Ho 36 anni e sto per rimettere l’apparecchio ai denti (un’altra storia di famiglia)

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Sono genovese. Riso: poco. Stringo i denti e parlo chiaro è uno scioglilingua che si usa dalle mie parti. Tradotto in italiano perde le allitterazioni, la rima baciata e anche la sua peculiarità: in dialetto è possibile pronunciarlo senza schiudere i denti. Pensavo di essere in grado di declamarlo alla perfezione finché, al pranzo di Natale dello scorso anno, i miei parenti ci hanno tenuto a precisare: «Tu sei facilitata perché i tuoi denti non si chiudono.»

In effetti ho sempre avuto un problema di occlusione: la mia arcata superiore e quella inferiore si sovrappongono in modo anomalo, come due ferri di cavallo di diversa fattura appoggiati l’uno sull’altro. Questo è antiestetico e mi dà qualche problema nella masticazione e, in particolare, nei morsi: se cerco di addentare una fetta di focaccia sottile con gli incisivi, quella esce dalla mia bocca intatta. Il mio unico conforto è il pensiero che, se coinvolta in un disastro aereo, i miei parenti potrebbero riavere ciò che resterebbe di me grazie ai calchi dentali: potrebbero confrontare quelli rilevati dalla scientifica sul luogo della tragedia con quelli che i miei dentisti hanno collezionato a partire dal 1990.

Perché fu nel 1990 che tutto ebbe inizio. Avevo otto anni e un dentino da latte che non si decideva a cadere, un incisivo superiore. Mia madre mi portò nello studio del suo cugino dentista, Sandro: baffuto e con un savoir faire da tagliaboschi, Sandro decretò che il dentino era da togliere. Sulla sua poltrona verde, circondata da tende verdi e inquietanti strumenti verdi, sentii lo stridore di una siringa contro l’osso del mio palato; poi percepii le pinze che, rabbiose, si aggrappavano al dentino per estrarlo; udii il crack del dente che abbandonava l’alveo; fui travolta dallo scorrere del sangue; piansi; e soprattutto ascoltai le numerose imprecazioni in genovese di Sandro senza potermene sottrarre.

«Ou bèlin, l’abbiamo tirato fuori», concluse, la fronte imperlata di sudore su cui si riflettevano gli ambienti verdi del suo studio.

Venne l’estate, ci trasferimmo come al solito in campagna, poi approdai in quarta elementare, divenni miope e iniziai a portare gli occhiali da vista, divenni celebre per essere fuggita dal corso di nuoto, mi feci crescere i capelli fino al sedere e persino Genova si trasformò per celebrare l’anniversario della grande impresa di Cristoforo Colombo: ma nel 1992 del mio incisivo da adulta non v’era ancora nessuna traccia.

«Non è il mio campo» ammise Sandro a un certo punto, e mi spedì da un collega appena specializzatosi in ortodonzia infantile.

Mia madre mi accompagnò speranzosa da Giampiero: neolaureato e con la faccia da ingegnere, decretò che per la discesa del mio incisivo non c’era abbastanza spazio tra gli altri denti e che avremmo risolto tutto in pochi mesi, con un lavoretto di allargamento. Mi venne appioppato un apparecchio mobile: un calco in plastica del mio palato da cui si diramavano inquietanti rami di acciaio. E poiché si trattava degli anni Novanta, la plastica di quel calco palatale recava in sé tutti i colori fluo che impazzavano ovunque, dalle caramelle alle tute in poliestere. Lecito ipotizzare che quell’apparecchio fosse cancerogeno, oltre che brutto.

Portavo il mio apparecchio con dolore e con disgusto (sono sempre stata molto attenta alle questioni igieniche: inserire oggetti non commestibili in bocca mi pareva contrario alla natura umana; e che questi oggetti tra le fauci fossero stati precedentemente sputati e poi lasciati nel mondo esterno dove i batteri si sarebbero fiondati in massa sui rimasugli di saliva mi sembrava un abominio), ma invidiatissima da mia cugina Elena, una biondina dal sorriso perfetto che già da tempo si rodeva per i suoi dieci decimi: dall’oculista aveva finto di non riuscire a leggere, ma il medico aveva intuito la sua menzogna e le aveva impedito di poter sfoggiare un paio di occhiali tondi rossi come i miei.

Nemmeno dopo mesi di torture, pasticche disinfettanti sciolte a manciate nella tazza in cui l’apparecchio veniva deposto durante i pasti per essere igienizzato (mai abbastanza) e infinite visite da Giampiero, il mio incisivo superiore venne persuaso a sbucare dalla gengiva. Nel frattempo, ero già passata alle scuole medie: mentre le mie compagne di classe ambivano ai provini per Non è la Rai e si acconciavano di conseguenza, io sfoggiavo ancora una finestrella tra i denti davanti.

«Non è il mio campo», dichiarò a un certo punto Giampiero.

E «Non è il mio campo» lo disse anche un altro giovane e promettente dentista, Franco: accento barese e fisico sferico, mi spedì a sua volta da un vecchio primario in chirurgia maxillo-facciale.

Era il 1994 e avevo 12 anni quando mi ritrovai addosso un pigiama giallo, ricoverata in uno tra gli ospedali più inquietanti della Liguria. Il mio reparto si sviluppava nei sotterranei della struttura, dove le corsie si diramavano sul lato esterno di un enorme corridoio semicircolare mal illuminato. Sul pavimento, fatto di vecchie mattonelle rosse, ogni barella produceva il suono di una lettiga da obitorio, lettiga da cui in qualsiasi momento un cadavere avrebbe potuto alzarsi e portarci tutti con sé nel mondo dei morti.

Vissi le due giornate preparatorie all’intervento come una prigionia; supplicai la famiglia di portarmi cibo e Gialli Junior dal mondo esterno; dall’alto del mio letto con le sbarre, tenni drammatiche conferenze sull’ingiustizia che stavo vivendo agli amichetti che mi venivano in visita. Quella stronza di Elena tentò di farsi ricoverare perché le pareva uno sballo. Odiavo tutto il personale medico-sanitario e pure le altre pazienti, che sembravano essere lì di loro volontà: ma erano maggiorenni, perché non scappavano? Se ce l’avevo fatta io dalla piscina qualche anno prima avrebbero potuto farcela anche loro. Il giorno dell’intervento, in sala operatoria l’infermiera che reggeva la flebo con la mia anestesia prese a cantare un motivetto dal Festivalbar di quell’annata – poteva essere Luca Carboni? La reputai un’irresponsabile e la odiai in modo miratissimo prima di cadere nel mio sonno.

Al risveglio c’erano tubicini e chiazze di sangue ovunque. In bocca, la sensazione di essere stata squartata e ricucita malamente, come la creatura di un dottor Frankenstein pigro, approssimativo e fan di Carboni. Nel corso dell’intervento il mio ritroso incisivo era stato stanato dal suo rifugio; il referto specificava che dalle mie gengive era fuoriuscita anche «una nidiata di dentini da latte che la natura mi aveva donato come extra, con ammirevole generosità ma un po’ a cazzo di cane» – testuali parole della cartella clinica che i famigliari si passavano di mano in mano scuotendo la testa, commentando all’unisono di non avere memoria di qualcuno con denti problematici come i miei almeno fino al terzo grado di parentela. Forte della mia conoscenza approfondita in materia di Candy Candy abbracciai l’ipotesi di essere stata adottata. 

