Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

nokia-3310La mia misantropia iniziò a manifestarsi ai tempi dell’università, quando mi trovai costretta a innumerevoli coabitazioni forzate. Provavo gioia solo quando le coinquiline estraevano il trolley da sotto il letto, lo riempivano degli abitucci acrilici di cui dispone ogni fuorisede e si mettevano in viaggio per fare rientro nella loro terra natia. Significava non avere rotture di coglioni per qualche giorno e avere la casa tutta per me.

La solitudine mi consentiva di mettere in atto comportamenti stigmatizzati dalla società civile degli anni Zero come girare per casa indossando solo mutande a cuoricini rosa, mangiare patatine alla paprika sdraiata sul letto tenendo le gambe all’insù contro il muro e la tv accesa su C.S.I., e non lavare i piatti fino all’esaurimento delle stoviglie disponibili, ché in fondo mangiare i fusilli col tonno direttamente dallo scolapasta non era mai rientrato tra i comportamenti alimentari apertamente sconsigliati dalla letteratura medica.

Una sera d’inizio estate fui così felice della mia solitudine domestica che prima di addormentarmi dimenticai di riaccendere la suoneria del mio telefono, un vecchio Nokia la cui attività consisteva nel recapitarmi gli sms e gli squilli di corteggiamento in voga all’epoca e che fungeva anche da sveglia.

Una distrazione che potrebbe sembrare di poco conto, per un’universitaria priva di reali incombenze. L’evento acquisisce rilevanza solo con una conoscenza approfondita delle dinamiche del mio nucleo famigliare, tutte basate sulla sfiducia nei miei confronti come essere umano adulto e in grado di svegliarsi in autonomia prima dell’ora di pranzo. Tanto scetticismo aveva portato i miei genitori a prendere la pessima abitudine di telefonarmi ogni mattina prima che entrassi in aula per sincerarsi che fossi in piedi e, con l’occasione, che fossi ancora viva.

«Non sappiamo se ci saremo» è la risposta tradizionale che la mia famiglia, soprattutto il suo ramo materno, ha sempre usato per rispondere a qualsiasi domanda riguardante il futuro. Se i parenti paterni ci invitano a pranzo a Natale, mia madre risponde: «Non sappiamo se a Natale ci saremo». Se quando ero piccola qualcuno ci chiedeva che cosa avremmo fatto l’estate successiva, mia nonna rispondeva «Non sappiamo se l’estate prossima ci saremo».

Quel ci non si riferisce alla città di Genova o a un altro luogo specifico, e il dubbio sul poter partecipare a un dato evento non è dato dalla sua concomitanza con un impegno già fissato o con un viaggio già organizzato. Quel ci, a casa mia, significa a questo mondo. Il grande tema della transitorietà dell’esistenza terrena nella nostra famiglia non è relegato nella mera speculazione religiosa o filosofica: è un concetto così radicato da essere vissuto come un concreto intralcio allo svolgimento delle attività quotidiane. Il fatto che mia nonna, a un certo punto, sia davvero finita all’altro mondo non ha potuto che contribuire a sostenere la validità di questa scuola di pensiero presso i parenti superstiti.

Proprio perché la morte in casa nostra è percepita come pronta a calare la sua scure in qualsiasi momento, la sventurata mattina di quindici anni fa in cui la suoneria del mio telefono rimase spenta e nessun rumore esterno né alcuno stimolo urinario mi condussero a aprire gli occhi di primo mattino, la morte fu anche la prima e più plausibile ragione che la mia famiglia considerò come causa delle mie mancate risposte alle loro telefonate: centottantasette, per la precisione, come scoprii quando mi svegliai con qualche ora di ritardo e presi in mano il telefonino.

«Ho chiamato i pompieri e l’ambulanza, stanno arrivando, pensavamo ti avesse uccisa il gas della caldaia» spiegò mia madre al telefono con la voce rotta dalle lacrime. Non fece in tempo a essere mandata affanculo che già i soccorritori stavano suonando il mio campanello.

«Mi dispiace: la mia famiglia, la transitorietà dell’esistenza terrena…» tentai di giustificarmi mentre quelli riponevano la barella, più inorriditi dalle mie mutande a cuoricini rosa che spazientiti dal falso allarme.

Tenni il muso ai miei per un po’, minacciai di farmi sentire al massimo una volta la settimana come un adulto medio, e in questa mia battaglia cercai il sostegno della mia amica Carlotta.

«I miei non mi cagano mai, non si accorgerebbero della mia scomparsa neanche dopo mesi» pigolava lei, facendo frequenti riferimenti ai cani alsaziani di Bridget Jones e non dissimulando una certa invidia per le attenzioni che ricevevo da casa.

Il fenomeno della suoneria disattivata e della valanga degli psicodrammi si ripeté molti anni più tardi, quando avevo già scollinato la trentina, abitavo da sola e avevo appena iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio fidanzato e che qui, per ragioni di privacy e per non ledere alla sua immagine, sarà indicato come Crocchino. Ancora, mia madre non aveva fiducia nelle mie capacità di svegliarmi in tempo per recarmi al lavoro e, ancora, non aveva perso l’abitudine di telefonarmi la mattina per sincerarsi che fossi in piedi.

«Sono sveglia» le scrivevo a volte, quando aprivo gli occhi, via sms.

«Ok ma ti sei anche alzata?» mi incalzava, sempre via sms, consapevole del rischio che quel pollo che conosceva tanto bene riprendesse a dormire dopo averle scritto un messaggio troppo conciso.

Prima di decidere se coinvolgere nel mio salvataggio dal probabile malfunzionamento di una caldaia financo la Capitaneria di Porto della Lombardia e il Soccorso Alpino di Milano Zona 4, mia madre ebbe la brillante idea di chiamare Crocchino, che la aveva incontrata un paio di volte ma che ancora ignorava quanto in famiglia siamo a nostro agio coi concetti di morte e paranoia, e che era ancora incapace di credere che un essere umano potesse dormire per così tante ore e così profondamente come io gli avrei dato modo di scoprire in seguito.

