Di vacanze e di storie di paura

Riassunto della puntata precedente.
Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!” ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, i miei propositi s’infrangono ogni anno.
Quest’anno sarà diverso, mi son detta: quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.

Il secondo episodio è dedicato alle storie di paura.
Perché giunta a Coimbra, nel centro del Portogallo, ho scoperto una storia deliziosamente macabra. La volete sentire?

Nel XIV secolo Pedro, figlio del re del Portogallo Alfonso IV, si innamorò della galiziana Ines de Castro, dama di compagnia della moglie. Per ragioni che qui non staremo a sviscerare, anche dopo la morte della moglie, il sovrano impedì a Pedro di sposare Ines.
Poiché la storia d’amore tra i due continuava, un gruppo di nobili fece pressione sul re affinchè troncasse definitivamente quella relazione: nel 1355 Alfonso IV ordinò l’omicidio di Ines.
Il sovrano non sapeva che suo figlio avesse già sposato la donna in segreto.
Quando, due anni dopo, Pedro divenne re, si vendicò degli assassini di Ines facendo strappare loro i cuori e mangiandoli. Fece poi riesumare il corpo della sua amata e la incoronò. E ordinò a tutta la corte di rendere omaggio alla defunta regina baciando la sua mano ormai in decomposizione.

Almeno, questa è la versione della storia raccontata dalla Lonely Planet. Nell’internet se ne trovano decine di versioni differenti: a Ines de Castro sono stati dedicati romanzi, saggi, pièce e un balletto. Ma ho deciso che mi piace questa, e ho deciso che sarebbe carino se Tim Burton le dedicasse un film. Tim, can you hear me? Va bene anche un corto.

Coimbra è una cittadina universitaria arroccata su una collina. Piccola, medioevale, malandata, con un centro storico basso composto da vicoli strettissimi e contorti e una parte alta in cui si trovano l’università e la cattedrale. Nel centro storico, tra negozi di frutta e verdura così scalcagnati che paiono improvvisati, gli anziani giocano a dama in strada, seduti sugli scalini dei portoni.

Sono arrivata a Coimbra di notte, la sera di Ferragosto. Tutti i ristoranti consigliati dalla guida erano chiusi. Dopo un giro nel centro, ho cominciato a salire verso la città alta. Più avanzavo, più le strade si facevano buie: nessun lampione, nessuna finestra illuminata, nessuno in giro. Mi sono ritrovata sulla grande piazza dell’università, debolmente illuminata, dominata da due blocchi di statue antropomorfe le cui ombre erano piuttosto inquietanti.
Il mio giro turistico notturno sembrava finito. Non mi restava altro da fare che scendere verso l’albergo. Per non annoiarmi, ho scelto una via diversa da quella già percorsa. Era ancora più buia della precedente. A tratti, la strada era illuminata da una luna quasi piena, che spesso scompariva dietro i tetti delle case addossate l’una sull’altra.
Sono stati proprio i tetti ad attirare la mia attenzione: nei palazzi sotto cui stavo camminando, non esistevano più. Le finestre erano buchi di scatole scoperchiate. Quelle case erano come scenografie di un vecchio film western; erano come le facciate delle attrazioni di un lunapark, tenute in piedi da pochi pali messi di sbieco che si scorgevano grazie alla luna.
Ines, la regina incoronata mentre il suo corpo si putrefaceva, sembrava meno spaventosa della mia passeggiata serale. Il cigolio di una persiana, lo scatto di un gatto, la sagoma di un uomo che si stava avvicinando: tutto, in quei momenti, avrebbe potuto terrorizzarmi.
Anche un furgone, sbucato dal nulla in cima alla discesa che stavo percorrendo. Sembrava impazzito, scendeva da quella strada così stretta e dissestata a una velocità irragionevole. I suoi abbaglianti accesi sembravano roteare come gli occhi di un folle.
Ho cercato riparo in una nicchia che un tempo ospitava un portone ma che ormai era murata. Il furgone continuava a scendere. Si era accorto di me? Mi avrebbe ignorata o si sarebbe fermato? Chi sarebbe sceso? E con quali intenzioni? Ho alzato lo sguardo cercando di sfidare i suoi fari accecanti, sempre più vicini.
Alla guida non c’era nessuno.

Ok, quest’ultimo dettaglio è accaduto solo nella mia fantasia. Scusate. Ma quando ci sono dei buoni presupposti per farsela sotto non resisto ad aggiungere mentalmente altri dettagli per spaventarmi di più. Chissà se tale pratica può essere fatta rientrare tra i tentativi di suicidio.

Ciò che maggiormente mi preme dirvi è che io, in realtà, quest’estate sono andata in vacanza in Spagna: dal Portogallo sono soltanto passata.
Una delle mie tappe è stata alle Illas Cies, piccolo arcipelago nell’Atlantico che si trova di fronte a Vigo, in Galizia (mica la citavo a caso all’inizio di ogni post).

Appena si sbarca dal traghetto, le Cies salutano i turisti con appeal caraibico: spiagge bianche, mare turchese e cristallino, pesciolini festanti, ricca vegetazione. I turisti più astuti corrono in spiaggia a prendere i posti migliori, quelli vicino alla battigia ma dolcemente ombreggiati dal bosco. I turisti meno astuti (ehm) possono esplorare boschi e sentieri, camminare fino al faro, arrivare alla Casina degli Aves, che altro non è che una piccola costruzione per il bird watching incredibilmente capace di incanalare in sé tutti i venti gelidi dell’Atlantico – probabilmente per un patto tra le entità del cielo atto a scoraggiare i tormentatori di uccellini.

Le spiagge immacolate si riempiono presto di turisti che la sera se ne vanno. Un po’ perché le Cies sono disabitate, fatta eccezione per un piccolo campeggio con bar e supermercatino e un minuscolo ‘campo di lavoro’ per chi si prende cura di boschi e sentieri. E un po’ perché nel tardo pomeriggio, ben prima che il sole tramonti dentro l’oceano, le isole vengono avvolte dalla nebbia. Una nebbia densa, umida, che riporta tutti coloro che per qualche ora si erano creduti ai Caraibi nella realtà, cioè nel nord della Spagna, su una costa così nordica che può vantare persino dei simil-fiordi.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Le Illas Cies la mattina e nel tardo pomeriggio. Dello stesso giorno.

Vedete la nebbia in questa foto? Vedete come scende sulle isole, coprendole fino alla riva? Immaginate ora il piccolo campeggio, il bar e il minisupermercato avvolti da quella stessa nebbia. Immaginate il buio che cala all’improvviso, la lunga e fredda notte dei campeggiatori che da quell’isola sanno di non poter fuggire per nessun motivo.