Le mie indagini non erano ancora entrate nel vivo quando mia madre mi condusse da Beppe: moro e abbronzatissimo, Beppe dichiarò di essere stato l’artefice del mio complicato intervento maxillo-facciale. Con Beppe maturai molto: grazie a lui imparai che le maledizioni non servono a nulla, altrimenti Beppe sarebbe morto quello stesso anno sulla sua barca a vela, inculato dall’albero maestro crollato durante una tempesta al largo di Capraia e conficcatoglisi su per le chiappe e attraverso l’intestino, lo stomaco e l’esofago fino alla bocca, dove con un colpo secco gli avrebbe fatto schizzare tutti i denti sul teak del ponte lucidato a festa per far salire a bordo le sue troie.

Beppe era figlio d’arte, primogenito di un dentista dall’onorata carriera con cui condivideva lo studio, al secondo piano di un bel palazzo nel centro storico di Genova. Nella sala d’attesa i soffitti erano stuccati; le enciclopedie mediche erano d’epoca; e le poltrone erano di design (Wassily di Marcel Breuer, per l’esattezza: capolavoro del Bauhaus di cui desidero da allora distruggere con una mazza chiodata tutti gli esemplari esistenti al mondo). In cotanto sfarzo, l’unica lettura concessa ai pazienti era un raccoglitore blu che in copertina recava il titolo Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate: all’interno, una raccolta di vignette a tema ortodontico, probabilmente ritagliate, fotocopiate e ingrandite da La Settimana Enigmistica la cui pagina del buonumore si intitola Risate a denti stretti. Messa di fronte a quel fascicolo inalberai una scenata tale che la mia genitrice, dopo aver tentato di fingere di non conoscermi (tentativo che le riuscì talmente bene che l’appuntai come prova a sostegno della tesi dell’adozione), fu costretta a scendere a un accordo: non le avrei reso un inferno le visite successive solo se avessi avuto un fumettone nuovo garantito in ognuna di quelle occasioni. L’edicola sotto lo studio di Beppe ne fu lieta.

Ma il raccoglitore delle barzellette non fu l’aspetto che meno apprezzai di quel primo appuntamento. Ci fu anche il camice giropassera di Eliana, la segretaria e assistente alla poltrona, bionda e procace, che sculettando mi accompagnò nello studio di Beppe, una wunderkammer di cimeli costellata da ritratti fotografici del dentista sulla prua della sua barca a vela. Al centro della stanza, una poltrona di pelle bianca di cui ben conoscevo la funzione. Sdraiata là sopra, consacrai un mio pomeriggio a Beppe per permettergli di installarmi un apparecchio fisso che raddrizzasse quanto emerso dai suoi maneggi in sala operatoria. A ogni pezzo di ferro che vedevo avvicinarsi al mio visino gridavo «Nooo!». Beppe non mostrava pietà, anzi: davanti al mio dolore commentava soltanto «Mi dici sempre di no, come l’Eliana».

Allora, coglionazzo, sentimi bene. Uno: in italiano l’articolo davanti al nome proprio non si mette, e nel caso in questione è particolarmente cacofonico. Due: stai davvero mettendo sullo stesso piano i miei disperati tentativi d’oppormi al dolore generato dalle tue torture e i dinieghi della tua assistente che non dubito facciano parte del vostro rituale erotico destinato a concludersi, tra un paziente e l’altro, sulla stessa poltrona che per me rappresenta il patibolo? Avevo 12 anni ma leggevo Cioè e Eva2000 ogni settimana, e di certe cose ne sapevo a pacchi.

Beppe incollò lungo la mia arcata superiore un apparecchio fisso i cui ganci sporgenti mi devastavano le guance. Per lenire il dolore, li ricoprivo ogni giorno di cera ortodontica che non sarei stupita di ritrovare, un giorno, depositata in qualche ansa del mio apparato digerente. In coincidenza col canino sinistro, il dolore del ferro che si incastrava nella parete interna della guancia era così intenso e costante che i miei muscoli decisero di ridurre al minimo la loro attività. Dopo più di vent’anni, rido prima e più naturalmente con la metà destra del viso; la guancia sinistra è ancora terrorizzata dal ricordo di quel ferro.

All’arcata inferiore andò peggio: una sorta di forcone coi rebbi rivolti verso l’alto venne agganciato all’interno degli incisivi; da lì, si innalzava verso il palato come un cancello, con lo scopo di impedire che i movimenti della mia lingua rendessero vani gli sforzi dell’altra ferraglia. Se un giorno avrete figli e se quei figli, una volta adolescenti, vi chiederanno se con l’apparecchio ai denti ci si può baciare, voglio che sappiate che la risposta giusta da dare loro è «Sì, certo, e ci si può dedicare con profitto financo al sesso orale, purché l’apparecchio non ve lo facciate mettere da quel sadico bastardo incompetente di Beppe.»

Passarono cinque anni. Cinque anni di griglia e di cera, di poltrona bianca, di sempre più numerose foto di barche e di «Mi dici sempre di no.» In un pomeriggio dell’estate dei miei 17 anni, rimasta sola nella casa di campagna, mi misi davanti allo specchio e strappai ogni filo, ogni elastico e ogni piastrina del mio apparecchio col solo ausilio di una forbicina da manicure.

«Hai fatto bene, quest’apparecchio non serviva più a niente», dichiarò il Dentista del Secolo quando mi vide. E pianificò un nuovo intervento in maxillo-facciale per risolvere definitivamente Dio solo sa cosa.

Allietai la mia seconda degenza nei sotterranei dei cadaveri irrequieti con qualche romanzo di Stephen King e tornai a casa con i denti ordinatissimi – cioè, quelli che restavano: perché Beppe, nel suo flusso creativo in sala operatoria, aveva preso l’iniziativa di privarmi anche di un premolare e di due denti del giudizio che un giorno avrebbero potuto causarmi problemi, oltre che del frenulo labiale superiore. Dichiarai che sarei nuovamente entrata in una sala operatoria solo al nono mese di un’eventuale gravidanza e solo se fosse stato strettamente necessario, altrimenti me la sarei cavata da sola come tutti gli altri mammiferi. Ora che i miei incisivi erano presentabili, ero libera.

La libertà durò un decennio appena: il ricordo di Beppe, della sua abbronzatura e dei suoi modi da lepego beccio si annebbiarono nella mia mente. Ogni tanto, mia madre mi portava i suoi saluti tramite un amico di famiglia che giocava con lui a calcetto: in quelle occasioni non riuscivo a non immaginare la morte di Beppe a centro campo, magari trapassato da un fulmine improvviso, attirato dal suo Rolex subacqueo o dal semplice fatto che fosse talmente cretino che persino le forze del cosmo si mobilitavano per liberare il pianeta dalla sua presenza.

Fu nel 2008, a poche settimane dall’avvio di una promettente relazione, che mi ritrovai con una gengiva sanguinante e un dente instabile: si trattava proprio di uno dei denti gestiti da quel maiale schifoso di Beppe, lo stesso truce suino che m’aveva impedito di limonare fino all’ultimo anno del liceo e che con la sua incompetenza stava minando anche le gioie dei miei vent’anni.

Dovetti far ritorno nel suo studio: la raccolta di vignette era ancora lì, ed era ancora lì anche l’Eliana, ingrigita e inchiattita ma evidentemente imprescindibile dal punto di vista professionale per il Beppe che, di fronte al mio dente sgorgante liquami rossastri, ciurlò nel manico e sentenziò che a suo parere sarebbe stato necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Feci una scenata proprio come la prima volta che avevo varcato la soglia del suo studio, ma quella fu l’ultima, e non mi diede accesso ad alcun fumetto.

