Una storia di gatti

Una storia di gatti

20200326_173259Il trauma infantile da cui nasce questa storia è un trauma semplice: ho sempre voluto un gatto, i miei genitori mi hanno sempre negato di prenderne uno.
Però mia cugina aveva un gatto. Si chiamava Priscilla. I suoi lo affidavano a mia madre una volta l’anno, per due settimane, quando se ne andavano in vacanza al mare mentre noi meno abbienti restavamo a villeggiare in campagna.
Quelle erano le due settimane migliori di ogni mia estate: adoravo Priscilla.
Erano anche le settimane più stressanti per mia madre. Priscilla, pur abituata alla vita domestica, tentava la fuga in ogni possibile occasione. Una volta Priscilla scappò dal portoncino di ingresso e con quattro balzi scomparve nel bosco. Mia madre la cercò per giorni e notti interi. Si tormentò su come informare il fratello e la cognata della propria colpa.
Priscilla ricomparve solo quando mia cugina e i suoi genitori scesero dall’auto, ancora in ciabatte da spiaggia, e udì le loro voci. Da allora, per mia madre il nome di quel gatto divenne Brutta Bagascia.

In questi anni, io e mia cugina siamo diventate grandi; a lei sono anche cresciute le tette. Priscilla è morta di vecchiaia e mia cugina ha colmato il vuoto della sua assenza con altri due gatti.
Questi sono stati affiancati da tre furetti assai puzzolenti e irrequieti.
A loro volta i furetti hanno accolto l’arrivo in casa di un acquario che occupa una parete intera e di una gabbia che è un condominio per topi di sei piani – un piano per ogni tipo di topo: con la coda, senza coda, con il pelo, senza il pelo, con il cazzo, senza il cazzo (a seconda delle necessità riproduttive del momento).
Sul pavimento di casa si sono aggiunti i rettili, divisi per specie nei loro terrari: serpenti, iguane, draghi di Komodo.
Sono arrivati più tardi un piccolo allevamento di petauri, una famiglia di cincillà e di cinque cani di taglia grande. Cinque, signori. Ora vivono tutti assieme in un appartamento senza terrazzo e senza giardino.

Il processo verso l’accumulo seriale di animali da parte di mia cugina è stato lento, inesorabile ma prevedibile da parte mia e di tutti i famigliari. Ci saremmo dovuti mobilitare ai primi segnali.
Forse alla prima festa di compleanno per un cane con tanto di torta di cibo per animali decorata da candeline. Gli umani erano stati invitati a partecipare, incoraggiati a portare un regalo e costretti a cantare Tanti auguri a teee, Tanti auguri a teee, Tanti auguri a te cagnolino-che-ci-vorresti-sbranare-tutti-perché-indossi-un-buffo-copricapo-il-cui-elastico-ti-stringe-sulle-orecchie, Tanti auguri a teeee.
Forse avremmo potuto fermarla la prima volta in cui le avevamo sentito dire la frase: “Solo l’amore che ti dà un animale è un amore incondizionato e puro.”
Ci saremmo dovuti allarmare quanto i nuovi animali adottati non si chiamavano più Priscilla, Fuffy o Fido ma avevano nomi da umano, tipo Maria o Giovanni.
Avremmo dovuto prenderla da parte, e suggerirle di ridimensionare le dinamiche emotive instaurate con i suoi cuccioli, quando alla generica domanda “Come va?” rispondeva col volto segnato dal dolore: “Giovanni ha un brutto male” – e Giovanni era un topo di quelli senza pelo e senza coda (ma con il cazzo) cui mia cugina accarezzava con tenerezza una massa tumorale grande come un avocado.
Ci saremmo dovuti dare una mossa all’incremento della raffinatezza dei nomi dei nuovi animali tipo Giovanni Maria Alfredo III – nomi che ormai tenevano conto anche della genealogia e delle successioni dinastiche sviluppatesi in quello che non è un condominio per topi ma un palazzo reale di roditori.
Avremmo dovuto dirle che era un po’ stravagante dedicarsi alla sepoltura di ogni animale ammalatosi e deceduto, come il povero Giovanni Maria Alfredo III, su una collina con vista, con tanto di lapide commemorativa dipinta a mano sulla quale portare un fiore nell’anniversario della scomparsa.
Saremmo dovuti intervenire al primo post su Facebook che recitava: “Se in un palazzo in fiamme dovessi scegliere tra salvare un bambino e un cagnolino, non avrei dubbi: il cagnolinooo”, o al primo commento relativo a un fatto di cronaca che decretava: “Gli animali sono meglio delle persone!!!”
Invece rimanemmo a guardare, e a un certo punto io e i miei parenti iniziammo solo a ripetere tra di noi che mia cugina si era rincoglionita.