Crocchino, che un lavoro vero di quelli che impediscono di fare cazzate e prendere iniziative balorde almeno per otto ore al giorno non lo aveva mai avuto, decise di dare immediato seguito agli ordini della suocera di recente acquisizione: saltò in macchina e corse verso casa mia per svegliarmi o salvarmi.

Così come era accaduto tanti anni prima, a un certo punto della mattina mi svegliai spontaneamente, guardai il telefono e trovai novantaquattro chiamate non risposte: compresi la gravità della tragedia in corso ma mi rallegrai per i progressi dei miei famigliari. E, proprio come era accaduto tanti anni prima, parlai con mia madre pochi istanti prima che il mio citofono suonasse:

«Questa volta non mi ero preoccupata davvero, avevo capito che potessi aver dimenticato la suoneria spenta» disse la vecchia stronza. Che aggiunse: «Ho sentito Crocchino che si è proposto di passare a dare un’occhiata».

Al suono del citofono aprii con un gesto meccanico il portone e anche la porta d’ingresso, poi strisciai verso il bagno perché comunque anche le persone speciali come me hanno esigenze fisiologiche, a un certo punto, oltre le dodici-quattordici ore di sonno.

«Sono sul ballatoio, la porta di casa è aperta. Significa che potrebbe essere entrato qualcuno e averla uccisa? Che cosa faccio se la trovo in una pozza di sangue? Resti in linea con me? Ti prego. Ho paura» stava blaterando Crocchino quando lo trovai, terrorizzato, accucciato fuori dalla mia porta, al telefono con Carlotta.

«Ma tu davvero vuoi continuare a frequentare questo cretino?» mi avrebbe domandato più volte Carlotta, nei mesi successivi. Sì, lo volevo.

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Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

Il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini sa che gli ospiti hanno sempre ragione.


12 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi ringraziamo per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci siamo permessi di riservarvi un’intera suite in cui troverete, per il Vostro miglior riposo, una cuccia in vimini intrecciato lilla con un cuscino ricamato a mano e imbottitura in piumetta d’oca; una seconda cuccia in vimini naturale corredata di soffici coperte in lana vergine tinta a mano; e, per il Vostro sollazzo e le vostre scorribande, un divano in tessuto a tre posti con ampia penisola interamente grattabile.

La suite dispone di una cucina privata, ove il nostro Staff sarà lieto di servirvi pietanze umide e secche ogni mattina e ogni sera, e di due ampi balconi abbelliti da vasi di vivace erba gatta.

Le Vostre toilette si trovano sul balcone a Est: sono accessibili tramite una gattaiola basculante e, poiché dotate di tettoie, garantiscono un utilizzo confortevole anche in caso di maltempo.

Con la speranza di soddisfare i Vostri gusti personali e con l’intento di rendere la Vostra permanenza sempre piacevole e mai noiosa, abbiamo predisposto nella suite anche una colonnina tiragraffi in corda circondata da una selezione di pupazzi a forma di topo progettati da designer di fama internazionale e realizzati a mano con tessuti pregiati e composti naturali dai più abili artigiani della nostra zona.

Vi preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi necessità.

Con sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


13 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi rinnoviamo la nostra gratitudine per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci scusiamo se durante la Vostra prima notte come nostre ospiti l’allestimento della suite non si è rivelato all’altezza delle Vostre aspettative e Vi ringraziamo per la segnalazione a mezzo pisciatine nelle cucce che ci ha permesso di prendere atto dell’inadeguatezza degli stessi alloggiamenti.

Come da Voi giustamente notato, il vimini, la piumetta e la lana vergine possono risultare inefficienti per un buon riposo, soprattutto se messi a confronto con l’eccellenza di una cassetta per la frutta in cartone che, da Voi individuata sulla sommità del frigorifero presente nella suite, ha invece incontrato la Vostra preferenza per il relax e il sonno.

Vi preghiamo di nuovo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale ulteriore problema.

Con vera sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


14 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

onorati di averla come ospite, vogliamo esprimerle la nostra riconoscenza per la segnalazione che ci ha inviato a mezzo pisciatina sui cuscini del divano.

Mortificati per non aver saputo anticipare la Sua esigenza di un maggiore spazio utile allo svolgersi della Sua attività fisica, le porgiamo le scuse del nostro arredatore che aveva stoltamente optato per complementi ingombranti e opprimenti. Le vogliamo anche comunicare che abbiamo provveduto a rimuovere i cuscini.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione per raccogliere qualsiasi Sua ulteriore critica.

Con vibrante sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


20 settembre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

lusingati di poterla annoverare tra i nostri clienti, siamo orgogliosi di poterle annunciare che abbiamo provveduto alla produzione di dieci palline in carta stagnola come quella da Lei sottratta al bidone dell’immondizia e tanto apprezzata per il Suo intrattenimento ludico e motorio: le palline Le vengono recapitate nella busta allegata a questo messaggio.

Con l’occasione, ci auspichiamo vorrà accettare le nostre più sentite scuse per averle sottoposto una selezione di pupazzi che sembravano irridere le sembianze degli appartenenti alla minoranza dei topolini di campagna e che, per questo, hanno turbato il Suo senso etico, La hanno offesa e La hanno indotta a pensare che l’Hotel e il suo Staff non disponessero di una sensibilità affine alla Sua.

