Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

Zentralbibliothek_Zürich_Das_Kapital_Marx_1867A un certo punto nella mia vita arrivò il comunismo. O, meglio, il comunismo. Citato sempre a bassa voce, in modo affettato, come se fosse qualcosa di tanto pericoloso da essere innominabile tra le mure di casa: forse poteva propagarsi per via area, alla stregua di un raffreddore contagiosissimo, o forse era prudente che i vicini non ci sentissero pronunciare una parola tanto rischiosa.

Arrivò attorno al 1993, quando iniziai le scuole medie. I miei genitori erano stati avvertiti che se avessi scelto la classe che prevedeva l’insegnamento dell’inglese e del francese avrei dovuto rinunciare all’italiano: Parlantini, il professore di Lettere, Storia e Geografia, non era solito dare compiti, non assegnava lezioni, non suggeriva letture, non organizzava verifiche né interrogazioni fatta eccezione per un tema una volta l’anno, giusto per avere almeno un voto da scrivere in pagella. Accettammo il rischio dell’insegnante lassista perché si mormorava che Parlantini sarebbe stato presto trasferito e perché io volevo studiare le lingue; nella peggiore delle ipotesi, dicevano i miei, avrei preso ripetizioni di Lettere alle superiori.

Quando lo vidi entrare in classe per la prima volta, Parlantini aveva cinquant’anni appena compiuti. Era basso, sovrappeso, col riportino sudato appiccicato da un lato all’altro della fronte, una disordinata barba grigia e grandi occhiali dalle lenti spesse e convesse che rendevano i suoi bulbi oculari due palle rotanti giallastre. Indossava sempre un paio di jeans consumati sulle ginocchia, una camicia a quadri e un maglione con le toppe sui gomiti. Parlantini scioperava ogni volta in cui ne avesse l’occasione e, quando non lo faceva, entrava in classe avvolto da una nuvola di tabacco citando Woody Allen e quella settimana che avrebbe vissuto in più se avesse deciso di smettere di fumare – settimana durante la quale avrebbe piovuto a dirotto, rideva. Poi iniziava a raccontare senza requie i fatti suoi a noi preadolescenti.

Le ore di Geografia venivano coperte dalla visione delle diapositive delle vacanze in camper di Parlantini, che per decenni aveva trascorso le estati in giro per l’Europa con le sue prime due o tre mogli e i suoi amici. Potevamo commentare e fare domande, ma non scoprimmo mai clima, industrie, orografia, idrografia, usi e costumi delle aree extraeuropee non raggiunte dalla sua casa mobile e dalla sua macchina fotografica.

Le ore di Lettere e Storia si confondevano, ci veniva richiesto solo di dimostrare la nostra capacità di ascolto: Parlantini mescolava aneddoti e ricordi personali del ’68, storie di famiglia dal secondo dopoguerra, riflessioni sul cinema d’autore e riferimenti alla cronaca e alla televisione. Furono questi ultimi a diventare protagonisti delle sue lezioni quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo e divenne il nemico numero uno del prof Parlantini.

«Comunista», biascicavano in casa mia ogni volta che riferivo i contenuti di quelle apostrofi contro il Cavaliere.

«Comunista», mormoravano tra i denti i miei genitori quando riportavo loro che il prof aveva intimato a tutti noi dodicenni a non votare Forza Italia.

«Comunista», sentenziarono la volta in cui riferii che Parlantini ci aveva suggerito di acquistare le vhs di alcuni classici del cinema vendute il sabato con il quotidiano l’Unità.

«Comunista», definirono anche me dopo qualche mese, quando convinta dal cineforum pomeridiano organizzato da Parlantini acquistai coi miei risparmi le videocassette dell’Unità e le nascosi in fondo allo zaino, sotto ai libri di scuola, come avrebbe fatto qualsiasi mio coetaneo più sveglio con dei film porno o della droga.

Parlantini non era l’unico comunista del corpo docente.