Ecco, e già che ci siete scrivetevi anche una storia di paura ambientata lì, in una notte di tempesta in cui le tende minacciano di volare via e sembra proprio che una nave abbia attraccato al porticciolo. Nessuna nave arriva mai alle Cies di notte. E nessun buon proposito, anche quello di raccontarvi storie di paura, sfugge al suo destino di infrangersi come un’onda sulle coste della Galizia.

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Nel cabaret a volte si mente. Per esempio: una volta ho detto che da giovane avevo una tuta dell’Adidas tarocca. Ma non è vero, era originale.*

So che a vedermi qui, così abbronzata, magra, figa, ben vestita e ancor meglio truccata vi sembrerà incredibile, ma dovete sapere che ai tempi della scuola non ero esattamente la reginetta della classe.

So che faticate a crederci.

Indossavo una di quelle tute in acetato tanto di moda all’epoca, nera e arancione, tipo Adidas ma tarocca, con la felpa troppo grande e i pantaloni troppo corti che mi avevano permesso di ottenere il titolo C’hai l’Acqua in Casa assegnato dai tamarri dell’istituto ogni volta che passavo nel corridoio.

Avevo un apparecchio ai denti su cui amavo raccogliere incrostazioni di cibo, l’alito al costante sentore di Estathé e occhiali tondi con la montatura verde muffa.

Portavo i capelli lunghi fino al culo, pettinati con una bella riga in mezzo che mi aveva permesso di vincere anche un altro titolo, quello di Maria Maddalena Languida assegnato sul pullman della scuola.

E non dimentichiamo i brufoli, i punti neri e il folto monociglio che incorniciava il mio sguardo – simile a quello che sfoggia oggi la piccola Lourdes Maria Ciccone ma leggermente meno evocativo di fantasie porno categoria Mother & Daughter.

Diciamo pure che ero un po’ sfigata, per i canoni estetici dei crudeli anni Novanta, in cui imperavano modelli come Brenda Walsh e Kelly Taylor di Beverly Hills 90210. Guardando quel telefilm, potevo al massimo identificarmi con Andrea, la secchiona insicura e occhialuta che a differenza delle altre teneva l’ombelico sempre ben coperto, probabilmente perché oltre ad essere sfigata era pure chiatta.

L’identificazione svaniva nel momento in cui anche lei, a un certo punto del telefilm, riusciva a limonare. Io no.

Avevo 12 anni. Era il 1994. La mia bocca avrebbe provato la bavosa lumacosità di due lingue adolescenti che si annodano soltanto molti anni più tardi.

Era l’estate del 1994, ad essere precisi, quando le mie amichette – le stesse che mi avevano insegnato il significato del verbo limonare e mi avevano saggiamente suggerito di esercitarmi sulla mano piuttosto che su un poster di Brandon – mi registrarono la prima musicassetta.

Spiego di che cosa sto parlando ai maledetti hipster ventenni in sala.

Tanti anni fa, la musica si poteva ascoltare su vinile o su musicassetta. A meno che non li abbiate interpretati come disegni astratti caratterizzati da un curioso geometrismo riconducibile alle avanguardie russe del primo Novecento che avete visto una volta su una slide allo IED, vinili e musicassette si trovano spesso stampati sulle vostre t-shirt e sui numerosi gadget di cui amate circondarvi, miei cari pischellini con gli occhiali troppo grandi e i pantaloni troppo stretti.

Le musicassette avevano dentro un nastro che in caso di necessità si poteva riavvolgere con una matita. Riavvolgere il nastro con una penna era noioso e faceva venire male alle dita. Ma lo facevamo, perché noi non eravamo degli smidollati e amavamo la musica e per lei eravamo pronti a fare sacrifici tipo consumarci le dita.

Le musicassette si potevano ascoltare nello stereo oppure nello ‘walkman’, parola desueta che unisce in sé i concetti di ‘camminare’ e ‘uomo’ per indicare che da quel momento in poi gli esseri umani avrebbero potuto ascoltare la musica senza essere costretti a rimanere in prossimità di uno stereo e pur compiendo altre faccende, come camminare, appunto, grazie a un dispositivo portatile collegato con un cavo a una cuffia. Gli mp3, gli iPod, eMule, Torrent, gli smartphone e quel cazzo di Spotify sarebbero arrivati molto più tardi, miei cari giovinastri che non avete mai sprecato un solo minuto della vostra inutile vita per riavvolgere una cassetta.

Le cassette servivano anche per rimorchiare, ma ora non mi sembra il caso di perdere tempo a spiegarlo a voi che, al limite, cercate di irretire le vostre prede postando su Facebook una canzone presa da Youtube, poi cercando di farvi notare a colpi di stelline su Twitter e infine tentando di rendervi appetibili scegliendo per Whatsapp fotoprofilo ottenute trequartizzandovi per autoscatti presi dall’alto e poi spianati col filtro Amaro di Instagram.

(Se funziona, fatemi sapere).

Dicevamo. Era l’estate del 1994 e sulle canzoni contenute in quella cassetta plasmai i miei primi desideri erotici e soprattutto l’immagine della donna che sarei diventata: come avrei dovuto essere, che cosa non avrei dovuto dire, come avrei dovuto comportarmi nell’ancora irraggiungibile universo delle relazioni con l’altro sesso.

Era una cassetta degli 883.

E questo parzialmente spiega perché dovetti attendere ancora anni e anni prima di riuscire a limonare.

La prima canzone era Sei un mito. La ricordate?

Tappetini nuovi Arbre Magique / deodorante appena preso che fa molto chic erano i primi due versi cui all’epoca non davo importanza ma che ora, ogni volta in cui ascolto questa canzone, mi provocavano uno shock olfattivo. Non riesco a immaginare un mix peggiore di quello tra l’odore di un deodorante per auto nuovo e l’odore di un ventenne pavese arrapato che si è cosparso di dopobarba a secchiate che si confondono nell’abitacolo di un’utilitaria di seconda mano. Probabilmente ereditata da nonno contadino. Sicuramente una Panda intrisa di letame.

 

Nella canzone i due vanno al bar – perché il pezzente Pezzali (nomen omen) non la porta nemmeno a cena, la tipa – ma all’epoca che cosa ne potevo sapere? Il sushi mi era ancora sconosciuto e mi sarei accontentata di un bar anche io, pur di limonare.

Quello su cui concentravo particolarmente la mia attenzione veniva nella strofa seguente, quando lei gli dice “Dai, vieni su da me che tanto non ci sono i miei” e lui si ferma a prendere una bottiglia perché / vuole festeggiare questa figata. Il mio problema di dodicenne di periferia era che i miei genitori la sera non si schiodavano mai da casa, in particolare il sabato, quando Rai2 trasmetteva eccellenti film tv di produzione tedesca.