Vorremmo anche notificarle che, grazie alla Sua segnalazione a mezzo lancio dei suddetti irrispettosi pupazzi dai balconi, l’Hotel ha provveduto a interrompere ogni collaborazione con i designer di fama internazionale che avevano curato la progettazione di quei finti roditori campestri (a loro dire, caricaturizzati “con intento ironico”) e abbiamo provveduto a distruggere gli esemplari in nostro possesso in modo che non potessero indurre turbamenti né presso altri ospiti della nostra struttura né altrove. Gli artigiani locali che hanno contribuito alla produzione di tali oscenità si uniscono alle nostre scuse nei confronti Suoi, dei Gattini che come Lei scelgono l’intrattenimento etico e consapevole e naturalmente dei Roditori tutti.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione qualora Le dovesse nuovamente accadere di non sentirsi del tutto a Suo agio nei nostri ambienti.

Con viva sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


28 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

sempre lieti di averla tra i nostri ospiti, La ringraziamo per la segnalazione che ci ha cortesemente inviato a mezzo pisciatina nel corridoio e che ha permesso al nostro personale di individuare e risolvere la condizione di pulizia della sua toilette. Ci duole ammetterlo, ma nella giornata odierna era ben al di sotto degli standard a noi abituali.

Con la presente vogliamo informarla che l’Hotel ha tempestivamente provveduto, oltre che al ripristino della freschezza della Sua sabbietta, anche all’estromissione dal proprio Staff dell’inserviente incaricato al cambio e alla manutenzione della lettiera in questione, ora sostituito da un collega di comprovata esperienza e serietà.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione e di non esitare a portare alla nostra attenzione mancanze gravi come quella in oggetto.

Con sottomessa sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


5 ottobre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

eternamente grati di averla come ospite, ci vorremmo complimentare con Lei per la scelta di aver ripetutamente sostato con entrambe le Sue chiappe su tutti i vasi di erba gatta che erano stati installati a scopo decorativo sui balconi della sua suite.

I rigogliosi ciuffetti di erba erano di effettivo ingombro alla Sua visuale dai balconi, e questi ultimi mancavano di un comodo e morbido punto d’appoggio da cui godere del panorama.

Come con Lei accordato a voce, confermiamo per iscritto che ci riserviamo di mantenere nella posizione attuale i vasi che Le risultano assai comodi e Le garantiamo che non provvederemo a ulteriori interventi di innaffiatura.

Anche in questa occasione, La invitiamo a considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua disposizione per chiarire possibili equivoci come quello relativo alle verzure.

Con inestinguibile sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


9 ottobre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

siete tra le nostre migliori e più gradite ospiti.

Apprendiamo quindi con costernazione che due novità introdotte nel menù dal nostro Chef col variare della stagione e della disponibilità degli ingredienti non si sono rivelate di Vostro gradimento. I nuovi croccantini Junior, sbavati e poi sputati nella ciotola dalla Signorina Anselmina durante la cena di ieri, e i nuovi bocconcini ricchi di cereali, ignorati dalla Signorina Patricia nel corso della colazione odierna, saranno quindi eliminati dal menù. Lo Chef si cosparge il capo di cenere per non aver avuto già pronte in cucina portate sostitutive in entrambe le occasioni e si impegna a far sì che una situazione tanto incresciosa non possa ripetersi mai più.

Pur consapevoli dei ripetuti disguidi che si sono verificati in questo primo periodo della Vostra permanenza, Vi preghiamo di voler comunque considerare l’impegno e la dedizione dell’Hotel e del suo Staff nei confronti dei propri ospiti e di non indugiare né a portare alla nostra attenzione inefficienze da risolvere né a suggerire potenziali migliorie che sarà sempre nostra cura portare a compimento nei più brevi tempi possibili.

Con tutta la nostra devota sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

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Le gattine Patty e Selma si rilassano nella loro cassetta della frutta preferita.

Di vacanze e di storie di paura

Riassunto della puntata precedente.
Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!” ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, i miei propositi s’infrangono ogni anno.
Quest’anno sarà diverso, mi son detta: quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.

Il secondo episodio è dedicato alle storie di paura.
Perché giunta a Coimbra, nel centro del Portogallo, ho scoperto una storia deliziosamente macabra. La volete sentire?

Nel XIV secolo Pedro, figlio del re del Portogallo Alfonso IV, si innamorò della galiziana Ines de Castro, dama di compagnia della moglie. Per ragioni che qui non staremo a sviscerare, anche dopo la morte della moglie, il sovrano impedì a Pedro di sposare Ines.
Poiché la storia d’amore tra i due continuava, un gruppo di nobili fece pressione sul re affinchè troncasse definitivamente quella relazione: nel 1355 Alfonso IV ordinò l’omicidio di Ines.
Il sovrano non sapeva che suo figlio avesse già sposato la donna in segreto.
Quando, due anni dopo, Pedro divenne re, si vendicò degli assassini di Ines facendo strappare loro i cuori e mangiandoli. Fece poi riesumare il corpo della sua amata e la incoronò. E ordinò a tutta la corte di rendere omaggio alla defunta regina baciando la sua mano ormai in decomposizione.

Almeno, questa è la versione della storia raccontata dalla Lonely Planet. Nell’internet se ne trovano decine di versioni differenti: a Ines de Castro sono stati dedicati romanzi, saggi, pièce e un balletto. Ma ho deciso che mi piace questa, e ho deciso che sarebbe carino se Tim Burton le dedicasse un film. Tim, can you hear me? Va bene anche un corto.

Coimbra è una cittadina universitaria arroccata su una collina. Piccola, medioevale, malandata, con un centro storico basso composto da vicoli strettissimi e contorti e una parte alta in cui si trovano l’università e la cattedrale. Nel centro storico, tra negozi di frutta e verdura così scalcagnati che paiono improvvisati, gli anziani giocano a dama in strada, seduti sugli scalini dei portoni.