Tornai da Franco, che nel frattempo aveva preso nuove specializzazioni e aveva arrotondato ancora un po’ la sua panza barese. Franco decretò che era in corso un’infezione e convenne con me su quanto canemaledetto fosse stato Beppe a non avermi prescritto nemmeno un antibiotico. Franco salvò il mio dente, e forse pure il mio cervello dove, secondo la mia autorevole opinione medica, l’infezione si sarebbe potuta propagare in pochi giorni. Mi operò in anestesia locale nel suo studio: annunciò che mi avrebbe prelevato un bicchiere di sangue e lo avrebbe frullato con un po’ di piastrine e certe polverine che conosceva lui. Franco era un bar tender, o forse uno stregone: mi fidavo di lui. E lui mi capiva: leggendo il terrore nei miei occhi che troppi aguzzini in camice verde avevano già conosciuto, alla fine dell’intervento Franco appoggiò la mia testolina sulla sua pancia tonda, mi diede un bacino sulla fronte e disse «Tutt’apposto, Chicca.» Avevo ventisei anni, ma della mia dignità non m’è mai importato nulla.

Franco divenne il mio eroe: gli permisi di togliermi i denti del giudizio rimasti e di sistemarmi ogni piccola carie. Andavo nel suo studio anche per la pulizia semestrale, per la quale mi affidava a una collega igienista che mi trattava come una bambina con problemi di apprendimento e che, per questo, adoravo. Franco aveva notato il progressivo peggioramento della malocclusione delle mie arcate, un problema che i suoi predecessori non avevano mai affrontato: per risolverla, a un certo punto disse che sarebbe necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Dove? Nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di quell’orrendo ospedale ligure di cui Beppe nel frattempo era divenuto primario.

Dopo questa dichiarazione, e superati i trent’anni, iniziai a guardare Franco con sospetto e a considerare di cercare un suo sostituto, magari a Milano, dove ormai vivevo.

Tramite un fidanzato prenotai una visita da Luigi, un medico elegante come la zona del Tribunale che il suo studio saggiamente presidiava.

«Il dentista mi detto che domani ha un appuntamento con la mia compagna ma non ho capito se si riferisse a te, a Nicoletta o a Alessandra», mi disse al telefono quel fidanzato – dopo poco misteriosamente scomparso, ma che di certo fino a quel momento aveva vissuto nell’agiatezza grazie alle percentuali che Luigi gli versava sulle nuove pazienti.

«Non è il mio campo, ma potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla», disse invece Luigi alla fine della mia visita. Fui io a scomparire dal suo studio.

Nelle stesse settimane mi capitò di viaggiare da Genova a Milano in BlaBlaCar con un dentista, Andrea, un altro ligure baffuto con studio in Lombardia. Non ebbi pietà per i compagni di carpooling e gli chiesi un parere. Andrea guidava, io ero seduta sul sedile posteriore e ripercorrevo la mia epopea esattamente come ho fatto fin qui. A ogni tappa delle mie vicende lo sguardo di Andrea che scorgevo nello specchietto retrovisore si trasformava: incredulità, sgomento, preoccupazione, angoscia, WTF.

«Non è il mio campo», tagliò corto Andrea all’altezza di Bereguardo, «ma non escludo che potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla, come ti hanno detto.» Non mi buttai dall’auto in corsa solo per non ricevere un feedback negativo.

La svolta si fece attendere ancora un paio di anni. Si verificò nel maggio del 2018 e, come ogni grande rivoluzione nella vita di noi millennial, avvenne grazie a una combinazione di media tradizionali e social network.

Il media tradizionale fu la tv, dove apparve una mia videointervista girata per lavoro: con lo sguardo dritto in camera dicevo cose serie, e le dicevo mostrando denti storti. Ma non storti in quel modo che si perdona ai maschi fumatori con la barba impegnati nel sociale o alle ragazze con la frangia e l’accento straniero. Storti in modo imperdonabile, inaccettabile, ingiustificabile: storti da far pensare a chiunque mi vedesse in video o di persona «Questa non è mai stata da un dentista» e da farmi prendere in considerazione la possibilità di stampare e indossare t-shirt e spillette con scritte come «Vi giuro che almeno una volta da un dentista ci sono stata.» Nell’arco di quel video ripercorsi l’intera storia della mia vita alla luce dei miei denti storti, dalle feste delle medie fino all’ultimo colloquio in cui l’addetto alla selezione del personale aveva sicuramente annotato nella sua scheda di valutazione «Percorso professionale coerente, buone competenze, ma con una dentatura inadatta a un ruolo nelle relazioni esterne. La sua famiglia avrebbe dovuto portarla da un dentista quando era piccola.»

Il social newtwork fu l’Instagram di una propagatrice di entusiasmi che, tra una story con un librino e una story col suo gattone, disse che si sarebbe recata dal dentista. Accennò vagamente a quanto egli fosse figo giacché, tra le sue attività, ricostruiva le facce delle sciatrici che si sfracellavano sulle piste. «Mi potresti indicare il nome del tuo medico?», le scrissi in un messaggio privato, proprio io che fino a quel momento su Instagram non avevo osato chiedere nemmeno la marca di una borsetta.

Fu così che conobbi Francesco, chirurgo maxillo-facciale lombardo con piglio manageriale, e Laura, ortodontista che nella sua biografia online elenca valanghe di pubblicazioni scientifiche e partecipazioni a congressi. Sarà proprio Laura, il prossimo 19 dicembre, a mettermi l’apparecchio ai denti che sfoggerò al pranzo di Natale coi parenti e a portare, spero, le migliaia di foto che ha scattato al mio sorriso asimmetrico nei proiettori di tutti i suoi congressi, nei libri di migliaia di studenti di Ortognatodonzia e anche nei fegati di tutti i suoi colleghi, rosi dall’invidia di non aver potuto partecipare al suo posto alla grande avventura medica che ritengo essere la sistemazione definitiva della mia dentatura.

L’apparecchio sarà per me una liberazione. Mi affrancherà dalla necessità di stampare le magliette e le spillette perché renderà chiaro a tutti, anche a chi non mi conosce dal 1990, che un dentista almeno una volta nella vita l’ho incontrato

Francesco interverrà successivamente, nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di un ospedale di Milano per spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla – anche se lui lo spiega in modo molto più rassicurante e non porta sulle spalle le precedenti colpe di Beppe.

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Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

Il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini sa che gli ospiti hanno sempre ragione.


12 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi ringraziamo per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci siamo permessi di riservarvi un’intera suite in cui troverete, per il Vostro miglior riposo, una cuccia in vimini intrecciato lilla con un cuscino ricamato a mano e imbottitura in piumetta d’oca; una seconda cuccia in vimini naturale corredata di soffici coperte in lana vergine tinta a mano; e, per il Vostro sollazzo e le vostre scorribande, un divano in tessuto a tre posti con ampia penisola interamente grattabile.

La suite dispone di una cucina privata, ove il nostro Staff sarà lieto di servirvi pietanze umide e secche ogni mattina e ogni sera, e di due ampi balconi abbelliti da vasi di vivace erba gatta.

Le Vostre toilette si trovano sul balcone a Est: sono accessibili tramite una gattaiola basculante e, poiché dotate di tettoie, garantiscono un utilizzo confortevole anche in caso di maltempo.

Con la speranza di soddisfare i Vostri gusti personali e con l’intento di rendere la Vostra permanenza sempre piacevole e mai noiosa, abbiamo predisposto nella suite anche una colonnina tiragraffi in corda circondata da una selezione di pupazzi a forma di topo progettati da designer di fama internazionale e realizzati a mano con tessuti pregiati e composti naturali dai più abili artigiani della nostra zona.

Vi preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi necessità.