In un sabato sera qualsiasi, come avrei fatto ad invitare a casa un ragazzo che mi avesse portata al bar? Nel dubbio, ogni volta che mi capitava di restare a casa da sola collaudavo ogni possibile location ove avrei potuto stappare la bottiglia portata in dono dal mio ospite. In camera mia, sul lettino, tra i peluche? O in camera dei miei senza alcun rispetto per il giaciglio che mi aveva generata? Meglio in salotto? Sul divano? Quel divano era abbastanza comodo per un amplesso? E soprattutto, come era previsto si svolgesse un amplesso? I tutorial dovevano ancora arrivare e Cioè non pubblicava mai fotoromanzi sufficientemente esplicativi.

Ero convinta che l’importante, una volta raggiunta la meta (cioè la bottoglia del mio ospite), sarebbe stato attenermi al comportamento che maggiormente entusiasmava il Pezzali come maschio: io e il mio ospite avremmo dovuto essere un ragazzo e una ragazza senza paranoie, non dirci “io ti amo” o “io ti sposerei”, avere solo la voglia di stare bene tra noi / anche se soltanto per una sera appena.

Ne ero convinta: sarebbe bastato darla via una volta sola senza rompere i coglioni e io sarei stata il mito del quartiere. O, almeno, della sala giochi Jollyblue dove il mio ospite al suo ritorno avrebbe raccontato quasi un porno.

Nella stessa cassetta c’era anche Non me la menare: dopo i primi ascolti compresi la necessità di inziare a interessarmi a temi cari ai maschi quali birre scure e moto da James Dean e di smetterla di credere a quelle stronzate /che si dicono nei film. Quest’ultimo verso per certi aspetti mi salvò la vita, aiutandomi di smettere di sperare che, come nei film Disney, al compimento del 16° anno di età mi sarei trasformata in una sirena, in una principessa o in una forma qualsiasi di figa pazzesca. L’altro verso, quello sulle birre scure, mi spinse verso una precoce forma d’alcolismo basata sulla Guinness, che comunque mi salvò da una ben più pericolosa dipendenza dall’Estathé.

Dalla canzone Lasciati toccare ricevetti invece dei preziosi consigli di stile. La canzone era chiara, mi servivano due cose:

–    vestito nero che mi avvolgesse stretto / tanto tanto stretto che si vedesse quasi tutto;

–    e un  condizionatore mi respirasse vicino / in modo che il freddo facesse apparire qualche cosa sul mio seno.

Una volta acquistato il vestitino nero (che tra l’altro aveva pure Brenda) e trovata la bocchetta del condizionatore sotto cui collocarmi, avrei solo dovuto fare come la donna tanto desiderata nella canzone: accarezzare la mia gonna con la mano.

In assenza di vestito e condizionatore, provai subito questa interessante gestualità con i pantaloni della tuta arancione in acetato: non capivo perché nessun ragazzo si avvicinasse conquistato da quel movimento sensuale – e ancora ignoravo quanto l’acetato potesse essere facilmente infiammabile a seguito di un numero eccessivo di sfregamenti.

La cassetta conteneva anche Te la tiri, opera forse sottovaluta del primissimo Pezzali. La canzone ritrae il prototipo della figa di legno della provincia italiana dell’epoca in cui è stata composta.

Una ragazza sveglia come me non poteva non coglierne l’importanza educativa: quella canzone conteneva tutto ciò che non avrei mai dovuto fare se avessi voluto avere un uomo.  Nell’ordine: niente trucco pesante, mai parlare di oroscopi, mai fingere di essere ubriaca, mai ballare in un modo che non c’entra niente e soprattutto mai, mai, mai arrapare la gente senza poi concedersi.

Ancora non lo sapevo, ma questo prezioso insegnamento, profondamente interiorizzato fin dall’adolescenza, mi ha consentito di smarcarmi ben presto dalla fitta schiera delle profumiere che affollano questo mondo.

È stata la luce che mi ha fatto capire che una promessa è una promessa.

È stata la voce che, nella seconda fase della mia giovinezza (quella senza tuta né apparecchio ai denti) mi ha ispirata a evadere qualsiasi – ma proprio qualsiasi – richiesta di accoppiamento ricevuta.

Del resto, gli unici tre modelli femminili teorizzati dal Pezzali nella sua poetica ed elencati in Rotta per casa di dio erano o fidanzata, o moglie, o troia. Considerato che le prime due erano delle cagacazzo cornute, voi al mio posto quale avreste scelto come modello ideale cui tendere?

Se sono cresciuta un po’ zoccola la colpa è di Pezzali.

* E naturalmente la verità è che sono sempre stata una ragazza di grande moralità.

Di vacanze e di rapporti tormentati con i grandi amori estivi, come la gelateria portoghese Fragoleto

Ogni anno torno dalle vacanze supercarica e penso “Adesso vi racconto tutto!”, un po’ perché son certa di aver vissuto avventure straordinarie e un po’ perché ritengo giusto ammorbare gli altri umani, di tanto in tanto.
Ma, come onde dell’Atlantico sulle coste della Galizia, ogni anno i miei propositi s’infrangono e il mio pesaculismo viene suffragato dall’eterno alibi “Eddai, intanto chi se le incula le mie vacanze?”

Ma quest’anno sarà diverso, quest’anno vi racconterò tutto. Anche se non vi interessa.
Cominciamo con calma, una cosa alla volta.

Sono tornata a Lisbona.
[“Ehi, sei sempre a Lisbona”, commenterà qualcuno memore delle mie vacanze portoghesi del 2011. “Fatti i cazzi tuoi”, risponderò con la cordialità che mi contraddistingue].

Con la frase Sono tornata a Lisbona intendo Sono tornata da Fragoleto.
Fragoleto è una gelateria di Lisbona, a due passi da Praça do Comércio, che avevo scoperto nel 2011 seguendo un consiglio della Lonely Planet. Subito me ne ero innamorata, per i suoi gusti originalissimi e deliziosi. Quest’anno, con la saggezza dovuta alla mia sopraggiunta maturità, ho scelto di basare su Fragoleto la mia intera alimentazione nei tre giorni trascorsi in città.

Da Fragoleto c’è il gusto tè verde. C’è la pera. C’è il biscottinho, che è una crema di biscotto con semi di papavero e salsa di mirtilli. E, santi numi, c’è il latte di capra.
Da Fragoleto si possono prendere coni, coppette e vaschette oppure si possono degustare tanti strambi gusti serviti in una coppa di minipalline.
Da Fragoleto si raggiunge l’orgasmo, sempre.

Fragoleto è la creatura della mastra gelataia Manuela Carabina.

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È a te, Manuela Carabina, che mi rivolgerò adesso – con tutta la serietà che mi è possibile, considerato il fatto che mi risulta difficilissimo scindere il tuo nome dal personaggio di Dinamite Bla (che poi magari non usava nemmeno una carabina, perdonami, ho avuto un’infanzia fumettisticamente confusa).

