di paura.
Perché giunta a Coimbra, nel centro del Portogallo, ho scoperto una storia deliziosamente macabra. La volete sentire?

Nel XIV secolo Pedro, figlio del re del Portogallo Alfonso IV, si innamorò della galiziana Ines de Castro, dama di compagnia della moglie. Per ragioni che qui non staremo a sviscerare, anche dopo la morte della moglie, il sovrano impedì a Pedro di sposare Ines.
Poiché la storia d’amore tra i due continuava, un gruppo di nobili fece pressione sul re affinchè troncasse definitivamente quella relazione: nel 1355 Alfonso IV ordinò l’omicidio di Ines.
Il sovrano non sapeva che suo figlio avesse già sposato la donna in segreto.
Quando, due anni dopo, Pedro divenne re, si vendicò degli assassini di Ines facendo strappare loro i cuori e mangiandoli. Fece poi riesumare il corpo della sua amata e la incoronò. E ordinò a tutta la corte di rendere omaggio alla defunta regina baciando la sua mano ormai in decomposizione.

Almeno, questa è la versione della storia raccontata dalla Lonely Planet. Nell’internet se ne trovano decine di versioni differenti: a Ines de Castro sono stati dedicati romanzi, saggi, pièce e un balletto. Ma ho deciso che mi piace questa, e ho deciso che sarebbe carino se Tim Burton le dedicasse un film. Tim, can you hear me? Va bene anche un corto.

Coimbra è una cittadina universitaria arroccata su una collina. Piccola, medioevale, malandata, con un centro storico basso composto da vicoli strettissimi e contorti e una parte alta in cui si trovano l’università e la cattedrale. Nel centro storico, tra negozi di frutta e verdura così scalcagnati che paiono improvvisati, gli anziani giocano a dama in strada, seduti sugli scalini dei portoni.

Sono arrivata a Coimbra di notte, la sera di Ferragosto. Tutti i ristoranti consigliati dalla guida erano chiusi. Dopo un giro nel centro, ho cominciato a salire verso la città alta. Più avanzavo, più le strade si facevano buie: nessun lampione, nessuna finestra illuminata, nessuno in giro. Mi sono ritrovata sulla grande piazza dell’università, debolmente illuminata, dominata da due blocchi di statue antropomorfe le cui ombre erano piuttosto inquietanti.
Il mio giro turistico notturno sembrava finito. Non mi restava altro da fare che scendere verso l’albergo. Per non annoiarmi, ho scelto una via diversa da quella già percorsa. Era ancora più buia della precedente. A tratti, la strada era illuminata da una luna quasi piena, che spesso scompariva dietro i tetti delle case addossate l’una sull’altra.
Sono stati proprio i tetti ad attirare la mia attenzione: nei palazzi sotto cui stavo camminando, non esistevano più. Le finestre erano buchi di scatole scoperchiate. Quelle case erano come scenografie di un vecchio film western; erano come le facciate delle attrazioni di un lunapark, tenute in piedi da pochi pali messi di sbieco che si scorgevano grazie alla luna.
Ines, la regina incoronata mentre il suo corpo si putrefaceva, sembrava meno spaventosa della mia passeggiata serale. Il cigolio di una persiana, lo scatto di un gatto, la sagoma di un uomo che si stava avvicinando: tutto, in quei momenti, avrebbe potuto terrorizzarmi.
Anche un furgone, sbucato dal nulla in cima alla discesa che stavo percorrendo. Sembrava impazzito, scendeva da quella strada così stretta e dissestata a una velocità irragionevole. I suoi abbaglianti accesi sembravano roteare come gli occhi di un folle.
Ho cercato riparo in una nicchia che un tempo ospitava un portone ma che ormai era murata. Il furgone continuava a scendere. Si era accorto di me? Mi avrebbe ignorata o si sarebbe fermato? Chi sarebbe sceso? E con quali intenzioni? Ho alzato lo sguardo cercando di sfidare i suoi fari accecanti, sempre più vicini.
Alla guida non c’era nessuno.

Ok, quest’ultimo dettaglio è accaduto solo nella mia fantasia. Scusate. Ma quando ci sono dei buoni presupposti per farsela sotto non resisto ad aggiungere mentalmente altri dettagli per spaventarmi di più. Chissà se tale pratica può essere fatta rientrare tra i tentativi di suicidio.

Ciò che maggiormente mi preme dirvi è che io, in realtà, quest’estate sono andata in vacanza in Spagna: dal Portogallo sono soltanto passata.
Una delle mie tappe è stata alle Illas Cies, piccolo arcipelago nell’Atlantico che si trova di fronte a Vigo, in Galizia (mica la citavo a caso all’inizio di ogni post).

Appena si sbarca dal traghetto, le Cies salutano i turisti con appeal caraibico: spiagge bianche, mare turchese e cristallino, pesciolini festanti, ricca vegetazione. I turisti più astuti corrono in spiaggia a prendere i posti migliori, quelli vicino alla battigia ma dolcemente ombreggiati dal bosco. I turisti meno astuti (ehm) possono esplorare boschi e sentieri, camminare fino al faro, arrivare alla Casina degli Aves, che altro non è che una piccola costruzione per il bird watching incredibilmente capace di incanalare in sé tutti i venti gelidi dell’Atlantico – probabilmente per un patto tra le entità del cielo atto a scoraggiare i tormentatori di uccellini.

Le spiagge immacolate si riempiono presto di turisti che la sera se ne vanno. Un po’ perché le Cies sono disabitate, fatta eccezione per un piccolo campeggio con bar e supermercatino e un minuscolo ‘campo di lavoro’ per chi si prende cura di boschi e sentieri. E un po’ perché nel tardo pomeriggio, ben prima che il sole tramonti dentro l’oceano, le isole vengono avvolte dalla nebbia. Una nebbia densa, umida, che riporta tutti coloro che per qualche ora si erano creduti ai Caraibi nella realtà, cioè nel nord della Spagna, su una costa così nordica che può vantare persino dei simil-fiordi.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Vedete la nebbia in questa foto? Vedete come scende sulle isole, coprendole fino alla riva? Immaginate ora il piccolo campeggio, il bar e il minisupermercato avvolti da quella stessa nebbia. Immaginate il buio che cala all’improvviso, la lunga e fredda notte dei campeggiatori che da quell’isola sanno di non poter fuggire per nessun motivo.

Ecco, e già che ci siete scrivetevi anche una storia di paura ambientata lì, in una notte di tempesta in cui le tende minacciano di volare via e sembra proprio che una nave abbia attraccato al porticciolo. Nessuna nave arriva mai alle Cies di notte. E nessun buon proposito, anche quello di raccontarvi storie di paura, sfugge al suo destino di infrangersi come un’onda sulle coste della Galizia.

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