“Povero cristo”: la prima fanfiction ispirata a Brunori

Brunori fanfictionC’è una forma di narrazione che fino a poco tempo fa non esisteva al di fuori delle nostre teste: il film mentale costruito sulle canzoni d’amore. Se avete avuto 15 anni anche per un solo giorno, sapete di che cosa sto parlando.

Sono io a indossare gli orecchini col simbolo della pace comprati al mercatino dei freak.
Sono io quella con cui avere 4.850 cose in comune, facilissime da individuare.
Sono io ad essere scritta su tutti i muri, e ogni canzone parla di me.
Sono io che in quella foto sorridevo e non guardavo.

Sono io, l’ho sempre saputo e non ve l’ho mai detto perché mi vergognavo della mia frivola propensione al sogno ad occhi aperti.

Ma, diversamente da certi amori delle canzoni, lo stigma sociale non è per sempre: i costumi si evolvono e ciò che un tempo era scandaloso diventa normale. A liberarci da quest’ultima vergogna è arrivata la fanfiction, quel tipo di romanzo rosa in cui a spezzare il cuore e a scaldare le carni della protagonista è un bellone con le sembianze del frontman di qualche boyband. Grazie all’istituzionalizzazione del genere, sono pronta a condividere anch’io quello che fino a qualche mese fa sarebbe rimasto relegato in fondo al mio cuore. Sto parlando della grande storia d’amore col mio sogno erotico degli ultimi anni: il più figo della canzone italiana, Brunori.

Ecco il piano dell’opera secondo i canoni del genere.

CAPITOLO UNO
Frequento Giurisprudenza a Firenze, passo le giornate tra pile di libri sottolineati di rosso e di blu, tra articoli e leggi che tra pochi anni non ricorderò più. Ai miei corsi c’è anche lui, Brunori: coi suoi ricci scuri e gli occhiali grandi, con la sua sigaretta fumata di fretta all’uscita di un bar. Ha fatto ragioneria, si è iscritto a Legge ma dice che non gli piace studiare, vuole solo suonare, vuole bere e fumare. L’ho sempre considerato sexy, ma per non incrinare le consuetudini della narrativa rosa non oso farmi avanti per prima.
Siamo entrambi fuori sede: lui è terrone, io arrivo da una non precisata città del nord. Iniziamo a frequentarci nei chiostri dell’università. Brunori e io passiamo il primo semestre tra canzoni in barrè e stronzate scritte su fogli a quadretti. Nei nostri discorsi, Che Guevara e Pinochet, e un certo Dente, studente emiliano anche lui musicista indie, molto amico del terrone che mi piace. Brunori e io sembriamo perfetti, ma non siamo mai soli. Poi succede: una sera di primavera usciamo, io stretta sotto la gonna, lui sa di tabacco e profumo. Ci baciamo [scena abbastanza hot].
Ma non abbiamo nemmeno vent’anni e in noi prevale la voglia di fare gli splendidi, ci diciamo che un bacio è un errore, non bisogna restarci male, ci vogliamo bene ma è meglio di no. La primavera diventa estate, i ventenni smettono di scrutare il destino in fondo a un caffè e prendono coraggio: c’è l’amore [scena hot]. C’è l’amore che cambia colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino [scena molto hot]. C’è l’amore fino alla fine degli esami: tra fuori sede nemmeno si dichiara che si sta insieme, figurarsi se si fa un piano congiunto per le vacanze. Così, dopo mille canzoni in barrè, Brunori deve andare dai suoi in Calabria. Lo accompagno a Santa Maria Novella: 10 vagoni, 2.000 terroni al binario 3, e dai finestrini lo sguardo d’amore più triste che c’è.

CAPITOLO DUE
Siamo alla fine degli anni Novanta, o forse nei primi anni Zero: i cellulari esistono, ma non è facile ricaricarli né siamo già tutti dipendenti dai messaggini. Durante le vacanze, con Brunori ci sentiamo quando capita. A volte mi chiama da una cabina telefonica a Guardia Piemontese e mi racconta le sue estati su quella spiaggia: quando da piccolo giocava con paletta e secchiello ed in testa un cappello; quando adolescente nelle sere d’estate beveva Peroni e suonava la chitarra tra canne e carne alla brace. A volte sparisce per giorni, nemmeno un sms. Mi convinco che stia sentendo la mia mancanza, ma certe sere rosico un po’. Un pomeriggio mi chiama da casa della sua nonna paterna, Rosa, e mi racconta di come lei, a 20 anni, fosse stata costretta a non sposare il ragazzo che amava: aveva già preparato il corredo e le bomboniere ma lui aveva perso una mano in fabbrica a un mese dal loro matrimonio e la famiglia di lei lo aveva rimpiazzato con un partito migliore. Per il dolore dell’abbandono, il ragazzo era impazzito, e nonna Rosa si sente ancora in colpa per non aver combattuto per il suo amore. Io, romantica e sognante eroina di fanfaction, sento questa confidenza di Brunori come una dichiarazione: anche lui crede che siamo destinati a stare insieme per sempre, che dopo la laurea non ci perderemo e magari lavoreremo nello studio dello stesso notaio – sarebbe un sogno. Non so se Brunori abbia avuto altre storie prima di me. In università? Forse in Calabria, prima di trasferirsi? Mentre il mio cuore e i miei ormoni aspettano il nostro prossimo incontro [scena di autoerotismo], sul finire d’agosto c’è un’estate e un cellulare che muore: il suo. Non lo sento per più di dieci giorni, la gelosia mi tormenta, ma butto la testa tra i libri perché devo tornare a Firenze per gli esami.