Sono arrivata a Coimbra di notte, la sera di Ferragosto. Tutti i ristoranti consigliati dalla guida erano chiusi. Dopo un giro nel centro, ho cominciato a salire verso la città alta. Più avanzavo, più le strade si facevano buie: nessun lampione, nessuna finestra illuminata, nessuno in giro. Mi sono ritrovata sulla grande piazza dell’università, debolmente illuminata, dominata da due blocchi di statue antropomorfe le cui ombre erano piuttosto inquietanti.
Il mio giro turistico notturno sembrava finito. Non mi restava altro da fare che scendere verso l’albergo. Per non annoiarmi, ho scelto una via diversa da quella già percorsa. Era ancora più buia della precedente. A tratti, la strada era illuminata da una luna quasi piena, che spesso scompariva dietro i tetti delle case addossate l’una sull’altra.
Sono stati proprio i tetti ad attirare la mia attenzione: nei palazzi sotto cui stavo camminando, non esistevano più. Le finestre erano buchi di scatole scoperchiate. Quelle case erano come scenografie di un vecchio film western; erano come le facciate delle attrazioni di un lunapark, tenute in piedi da pochi pali messi di sbieco che si scorgevano grazie alla luna.
Ines, la regina incoronata mentre il suo corpo si putrefaceva, sembrava meno spaventosa della mia passeggiata serale. Il cigolio di una persiana, lo scatto di un gatto, la sagoma di un uomo che si stava avvicinando: tutto, in quei momenti, avrebbe potuto terrorizzarmi.
Anche un furgone, sbucato dal nulla in cima alla discesa che stavo percorrendo. Sembrava impazzito, scendeva da quella strada così stretta e dissestata a una velocità irragionevole. I suoi abbaglianti accesi sembravano roteare come gli occhi di un folle.
Ho cercato riparo in una nicchia che un tempo ospitava un portone ma che ormai era murata. Il furgone continuava a scendere. Si era accorto di me? Mi avrebbe ignorata o si sarebbe fermato? Chi sarebbe sceso? E con quali intenzioni? Ho alzato lo sguardo cercando di sfidare i suoi fari accecanti, sempre più vicini.
Alla guida non c’era nessuno.

Ok, quest’ultimo dettaglio è accaduto solo nella mia fantasia. Scusate. Ma quando ci sono dei buoni presupposti per farsela sotto non resisto ad aggiungere mentalmente altri dettagli per spaventarmi di più. Chissà se tale pratica può essere fatta rientrare tra i tentativi di suicidio.

Ciò che maggiormente mi preme dirvi è che io, in realtà, quest’estate sono andata in vacanza in Spagna: dal Portogallo sono soltanto passata.
Una delle mie tappe è stata alle Illas Cies, piccolo arcipelago nell’Atlantico che si trova di fronte a Vigo, in Galizia (mica la citavo a caso all’inizio di ogni post).

Appena si sbarca dal traghetto, le Cies salutano i turisti con appeal caraibico: spiagge bianche, mare turchese e cristallino, pesciolini festanti, ricca vegetazione. I turisti più astuti corrono in spiaggia a prendere i posti migliori, quelli vicino alla battigia ma dolcemente ombreggiati dal bosco. I turisti meno astuti (ehm) possono esplorare boschi e sentieri, camminare fino al faro, arrivare alla Casina degli Aves, che altro non è che una piccola costruzione per il bird watching incredibilmente capace di incanalare in sé tutti i venti gelidi dell’Atlantico – probabilmente per un patto tra le entità del cielo atto a scoraggiare i tormentatori di uccellini.

Le spiagge immacolate si riempiono presto di turisti che la sera se ne vanno. Un po’ perché le Cies sono disabitate, fatta eccezione per un piccolo campeggio con bar e supermercatino e un minuscolo ‘campo di lavoro’ per chi si prende cura di boschi e sentieri. E un po’ perché nel tardo pomeriggio, ben prima che il sole tramonti dentro l’oceano, le isole vengono avvolte dalla nebbia. Una nebbia densa, umida, che riporta tutti coloro che per qualche ora si erano creduti ai Caraibi nella realtà, cioè nel nord della Spagna, su una costa così nordica che può vantare persino dei simil-fiordi.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Vedete la nebbia in questa foto? Vedete come scende sulle isole, coprendole fino alla riva? Immaginate ora il piccolo campeggio, il bar e il minisupermercato avvolti da quella stessa nebbia. Immaginate il buio che cala all’improvviso, la lunga e fredda notte dei campeggiatori che da quell’isola sanno di non poter fuggire per nessun motivo.

Ecco, e già che ci siete scrivetevi anche una storia di paura ambientata lì, in una notte di tempesta in cui le tende minacciano di volare via e sembra proprio che una nave abbia attraccato al porticciolo. Nessuna nave arriva mai alle Cies di notte. E nessun buon proposito, anche quello di raccontarvi storie di paura, sfugge al suo destino di infrangersi come un’onda sulle coste della Galizia.

Di vacanze e di rapporti tormentati con i grandi amori estivi, come la gelateria portoghese Fragoleto

Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!”, un po’ perché son certa di aver vissuto avventure straordinarie e un po’ perché ritengo giusto ammorbare gli altri umani, di tanto in tanto.
Ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, ogni anno i miei propositi s’infrangono e il mio pesaculismo viene suffragato dall’eterno alibi “Eddai, intanto chi se le incula le mie vacanze?”

Ma quest’anno sarà diverso, quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.
Cominciamo con calma, una cosa alla volta.

Sono tornata a Lisbona.
[“Ehi, sei sempre a Lisbona”, commenterà qualcuno memore delle mie vacanze portoghesi del 2011. “Fatti i cazzi tuoi”, risponderò con la cordialità che mi contraddistingue].

Con la frase Sono tornata a Lisbona intendo Sono tornata da Fragoleto.
Fragoleto è una gelateria di Lisbona, a due passi da Praça do Comércio, che avevo scoperto nel 2011 seguendo un consiglio della Lonely Planet. Subito me ne ero innamorata, per i suoi gusti originalissimi e deliziosi. Quest’anno, con la saggezza dovuta alla mia sopraggiunta maturità, ho scelto di basare su Fragoleto la mia intera alimentazione nei tre giorni trascorsi in città.