Lo erano le insegnanti di Francese e di Matematica, sue storiche tresche, ora decadute e rimpiazzate da un nuovo parco-amanti di cui faceva parte anche la diciannovenne albanese che lavorava come cameriera nel bar sotto la scuola con cui il prof non si faceva remore a pomiciare tra i tavoli e tra gli sguardi attoniti delle nostre accompagnatrici, mogli e madri irreprensibili o comunque democristiane, e di noi verginelli; fu nel periodo successivo all’avvento di quella barista che tra i maschi della classe si iniziò a parlare con una certa competenza di autoerotismo.

Lo era anche la prof di Scienze, una coraggiosa femminista che si avventurò nei perigliosi territori dell’educazione sessuale e che, in base alla sua esperienza personale, ci consigliò di non farci legare come salami senza usare una safeword e, soprattutto, di non praticare sesso anale.

Lo era il prof di Educazione Fisica che citava Paolo Pietrangeli più di Jesse Owens, ci impartiva sessioni di training autogeno e si preoccupava anche lui dei nostri sfinteri, suggerendoci con passione di defecare chini, all’aria aperta, o con uno sgabello sotto i piedi se troppo smidollati per rinunciare alla comodità borghese di un water tra le mura domestiche.

E lo era il prof di Educazione Tecnica che per un triennio trascurò righelli, squadrette e proiezioni ortogonali per spiegarci con fervore la rivoluzione industriale e la lotta di classe, senza mai lesinare drammatiche prospettive di stigma sociale alle allieve meno preparate su spolette volanti, telai Jacquard, Marx e Engels.

«Se non studiate queste cose potrete fare solo le parrucchiere» era la minaccia ricorrente che lasciava indifferenti le compagne impreparate e che faceva disperare l’alunna la cui madre era diventata parrucchiera più per un’improvvisa vedovanza che per lo scarso impegno profuso nello studio dell’industria tessile moderna. Insieme alla parrucchiera, v’era anche una figura professionale maschile che il corpo docente di quella scuola media aborriva: il meccanico. Se durante il cineforum qualche alunna osava confrontare i pallosissimi film in programma con i capolavori della più recente cinematografia come Top Gun e Pretty Woman, Parlantini sbottava e finiva per illustrare la sua teoria volta a dimostrare che attori come James Stewart e Humphrey Bogart erano veri esempi di bellezza maschile, mentre Tom Cruise e Richard Gere non lo erano affatto. Secondo questa teoria, sarebbe stato necessario far indossare a tutti e quattro una tuta da meccanico sporca di grasso: così conciati, secondo Parlantini gli ultimi due sarebbero passati inosservati tra un copertone e un ponte di sollevamento, mentre Stewart e Bogart avrebbero comunque steso col loro fascino qualsiasi donna con problemi al motore. Ogni tanto riflettevo su questa teoria: e sfogliando le foto degli attori televisivi seminudi sulle pagine di Cioè giungevo alla conclusione che con la tuta da meccanico sporca di grasso sarebbero stati boni tutti. L’autoerotismo, in quegli anni, non riguardava soltanto i maschi della classe.

Durante i colloqui con le famiglie del primo anno, Parlantini doveva aver intuito le posizioni politiche dei miei genitori. Ma fu solo nel 1994 che divenne come uno squalo in grado di fiutare il sangue: Parlantini sentiva che i miei genitori avrebbero votato Berlusconi e da quel momento si accanì contro di me così come si poteva accanire un insegnante cui mancavano i tradizionali strumenti di cui il corpo docente dispone per esprimere la propria antipatia nei confronti degli allievi: le interrogazioni e i compiti in classe.

Iniziò a riprendermi se durante un suo j’accuse contro l’ultimo intervento di Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show mi sorprendeva annoiata a cincischiare con una gomma sul banco, e prese a richiamarmi se non davo segno di aver guardato Blob la sera precedente – programma cui, in sincerità, spesso preferivo i bagnini al rallentatore di Baywatch e il Karaoke di Fiorello, in onda nella stessa fascia oraria.