CAPITOLO TRE
Settembre inizia e il cellulare di Brunori è ancora spento. Passo da casa dei suoi coinquilini e le persiane sono sbarrate: devono essere ancora tutti in Terronia. Sto per rientrare al mio appartamento quando lo vedo in fondo alla strada: zaino e chitarra in spalla, la barba lunga che sembra che ancora profumi di mare. Quant’è manzo. Il mio cervello è già liquefatto ma cerco di fare la sostenuta: passavo di qui per caso, mica ti cercavo, mica mi ricordavo che se non fossi apparso in questo istante sarebbero passate 1.392,5 ore senza vederci. Sembra felice di incontrarmi, salgo da lui, si scusa per aver perso il telefonino da un pontile [scena hot di ricongiungimento]. Le lezioni ricominciano, i coinquilini di lui ritornano ed è da una serie di battute ascoltate per caso nei chiostri che vengo a saperlo: sulla spiaggia rovente di Guardia a fine agosto Brunori è scivolato tra le braccia del suo primo amore. Pare lo faccia ogni estate, dev’essere una tradizione tipo la festa del paese di cui mi ha parlato. Lo cerco, lo trovo in un’aula e gli faccio una scenata. Ma lui è un maschio di vent’anni: non si scusa e, anzi, non lesina dettagli sul revival col suo primo amore, su loro due stretti sotto la doccia proprio come quando erano ancora al liceo, la paura e la voglia di fare l’amo-o-ore. Tra le lacrime che rigano l’ultima abbronzatura rimasta sul mio viso, lo lascio: non posso perdonarlo per il tradimento e per la sfacciataggine.

CAPITOLO QUATTRO
La mia vita è allo sbando: studio molto, giro alla larga da chiostri e locali indie, sono spesso a zonzo da sola. Una sera d’inizio autunno mi ritrovo sul Ponte Vecchio. Inizia a piovere quando incrocio Dente. Faccio finta di non vederlo, non si può dire che siamo amici, ma lui si avvicina: il temporale è appena iniziato e lui si offre di accompagnarmi verso casa sotto il suo ombrello. Ha le basette molto curate e mi sorride gentile. Chiacchieriamo. Gli sorrido anch’io e insomma, sapete come vanno queste cose: piove troppo forte per continuare a parlare in strada, lo invito a salire da me. In un momento lui decide di avvicinare le labbra al mio viso [scena super hot perché intrisa di vendetta]. Certo, Dente non è soffice come Brunori: ma mi sento abbastanza consolata. La mattina scendiamo al bar ed è lì che la forzatura narrativa ci fa incontrare Brunori: sta rientrando da una serata passata a suonare, capisce tutto di me e Dente e soprattutto capisce di amarmi davvero – alla buon’ora. Piovono recriminazioni da parte di entrambi, litighiamo. Con Dente finisce così: ha le basette curate ma non è un pirla, ha capito che amo soltanto Brunori. Dopo un mesetto il calabrese si fa vivo: mi ha scritto più o meno 3.000 poesie, dice che si sente già un poco meglio, che dopo tutto il dolore è funzionale al tempo. Riprendiamo a frequentarci, sostiene che in quanto a corna siamo pari. Ok, Brunori, siamo pari: ma sono la protagonista egocentrica e volubile di una fanfiction, resterò incazzata con te per almeno altri due volumi della quadrilogia.