Da Fragoleto c’è il gusto tè verde. C’è la pera. C’è il biscottinho, che è una crema di biscotto con semi di papavero e salsa di mirtilli. E, santi numi, c’è il latte di capra.
Da Fragoleto si possono prendere coni, coppette e vaschette oppure si possono degustare tanti strambi gusti serviti in una coppa di minipalline.
Da Fragoleto si raggiunge l’orgasmo, sempre.

Fragoleto è la creatura della mastra gelataia Manuela Carabina.

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È a te, Manuela Carabina, che mi rivolgerò adesso – con tutta la serietà che mi è possibile, considerato il fatto che mi risulta difficilissimo scindere il tuo nome dal personaggio di Dinamite Bla (che poi magari non usava nemmeno una carabina, perdonami, ho avuto un’infanzia fumettisticamente confusa).

Manuela, il tuo gelato è favoloso.
Manuela, sei stata saggia e ti sei affidata a bravi grafici che hanno associato al nome Fragoleto un lettering e colori cremosi e avvolgenti. Vedo il logo e già mi lecco i baffi: funziona.
Manuela, sei pure stata astuta a creare la formula della degustazione, che rende il gelato chic come il vino.

Però, Manuela, cazzo: un po’ di elasticità.

1) La tua gelateria è nel centro di una capitale europea, è nel cuore della Lisbona turistica, è a due passi dalle fermate più affollate del tram 28: Manuela, tu non puoi parlare solo in portoghese. L e n t a m e n t e, ma in portoghese. No, ragazza mia: tu devi imparare a emettere almeno tre parole in inglese, tanto più perché sei tu a stare alla cassa e a rispondere alle domande dei clienti.

2) Hai scelto le vaschette di design: contengono ciascuna due comparti e si possono incastrare l’una sull’altra all’infinito. Come dei grossi Lego in polistirolo che consentono di costruire torri di gelato alte fino al cielo. Capirai, Manuela, che questa cosa esalta noi tossici del gelato; non per niente, la hai scelta.
Prima di vederle, non sapevo che ogni vaschetta avesse solo due comparti: nella mia ignoranza, mi sono azzardata a chiedere una vaschetta con tre gusti. Una tua giovane collaboratrice mi ha spiegato che i due comparti potevano contenere solo due gusti. Io sono italiana, sai come facciamo noi: le ho detto che non c’era problema, che due dei tre gusti avrebbero potuto alloggiare in uno stesso spazietto. Manuela, io nei suoi occhi ho visto il panico: mi ha detto che non si poteva con l’aria di chi deve ripetere un dogma inintellegibile e ti ha guardata col terrore di chi, se avesse soddisfatto la richiesta di una cliente, sarebbe inevitabilmente andato contro le prescrizioni del suo capo.
Manuela, io alla fine ho preso due soli gusti, ma ti rivelerò una cosa: per mangiarli ho usato lo stesso cucchiaino e, talvolta, li ho persino mescolati.

3) La folla genera panico. Succede. E se gestisci un’ottima gelateria nel centro di una grande città, può persino capitare che fuori si formi una coda di clienti. Ma Manuela, cazzo, tu devi garantire a gelateria strapiena lo stesso servizio che garantiresti a gelateria semideserta. Se una cliente (una a caso, naturalmente) ti chiede una vaschetta dopo aver atteso per dieci minuti in coda, tu non puoi risponderle che avendo solo tre gelataie e tanti clienti non puoi far fronte a richieste che non siano coni o coppette. Perché, Manuela? Temi che, impiegando troppo a servire una sola cliente, altri possano stancarsi della coda e abbandonarti? Non pensi che una vaschetta valga come quattro coni? E perché stai rispondendo ancora in portoghese?

4) Manuela, ti prego, sforzati di essere un pochino più fisionomista. Che stai in una grande città e che sei subissata dai clienti l’abbiamo già detto. Ma ci sono clienti che si ricordano più facilmente di altri: un po’ perché fanno nella tua gelateria i tre pasti principali della giornata (ehm); un po’ perché spesso fanno due giri (ehm); un po’ perché ti dicono “Amo questo gelato”, “Domani ripasso”, “Hai visto che sono tornata?”, “Toh, son di nuovo qui”, “Cucù: rieccomi!”; un po’ perché cazzo, Manuela, sono alta quasi due metri, sono pallida come il latte di capra e ho il fianco burroso caratteristico di chi abusa di gelato artigianale da anni: non ho l’aria di essere una tua cliente? Ti lascio una fototessera di promemoria?

Manuela, io tiggiuro che se non fosse perché il tuo gelato è eccellente non sarei mai tornata da te e neppure mi sarei incazzata ogni volta così tanto.
Manuela: io dopo ogni gelato ti volevo mandare Gordon Ramsay e Tabatha-mani-di-forbice insieme, per aiutarti a gestire meglio la tua impresa.
Manuela, io spero che tu faccia egosurfing, ogni tanto: so che non capirai una riga di questo testo, ma qui c’è Google Translate. Lo devi impostare da Italiano a Português: ce la puoi fare.