Con sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


13 settembre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

Vi rinnoviamo la nostra gratitudine per aver scelto la nostra struttura per il Vostro soggiorno.

Ci scusiamo se durante la Vostra prima notte come nostre ospiti l’allestimento della suite non si è rivelato all’altezza delle Vostre aspettative e Vi ringraziamo per la segnalazione a mezzo pisciatine nelle cucce che ci ha permesso di prendere atto dell’inadeguatezza degli stessi alloggiamenti.

Come da Voi giustamente notato, il vimini, la piumetta e la lana vergine possono risultare inefficienti per un buon riposo, soprattutto se messi a confronto con l’eccellenza di una cassetta per la frutta in cartone che, da Voi individuata sulla sommità del frigorifero presente nella suite, ha invece incontrato la Vostra preferenza per il relax e il sonno.

Vi preghiamo di nuovo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale ulteriore problema.

Con vera sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


14 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

onorati di averla come ospite, vogliamo esprimerle la nostra riconoscenza per la segnalazione che ci ha inviato a mezzo pisciatina sui cuscini del divano.

Mortificati per non aver saputo anticipare la Sua esigenza di un maggiore spazio utile allo svolgersi della Sua attività fisica, le porgiamo le scuse del nostro arredatore che aveva stoltamente optato per complementi ingombranti e opprimenti. Le vogliamo anche comunicare che abbiamo provveduto a rimuovere i cuscini.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione per raccogliere qualsiasi Sua ulteriore critica.

Con vibrante sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


20 settembre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

lusingati di poterla annoverare tra i nostri clienti, siamo orgogliosi di poterle annunciare che abbiamo provveduto alla produzione di dieci palline in carta stagnola come quella da Lei sottratta al bidone dell’immondizia e tanto apprezzata per il Suo intrattenimento ludico e motorio: le palline Le vengono recapitate nella busta allegata a questo messaggio.

Con l’occasione, ci auspichiamo vorrà accettare le nostre più sentite scuse per averle sottoposto una selezione di pupazzi che sembravano irridere le sembianze degli appartenenti alla minoranza dei topolini di campagna e che, per questo, hanno turbato il Suo senso etico, La hanno offesa e La hanno indotta a pensare che l’Hotel e il suo Staff non disponessero di una sensibilità affine alla Sua.

Vorremmo anche notificarle che, grazie alla Sua segnalazione a mezzo lancio dei suddetti irrispettosi pupazzi dai balconi, l’Hotel ha provveduto a interrompere ogni collaborazione con i designer di fama internazionale che avevano curato la progettazione di quei finti roditori campestri (a loro dire, caricaturizzati “con intento ironico”) e abbiamo provveduto a distruggere gli esemplari in nostro possesso in modo che non potessero indurre turbamenti né presso altri ospiti della nostra struttura né altrove. Gli artigiani locali che hanno contribuito alla produzione di tali oscenità si uniscono alle nostre scuse nei confronti Suoi, dei Gattini che come Lei scelgono l’intrattenimento etico e consapevole e naturalmente dei Roditori tutti.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione qualora Le dovesse nuovamente accadere di non sentirsi del tutto a Suo agio nei nostri ambienti.

Con viva sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


28 settembre 2017

Gentilissima Signorina Anselmina,

sempre lieti di averla tra i nostri ospiti, La ringraziamo per la segnalazione che ci ha cortesemente inviato a mezzo pisciatina nel corridoio e che ha permesso al nostro personale di individuare e risolvere la condizione di pulizia della sua toilette. Ci duole ammetterlo, ma nella giornata odierna era ben al di sotto degli standard a noi abituali.

Con la presente vogliamo informarla che l’Hotel ha tempestivamente provveduto, oltre che al ripristino della freschezza della Sua sabbietta, anche all’estromissione dal proprio Staff dell’inserviente incaricato al cambio e alla manutenzione della lettiera in questione, ora sostituito da un collega di comprovata esperienza e serietà.

La preghiamo di considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua totale disposizione e di non esitare a portare alla nostra attenzione mancanze gravi come quella in oggetto.

Con sottomessa sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


5 ottobre 2017

Gentilissima Signorina Patricia,

eternamente grati di averla come ospite, ci vorremmo complimentare con Lei per la scelta di aver ripetutamente sostato con entrambe le Sue chiappe su tutti i vasi di erba gatta che erano stati installati a scopo decorativo sui balconi della sua suite.

I rigogliosi ciuffetti di erba erano di effettivo ingombro alla Sua visuale dai balconi, e questi ultimi mancavano di un comodo e morbido punto d’appoggio da cui godere del panorama.

Come con Lei accordato a voce, confermiamo per iscritto che ci riserviamo di mantenere nella posizione attuale i vasi che Le risultano assai comodi e Le garantiamo che non provvederemo a ulteriori interventi di innaffiatura.

Anche in questa occasione, La invitiamo a considerare l’Hotel e il suo Staff a Sua disposizione per chiarire possibili equivoci come quello relativo alle verzure.

Con inestinguibile sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini


9 ottobre 2017

Gentilissime Signorine Patricia e Anselmina,

siete tra le nostre migliori e più gradite ospiti.

Apprendiamo quindi con costernazione che due novità introdotte nel menù dal nostro Chef col variare della stagione e della disponibilità degli ingredienti non si sono rivelate di Vostro gradimento. I nuovi croccantini Junior, sbavati e poi sputati nella ciotola dalla Signorina Anselmina durante la cena di ieri, e i nuovi bocconcini ricchi di cereali, ignorati dalla Signorina Patricia nel corso della colazione odierna, saranno quindi eliminati dal menù. Lo Chef si cosparge il capo di cenere per non aver avuto già pronte in cucina portate sostitutive in entrambe le occasioni e si impegna a far sì che una situazione tanto incresciosa non possa ripetersi mai più.

Pur consapevoli dei ripetuti disguidi che si sono verificati in questo primo periodo della Vostra permanenza, Vi preghiamo di voler comunque considerare l’impegno e la dedizione dell’Hotel e del suo Staff nei confronti dei propri ospiti e di non indugiare né a portare alla nostra attenzione inefficienze da risolvere né a suggerire potenziali migliorie che sarà sempre nostra cura portare a compimento nei più brevi tempi possibili.

Con tutta la nostra devota sottomissione,

il Servizio Clienti dell’Hotel dei Gattini

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Le gattine Patty e Selma si rilassano nella loro cassetta della frutta preferita.

Di vacanze e di storie di paura

Riassunto della puntata precedente.
Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!” ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, i miei propositi s’infrangono ogni anno.
Quest’anno sarà diverso, mi son detta: quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.

Il secondo episodio è dedicato alle storie di paura.
Perché giunta a Coimbra, nel centro del Portogallo, ho scoperto una storia deliziosamente macabra. La volete sentire?

Nel XIV secolo Pedro, figlio del re del Portogallo Alfonso IV, si innamorò della galiziana Ines de Castro, dama di compagnia della moglie. Per ragioni che qui non staremo a sviscerare, anche dopo la morte della moglie, il sovrano impedì a Pedro di sposare Ines.
Poiché la storia d’amore tra i due continuava, un gruppo di nobili fece pressione sul re affinchè troncasse definitivamente quella relazione: nel 1355 Alfonso IV ordinò l’omicidio di Ines.
Il sovrano non sapeva che suo figlio avesse già sposato la donna in segreto.
Quando, due anni dopo, Pedro divenne re, si vendicò degli assassini di Ines facendo strappare loro i cuori e mangiandoli. Fece poi riesumare il corpo della sua amata e la incoronò. E ordinò a tutta la corte di rendere omaggio alla defunta regina baciando la sua mano ormai in decomposizione.