CAPITOLO CINQUE
Stiamo insieme e passa un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Siamo giovani e bellissimi, facciamo l’Interrail e l’Erasmus: ci ritroviamo a Berlino a fumare Pall Mall [scena hot di ambientazione crucca], poi a Marsiglia in preda al barbera a mangiare escargot [scena hot al porto]. Siamo due vagabondi innamorati e poveri in canna, una volta rubiamo persino una baguette all’Esselunga [scena hot con la baguette].
In estate Brunori torna sempre dai suoi ma giura di non rivedere mai quellalà. Io ne dubito, litighiamo ogni anno, ma mi faccio forza col pensiero che a breve potremmo mettere su famiglia. E poi un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale… Ci laureiamo e finisce che qualcosa tra noi si spezza, ci lasciamo all’improvviso e senza tante spiegazioni. Mi trasferisco a Milano a fare praticantato mentre lui si sposta a Roma: lavora da un notaio ma è ancora fissato con la musica, continua a provarci nei locali della capitale. Ormai la nostra vita è cambiata, dobbiamo solo arrivare alla fine del mese, prendere lo stipendio e poi badare alle spese, e con quello che rimane programmare le ferie. In una sera d’estate, forse per la nostalgia o per la paura di essere quasi adulti, ci rivediamo a Firenze. I suo capelli si sono un po’ ingrigiti e i bottoni della camicia gli tirano sulla pancia: quando arriva, le sue ascelle sono già pezzate e io non posso fare a meno di considerarlo ancora più sexy di quando studiavamo insieme. Sappiamo che non è una buona idea stare in un bar fino alle 9 di sera, bere Biancosarti, discutere di ferie e lavoro. Lui fa un po’ il figo, con le sue considerazioni sociologiche sull’Ikea e il consumismo: non è cambiato per niente dall’ultima volta che l’ho perdonato. Ci ritroviamo a vedere un Fellini al Cinema Aurora, mangiare pop corn in platea come due ragazzini. Che bella Firenze le sere d’estate, le luci del centro e le nostre risate. Non si cancellano di colpo 6 anni, e abbiamo voglia di girare un altro finale… [scena hot di riconciliazione]. Ci rimettiamo insieme. Funzionerà? Passiamo insieme un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Inizia a portarmi in Calabria: per la prima comunione del nipote, per il primo funerale di un parente, per la festa del paese e la morte del maiale [scena hot un po’ bucolica e un po’ splatter]. Mi diverto a sfogliare Novella 2000 con sua madre. Abbiamo trent’anni, le mie amiche si stanno sposando tutte e io mi reputo fidanzata in casa. In quanto incontentabile protagonista di una fanfiction, mi sento in dovere di rompere l’idillio e soprattutto i coglioni: ho preso un appartamentino arredato bene, con tanto di divano cammellato, e propongo a Brunori un bel lavoro da ragioniere a Milano, nello studio sotto il mio. Poi gli annuncio che è arrivato il momento di sposarci.

CAPITOLO SEI
Lui, impenitente, risponde giammai: gli giuro che se ne pentirà. La sua nonna materna è molto dispiaciuta: è molto all’antica – non come mia nonna Pina che va a cercar marito dalla De Filippi – lei e nonno Bruno hanno passato insieme una vita intera e pensava che anche Brunorino prima o poi avrebbe messo la testa a posto con me. Trovarsi addormentati davanti alla tivù, cercarsi fuori dalla chiesa, andare insieme a fare la spesa: la nonna gliel’ha detto che è quella la felicità. E Brunori? Ha i capelli quasi tutti grigi e si crede ancora un dandy, il cretino. Ha lasciato il lavoro sicuro a Roma e n’è tornato a Guardia per l’ennesima volta, gli auguro quasi che se lo riprenda la sua ex del liceo, quella che si fa più docce della Fenech. Magari chiamo Dente per sapere come sta, altrimenti in questa fanfiction raccontata in prima persona non si tromba più [scena hot ma un po’ annoiata].
Pochi mesi dopo, amici comuni mi raccontano che quellalà del liceo se lo è ripreso davvero. È riuscita a andare a vivere da lui, se l’è sposato in chiesa e poi all’improvviso se n’è andata. Sono incredula: un matrimonio così veloce non s’era visto mai, e ora a Brunori ogni mese tocca pure versare un assegno che a lei, viziata com’è, non basterà. Mi dicono che il pollo si sia straziando, che lacrimi quando trova per casa tracce dei suoi capelli d’oro o un suo paio di calze, che vada persino dai maghi a farsi predire il futuro, che cerchi conforto in droghe e talismani. Un abbandono così feroce non s’era visto mai: in paese mormorano che lui beva così tanto da rischiare di ammazzarsi. È un idiota, ma ho deciso di andare a riprendermelo perché nei romanzi di rosa si fa così: io lo salverò da se stesso e lui mi amerà per sempre – o almeno la pagherà per quella volta in cui ha risposto giammai. Scusa, Dente: mi faccio viva io.

EPILOGO
Ho coronato i miei sogni da protagonista di fanfiction. Alla fine col Brunori ci siamo sposati – addirittura in chiesa, ché con la bionda siamo riusciti a ottenere l’annullamento. Alla fine il dandy s’è piegato e passa le serate sul divano cammellato, davanti a una tivù al plasma che è una soddisfazione; ai suoi piedi il nostro cane, cui abbiamo insegnato a farla sui fogli di giornale. Il ragioniere è proprio il suo mestiere, lo vedo contento il Brunori. Da qualche mese sono in maternità: culliamo un altro figlio. Brunori ha chiuso anche con tutta quella fuffa di molotov, droghe leggere, falce e mirtillo: il più grande adora addormentarsi abbracciato a un armadillo di peluche sulle note di Beyoncé, e dovreste sentire suo padre come gliela canta con amore, altro che velleità indie. Il venerdì sera lasciamo i bimbi a mia nonna Pina, che s’è fidanzata davvero grazie alla De Filippi, e ce ne andiamo a fare i balli di gruppo: col mambo siamo fortissimi.

Ci vediamo il 16 luglio a Villa Arconati, Brunorino ❤