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Splinder ha chiuso, Radio Deejay ha festeggiato i 30 anni e il mondo non ha ancora capito l’importanza de “L’ultimo bicchiere” nella discografia nazionale

Come recitava la sua antica biografia su Spinder, Viola Scintilla è nata nel 1982, a un mese di distanza da Radio Deejay. Ieri, Splinder ha chiuso per sempre e Radio Deejay ha festeggiato i suoi trent’anni con un megaparty cui Viola Scintilla è stata invitata (come i VIP, ma col posto in gradinata). Capirete che tali eventi sembrano stati appositamente coordinati dal Fato per costringere Violetta a fare un bilancio sui suoi trent’anni e sull’influsso che i media hanno avuto sulla sua esistenza. Insomma, il Grande Bilancio che tutti voi lettori stavate aspettando con trepidazione. Ma che sarà oggetto di un post successivo.
Qui e adesso, carissimi, occorre occuparsi senza indugio di un tema ben più serio: l’esegesi de L’ultimo bicchere, la canzone che Max Pezzali (l’883 che cantava) e Nikki (una voce di Radio Deejay che un tempo aveva i capelli lunghi fino alle natiche) tentarono di portare in classifica a metà dei gloriosi anni Novanta. Nella realtà, riuscirono a portarla soltanto a Un Disco per l’Estate: ivi Pezzali vinse il premio come miglior autore e tale riconoscimento contribuisce ad avvalorare la tesi per cui L’ultimo bicchiere deve essere definita a pieno titolo come un capolavoro della poetica pezzaliana nonché come un impietoso e veritiero scorcio su alcuni giovani vissuti nel periodo in cui venne scritta.
L’urgenza di questo intervento è correlata a quanto accaduto nei giorni scorsi quando, in prospettiva della festa di Radio Deejay, Viola Scintilla ha spiegato ripetutamente ad amici e parenti che il suo metro di giudizio per il party sarebbe stata L’ultimo bicchiere: se Pezzali e Nikki la avessero cantata, il compleanno della radio si sarebbe potuto ritenere riuscito e Violetta si sarebbe considerata una fan soddisfatta. Ebbene, signori, ieri sera il pingue Max Pezzali e il calvo Nikki hanno cantato L’ultimo bicchiere, introdotti e poi cacciati da un Linus che ha più volte alluso allo scarso successo di questa canzone. Che sia rimasta incompresa per quasi un ventennio? Unica tra le migliaia di festeggianti a conoscerne i versi a memoria, Viola Scintilla è certa che L’ultimo bicchiere sia stata vittima di un momento di distrazione nazionale. E vuole finalmente dedicare a questo pezzo tutta l’attenzione che merita. Per chi non la conoscesse, spiacenti: fornirvi il file audio pare complicato.

Contestualizziamo il pezzo. Siamo negli anni Novanta, andavano di moda i discopub. Ve li ricordate, i discopub? La voce narrante è quella di un uomo, l’inconfondibile uomo della provincia pavese, tipico personaggio della narrativa pezzaliana. Come in Rotta per casa di dio, Come mai, Sei un mito e La regola dell’amico (canzone appartente a un periodo di poco successivo a quello qui trattato), il protagonista e voce narrante è uno sfigato. Ma se nelle altre canzoni dello stesso autore egli è solo mediamente sfigato, ne L’ultimo bicchiere il soggetto perde ogni qualsiasi dignità, si sputtana, va oltre. Così come questa perla della canzone italiana novecentesca va oltre ogni possibile categoria estetica. Leggiamone i versi.

Dentro al buio del locale
musica che è sempre uguale
Luci basse che mi danno un po’ fastidio
Quelle gambe un po’ intriganti
con le calze trasparenti
Qui si fanno tutte belle ma
chissà per chi?

Siamo al discopub. Il protagonista è lì, è solo ed è presumibilmente seduto nel tavolino nell’angolo che viene di solito assegnato agli uomini soli. Lui è lì, ma ci tiene subito a specificare che quello non è il suo ambiente: lo considera superficiale, irritante. È abituato ad altre atmosfere: le luci basse gli danno fastidio, la musica gli fa cagare. È uno sfigato, ma vuole fare lo snob.
Nonostante i millantati gusti di un certo livello, lui è lì, seduto da solo al tavolino nell’angolo del locale. Tutt’attorno, troie. Perché è così che questo io narrante vede le donne che lo circondano: indossano calze trasparenti (un dettaglio che catapulta vividamente l’ascoltatore contemporaneo nel pieno degli anni Novanta) e si sono fatte belle. Lui si chiede per chi, queste troie, si siano apparecchiate con tanta cura: per lui, no di certo. A lui, dicono solo di no. Be’, questo non lo canta ma lo lascia intuire già alla prima strofa: lui riceve solo due di picche (perché il due di picche è sempre in agguato, ma questa è un’altra esegesi).

Forse io dovrei andare
quasi l’ora di dormire
se mi guarda ancora un po’ mi sa che vado lì
Sì ma tanto cosa dico?
“Hai un ragazzo o un marito?
Studi o fai un lavoro interessante e unico?”

Io non voglio più sprecare una parola
perchè il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

Abbiamo lasciato il nostro protagonista solo al discopub: ma non è il suo ambiente. Lui preferirebbe persino essere a casa a dormire, pur di non essere in un posto così volgare. No, davvero, quasi lo giura: lui non è lì per le ragazze. Però una di queste intriganti meretrici del discopub, quelle che si sono apparecchiate per darla a chissà chi, lo fissa. Lui è convinto che lei lo stia provocando con lo sguardo. E se la poverina fosse semplicemente strabica? L’io narrante non ha l’umiltà sufficente per domandarselo. E si chiede, invece, se raccogliere la sfida di quella provocatrice, se alzarsi e andare lì da lei. Be’, potrebbe farlo. Ma poi, che cosa potrebbe dirle? E qui l’analisi del testo pezzaliano si apre a due possibili interpretazioni: tra la seconda e la terza strofa, l’io narrante sta elencando con sarcasmo una serie di orride banalità che vengono frequentemente utilizzate per avviare pratiche di rimorchio uomo/donna nei locali pubblici o l’io narrante sta sciorinando le quattro cazzate che è solito proferire per tentare di attaccare bottone col sesso opposto e attraverso le quali ottiene (giustamente) valanghe di due di picche? Da quasi vent’anni, su questo punto gli esegeti si spaccano in due fazioni.
Linguisti, italianisti e narratologi concordano invece sul fatto che il protagonista sia solo al tavolo di un discopub che suona musica di merda e che stia valutando se tentare di approcciare una tipa (forse strabica) che ha scelto di indossare calze trasparenti. Lui decide di non farsi avanti: perché, spiega, detesta le procedure di avvicinamento che ha appena elencato. Anzi, no, non usa il verbo ‘detestare’: egli usa una particolare accezione del verbo ‘urtare’. Ricordate che siamo negli anni Novanta: per due o tre settimane di un anno imprecisato, qualche disagiato sociale e linguistico ha impiegato il verbo ‘urtare’ come sinonimo di ‘infastidire’, ritenendolo più giovanile e alla moda. Passate quelle due o tre settimane, l’utilizzo di tale variente si è stabilizzato come un vero e proprio stigma linguistico mentre attorno ai suoi utilizzatori si è accesa un’imperitura aura da sfigati cui non può essere elargito alcun favore sessuale. Naturalmente l’io narrante è uno di questi utilizzatori. E, con imprudenza, si lascia sfuggire che le chiacchiere da conquista stereotipate, quelle appena elencate, gli hanno rovinato l’esistenza. Proprio quest’ultimo verso sembra far prevalere la tesi secondo cui “Hai un ragazzo o un marito? Tu sei qui da sola?” e le altre domande fossero effettivamente le quattro cazzate che il protagonista è sempre stato solito usare nei discopub.