Almeno, questa è la versione della storia raccontata dalla Lonely Planet. Nell’internet se ne trovano decine di versioni differenti: a Ines de Castro sono stati dedicati romanzi, saggi, pièce e un balletto. Ma ho deciso che mi piace questa, e ho deciso che sarebbe carino se Tim Burton le dedicasse un film. Tim, can you hear me? Va bene anche un corto.

Coimbra è una cittadina universitaria arroccata su una collina. Piccola, medioevale, malandata, con un centro storico basso composto da vicoli strettissimi e contorti e una parte alta in cui si trovano l’università e la cattedrale. Nel centro storico, tra negozi di frutta e verdura così scalcagnati che paiono improvvisati, gli anziani giocano a dama in strada, seduti sugli scalini dei portoni.

Sono arrivata a Coimbra di notte, la sera di Ferragosto. Tutti i ristoranti consigliati dalla guida erano chiusi. Dopo un giro nel centro, ho cominciato a salire verso la città alta. Più avanzavo, più le strade si facevano buie: nessun lampione, nessuna finestra illuminata, nessuno in giro. Mi sono ritrovata sulla grande piazza dell’università, debolmente illuminata, dominata da due blocchi di statue antropomorfe le cui ombre erano piuttosto inquietanti.
Il mio giro turistico notturno sembrava finito. Non mi restava altro da fare che scendere verso l’albergo. Per non annoiarmi, ho scelto una via diversa da quella già percorsa. Era ancora più buia della precedente. A tratti, la strada era illuminata da una luna quasi piena, che spesso scompariva dietro i tetti delle case addossate l’una sull’altra.
Sono stati proprio i tetti ad attirare la mia attenzione: nei palazzi sotto cui stavo camminando, non esistevano più. Le finestre erano buchi di scatole scoperchiate. Quelle case erano come scenografie di un vecchio film western; erano come le facciate delle attrazioni di un lunapark, tenute in piedi da pochi pali messi di sbieco che si scorgevano grazie alla luna.
Ines, la regina incoronata mentre il suo corpo si putrefaceva, sembrava meno spaventosa della mia passeggiata serale. Il cigolio di una persiana, lo scatto di un gatto, la sagoma di un uomo che si stava avvicinando: tutto, in quei momenti, avrebbe potuto terrorizzarmi.
Anche un furgone, sbucato dal nulla in cima alla discesa che stavo percorrendo. Sembrava impazzito, scendeva da quella strada così stretta e dissestata a una velocità irragionevole. I suoi abbaglianti accesi sembravano roteare come gli occhi di un folle.
Ho cercato riparo in una nicchia che un tempo ospitava un portone ma che ormai era murata. Il furgone continuava a scendere. Si era accorto di me? Mi avrebbe ignorata o si sarebbe fermato? Chi sarebbe sceso? E con quali intenzioni? Ho alzato lo sguardo cercando di sfidare i suoi fari accecanti, sempre più vicini.
Alla guida non c’era nessuno.

Ok, quest’ultimo dettaglio è accaduto solo nella mia fantasia. Scusate. Ma quando ci sono dei buoni presupposti per farsela sotto non resisto ad aggiungere mentalmente altri dettagli per spaventarmi di più. Chissà se tale pratica può essere fatta rientrare tra i tentativi di suicidio.

Ciò che maggiormente mi preme dirvi è che io, in realtà, quest’estate sono andata in vacanza in Spagna: dal Portogallo sono soltanto passata.
Una delle mie tappe è stata alle Illas Cies, piccolo arcipelago nell’Atlantico che si trova di fronte a Vigo, in Galizia (mica la citavo a caso all’inizio di ogni post).

Appena si sbarca dal traghetto, le Cies salutano i turisti con appeal caraibico: spiagge bianche, mare turchese e cristallino, pesciolini festanti, ricca vegetazione. I turisti più astuti corrono in spiaggia a prendere i posti migliori, quelli vicino alla battigia ma dolcemente ombreggiati dal bosco. I turisti meno astuti (ehm) possono esplorare boschi e sentieri, camminare fino al faro, arrivare alla Casina degli Aves, che altro non è che una piccola costruzione per il bird watching incredibilmente capace di incanalare in sé tutti i venti gelidi dell’Atlantico – probabilmente per un patto tra le entità del cielo atto a scoraggiare i tormentatori di uccellini.

Le spiagge immacolate si riempiono presto di turisti che la sera se ne vanno. Un po’ perché le Cies sono disabitate, fatta eccezione per un piccolo campeggio con bar e supermercatino e un minuscolo ‘campo di lavoro’ per chi si prende cura di boschi e sentieri. E un po’ perché nel tardo pomeriggio, ben prima che il sole tramonti dentro l’oceano, le isole vengono avvolte dalla nebbia. Una nebbia densa, umida, che riporta tutti coloro che per qualche ora si erano creduti ai Caraibi nella realtà, cioè nel nord della Spagna, su una costa così nordica che può vantare persino dei simil-fiordi.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Vedete la nebbia in questa foto? Vedete come scende sulle isole, coprendole fino alla riva? Immaginate ora il piccolo campeggio, il bar e il minisupermercato avvolti da quella stessa nebbia. Immaginate il buio che cala all’improvviso, la lunga e fredda notte dei campeggiatori che da quell’isola sanno di non poter fuggire per nessun motivo.

Ecco, e già che ci siete scrivetevi anche una storia di paura ambientata lì, in una notte di tempesta in cui le tende minacciano di volare via e sembra proprio che una nave abbia attraccato al porticciolo. Nessuna nave arriva mai alle Cies di notte. E nessun buon proposito, anche quello di raccontarvi storie di paura, sfugge al suo destino di infrangersi come un’onda sulle coste della Galizia.

Di vacanze e di rapporti tormentati con i grandi amori estivi, come la gelateria portoghese Fragoleto

Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!”, un po’ perché son certa di aver vissuto avventure straordinarie e un po’ perché ritengo giusto ammorbare gli altri umani, di tanto in tanto.
Ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, ogni anno i miei propositi s’infrangono e il mio pesaculismo viene suffragato dall’eterno alibi “Eddai, intanto chi se le incula le mie vacanze?”

Ma quest’anno sarà diverso, quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.
Cominciamo con calma, una cosa alla volta.

Sono tornata a Lisbona.
[“Ehi, sei sempre a Lisbona”, commenterà qualcuno memore delle mie vacanze portoghesi del 2011. “Fatti i cazzi tuoi”, risponderò con la cordialità che mi contraddistingue].

Con la frase Sono tornata a Lisbona intendo Sono tornata da Fragoleto.
Fragoleto è una gelateria di Lisbona, a due passi da Praça do Comércio, che avevo scoperto nel 2011 seguendo un consiglio della Lonely Planet. Subito me ne ero innamorata, per i suoi gusti originalissimi e deliziosi. Quest’anno, con la saggezza dovuta alla mia sopraggiunta maturità, ho scelto di basare su Fragoleto la mia intera alimentazione nei tre giorni trascorsi in città.

Da Fragoleto c’è il gusto tè verde. C’è la pera. C’è il biscottinho, che è una crema di biscotto con semi di papavero e salsa di mirtilli. E, santi numi, c’è il latte di capra.
Da Fragoleto si possono prendere coni, coppette e vaschette oppure si possono degustare tanti strambi gusti serviti in una coppa di minipalline.
Da Fragoleto si raggiunge l’orgasmo, sempre.

Fragoleto è la creatura della mastra gelataia Manuela Carabina.