Manuela, il tuo gelato è favoloso.
Manuela, sei stata saggia e ti sei affidata a bravi grafici che hanno associato al nome Fragoleto un lettering e colori cremosi e avvolgenti. Vedo il logo e già mi lecco i baffi: funziona.
Manuela, sei pure stata astuta a creare la formula della degustazione, che rende il gelato chic come il vino.

Però, Manuela, cazzo: un po’ di elasticità.

1) La tua gelateria è nel centro di una capitale europea, è nel cuore della Lisbona turistica, è a due passi dalle fermate più affollate del tram 28: Manuela, tu non puoi parlare solo in portoghese. L e n t a m e n t e, ma in portoghese. No, ragazza mia: tu devi imparare a emettere almeno tre parole in inglese, tanto più perché sei tu a stare alla cassa e a rispondere alle domande dei clienti.

2) Hai scelto le vaschette di design: contengono ciascuna due comparti e si possono incastrare l’una sull’altra all’infinito. Come dei grossi Lego in polistirolo che consentono di costruire torri di gelato alte fino al cielo. Capirai, Manuela, che questa cosa esalta noi tossici del gelato; non per niente, la hai scelta.
Prima di vederle, non sapevo che ogni vaschetta avesse solo due comparti: nella mia ignoranza, mi sono azzardata a chiedere una vaschetta con tre gusti. Una tua giovane collaboratrice mi ha spiegato che i due comparti potevano contenere solo due gusti. Io sono italiana, sai come facciamo noi: le ho detto che non c’era problema, che due dei tre gusti avrebbero potuto alloggiare in uno stesso spazietto. Manuela, io nei suoi occhi ho visto il panico: mi ha detto che non si poteva con l’aria di chi deve ripetere un dogma inintellegibile e ti ha guardata col terrore di chi, se avesse soddisfatto la richiesta di una cliente, sarebbe inevitabilmente andato contro le prescrizioni del suo capo.
Manuela, io alla fine ho preso due soli gusti, ma ti rivelerò una cosa: per mangiarli ho usato lo stesso cucchiaino e, talvolta, li ho persino mescolati.

3) La folla genera panico. Succede. E se gestisci un’ottima gelateria nel centro di una grande città, può persino capitare che fuori si formi una coda di clienti. Ma Manuela, cazzo, tu devi garantire a gelateria strapiena lo stesso servizio che garantiresti a gelateria semideserta. Se una cliente (una a caso, naturalmente) ti chiede una vaschetta dopo aver atteso per dieci minuti in coda, tu non puoi risponderle che avendo solo tre gelataie e tanti clienti non puoi far fronte a richieste che non siano coni o coppette. Perché, Manuela? Temi che, impiegando troppo a servire una sola cliente, altri possano stancarsi della coda e abbandonarti? Non pensi che una vaschetta valga come quattro coni? E perché stai rispondendo ancora in portoghese?

4) Manuela, ti prego, sforzati di essere un pochino più fisionomista. Che stai in una grande città e che sei subissata dai clienti l’abbiamo già detto. Ma ci sono clienti che si ricordano più facilmente di altri: un po’ perché fanno nella tua gelateria i tre pasti principali della giornata (ehm); un po’ perché spesso fanno due giri (ehm); un po’ perché ti dicono “Amo questo gelato”, “Domani ripasso”, “Hai visto che sono tornata?”, “Toh, son di nuovo qui”, “Cucù: rieccomi!”; un po’ perché cazzo, Manuela, sono alta quasi due metri, sono pallida come il latte di capra e ho il fianco burroso caratteristico di chi abusa di gelato artigianale da anni: non ho l’aria di essere una tua cliente? Ti lascio una fototessera di promemoria?

Manuela, io tiggiuro che se non fosse perché il tuo gelato è eccellente non sarei mai tornata da te e neppure mi sarei incazzata ogni volta così tanto.
Manuela: io dopo ogni gelato ti volevo mandare Gordon Ramsay e Tabatha-mani-di-forbice insieme, per aiutarti a gestire meglio la tua impresa.
Manuela, io spero che tu faccia egosurfing, ogni tanto: so che non capirai una riga di questo testo, ma qui c’è Google Translate. Lo devi impostare da Italiano a Português: ce la puoi fare.

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Splinder ha chiuso, Radio Deejay ha festeggiato i 30 anni e il mondo non ha ancora capito l’importanza de “L’ultimo bicchiere” nella discografia nazionale

Come recitava la sua antica biografia su Spinder, Viola Scintilla è nata nel 1982, a un mese di distanza da Radio Deejay. Ieri, Splinder ha chiuso per sempre e Radio Deejay ha festeggiato i suoi trent’anni con un megaparty cui Viola Scintilla è stata invitata (come i VIP, ma col posto in gradinata). Capirete che tali eventi sembrano stati appositamente coordinati dal Fato per costringere Violetta a fare un bilancio sui suoi trent’anni e sull’influsso che i media hanno avuto sulla sua esistenza. Insomma, il Grande Bilancio che tutti voi lettori stavate aspettando con trepidazione. Ma che sarà oggetto di un post successivo.
Qui e adesso, carissimi, occorre occuparsi senza indugio di un tema ben più serio: l’esegesi de L’ultimo bicchere, la canzone che Max Pezzali (l’883 che cantava) e Nikki (una voce di Radio Deejay che un tempo aveva i capelli lunghi fino alle natiche) tentarono di portare in classifica a metà dei gloriosi anni Novanta. Nella realtà, riuscirono a portarla soltanto a Un Disco per l’Estate: ivi Pezzali vinse il premio come miglior autore e tale riconoscimento contribuisce ad avvalorare la tesi per cui L’ultimo bicchiere deve essere definita a pieno titolo come un capolavoro della poetica pezzaliana nonché come un impietoso e veritiero scorcio su alcuni giovani vissuti nel periodo in cui venne scritta.
L’urgenza di questo intervento è correlata a quanto accaduto nei giorni scorsi quando, in prospettiva della festa di Radio Deejay, Viola Scintilla ha spiegato ripetutamente ad amici e parenti che il suo metro di giudizio per il party sarebbe stata L’ultimo bicchiere: se Pezzali e Nikki la avessero cantata, il compleanno della radio si sarebbe potuto ritenere riuscito e Violetta si sarebbe considerata una fan soddisfatta. Ebbene, signori, ieri sera il pingue Max Pezzali e il calvo Nikki hanno cantato L’ultimo bicchiere, introdotti e poi cacciati da un Linus che ha più volte alluso allo scarso successo di questa canzone. Che sia rimasta incompresa per quasi un ventennio? Unica tra le migliaia di festeggianti a conoscerne i versi a memoria, Viola Scintilla è certa che L’ultimo bicchiere sia stata vittima di un momento di distrazione nazionale. E vuole finalmente dedicare a questo pezzo tutta l’attenzione che merita. Per chi non la conoscesse, spiacenti: fornirvi il file audio pare complicato.

