Le infografiche di Natale

8 infografiche sul Natale illustrano i drammi tipici delle feste: Babbo Natale esiste davvero? Quante probabilità ci sono che al cenone ti chiedano se sei single o quando ti sposi? E poi: pandoro o panettone? A Natale si torna a casa per l’affetto nei confronti dei parenti, per la busta coi soldi o per rivedere il cane? E alla festa aziendale si va per non essere licenziati o per sbronzarsi? Chi è il vero eroe dei mercatini di Natale? Come simulare entusiasmo quando si scartano regali orribili? E, infine: quante possibilità ci sono di sopravvivere a un altro Natale? 

L'esistenza di Babbo Natale

Il quadrato semiotico sull’esistenza di Babbo Natale

 

La legge di Godwin del Natale

La legge di Godwin del Natale

 

Natale: pandoro o panettone?

Natale: pandoro o panettone?

 

Le ragioni per tornare a casa a Natale

Le ragioni per tornare a casa a Natale

 

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

Le ragioni per andare alla festa di Natale aziendale

 

Il badge dell'eroe dei mercatini di Natale

Il badge dell’eroe dei mercatini di Natale

 

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

Regali di Natale: la slitta del finto entusiasmo

 

Possibilità di sopravvivere al Natale

Possibilità di sopravvivere al Natale

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Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.

Lo zenzero candito dà dipendenza

zenzero candito

Ciao, mi chiamo Viola e non mangio zenzero candito da 3 settimane e 2 giorni.

Tutto cominciò durante un laboratorio di teatro.
Non per giustificarmi, ma in quel periodo ero in una fase di sperimentazione emotiva e sensoriale: avevo solo 34 anni.
Qualcuno era giù di voce, qualcun altro estrasse un sacchettino e disse «Prova lo zenzero candito.»
Eravamo tutti un po’ curiosi. Cioè, a dire il vero io all’inizio ero anche un po’ scettica perché dei miracoli dello zenzero per la salute si parlava troppo sui giornali in quel periodo: la radice aveva oltrepassato il confine dei biscotti Ikea, dei ristoranti giapponesi e delle canzoni natalizie di Elio per Radio Deejay. Si diceva che facesse bene per la gola, per il metabolismo, per il colesterolo, per tutto.
Ma mi piacque, quella volta, lo zenzero candito. Sentivo che mi scendeva in gola e mi faceva stare bene.

Se qualcuno non lo avesse ancora provato, ci terrei a spiegare di che cosa si tratta.
Lo zenzero candito può avere diverse forme. Si può trattare di brandelli della radice, allungati e irregolari, oppure di pezzettini regolari, cubici, piccolini. Oltre al taglio, può cambiare il livello di canditura: può essere semplice, come quello dei pezzetti di frutta che si trovano nei panettoni; con uno strato esterno leggero di granelli di zucchero; oppure con uno strato abbondante di granelli grossi e dolcissimi che sembrano gridare «Picco gliceeemicooo!».
Può cambiare anche la consistenza della radice: può essere secca, spessa, sottile, morbida, succosa.
Quello che non cambia mai è la mia salivazione quando penso allo zenzero candito, o quando ne parlo, come in questo momento (sbav).

Il mio preferito è quello a brandelli irregolari, morbido, spesso, ben idratato, con tanto zucchero in superficie.
Mi piace affondarvi gli incisivi, strapparne un pezzetto, sentire lo zucchero che si scioglie sulla mia lingua. E poi masticarlo, lentamente, mentre sprigiona tutto il suo potere. Mentre brucia.
Lo zenzero candito è un incendio tra le papille e il palato, è una sfera di fuoco scagliata a velocità supersonica verso tonsille, ugola e gola. Il calore che sprigiona sale agli occhi, alle orecchie, arriva fino al cervello ed è lì che vi possiede.
Forse non lo sapete, ma prima ancora di inghiottire il vostro primo assaggio ne vorrete ancora.

A me accadde proprio così. Ero debole la prima volta che mi venne offerto.
E dopo quel laboratorio di teatro continuai a pensarci.
Cercai di procurarmelo da sola. Prima dal mio fruttarolo: 6€ per un sacchettino, finito nell’arco di un fine settimana. Poi al supermercato: 6€ per una vaschettina, finita in due giorni. Quello del supermercato me lo ricordo ancora: zuccheroso, gommoso, bollente. Mi faceva fare rutti straordinari, mi faceva sentire viva.
Ne volevo sempre di più.