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È a te, Manuela Carabina, che mi rivolgerò adesso – con tutta la serietà che mi è possibile, considerato il fatto che mi risulta difficilissimo scindere il tuo nome dal personaggio di Dinamite Bla (che poi magari non usava nemmeno una carabina, perdonami, ho avuto un’infanzia fumettisticamente confusa).

Manuela, il tuo gelato è favoloso.
Manuela, sei stata saggia e ti sei affidata a bravi grafici che hanno associato al nome Fragoleto un lettering e colori cremosi e avvolgenti. Vedo il logo e già mi lecco i baffi: funziona.
Manuela, sei pure stata astuta a creare la formula della degustazione, che rende il gelato chic come il vino.

Però, Manuela, cazzo: un po’ di elasticità.

1) La tua gelateria è nel centro di una capitale europea, è nel cuore della Lisbona turistica, è a due passi dalle fermate più affollate del tram 28: Manuela, tu non puoi parlare solo in portoghese. L e n t a m e n t e, ma in portoghese. No, ragazza mia: tu devi imparare a emettere almeno tre parole in inglese, tanto più perché sei tu a stare alla cassa e a rispondere alle domande dei clienti.

2) Hai scelto le vaschette di design: contengono ciascuna due comparti e si possono incastrare l’una sull’altra all’infinito. Come dei grossi Lego in polistirolo che consentono di costruire torri di gelato alte fino al cielo. Capirai, Manuela, che questa cosa esalta noi tossici del gelato; non per niente, la hai scelta.
Prima di vederle, non sapevo che ogni vaschetta avesse solo due comparti: nella mia ignoranza, mi sono azzardata a chiedere una vaschetta con tre gusti. Una tua giovane collaboratrice mi ha spiegato che i due comparti potevano contenere solo due gusti. Io sono italiana, sai come facciamo noi: le ho detto che non c’era problema, che due dei tre gusti avrebbero potuto alloggiare in uno stesso spazietto. Manuela, io nei suoi occhi ho visto il panico: mi ha detto che non si poteva con l’aria di chi deve ripetere un dogma inintellegibile e ti ha guardata col terrore di chi, se avesse soddisfatto la richiesta di una cliente, sarebbe inevitabilmente andato contro le prescrizioni del suo capo.
Manuela, io alla fine ho preso due soli gusti, ma ti rivelerò una cosa: per mangiarli ho usato lo stesso cucchiaino e, talvolta, li ho persino mescolati.

3) La folla genera panico. Succede. E se gestisci un’ottima gelateria nel centro di una grande città, può persino capitare che fuori si formi una coda di clienti. Ma Manuela, cazzo, tu devi garantire a gelateria strapiena lo stesso servizio che garantiresti a gelateria semideserta. Se una cliente (una a caso, naturalmente) ti chiede una vaschetta dopo aver atteso per dieci minuti in coda, tu non puoi risponderle che avendo solo tre gelataie e tanti clienti non puoi far fronte a richieste che non siano coni o coppette. Perché, Manuela? Temi che, impiegando troppo a servire una sola cliente, altri possano stancarsi della coda e abbandonarti? Non pensi che una vaschetta valga come quattro coni? E perché stai rispondendo ancora in portoghese?

4) Manuela, ti prego, sforzati di essere un pochino più fisionomista. Che stai in una grande città e che sei subissata dai clienti l’abbiamo già detto. Ma ci sono clienti che si ricordano più facilmente di altri: un po’ perché fanno nella tua gelateria i tre pasti principali della giornata (ehm); un po’ perché spesso fanno due giri (ehm); un po’ perché ti dicono “Amo questo gelato”, “Domani ripasso”, “Hai visto che sono tornata?”, “Toh, son di nuovo qui”, “Cucù: rieccomi!”; un po’ perché cazzo, Manuela, sono alta quasi due metri, sono pallida come il latte di capra e ho il fianco burroso caratteristico di chi abusa di gelato artigianale da anni: non ho l’aria di essere una tua cliente? Ti lascio una fototessera di promemoria?

Manuela, io tiggiuro che se non fosse perché il tuo gelato è eccellente non sarei mai tornata da te e neppure mi sarei incazzata ogni volta così tanto.
Manuela: io dopo ogni gelato ti volevo mandare Gordon Ramsay e Tabatha-mani-di-forbice insieme, per aiutarti a gestire meglio la tua impresa.
Manuela, io spero che tu faccia egosurfing, ogni tanto: so che non capirai una riga di questo testo, ma qui c’è Google Translate. Lo devi impostare da Italiano a Português: ce la puoi fare.

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Splinder ha chiuso, Radio Deejay ha festeggiato i 30 anni e il mondo non ha ancora capito l’importanza de “L’ultimo bicchiere” nella discografia nazionale

Come recitava la sua antica biografia su Spinder, Viola Scintilla è nata nel 1982, a un mese di distanza da Radio Deejay. Ieri, Splinder ha chiuso per sempre e Radio Deejay ha festeggiato i suoi trent’anni con un megaparty cui Viola Scintilla è stata invitata (come i VIP, ma col posto in gradinata). Capirete che tali eventi sembrano stati appositamente coordinati dal Fato per costringere Violetta a fare un bilancio sui suoi trent’anni e sull’influsso che i media hanno avuto sulla sua esistenza. Insomma, il Grande Bilancio che tutti voi lettori stavate aspettando con trepidazione. Ma che sarà oggetto di un post successivo.
Qui e adesso, carissimi, occorre occuparsi senza indugio di un tema ben più serio: l’esegesi de L’ultimo bicchere, la canzone che Max Pezzali (l’883 che cantava) e Nikki (una voce di Radio Deejay che un tempo aveva i capelli lunghi fino alle natiche) tentarono di portare in classifica a metà dei gloriosi anni Novanta. Nella realtà, riuscirono a portarla soltanto a Un Disco per l’Estate: ivi Pezzali vinse il premio come miglior autore e tale riconoscimento contribuisce ad avvalorare la tesi per cui L’ultimo bicchiere deve essere definita a pieno titolo come un capolavoro della poetica pezzaliana nonché come un impietoso e veritiero scorcio su alcuni giovani vissuti nel periodo in cui venne scritta.
L’urgenza di questo intervento è correlata a quanto accaduto nei giorni scorsi quando, in prospettiva della festa di Radio Deejay, Viola Scintilla ha spiegato ripetutamente ad amici e parenti che il suo metro di giudizio per il party sarebbe stata L’ultimo bicchiere: se Pezzali e Nikki la avessero cantata, il compleanno della radio si sarebbe potuto ritenere riuscito e Violetta si sarebbe considerata una fan soddisfatta. Ebbene, signori, ieri sera il pingue Max Pezzali e il calvo Nikki hanno cantato L’ultimo bicchiere, introdotti e poi cacciati da un Linus che ha più volte alluso allo scarso successo di questa canzone. Che sia rimasta incompresa per quasi un ventennio? Unica tra le migliaia di festeggianti a conoscerne i versi a memoria, Viola Scintilla è certa che L’ultimo bicchiere sia stata vittima di un momento di distrazione nazionale. E vuole finalmente dedicare a questo pezzo tutta l’attenzione che merita. Per chi non la conoscesse, spiacenti: fornirvi il file audio pare complicato.

Contestualizziamo il pezzo. Siamo negli anni Novanta, andavano di moda i discopub. Ve li ricordate, i discopub? La voce narrante è quella di un uomo, l’inconfondibile uomo della provincia pavese, tipico personaggio della narrativa pezzaliana. Come in Rotta per casa di dio, Come mai, Sei un mito e La regola dell’amico (canzone appartente a un periodo di poco successivo a quello qui trattato), il protagonista e voce narrante è uno sfigato. Ma se nelle altre canzoni dello stesso autore egli è solo mediamente sfigato, ne L’ultimo bicchiere il soggetto perde ogni qualsiasi dignità, si sputtana, va oltre. Così come questa perla della canzone italiana novecentesca va oltre ogni possibile categoria estetica. Leggiamone i versi.