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Si arriva al formidabile ritornello: il nostro protagonista è sempre solo al tavolo del discopub ed è così inacidito e depresso da non voler nemmeno tentare di avvincinarsi a una delle ragazze presenti nel locale, dilaniato da un mix di rancore e pregiudizi nei confronti del genere femminile. Decide quindi di farsi un ultimo bicchiere, quello che dà il titolo alla canzone e che permette di confermare i sospetti di dipendenza da alcol che già si addensavano sulla figura dell’io narrante, cioè quell’uomo incapace di entrare in contatto col sesso opposto se non con banalità da psicotico, proferite per altro con l’alito impastato di… Ehi, che cosa si beveva negli anni Novanta per sentirsi un po’ fighi, ma anche rudi e diversi da tutti?
Dopo l’ultimo bicchiere, il nostro uomo dice che se ne andrà finalmente a dormire, stremato da quelle che definisce “storie finte che si basano sui film e non ti danno mai qualcosa in più di un freddo vuoto”. Carissimi, siamo giunti al clou, cioè a quell’insieme di versi da cui si deducono tre verità fondamentali. 1) Il protagonista è stufo di storie “finte”, aggettivo che in un primo momento sembra riferirsi alla superficialità degli incontri di una sola notte. Ad un ascoltatore attento, risulta evidente che le storie sono “finte” perché il protagonista non le ha mai avute, considerato che riceve solo due di picche. 2) La psicosi dell’uomo è tale che egli crede davvero di avere vissuto numerose storie da una sera con donne rimorchiate ai banconi dei locali: ma, come egli stesso si lascia sfuggire, qui abbiamo a che fare con quelli che la scienza definisce ‘falsi ricordi’, ovvero memorie di episodi mai vissuti che, nel caso qui in analisi, sono creati dalla fruizione di prodotti cinematografici certamente di basso rango. Alcuni critici azzardano un riferimento alla filmografia pornografica; altri dimostrano scetticismo nei confronti di questa ipotesi e negano tali riferimenti per via dell’assenza di topoi di genere come idraulici e docce. 3) In uno slancio di autogiustificazione, cioè quella pratica che la scienza definisce come ‘raccontarsela’, il nostro uomo dice di voler smettere con quelle storie non perché impossibilitato ad averne per via dell’assenza di interesse nei suoi confronti da parte dell’intero genere femminile (se si esclusdono le povere strabiche) ma perché le relazioni mordi e fuggi lasciano un vuoto dentro di lui.

Quante storie, storie vere
lui che le offrirà da bere
come se non si capisse che intenzioni ha
Forse non per amicizia
e neanche con dolcezza
ma poi lei dirà “Tu che cos’hai capito?”

Lecito ipotizzare che alla fine del ritornello l’ultimo bicchere sia stato servito. E quindi ecco la voce narrante ancora seduta al suo tavolino nell’angolo, ancora intenta a sorseggiare l’ennesimo cocktail che comprometterà ulteriormente il suo alito.
In disparte, il nostro uomo riflette ancora sulle dinamiche uomo/donna nei locali. Ma, questa volta, lo fa come se l’attività non lo riguardasse più. Ha raccontato a se stesso che quelle storie non gli interessano, quindi ora si estrania dalle contingenze e considera l’approccio in modo meramente speculativo, come fosse un consolidato canovaccio della commedia dell’arte o un ripetitivo gioco delle parti che lui si può permettere di osservare e giudicare dall’esterno. Ma così come uno scrittore poco abile lascia sempre trapelare dalla sua scrittura incerta troppe informazioni su di sé, così anche il nostro uomo non riesce davvero a estraniarsi. E nel raccontare in astratto di un uomo e di una donna che si incontrano in un discopub, mette in scena dinamiche poco fantasiose e si lascia sfuggire il proprio modus operandi (non gl’importa dell’amicizia né di una vera reciproca conoscenza, non vuole perdere tempo agendo con dolcezza) e una delle modalità con cui di frequente viene rifiutato: “Oh, maiale, cosa cazzo fai? Solo perché ho lasciato che mi offrissi da bere mi consideri roba tua? Tieni giù quelle mani”.

Io non voglio più sprecare una parola
perché il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non ne posso più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Seduto nell’angolo in solitudine mentre tutt’attorno ragazze percepite come scortesi con lui ma prodighe di servigi per qualsiasi altro uomo hanno plausibilmente iniziato a ondeggiare sulle note della musica che a lui fa cagare, il protagonista di questo capolavoro pezzaliano ribadisce il suo snobistico orrore per le pratiche di seduzione. E ordina un ultimo bicchiere. Lo ordina più e più volte, perché l’ordinazione coincide con il ritornello e, a fine canzone, il ritornello è ripetuto a sfumare. Ciò consente a tutti i critici di avere un parere univoco sull’epilogo della vicenda narrata: il protagonista della canzone, ormai completamente sbronzo, viene trascinato in strada alla chiusura del locale mentre oppone resistenza e inveisce contro il gestore del discopub, contro le donne che sono tutte puttane e contro la musica di merda.