Comunque, mentre lei accumulava uno zoo, io un gatto continuavo a volerlo.
A un certo punto iniziò a sembrare possibile. Fu quando mi fidanzai con Mauro (nome di fantasia, per proteggere la sua privacy), che si intratteneva con ogni gatto macilento che incontrava in strada per fargli le coccole e che spesso otteneva da questi scambi appassionati sfoghi sulla pelle e congiuntiviti. E soprattutto fu quando divenni matrigna di sua figlia Zoe (vero nome, i giovani hanno un concetto di privacy diverso dal nostro), un’adolescente che da anni decorava i muri di casa di suo padre con annunci di gatti in cerca di adozione. Sentivo di aver trovato due sodali, sentivo che la strada verso il coronamento del mio sogno d’infanzia era spianata.

———– cambio di tempo verbale per dare vivacità all’azione ——–

È nel settembre del 2017 che Mauro, Zoe e io adottiamo due gattini: due sorelline di pochi mesi, le ultime rimaste di una cucciolata: “Che carine. Non possiamo separarle. Le prendiamo entrambe così si fanno compagnia”, diciamo Zoe e io.
Mauro si oppone: “Prendiamone una sola.”
Ma Zoe e io puntiamo tutto sul girl power, su girls support girls, sulla sisterhood e su qualsiasi altra stronzata adocchiata su Freeda per mettere in casa di Mauro le due gattine, con le loro due cuccette, le loro due ciotoline, e i loro due cessetti.
Impieghiamo poco tempo a capire perché fossero rimaste le ultime due della cucciolata: perché sono due stronze.

Data la loro scarsa simpatia e considerato il nostro abbondante senso dell’umorismo, le chiamiamo Patty e Selma. Una resta minuta, a pelo corto, e diventa Selmina. L’altra si rivela essere a pelo lungo e cresce molto più velocemente della sorella: diventa così Pattona. Pur essendo paragonabile a un leone per la sua aggressività, Pattona è tutto sommato divertente: si muove come una pecora Suffolk, emette suoni simili ai cigolii degli ammortizzatori ogni volta che salta, lascia nuvole di pelo ovunque. Da lei nasce un lessico famigliare fatto da verbi come ‘pattonare’, che vuol dire insozzare di pelo un tessuto, e che può essere usato anche in forma passiva, ad esempio “I miei pantaloni neri sono stati pattonati”. Dal verbo ‘pattonare’ deriva il sostantivo ‘pattonatura’, che indica la sporcizia di una superficie tessile causata dal pelo di Pattona, ad esempio “C’è pattonatura sul divano, non sederti”. Nel dizionario entrano anche il sostantivo ‘pattoncino’, che indica il ciuffo di pelo perduto dalla creatura sul pavimento, ad esempio “Il corridoio è pieno di pattoncini, bisogna passare l’aspirapolvere” e l’aggettivo ‘pattonale’, valido per tutto ciò che è assimilabile a Pattona. ‘Pattonale’ vale per la sua ciotola ma vale anche quando in una puntata di Law & Order si sentono i rumori di una squadra di agenti cerca di buttare giù una porta a calci e colpi di arma da fuoco: in questo contesto, dire “Odo un suono pattonale” è corretto perché Pattona adora sfondare le porte con tecniche da teste di cuoio.

Passano i mesi, le bestiole si dimostrano dotate di raffinata intelligenza, di grande appetito e di pensiero strategico. Ma non si lasciano avvicinare né sfiorare.
Mauro e Zoe, che un tempo parevano gattari promettenti, perdono interesse nelle due feline.
Io invece non demordo e, grazie alla mia dedizione e al denaro immolato nell’acquisto di giochini montessoriani, Pattona smette di soffiare e di scappare. Interagisce, si avvicina, si siede sui miei piedi. Poi inizia a lasciarsi accarezzare, fa le fusa, è un tesoro: Patty, Pattona, Pat-Pat, Pattoncina.

L’estate si avvicina. Chiedo a mia madre la cortesia di tenere le bestiole da lei, nella casa in campagna dove villeggiava anche Priscilla, nelle settimane in cui Mauro, Zoe e io saremo in vacanza all’estero.
Glielo chiedo al telefono, una sera, mentre passeggio verso casa di Mauro, e glielo chiedo più o meno in questi termini: “Dai le scatoline, cambi la sabbietta, se miagolano rispondi, ma basta. Sono solo bestie. E se per caso ti scappassero e finissero nel bosco come la buonanima di Priscilla, non devi disperarti o perdere tempo a cercarle: preferisco sapere che tu, anziana umana, non te ne cruccerai. In caso di fuga, aspetta solo il fuso orario giusto e dimmelo al telefono senza tormenti. Io continuerò serena la mia vacanza. Le ho da pochi mesi e, guarda, non ci sono nemmeno tanto affezionata. Io non sono una rincoglionita come mia cugina.”

Quando arrivo a casa di Mauro, Zoe dorme.
Mauro mi accoglie sorridente e bisbiglia: “Abbiamo perso Pattona.”
“Non la vediamo da qualche ora”, aggiunge.
Penso di avere a che fare con due imbecilli che hanno perso un gatto, da ore: una dorme e l’altro se ne sbatte il cazzo. Ma mi occuperò di loro in seguito, penso.