Era quasi Natale, e quando andai a trovare mia madre a Genova lo comprai lì: i prezzi erano convenienti rispetto a Milano.
Mia madre lo provò e le piacque. Mi sentii come uno spacciatore col suo primo cliente: «Ti piace questa roba, eh, vecchiaccia?»
Quel giorno stesso ne comprammo altro. Pensavamo di prenderne due dosi per entrambe ma le feste di Natale erano imminenti: ci dicemmo che avremmo voluto condividerlo coi parenti che sarebbero venuti a pranzo da noi. In realtà, entrambe sapevamo benissimo che avevamo solo paura di restare senza. Esagerammo con le quantità.
«Dopo questo, basta», ammonì mia madre.
Annuii. Aveva ragione, stava diventando un vizio.

Fu proprio nelle feste, dopo un pranzo troppo pesante, che mi lasciai sopraffare da quell’abbondanza di zenzero a mia disposizione. Ne presi un pezzettino per digerire. Poi un altro e un altro ancora. Ne finii un sacchetto: ero in fiamme, ero felice come non lo ero mai stata in tutta la mia vita.

Quella sera provai uno strano mal di testa, un dolore preciso, dentro la fronte, in mezzo agli occhi. Un dolore mai provato prima. Pensai a un raffreddore, a un colpo di freddo, a un’indigestione e a un principio di ictus. Crollai addormentata e dormii per 12 ore filate, immobile. Al risveglio il mal di testa era svanito. Mi domandai quale potesse essere stata la causa.

Stavo facendo la valigia per rientrare a Milano quando mia madre apparve sulla soglia della stanza con due sacchettini di zenzero candito.
«Dopo questi, basta», dichiarò con aria severa. Era giusto.

Arrivata a Milano non feci in tempo a disfare il bagaglio che già mi ero avventata sui sacchettini di zenzero. Li ingollai uno dopo l’altro, senza fermarmi, senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sembrò di essere di nuovo felice, felice, felice.
Poi, il mal di testa, quello strano mal di testa. Pensai all’influenza, all’ictus. Ipotizzai di aver contratto una meningite fulminante in viaggio, ma dentro di me già conoscevo la verità: lo zenzero candito mi faceva stare male.
Fu allora che compresi di avere un problema. E sapete che cosa si dice, no? Che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo.

Da allora lo zenzero candito l’ho comprato poche volte, ho cercato di smettere. Ne ho mangiato qualche pezzettino a fine gennaio perché ero un po’ triste. Ho dato qualche morsino un sabato d’inizio febbraio proprio perché era sabato, così.

Ma ora sono 3 settimane e 2 giorni che non lo tocco.
Non avevo mai resistito così tanto.
Sono fiera di me e spero che la mia storia possa essere di aiuto anche a voi che state cercando di uscirne.

[Foto di: boh, internet]

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.

20 scuse per non uscire dalla tua comfort zone.

 

– Esci dalla tua comfort zone.
– Ancora cinque minuti.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Guarda che l’avevo prenotata sul calendar.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Ma ho Netflix.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Intanto lo so che sarete tutte coppie.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Non serve più, gli ho insegnato a farla nella sabbietta come i gatti.

– Esci dalla tua comfort zone.
– A me sembra della taglia giusta.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Il sabato sera è da sfigati.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Una volta mio cugino è uscito e si è risvegliato senza un rene in un fosso.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Solo dopo il terzo appuntamento.

– Esci dalla tua comfort zone.
– La mamma non vuole.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Dovete smetterla di citofonare la domenica mattina, fanatici.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Il mio biglietto ha solo tariffa urbana.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Non ho niente da mettermi.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Cucù! Cucù! Cucù!

– Esci dalla tua comfort zone.
– L’ho appena ristrutturata.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Non ho fatto la ceretta.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Giurami che c’è una cena seduti e non un buffet.

– Esci dalla tua comfort zone.
– No entiendo, señor.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Fa freddo.

– Esci dalla tua comfort zone.
– Entra tu, dai, pirla.

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