Dentro al buio del locale
musica che è sempre uguale
Luci basse che mi danno un po’ fastidio
Quelle gambe un po’ intriganti
con le calze trasparenti
Qui si fanno tutte belle ma
chissà per chi?

Siamo al discopub. Il protagonista è lì, è solo ed è presumibilmente seduto nel tavolino nell’angolo che viene di solito assegnato agli uomini soli. Lui è lì, ma ci tiene subito a specificare che quello non è il suo ambiente: lo considera superficiale, irritante. È abituato ad altre atmosfere: le luci basse gli danno fastidio, la musica gli fa cagare. È uno sfigato, ma vuole fare lo snob.
Nonostante i millantati gusti di un certo livello, lui è lì, seduto da solo al tavolino nell’angolo del locale. Tutt’attorno, troie. Perché è così che questo io narrante vede le donne che lo circondano: indossano calze trasparenti (un dettaglio che catapulta vividamente l’ascoltatore contemporaneo nel pieno degli anni Novanta) e si sono fatte belle. Lui si chiede per chi, queste troie, si siano apparecchiate con tanta cura: per lui, no di certo. A lui, dicono solo di no. Be’, questo non lo canta ma lo lascia intuire già alla prima strofa: lui riceve solo due di picche (perché il due di picche è sempre in agguato, ma questa è un’altra esegesi).

Forse io dovrei andare
quasi l’ora di dormire
se mi guarda ancora un po’ mi sa che vado lì
Sì ma tanto cosa dico?
“Hai un ragazzo o un marito?
Studi o fai un lavoro interessante e unico?”

Io non voglio più sprecare una parola
perchè il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

Abbiamo lasciato il nostro protagonista solo al discopub: ma non è il suo ambiente. Lui preferirebbe persino essere a casa a dormire, pur di non essere in un posto così volgare. No, davvero, quasi lo giura: lui non è lì per le ragazze. Però una di queste intriganti meretrici del discopub, quelle che si sono apparecchiate per darla a chissà chi, lo fissa. Lui è convinto che lei lo stia provocando con lo sguardo. E se la poverina fosse semplicemente strabica? L’io narrante non ha l’umiltà sufficente per domandarselo. E si chiede, invece, se raccogliere la sfida di quella provocatrice, se alzarsi e andare lì da lei. Be’, potrebbe farlo. Ma poi, che cosa potrebbe dirle? E qui l’analisi del testo pezzaliano si apre a due possibili interpretazioni: tra la seconda e la terza strofa, l’io narrante sta elencando con sarcasmo una serie di orride banalità che vengono frequentemente utilizzate per avviare pratiche di rimorchio uomo/donna nei locali pubblici o l’io narrante sta sciorinando le quattro cazzate che è solito proferire per tentare di attaccare bottone col sesso opposto e attraverso le quali ottiene (giustamente) valanghe di due di picche? Da quasi vent’anni, su questo punto gli esegeti si spaccano in due fazioni.
Linguisti, italianisti e narratologi concordano invece sul fatto che il protagonista sia solo al tavolo di un discopub che suona musica di merda e che stia valutando se tentare di approcciare una tipa (forse strabica) che ha scelto di indossare calze trasparenti. Lui decide di non farsi avanti: perché, spiega, detesta le procedure di avvicinamento che ha appena elencato. Anzi, no, non usa il verbo ‘detestare’: egli usa una particolare accezione del verbo ‘urtare’. Ricordate che siamo negli anni Novanta: per due o tre settimane di un anno imprecisato, qualche disagiato sociale e linguistico ha impiegato il verbo ‘urtare’ come sinonimo di ‘infastidire’, ritenendolo più giovanile e alla moda. Passate quelle due o tre settimane, l’utilizzo di tale variente si è stabilizzato come un vero e proprio stigma linguistico mentre attorno ai suoi utilizzatori si è accesa un’imperitura aura da sfigati cui non può essere elargito alcun favore sessuale. Naturalmente l’io narrante è uno di questi utilizzatori. E, con imprudenza, si lascia sfuggire che le chiacchiere da conquista stereotipate, quelle appena elencate, gli hanno rovinato l’esistenza. Proprio quest’ultimo verso sembra far prevalere la tesi secondo cui “Hai un ragazzo o un marito? Tu sei qui da sola?” e le altre domande fossero effettivamente le quattro cazzate che il protagonista è sempre stato solito usare nei discopub.

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Si arriva al formidabile ritornello: il nostro protagonista è sempre solo al tavolo del discopub ed è così inacidito e depresso da non voler nemmeno tentare di avvincinarsi a una delle ragazze presenti nel locale, dilaniato da un mix di rancore e pregiudizi nei confronti del genere femminile. Decide quindi di farsi un ultimo bicchiere, quello che dà il titolo alla canzone e che permette di confermare i sospetti di dipendenza da alcol che già si addensavano sulla figura dell’io narrante, cioè quell’uomo incapace di entrare in contatto col sesso opposto se non con banalità da psicotico, proferite per altro con l’alito impastato di… Ehi, che cosa si beveva negli anni Novanta per sentirsi un po’ fighi, ma anche rudi e diversi da tutti?
Dopo l’ultimo bicchiere, il nostro uomo dice che se ne andrà finalmente a dormire, stremato da quelle che definisce “storie finte che si basano sui film e non ti danno mai qualcosa in più di un freddo vuoto”. Carissimi, siamo giunti al clou, cioè a quell’insieme di versi da cui si deducono tre verità fondamentali. 1) Il protagonista è stufo di storie “finte”, aggettivo che in un primo momento sembra riferirsi alla superficialità degli incontri di una sola notte. Ad un ascoltatore attento, risulta evidente che le storie sono “finte” perché il protagonista non le ha mai avute, considerato che riceve solo due di picche. 2) La psicosi dell’uomo è tale che egli crede davvero di avere vissuto numerose storie da una sera con donne rimorchiate ai banconi dei locali: ma, come egli stesso si lascia sfuggire, qui abbiamo a che fare con quelli che la scienza definisce ‘falsi ricordi’, ovvero memorie di episodi mai vissuti che, nel caso qui in analisi, sono creati dalla fruizione di prodotti cinematografici certamente di basso rango. Alcuni critici azzardano un riferimento alla filmografia pornografica; altri dimostrano scetticismo nei confronti di questa ipotesi e negano tali riferimenti per via dell’assenza di topoi di genere come idraulici e docce. 3) In uno slancio di autogiustificazione, cioè quella pratica che la scienza definisce come ‘raccontarsela’, il nostro uomo dice di voler smettere con quelle storie non perché impossibilitato ad averne per via dell’assenza di interesse nei suoi confronti da parte dell’intero genere femminile (se si esclusdono le povere strabiche) ma perché le relazioni mordi e fuggi lasciano un vuoto dentro di lui.

Quante storie, storie vere
lui che le offrirà da bere
come se non si capisse che intenzioni ha
Forse non per amicizia
e neanche con dolcezza
ma poi lei dirà “Tu che cos’hai capito?”