Contestualizziamo il pezzo. Siamo negli anni Novanta, andavano di moda i discopub. Ve li ricordate, i discopub? La voce narrante è quella di un uomo, l’inconfondibile uomo della provincia pavese, tipico personaggio della narrativa pezzaliana. Come in Rotta per casa di dio, Come mai, Sei un mito e La regola dell’amico (canzone appartente a un periodo di poco successivo a quello qui trattato), il protagonista e voce narrante è uno sfigato. Ma se nelle altre canzoni dello stesso autore egli è solo mediamente sfigato, ne L’ultimo bicchiere il soggetto perde ogni qualsiasi dignità, si sputtana, va oltre. Così come questa perla della canzone italiana novecentesca va oltre ogni possibile categoria estetica. Leggiamone i versi.

Dentro al buio del locale
musica che è sempre uguale
Luci basse che mi danno un po’ fastidio
Quelle gambe un po’ intriganti
con le calze trasparenti
Qui si fanno tutte belle ma
chissà per chi?

Siamo al discopub. Il protagonista è lì, è solo ed è presumibilmente seduto nel tavolino nell’angolo che viene di solito assegnato agli uomini soli. Lui è lì, ma ci tiene subito a specificare che quello non è il suo ambiente: lo considera superficiale, irritante. È abituato ad altre atmosfere: le luci basse gli danno fastidio, la musica gli fa cagare. È uno sfigato, ma vuole fare lo snob.
Nonostante i millantati gusti di un certo livello, lui è lì, seduto da solo al tavolino nell’angolo del locale. Tutt’attorno, troie. Perché è così che questo io narrante vede le donne che lo circondano: indossano calze trasparenti (un dettaglio che catapulta vividamente l’ascoltatore contemporaneo nel pieno degli anni Novanta) e si sono fatte belle. Lui si chiede per chi, queste troie, si siano apparecchiate con tanta cura: per lui, no di certo. A lui, dicono solo di no. Be’, questo non lo canta ma lo lascia intuire già alla prima strofa: lui riceve solo due di picche (perché il due di picche è sempre in agguato, ma questa è un’altra esegesi).

Forse io dovrei andare
quasi l’ora di dormire
se mi guarda ancora un po’ mi sa che vado lì
Sì ma tanto cosa dico?
“Hai un ragazzo o un marito?
Studi o fai un lavoro interessante e unico?”

Io non voglio più sprecare una parola
perchè il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

Abbiamo lasciato il nostro protagonista solo al discopub: ma non è il suo ambiente. Lui preferirebbe persino essere a casa a dormire, pur di non essere in un posto così volgare. No, davvero, quasi lo giura: lui non è lì per le ragazze. Però una di queste intriganti meretrici del discopub, quelle che si sono apparecchiate per darla a chissà chi, lo fissa. Lui è convinto che lei lo stia provocando con lo sguardo. E se la poverina fosse semplicemente strabica? L’io narrante non ha l’umiltà sufficente per domandarselo. E si chiede, invece, se raccogliere la sfida di quella provocatrice, se alzarsi e andare lì da lei. Be’, potrebbe farlo. Ma poi, che cosa potrebbe dirle? E qui l’analisi del testo pezzaliano si apre a due possibili interpretazioni: tra la seconda e la terza strofa, l’io narrante sta elencando con sarcasmo una serie di orride banalità che vengono frequentemente utilizzate per avviare pratiche di rimorchio uomo/donna nei locali pubblici o l’io narrante sta sciorinando le quattro cazzate che è solito proferire per tentare di attaccare bottone col sesso opposto e attraverso le quali ottiene (giustamente) valanghe di due di picche? Da quasi vent’anni, su questo punto gli esegeti si spaccano in due fazioni.
Linguisti, italianisti e narratologi concordano invece sul fatto che il protagonista sia solo al tavolo di un discopub che suona musica di merda e che stia valutando se tentare di approcciare una tipa (forse strabica) che ha scelto di indossare calze trasparenti. Lui decide di non farsi avanti: perché, spiega, detesta le procedure di avvicinamento che ha appena elencato. Anzi, no, non usa il verbo ‘detestare’: egli usa una particolare accezione del verbo ‘urtare’. Ricordate che siamo negli anni Novanta: per due o tre settimane di un anno imprecisato, qualche disagiato sociale e linguistico ha impiegato il verbo ‘urtare’ come sinonimo di ‘infastidire’, ritenendolo più giovanile e alla moda. Passate quelle due o tre settimane, l’utilizzo di tale variente si è stabilizzato come un vero e proprio stigma linguistico mentre attorno ai suoi utilizzatori si è accesa un’imperitura aura da sfigati cui non può essere elargito alcun favore sessuale. Naturalmente l’io narrante è uno di questi utilizzatori. E, con imprudenza, si lascia sfuggire che le chiacchiere da conquista stereotipate, quelle appena elencate, gli hanno rovinato l’esistenza. Proprio quest’ultimo verso sembra far prevalere la tesi secondo cui “Hai un ragazzo o un marito? Tu sei qui da sola?” e le altre domande fossero effettivamente le quattro cazzate che il protagonista è sempre stato solito usare nei discopub.

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Si arriva al formidabile ritornello: il nostro protagonista è sempre solo al tavolo del discopub ed è così inacidito e depresso da non voler nemmeno tentare di avvincinarsi a una delle ragazze presenti nel locale, dilaniato da un mix di rancore e pregiudizi nei confronti del genere femminile. Decide quindi di farsi un ultimo bicchiere, quello che dà il titolo alla canzone e che permette di confermare i sospetti di dipendenza da alcol che già si addensavano sulla figura dell’io narrante, cioè quell’uomo incapace di entrare in contatto col sesso opposto se non con banalità da psicotico, proferite per altro con l’alito impastato di… Ehi, che cosa si beveva negli anni Novanta per sentirsi un po’ fighi, ma anche rudi e diversi da tutti?
Dopo l’ultimo bicchiere, il nostro uomo dice che se ne andrà finalmente a dormire, stremato da quelle che definisce “storie finte che si basano sui film e non ti danno mai qualcosa in più di un freddo vuoto”. Carissimi, siamo giunti al clou, cioè a quell’insieme di versi da cui si deducono tre verità fondamentali. 1) Il protagonista è stufo di storie “finte”, aggettivo che in un primo momento sembra riferirsi alla superficialità degli incontri di una sola notte. Ad un ascoltatore attento, risulta evidente che le storie sono “finte” perché il protagonista non le ha mai avute, considerato che riceve solo due di picche. 2) La psicosi dell’uomo è tale che egli crede davvero di avere vissuto numerose storie da una sera con donne rimorchiate ai banconi dei locali: ma, come egli stesso si lascia sfuggire, qui abbiamo a che fare con quelli che la scienza definisce ‘falsi ricordi’, ovvero memorie di episodi mai vissuti che, nel caso qui in analisi, sono creati dalla fruizione di prodotti cinematografici certamente di basso rango. Alcuni critici azzardano un riferimento alla filmografia pornografica; altri dimostrano scetticismo nei confronti di questa ipotesi e negano tali riferimenti per via dell’assenza di topoi di genere come idraulici e docce. 3) In uno slancio di autogiustificazione, cioè quella pratica che la scienza definisce come ‘raccontarsela’, il nostro uomo dice di voler smettere con quelle storie non perché impossibilitato ad averne per via dell’assenza di interesse nei suoi confronti da parte dell’intero genere femminile (se si esclusdono le povere strabiche) ma perché le relazioni mordi e fuggi lasciano un vuoto dentro di lui.