Perché ora non c’è tempo. Noi cresciuti a pane e Law & Order lo sappiamo: le prime ore dopo una scomparsa sono determinanti per ritrovare il soggetto.
In pochi secondi parte la macchina delle ricerche organizzata, gestita e condotta sul campo da Io, Me e Me stessa. Visto che siamo una squadra affiatata e abituata a affrontare le emergenze, ci dividiamo i compiti:

  • Io batto la casa in ogni suo centimetro cubo, scuotendo i croccantini energicamente, anche in camera di Zoe, che continua a dormire senza accorgersi di nulla. Scandaglio gli interni, gli armadi, il microonde, la lavatrice e i balconi.

  • Me scende i 4 piani di scale a piedi, controlla tutti i pianerottoli, ispeziona i portaombrelli dei vicini, le uscite d’emergenza, le cantine e i locali spazzatura.

  • Nel frattempo, Me Stessa è già fuori: sta percorrendo il perimetro del condominio con la torcia e si sofferma con particolare attenzione in corrispondenza dei balconi: se Pattona fosse caduta dal quarto piano sarebbe morta? Il suo cadavere sarebbe nei dintorni? O si sarebbe salvata ma avrebbe perso sangue?

E visto che siamo una squadra affiatata e efficiente, Me Stessa non fa in tempo a porsi la domanda che Io sono già su Amazon a controllare se siano disponibili i kit Luminol della polizia scientifica con consegna in un’ora per rilevare le eventuali tracce di sangue (per vostra informazione: no, non sono disponibili ma esistono torce che permettono di individuare tracce di urina degli animali, se volete ne parliamo nei commenti).
Continuiamo a cercare nel quartiere: ventre a terra sui marciapiedi, passo del leopardo per guardare sotto le auto parcheggiate. Ci intrufoliamo nei portoni del quartiere. Interroghiamo i padroni di cani in passeggiata notturna: “Avete visto un gatto che da dietro sembra un po’ una pecora irlandese?” Io, Me e Me Stessa siamo la versione gattara delle Charlie’s Angels: C’MON.
Alle 3 di notte mi arrendo: ordino che le ricerche vengano sospese e ringrazio le colleghe che vi hanno preso parte.

A casa, una continua a dormire, l’altro legge.
Mi butto sul letto e fisso il soffitto.

Pattona
Luce della mia vita
Pelo dei miei pavimenti
Mio randagio, anima mia.
Pat-to-na
La punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi
Sul palato
Per andare a bussare, al secondo
Contro i denti.
Pat-to-na.
Era Pat-Pat, null’altro che Pat-Pat, al mattino, mentre cercava di sfondare la porta della camera
perché aveva fame.
Era Pattoncina quando si lasciava accarezzare.

Era Pattona Maria quando la volevo imborghesire.
Era Pattona Maria Giovanna quando si meritava anche un terzo nome.
Era Maria Giovanna e basta quando ero piena dei colpi contro la porta, piena.
Era Brutta Bagascia quando mi pisciava sulla valigia.
Era Patty sulla linea tratteggiata dei documenti del veterinario.
Ma nelle mie braccia fu sempre Pattona.

Mentre calde lacrime iniziano a scorrere sulle mie guance, la formazione che ho ricevuto da migliaia di stagioni di Law & Order riaffiora. E penso che dentro casa c’è ancora un posto in cui non ho guardato: il divano letto in camera di Zoe. Usato principalmente come divano, talvolta al suo vano contenitore Zoe fa ricorso come ripostiglio supplementare per vestiti e accessori.
In un attimo io e la mia squadra siamo di nuovo in piedi, pronte a fare irruzione, a sollevare il divano e eccola: dorme acciambellata sulle borsette di Zoe, la Brutta Bagascia (Pattona, ma anche Zoe che l’ha chiusa dentro senza accorgersene).

La caccio coprendola di improperi, poi la contemplo mentre si stiracchia sul pavimento della cucina: sono ebbra di gioia.
“È il momento più bello della mia vita. Se la casa bruciasse lascerei qui voi due umani e salverei solo Pattona e, se me lo chiedesse, tornerei indietro solo per prendere sua sorella”, sussurro a Mauro. Al caro Mauro, che nei confronti di questa vicenda continua a non mostrare grande interesse.
Che non immagina che se quell’estate mia madre si fosse lasciata sfuggire i gattini nel bosco l’avrei mandata in galera e poi avrei scritto su Facebook “Gli animali sono meglio delle persone!!!”
Ma che ormai ha capito che sono rincoglionita come mia cugina, e che forse sarebbe stato meglio fidanzarsi con lei che almeno ha le tette grosse.

Poche settimane più tardi, Pattona sarebbe fuggita davvero e avrebbe vissuto per sei mesi in strada. Ma questo è un altro trauma.

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