Viola Scintilla saluta con affetto Amica del Cuore, che avrà abbandonato la lettura già al secondo paragrafo, e tutti quelli che sono arrivati all’ultima riga.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto domestico ma ora che ne ha addirittura uno sciame, ditele: come si sterminano le tarme?

Lunghissima introduzione che i lettori più frettolosi possono tralasciare senza rimorso.

Viola Scintilla ha sempre desiderato prendersi cura di un animaletto domestico. Nel corso dell’infanzia ha avuto l’opportunità di veder crescere e morire soltanto una dozzina di pesciolini rossi che, a dirla tutta, non le hanno dato molte soddisfazioni affettive. Mentre sua cugina (quale cugina? Non Cugina Figa, Cugina Grassa. Per conoscere nel dettaglio le cugine di Viola Scintilla, clicca qui. Oppure qui) cresceva in un popolatissimo zoo domestico ove scorazzavano gatti, criceti e tartarughine, Famiglia Scintilla donava a Violetta soltanto oggetti inanimati.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un micetto, per la precisione. E da quando vive sola, nelle notti fredde e tempestose, negli assolati pomeriggi domenicali e all’alba di talune mattine d’estate si è spesso ritrovata a sfogliare cataloghi online di felini: quelli tipo Meetic, ma con i gattini anziché gli umani. Viola Scintilla ha sempre immaginato di adottare un Gatto Ipotetico, ancora cucciolo, possibilmente maschietto, di stazza un po’ più grande rispetto alla media, superpeloso, cagacazzi, casinista, logorroico e leggermente soprappeso: cioè, l’esatta trasposizione felina del suo uomo ideale (ma castrato). Viola Scintilla ha sempre immaginato che lei e Gatto Ipotetico si sarebbero amati per sempre:

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto, ma è pur sempre una fanciulla dotata di uno spiccatissimo senso pratico e di vasta conoscenza delle cose del mondo: sebbene creda fermamente nel principio di autogestione dei felini secondo cui, se lasciati soli, i gatti imparano a gestire se stessi e quanto necessario alla loro sopravvivenza, Viola Scintilla sospetta che dopo alcune settimane di assenza dell’amatissima padroncina Gatto Ipotetico potrebbe avere problemi come: carenza d’affetto, scarsità di cibo, mancanza di acqua, prematura morte. Nel dubbio, Gatto Ipotetico è rimasto finora una mera fantasia.

Ma Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto. Il Fato ha voluto che per un breve periodo la fanciulla abbia condiviso la propria esistenza con alcuni scarafaggi. Violetta ne scrisse sul suo blog di gioventù che, da allora, ancora sopravvive grazie ai navigatori che vi giungono cercando metodi per sterminare gli scarafaggi (Se vi interessasse il tema, sappiate che Viola Scintilla riuscì nell’impresa servendosi di alcune trappole acquistate al supermercato).

Qui, finalmente, si entra nel vivo della narrazione.

Dacché si è trasferita nella sua nuova maravigliosa magione, Viola Scintilla ha trovato altri cuccioli con cui condividere i propri spazi: le tarme. Orride creature dalle dimensioni simili a quelle delle mosche ma dalle ali polverose come quelle delle ben più graziose farfalle, ogni sera le Tarme di Viola Scintilla danno il bentornato alla padrona di casa alzandosi in sciami scomposti sulla sua testa, volteggiando attorno alle luci del suo lampadario, planando in modo sgraziato sulle sue pareti candide.

Viola Scintilla in un primo momento ha accettato di buon grado questa convivenza tra specie. In un secondo momento si è allarmata per il possibile appetito che le tarme avrebbero potuto sviluppare nei confronti dei suoi vestitini e si è rivolta a un’impresa specializzata per risolvere il problema: l’impresa ha miseramente fallito. Al termine dell’intervento le tarme hanno ripreso a svolazzare, ancor più orride e strafottenti.

Viola Scintilla ha visto progressivamente ridursi il proprio livello di sopportazione. Un giorno, trovandosi con il martello in mano al termine di un lavoretto, ha preso a massacrare le tarmacce ad una ad una: al suo fianco, a incitarla, un ologramma di Jack Torrance. In un altro pomeriggio di pura ossessione, nella percezione del mondo di Violetta le tarme si sono trasformate in gigantesche e minacciosissime creature volanti che puntavano senza pietà ai suoi capelli: Viola Scintilla altro non era che una novella Tippi Hedren (ma più alta, bruna e sguarnita di tailleur tinta pastello che, comunque, non le donerebbero).

In un crescendo di odio, Viola Scintilla si è poi privata del cibo, conservando quanto necessario alla propria sopravvivenza in frigorifero e cestinando quanto le tarme avrebbero potuto apprezzare e sfruttare per il proprio sostentamento. Ma le tarme continuavano ad esistere, a riprodursi, a svolazzare. Viola Scintilla si è quindi munita di uno spray letale che avrebbe dovuto spruzzare negli ambienti per un massimo di 5 secondi: lo ha spruzzato per ore, per alcuni giorni di fila, con una foga e una crudeltà cui nessun insetto avrebbe potuto sopravvivere. Credeva di avere al fin vinto la propria battaglia con le orride creature con cui non voleva più dividere il proprio appartamento ma una sera, rincasando, è stata nuovamente accolta da UNA TARMA.

La battaglia di Viola Scintilla continua. Si accettano suggerimenti, veleni mortali, pipistrelli e supervisioni di entomologi espertissimi (preferibilmente di stazza superiore alla media, pelosi, cagacazzi, casinisti, logorroici e leggermente soprappeso).