Quante storie, storie vere
lui che le offrirà da bere
come se non si capisse che intenzioni ha
Forse non per amicizia
e neanche con dolcezza
ma poi lei dirà “Tu che cos’hai capito?”

Lecito ipotizzare che alla fine del ritornello l’ultimo bicchere sia stato servito. E quindi ecco la voce narrante ancora seduta al suo tavolino nell’angolo, ancora intenta a sorseggiare l’ennesimo cocktail che comprometterà ulteriormente il suo alito.
In disparte, il nostro uomo riflette ancora sulle dinamiche uomo/donna nei locali. Ma, questa volta, lo fa come se l’attività non lo riguardasse più. Ha raccontato a se stesso che quelle storie non gli interessano, quindi ora si estrania dalle contingenze e considera l’approccio in modo meramente speculativo, come fosse un consolidato canovaccio della commedia dell’arte o un ripetitivo gioco delle parti che lui si può permettere di osservare e giudicare dall’esterno. Ma così come uno scrittore poco abile lascia sempre trapelare dalla sua scrittura incerta troppe informazioni su di sé, così anche il nostro uomo non riesce davvero a estraniarsi. E nel raccontare in astratto di un uomo e di una donna che si incontrano in un discopub, mette in scena dinamiche poco fantasiose e si lascia sfuggire il proprio modus operandi (non gl’importa dell’amicizia né di una vera reciproca conoscenza, non vuole perdere tempo agendo con dolcezza) e una delle modalità con cui di frequente viene rifiutato: “Oh, maiale, cosa cazzo fai? Solo perché ho lasciato che mi offrissi da bere mi consideri roba tua? Tieni giù quelle mani”.

Io non voglio più sprecare una parola
perché il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non ne posso più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Seduto nell’angolo in solitudine mentre tutt’attorno ragazze percepite come scortesi con lui ma prodighe di servigi per qualsiasi altro uomo hanno plausibilmente iniziato a ondeggiare sulle note della musica che a lui fa cagare, il protagonista di questo capolavoro pezzaliano ribadisce il suo snobistico orrore per le pratiche di seduzione. E ordina un ultimo bicchiere. Lo ordina più e più volte, perché l’ordinazione coincide con il ritornello e, a fine canzone, il ritornello è ripetuto a sfumare. Ciò consente a tutti i critici di avere un parere univoco sull’epilogo della vicenda narrata: il protagonista della canzone, ormai completamente sbronzo, viene trascinato in strada alla chiusura del locale mentre oppone resistenza e inveisce contro il gestore del discopub, contro le donne che sono tutte puttane e contro la musica di merda.

Viola Scintilla saluta con affetto Amica del Cuore, che avrà abbandonato la lettura già al secondo paragrafo, e tutti quelli che sono arrivati all’ultima riga.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto domestico ma ora che ne ha addirittura uno sciame, ditele: come si sterminano le tarme?

Lunghissima introduzione che i lettori più frettolosi possono tralasciare senza rimorso.

Viola Scintilla ha sempre desiderato prendersi cura di un animaletto domestico. Nel corso dell’infanzia ha avuto l’opportunità di veder crescere e morire soltanto una dozzina di pesciolini rossi che, a dirla tutta, non le hanno dato molte soddisfazioni affettive. Mentre sua cugina (quale cugina? Non Cugina Figa, Cugina Grassa. Per conoscere nel dettaglio le cugine di Viola Scintilla, clicca qui. Oppure qui) cresceva in un popolatissimo zoo domestico ove scorazzavano gatti, criceti e tartarughine, Famiglia Scintilla donava a Violetta soltanto oggetti inanimati.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un micetto, per la precisione. E da quando vive sola, nelle notti fredde e tempestose, negli assolati pomeriggi domenicali e all’alba di talune mattine d’estate si è spesso ritrovata a sfogliare cataloghi online di felini: quelli tipo Meetic, ma con i gattini anziché gli umani. Viola Scintilla ha sempre immaginato di adottare un Gatto Ipotetico, ancora cucciolo, possibilmente maschietto, di stazza un po’ più grande rispetto alla media, superpeloso, cagacazzi, casinista, logorroico e leggermente soprappeso: cioè, l’esatta trasposizione felina del suo uomo ideale (ma castrato). Viola Scintilla ha sempre immaginato che lei e Gatto Ipotetico si sarebbero amati per sempre:

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto, ma è pur sempre una fanciulla dotata di uno spiccatissimo senso pratico e di vasta conoscenza delle cose del mondo: sebbene creda fermamente nel principio di autogestione dei felini secondo cui, se lasciati soli, i gatti imparano a gestire se stessi e quanto necessario alla loro sopravvivenza, Viola Scintilla sospetta che dopo alcune settimane di assenza dell’amatissima padroncina Gatto Ipotetico potrebbe avere problemi come: carenza d’affetto, scarsità di cibo, mancanza di acqua, prematura morte. Nel dubbio, Gatto Ipotetico è rimasto finora una mera fantasia.

Ma Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto. Il Fato ha voluto che per un breve periodo la fanciulla abbia condiviso la propria esistenza con alcuni scarafaggi. Violetta ne scrisse sul suo blog di gioventù che, da allora, ancora sopravvive grazie ai navigatori che vi giungono cercando metodi per sterminare gli scarafaggi (Se vi interessasse il tema, sappiate che Viola Scintilla riuscì nell’impresa servendosi di alcune trappole acquistate al supermercato).

Qui, finalmente, si entra nel vivo della narrazione.

Dacché si è trasferita nella sua nuova maravigliosa magione, Viola Scintilla ha trovato altri cuccioli con cui condividere i propri spazi: le tarme. Orride creature dalle dimensioni simili a quelle delle mosche ma dalle ali polverose come quelle delle ben più graziose farfalle, ogni sera le Tarme di Viola Scintilla danno il bentornato alla padrona di casa alzandosi in sciami scomposti sulla sua testa, volteggiando attorno alle luci del suo lampadario, planando in modo sgraziato sulle sue pareti candide.