Non tutti hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti era il titolo di un film dell’epoca che non avevo visto, ma era anche una frase che mi girava in testa spesso: forse, se li avessi avuti, mi sarei schivata tante noie. La mia unica fortuna era avere come compagna di banco una ragazzina di famiglia comunista, che se non era ferrata sul tema che suscitava l’indignazione del giorno di Parlantini riusciva comunque a sostenerne le invettive con sapienti inserimenti di «Incredibile!», «Complotto!», «Solo lei, prof, ci dice quello che i telegiornali di regime non ci dicono!!» e «Tutti devono saperlo, facciamo girare!!!11!1» che avrebbero precorso i tempi.

Parlantini riuscì però a sfruttare il suo unico mezzo di ritorsione nei miei confronti: l’incontro con le famiglie per l’orientamento degli studenti alla scelta della scuola superiore. Considerato il contesto svantaggiato da cui provenivo, cioè la famiglia berlusconiana che mi sottoponeva al consumo di tv commerciale e ad altre analoghe angherie socioculturali, al terzo anno invitò i miei genitori a affidare la mia istruzione superiore a un istituto tecnico senza pretese nella speranza che io potessi trovare un lavoretto altrettanto privo di velleità anche se non fossi riuscita a terminare gli studi, cosa a suo parere molto probabile, visto che mi piaceva Fiorello e che non ribaltavo il banco in preda alla rabbia per i raduni Pontida che venivano da lui descritti e commentati in classe.

«Ma la figliola ha ottimi voti in tutte le materie, cribbio», reagì mio padre con un’argomentazione valida ma un’imprecazione assai imprudente.

«Non tutti devono ambire ai licei e all’università», replicò Parlantini.

«Anche il berlusconiano vuole il figlio dottore. E pensa che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, Parlantini» commentò a voce alta il prof di ginnastica dal bagno dove era accucciato.

«A nessuno importa che io voglia iscrivermi al liceo linguistico?», mi permisi di intervenire.

«Non te ne pentirai», mi sostenne la prof di Inglese, che non era passata dal letto di Parlantini nemmeno nella confusione del ’68 e che non rendeva noto che cosa votasse alle urne, ma che sul registro mi metteva sempre A.

Quando passai l’esame di terza media ero tormentata dall’idea che il ricordo di Parlantini mi avrebbe perseguitata per sempre. Temevo che mi sarebbe apparso in sogno intimandomi di non votare Forza Italia o costringendomi a rivedere all’infinito Tempi Moderni e La corazzata Potëmkin, ero spaventata dall’idea che avrei udito il mio cognome gridato dalla sua voce ogni volta che mi sarei trovata a giocherellare con una gomma mentre qualche mitomane mostrava le diapositive delle sue vacanze in un contesto inopportuno. Con sollievo, un giorno alle superiori mi accorsi che mi ero scordata del prof. E solo molti anni dopo venni a scoprire che una rivolta dei genitori contro il suo bizzarro metodo di insegnamento lo aveva finalmente portato al trasferimento in un altro istituto, in un quartiere non lontano dal mio. Ogni volta che passavo da quelle parti speravo di incontrarlo per avere l’occasione di sfoggiare la dialettica appresa alle scuole alte che mi ero incaponita a frequentare, per notificargli quanto lo avevo detestato per avermi precluso le gioie dell’analisi logica e grammaticale, per confermargli con la saggezza e l’esperienza di una donna adulta che con la tuta la meccanico non v’è maschio della nostra specie che non diventi trombabile e per fargli sapere che comunque, alla fine, Berlusconi non lo avevo mai votato, ma non feci in tempo: Parlantini morì di cancro ai polmoni prima di compiere sessant’anni. Se avesse smesso di fumare negli anni Novanta, quando andava tanto orgoglioso del suo vizio, forse avrebbe vissuto una settimana in più: ma in quella settimana gli avrei rotto i coglioni.

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