Lecito ipotizzare che alla fine del ritornello l’ultimo bicchere sia stato servito. E quindi ecco la voce narrante ancora seduta al suo tavolino nell’angolo, ancora intenta a sorseggiare l’ennesimo cocktail che comprometterà ulteriormente il suo alito.
In disparte, il nostro uomo riflette ancora sulle dinamiche uomo/donna nei locali. Ma, questa volta, lo fa come se l’attività non lo riguardasse più. Ha raccontato a se stesso che quelle storie non gli interessano, quindi ora si estrania dalle contingenze e considera l’approccio in modo meramente speculativo, come fosse un consolidato canovaccio della commedia dell’arte o un ripetitivo gioco delle parti che lui si può permettere di osservare e giudicare dall’esterno. Ma così come uno scrittore poco abile lascia sempre trapelare dalla sua scrittura incerta troppe informazioni su di sé, così anche il nostro uomo non riesce davvero a estraniarsi. E nel raccontare in astratto di un uomo e di una donna che si incontrano in un discopub, mette in scena dinamiche poco fantasiose e si lascia sfuggire il proprio modus operandi (non gl’importa dell’amicizia né di una vera reciproca conoscenza, non vuole perdere tempo agendo con dolcezza) e una delle modalità con cui di frequente viene rifiutato: “Oh, maiale, cosa cazzo fai? Solo perché ho lasciato che mi offrissi da bere mi consideri roba tua? Tieni giù quelle mani”.

Io non voglio più sprecare una parola
perché il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non ne posso più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Seduto nell’angolo in solitudine mentre tutt’attorno ragazze percepite come scortesi con lui ma prodighe di servigi per qualsiasi altro uomo hanno plausibilmente iniziato a ondeggiare sulle note della musica che a lui fa cagare, il protagonista di questo capolavoro pezzaliano ribadisce il suo snobistico orrore per le pratiche di seduzione. E ordina un ultimo bicchiere. Lo ordina più e più volte, perché l’ordinazione coincide con il ritornello e, a fine canzone, il ritornello è ripetuto a sfumare. Ciò consente a tutti i critici di avere un parere univoco sull’epilogo della vicenda narrata: il protagonista della canzone, ormai completamente sbronzo, viene trascinato in strada alla chiusura del locale mentre oppone resistenza e inveisce contro il gestore del discopub, contro le donne che sono tutte puttane e contro la musica di merda.

Viola Scintilla saluta con affetto Amica del Cuore, che avrà abbandonato la lettura già al secondo paragrafo, e tutti quelli che sono arrivati all’ultima riga.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto domestico ma ora che ne ha addirittura uno sciame, ditele: come si sterminano le tarme?

Lunghissima introduzione che i lettori più frettolosi possono tralasciare senza rimorso.

Viola Scintilla ha sempre desiderato prendersi cura di un animaletto domestico. Nel corso dell’infanzia ha avuto l’opportunità di veder crescere e morire soltanto una dozzina di pesciolini rossi che, a dirla tutta, non le hanno dato molte soddisfazioni affettive. Mentre sua cugina (quale cugina? Non Cugina Figa, Cugina Grassa. Per conoscere nel dettaglio le cugine di Viola Scintilla, clicca qui. Oppure qui) cresceva in un popolatissimo zoo domestico ove scorazzavano gatti, criceti e tartarughine, Famiglia Scintilla donava a Violetta soltanto oggetti inanimati.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un micetto, per la precisione. E da quando vive sola, nelle notti fredde e tempestose, negli assolati pomeriggi domenicali e all’alba di talune mattine d’estate si è spesso ritrovata a sfogliare cataloghi online di felini: quelli tipo Meetic, ma con i gattini anziché gli umani. Viola Scintilla ha sempre immaginato di adottare un Gatto Ipotetico, ancora cucciolo, possibilmente maschietto, di stazza un po’ più grande rispetto alla media, superpeloso, cagacazzi, casinista, logorroico e leggermente soprappeso: cioè, l’esatta trasposizione felina del suo uomo ideale (ma castrato). Viola Scintilla ha sempre immaginato che lei e Gatto Ipotetico si sarebbero amati per sempre:

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto, ma è pur sempre una fanciulla dotata di uno spiccatissimo senso pratico e di vasta conoscenza delle cose del mondo: sebbene creda fermamente nel principio di autogestione dei felini secondo cui, se lasciati soli, i gatti imparano a gestire se stessi e quanto necessario alla loro sopravvivenza, Viola Scintilla sospetta che dopo alcune settimane di assenza dell’amatissima padroncina Gatto Ipotetico potrebbe avere problemi come: carenza d’affetto, scarsità di cibo, mancanza di acqua, prematura morte. Nel dubbio, Gatto Ipotetico è rimasto finora una mera fantasia.

Ma Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto. Il Fato ha voluto che per un breve periodo la fanciulla abbia condiviso la propria esistenza con alcuni scarafaggi. Violetta ne scrisse sul suo blog di gioventù che, da allora, ancora sopravvive grazie ai navigatori che vi giungono cercando metodi per sterminare gli scarafaggi (Se vi interessasse il tema, sappiate che Viola Scintilla riuscì nell’impresa servendosi di alcune trappole acquistate al supermercato).

Qui, finalmente, si entra nel vivo della narrazione.

Dacché si è trasferita nella sua nuova maravigliosa magione, Viola Scintilla ha trovato altri cuccioli con cui condividere i propri spazi: le tarme. Orride creature dalle dimensioni simili a quelle delle mosche ma dalle ali polverose come quelle delle ben più graziose farfalle, ogni sera le Tarme di Viola Scintilla danno il bentornato alla padrona di casa alzandosi in sciami scomposti sulla sua testa, volteggiando attorno alle luci del suo lampadario, planando in modo sgraziato sulle sue pareti candide.

Viola Scintilla in un primo momento ha accettato di buon grado questa convivenza tra specie. In un secondo momento si è allarmata per il possibile appetito che le tarme avrebbero potuto sviluppare nei confronti dei suoi vestitini e si è rivolta a un’impresa specializzata per risolvere il problema: l’impresa ha miseramente fallito. Al termine dell’intervento le tarme hanno ripreso a svolazzare, ancor più orride e strafottenti.

Viola Scintilla ha visto progressivamente ridursi il proprio livello di sopportazione. Un giorno, trovandosi con il martello in mano al termine di un lavoretto, ha preso a massacrare le tarmacce ad una ad una: al suo fianco, a incitarla, un ologramma di Jack Torrance. In un altro pomeriggio di pura ossessione, nella percezione del mondo di Violetta le tarme si sono trasformate in gigantesche e minacciosissime creature volanti che puntavano senza pietà ai suoi capelli: Viola Scintilla altro non era che una novella Tippi Hedren (ma più alta, bruna e sguarnita di tailleur tinta pastello che, comunque, non le donerebbero).

In un crescendo di odio, Viola Scintilla si è poi privata del cibo, conservando quanto necessario alla propria sopravvivenza in frigorifero e cestinando quanto le tarme avrebbero potuto apprezzare e sfruttare per il proprio sostentamento. Ma le tarme continuavano ad esistere, a riprodursi, a svolazzare. Viola Scintilla si è quindi munita di uno spray letale che avrebbe dovuto spruzzare negli ambienti per un massimo di 5 secondi: lo ha spruzzato per ore, per alcuni giorni di fila, con una foga e una crudeltà cui nessun insetto avrebbe potuto sopravvivere. Credeva di avere al fin vinto la propria battaglia con le orride creature con cui non voleva più dividere il proprio appartamento ma una sera, rincasando, è stata nuovamente accolta da UNA TARMA.

La battaglia di Viola Scintilla continua. Si accettano suggerimenti, veleni mortali, pipistrelli e supervisioni di entomologi espertissimi (preferibilmente di stazza superiore alla media, pelosi, cagacazzi, casinisti, logorroici e leggermente soprappeso).