Viola Scintilla in un primo momento ha accettato di buon grado questa convivenza tra specie. In un secondo momento si è allarmata per il possibile appetito che le tarme avrebbero potuto sviluppare nei confronti dei suoi vestitini e si è rivolta a un’impresa specializzata per risolvere il problema: l’impresa ha miseramente fallito. Al termine dell’intervento le tarme hanno ripreso a svolazzare, ancor più orride e strafottenti.

Viola Scintilla ha visto progressivamente ridursi il proprio livello di sopportazione. Un giorno, trovandosi con il martello in mano al termine di un lavoretto, ha preso a massacrare le tarmacce ad una ad una: al suo fianco, a incitarla, un ologramma di Jack Torrance. In un altro pomeriggio di pura ossessione, nella percezione del mondo di Violetta le tarme si sono trasformate in gigantesche e minacciosissime creature volanti che puntavano senza pietà ai suoi capelli: Viola Scintilla altro non era che una novella Tippi Hedren (ma più alta, bruna e sguarnita di tailleur tinta pastello che, comunque, non le donerebbero).

In un crescendo di odio, Viola Scintilla si è poi privata del cibo, conservando quanto necessario alla propria sopravvivenza in frigorifero e cestinando quanto le tarme avrebbero potuto apprezzare e sfruttare per il proprio sostentamento. Ma le tarme continuavano ad esistere, a riprodursi, a svolazzare. Viola Scintilla si è quindi munita di uno spray letale che avrebbe dovuto spruzzare negli ambienti per un massimo di 5 secondi: lo ha spruzzato per ore, per alcuni giorni di fila, con una foga e una crudeltà cui nessun insetto avrebbe potuto sopravvivere. Credeva di avere al fin vinto la propria battaglia con le orride creature con cui non voleva più dividere il proprio appartamento ma una sera, rincasando, è stata nuovamente accolta da UNA TARMA.

La battaglia di Viola Scintilla continua. Si accettano suggerimenti, veleni mortali, pipistrelli e supervisioni di entomologi espertissimi (preferibilmente di stazza superiore alla media, pelosi, cagacazzi, casinisti, logorroici e leggermente soprappeso).

Fu allora, nell’estate dopo il diploma, che Viola Scintilla s’innamorò di Milano.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla si diplomava. Il tema si presta perfettamente a un dettagliato bilancio sulla vita della giovane, a paralleismi tra il 2001 e il 2011, a una lunga enumerazione di rimorsi e rimpianti legati a episodi dell’ultimo decennio nonché ad un’accurata analisi relativa all’influenza degli astri sul segno dei Pesci nel corso degli anni ’10 del XXI secolo. Ma il tema si presta benissimo anche al cazzeggio. Quindi.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla affrontava l’esame di maturità. Liceo linguistico, il più prestigioso della sua città di provincia. Per la prima prova scritta, Violetta scelse il tema sull’industria culturale, lo sviluppò in forma di articolo giornalistico su quattro protocolli vergati con la sua flessuosa e regolarissima grafia. Prese il massimo dei voti. Per la seconda prova scritta, Violetta era certa che avrebbe puntato sul francese. Invece, insoddisfatta dalla traccia nella lingua di Voltaire e Zola, sorprese persino se stessa scegliendo l’inglese, letteratura che riteneva detestabile per via della sua manifesta incapacità di esprimere qualsivoglia concetto profondo: scrisse frasi vacue e superficiali ma perfettamente in linea con la lingua di Coleridge e Wordsworth. Prese il massimo dei voti. Per la terza prova, quella che comprendeva domande su tutte le materie, Violetta fu fortunata: ebbe occasione di spiegare la teoria della relatività corredandola col delizioso disegnino esplicativo del trenino e le freccette: vi siete mai dilettati con tal disegnino? Dovreste provare. Comunque, Violetta prese il massimo dei voti. Per l’orale, Viola Scintilla era preparatissima: conosceva ogni pagina dei suoi libri di testo e ogni appunto. Non aveva timori. Dopo averle consentito di esporre la propria documentatissima tesina ove avevano trovato spazio anche le teorie sul colore di Chevreul, la Commissione interrogò ampiamente Violetta. Prima di congedarla, volle testarne la straordinaria preparazione chiedendole financo di definire la forza di Coriolis. Orbene, voi sapete che cosa sia, la forza di Coriolis? Lo avete mai saputo? Quella secchiona di Viola Scintilla lo sapeva, lo aveva appreso dalle note a pie’ di pagina del suo libro di scienze. “È una forza fittizia che bla bla bla”, rispose con la sua spocchia secchionissima e la certezza di avere ormai vinto tutto. Aveva ragione. Prese il massimo dei voti. Si amava.

Neodiplomata e tutta piena di belle speranze, la giovin Violetta trascorse l’estate successiva alla maturità a studiare. Era secchiona, ve l’ho detto. Studiava compìta organigrammi delle redazioni e colophon, ripeteva a memoria gli articoli della Costituzione, elencava i nomi dei nostri Presidenti della Repubblica e quelli dei vincitori dei Festival di Sanremo: li sapeva elencare perfino a ritroso, perfino abbinando gli uni e gli altri e immaginando Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1999, intonare Senza pietà in duetto con Anna Oxa, vincitrice del festival di quell’anno. Nel momento in cui 30.000 giovani italiani stavano esprimendo la sua stessa vocazione, Viola Scintilla studiava a memoria nozioni che avrebbe presto dimenticato perché voleva a tutti i costi superare il test d’ammissione a Scienze della Comunicazione e diventare giornalista. Era una giovane di belle speranze, vi avevo detto anche questo.

Dieci anni dopo il diploma, Viola Scintilla non ricorda esattamente se e dove fosse andata in vacanza, nell’estate 2001. Ricorda però di essersi decolorata la metà inferiore della sua chioma corvina per tingerla di rosso fuoco; ricorda di essere stata in piscina il giorno successivo a quella tintura e di aver lasciato nell’acqua al cloro tracce molto simili a quelle riprese dai documentari sulla mattanza dei tonni. Ricorda di essersi candidata come vj di MTV (non ve l’aveva mai detto? Non è un episodio di cui Violetta vada molto fiera, in effetti). Ricorda di essere stata cacciata da una birreria poiché colta in atteggiamenti licenziosi sui quali questa elegante narrazione non si soffermerà. Ricorda una serie di fotografie scattate da dentro i carrelli della spesa. E ricorda i test d’ammissione nelle università di due città diverse: ma nel suo cuore (vi prego, perdonate l’afflato. Anzi, vi prego, lasciatevi trasportare dal pathos), nel suo cuoricino di giovane secchiona, per Viola Scintilla esisteva solo una possibile città ove dedicarsi agli studi: la bella Milano. La città degli Articolo 31 e del writing. Del Duomo. Del negozio Fiorucci. Del Castello. E dell’amore libero nel parco del Castello. Milano, la città delle opportunità. Un po’ come la Boston di Ally McBeal, ma senza i bicchieroni di caffé da asporto.

“In caso tu superassi davvero quel test, non aspettarti di andare a vivere da sola a Milano”, minacciò Famiglia Scintilla alla diciannovenne secchiona coi capelli decolorati a metà. “Esistono i treni, farò la pendolare”, dichiarò con convinzione la giovane. Viola Scintilla andò a controllare i risultati del suo test d’ingresso alla facoltà di Scienze Umanistiche per la Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano nel caldo pomeriggio dell’11 settembre 2001. Mentre il mondo si crucciava per le sorti dell’Occidente, Viola Scintilla si informava sugli abbonamenti dei treni per Milano: la città delle opportunità che avrebbe amato per i dieci anni a venire.

Parte la strumentale di O mia bela Madunina, all’alto cadono coriandoli iridescenti a forma di cuore, Viola Scintilla abbraccia e limona con trasporto la miniatura del Duomo in lattice che d’abitudine utilizza per esprimere, anche carnalmente, il suo amore nei confronti della città.

Violetta celebra Halloween barricandosi in casa e chiudendo tutte le comunicazioni. Per prudenza.

Era la notte di Halloween di dieci anni fa. Il vento sibilava, le vie della città erano deserte. Viola Scintilla non sapeva che quella notte sarebbe stata l’inizio di un incubo.

Viola Scintilla era una sgallettata di periferia, voleva fare la rapper e aveva una compagna di banco molto ricca e tormentata. La compagna di banco, in occasione del raggiungimento della maggiore età, aveva organizzato una festa in grande stile. Nella sua casa con terrazzi, saloni, arazzi, gatti pregiati e schiavi di etnie considerate inferiori, la festeggiata aveva invitato i dodici fratelli, i loro benestanti amici, i vicini dell’elegante quartiere, i cugini tutti e l’indistinto branco delle compagne di classe: una trentina di adolescenti tamarre cresciute nella cattività di un liceo femminile. Mentre gli ospiti arrivavano alla spicciolata, la pioggia iniziava a cadere.

Qualcuno mise su Jovanotti: hai diciotto anni e quell’aria da signora ti sta anche male. Un classico, ma festa procedeva lenta e noiosa. I differenti gruppi che vi partecipavano non sembravano intenzionati a mescolarsi. Una tizia apparentemente emersa da Non è la Rai catalizzava l’attenzione maschile agitando il proprio generoso petto dentro una scamiciata grigia decorata con vistosi cuori rossi.  Le compagne del liceo giacevano mogie nei pressi del buffet.  Il vento soffiava più forte. In lontanza, oltre le colline, si scorgevano i primi lampi.

Viola Scintilla, conscia della vasta scelta di Coetanei di Sesso Opposto che avrebbe potuto essere presente alla festa, per l’occasione aveva smesso i bragaloni a cavallo basso e indossava una gonna nera dallo spacco interessante e una camicietta bianca dalla scollatura altrettanto degna di nota: tant’è che qualcuno la notò. La mezzanotte si stava avvicindo. Nella penombra del salone, un giovane alto, dagli occhi chiari e dalla folta barba stava fissando Violetta: da almeno due ore. Un lampo illuminò il volto del ragazzo e ne proiettò un inquietante profilo sulla parete: Violetta non volle cogliere in quell’ombra alcun presagio di sventura. E si fidò quando il giovane la condusse lontano dal salone, in una stanzetta appartata, e le disse cose. Mentre un’imponente pendola scandiva i dodici rintocchi della mezzanotte di Ognissanti, i due si scambiarono i numeri di telefono.

L’alto giovane chiamò Violetta il giorno successivo, più volte. I due iniziarono a frequentarsi. Dopo il primo bacio, scambiato sulla scomoda panchina di un Noto Parco, lui decretò che si erano fidanzati. Volle incidere i loro nomi sul legno di quella panchina. Pretese telefonate quotidiane regolari in orari concordati. Rivelò con una certa solennità di amare le celebrazioni di San Valentino. Sosteneva che l’esistenza fosse fatta per essere vissuta in coppia. Era geloso delle amiche di Violetta che, da parte loro, tolleravano qualsiasi sua stranezza pur di poter avere accesso ai suoi numerosi amici single. Mentre Violetta tentava di divincolarsi da quella presa opprimente, il ragazzo le regalò un anellino: lo chiamava ‘schiavetta’ e pretendeva venisse indossato all’anulare sinistro. Osservando i riflessi di quel pezzo d’argento, Viola Scintilla decise che avrebbe dovuto liberarsi dalla morsa del Maniaco Persecutore: a qualsiasi costo.

Non fu facile ma, prima di trascorrere con lui un secondo Halloween, Viola Scintilla riuscì a troncare con Maniaco Persecutore. Da parte sua, il maniaco continuò invece a considerarsi fidanzato con Violetta: per altri due anni. Due lunghissimi anni in cui la giovane venne tempestata di telefonate e pedinata, ossessionata, stremata.  Se confrontato con Maniaco Persecutore, William Foster pareva un pivello. Un giorno, all’improvviso, Maniaco Persecutore scomparve.  Nessuno ebbe più sue notizie. Violetta poteva averlo ucciso in un raptus, averne nascosto il corpo ed essere poi stata travolta da un senso di liberazione e gioia tale da provocarle un’amnesia? Preferì non indagare. E così fecero tutti.

Epilogo. Alcuni anni più tardi, Viola Scintilla ha scoperto con sorpresa di non avere ucciso Maniaco Persecutore: era scomparso semplicemente perché aveva trovato un lavoro. Oggidì, Maniaco Persecutore sta mettendo su casa per il proprio imminente matrimonio: si è fidanzato con una vecchia conoscenza di Viola Scintilla e con lei condivide sanvalentinismi e progetti di vita. Le ha dato il primo bacio su una panchina del Noto Parco e poco dopo ha voluto incidervi i loro nomi. Le ha regalato una schiavetta d’argento. Insieme, hanno messo un lucchetto con la data del loro incontro sul Ponte Milvio: ne sono stati così felici da fotografarlo.
Viola Scintilla ha buttato via da tempo il maledetto anellino. Ma, allorché qualcuno accenni a concetti asfissianti quali matrimonio, San Valentino o Federico Moccia, Violetta sente pulsare il proprio anulare sinistro: proprio là, dove la schiavetta aveva tentato di soffocarla. Da dieci anni, per prudenza, la notte di Halloween Viola Scintilla non esce più. Si barrica in casa, spranga porte e finestre. Stacca i telefoni. E stasera chiuderà prima del tramonto anche WordPress, Friendfeed, Facebook, Twitter, Tumblr, Gtalk. La pioggia ha ripreso a cadere, il vento soffia: non si sa mai.