Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.

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Lo zenzero candito dà dipendenza

zenzero candito

Ciao, mi chiamo Viola e non mangio zenzero candito da 3 settimane e 2 giorni.

Tutto cominciò durante un laboratorio di teatro.
Non per giustificarmi, ma in quel periodo ero in una fase di sperimentazione emotiva e sensoriale: avevo solo 34 anni.
Qualcuno era giù di voce, qualcun altro estrasse un sacchettino e disse «Prova lo zenzero candito.»
Eravamo tutti un po’ curiosi. Cioè, a dire il vero io all’inizio ero anche un po’ scettica perché dei miracoli dello zenzero per la salute si parlava troppo sui giornali in quel periodo: la radice aveva oltrepassato il confine dei biscotti Ikea, dei ristoranti giapponesi e delle canzoni natalizie di Elio per Radio Deejay. Si diceva che facesse bene per la gola, per il metabolismo, per il colesterolo, per tutto.
Ma mi piacque, quella volta, lo zenzero candito. Sentivo che mi scendeva in gola e mi faceva stare bene.

Se qualcuno non lo avesse ancora provato, ci terrei a spiegare di che cosa si tratta.
Lo zenzero candito può avere diverse forme. Si può trattare di brandelli della radice, allungati e irregolari, oppure di pezzettini regolari, cubici, piccolini. Oltre al taglio, può cambiare il livello di canditura: può essere semplice, come quello dei pezzetti di frutta che si trovano nei panettoni; con uno strato esterno leggero di granelli di zucchero; oppure con uno strato abbondante di granelli grossi e dolcissimi che sembrano gridare «Picco gliceeemicooo!».
Può cambiare anche la consistenza della radice: può essere secca, spessa, sottile, morbida, succosa.
Quello che non cambia mai è la mia salivazione quando penso allo zenzero candito, o quando ne parlo, come in questo momento (sbav).

Il mio preferito è quello a brandelli irregolari, morbido, spesso, ben idratato, con tanto zucchero in superficie.
Mi piace affondarvi gli incisivi, strapparne un pezzetto, sentire lo zucchero che si scioglie sulla mia lingua. E poi masticarlo, lentamente, mentre sprigiona tutto il suo potere. Mentre brucia.
Lo zenzero candito è un incendio tra le papille e il palato, è una sfera di fuoco scagliata a velocità supersonica verso tonsille, ugola e gola. Il calore che sprigiona sale agli occhi, alle orecchie, arriva fino al cervello ed è lì che vi possiede.
Forse non lo sapete, ma prima ancora di inghiottire il vostro primo assaggio ne vorrete ancora.

A me accadde proprio così. Ero debole la prima volta che mi venne offerto.
E dopo quel laboratorio di teatro continuai a pensarci.
Cercai di procurarmelo da sola. Prima dal mio fruttarolo: 6€ per un sacchettino, finito nell’arco di un fine settimana. Poi al supermercato: 6€ per una vaschettina, finita in due giorni. Quello del supermercato me lo ricordo ancora: zuccheroso, gommoso, bollente. Mi faceva fare rutti straordinari, mi faceva sentire viva.
Ne volevo sempre di più.

Era quasi Natale, e quando andai a trovare mia madre a Genova lo comprai lì: i prezzi erano convenienti rispetto a Milano.
Mia madre lo provò e le piacque. Mi sentii come uno spacciatore col suo primo cliente: «Ti piace questa roba, eh, vecchiaccia?»
Quel giorno stesso ne comprammo altro. Pensavamo di prenderne due dosi per entrambe ma le feste di Natale erano imminenti: ci dicemmo che avremmo voluto condividerlo coi parenti che sarebbero venuti a pranzo da noi. In realtà, entrambe sapevamo benissimo che avevamo solo paura di restare senza. Esagerammo con le quantità.
«Dopo questo, basta», ammonì mia madre.
Annuii. Aveva ragione, stava diventando un vizio.

Fu proprio nelle feste, dopo un pranzo troppo pesante, che mi lasciai sopraffare da quell’abbondanza di zenzero a mia disposizione. Ne presi un pezzettino per digerire. Poi un altro e un altro ancora. Ne finii un sacchetto: ero in fiamme, ero felice come non lo ero mai stata in tutta la mia vita.

Quella sera provai uno strano mal di testa, un dolore preciso, dentro la fronte, in mezzo agli occhi. Un dolore mai provato prima. Pensai a un raffreddore, a un colpo di freddo, a un’indigestione e a un principio di ictus. Crollai addormentata e dormii per 12 ore filate, immobile. Al risveglio il mal di testa era svanito. Mi domandai quale potesse essere stata la causa.

Stavo facendo la valigia per rientrare a Milano quando mia madre apparve sulla soglia della stanza con due sacchettini di zenzero candito.
«Dopo questi, basta», dichiarò con aria severa. Era giusto.

Arrivata a Milano non feci in tempo a disfare il bagaglio che già mi ero avventata sui sacchettini di zenzero. Li ingollai uno dopo l’altro, senza fermarmi, senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sembrò di essere di nuovo felice, felice, felice.
Poi, il mal di testa, quello strano mal di testa. Pensai all’influenza, all’ictus. Ipotizzai di aver contratto una meningite fulminante in viaggio, ma dentro di me già conoscevo la verità: lo zenzero candito mi faceva stare male.
Fu allora che compresi di avere un problema. E sapete che cosa si dice, no? Che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo.

Da allora lo zenzero candito l’ho comprato poche volte, ho cercato di smettere. Ne ho mangiato qualche pezzettino a fine gennaio perché ero un po’ triste. Ho dato qualche morsino un sabato d’inizio febbraio proprio perché era sabato, così.

Ma ora sono 3 settimane e 2 giorni che non lo tocco.
Non avevo mai resistito così tanto.
Sono fiera di me e spero che la mia storia possa essere di aiuto anche a voi che state cercando di uscirne.

[Foto di: boh, internet]

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.

7 cose da sapere per non essere ammazzata quest’anno*

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno nel nostro Paese 150 donne perdono la vita per mano di un uomo. E, nel 99% dei casi, a ucciderle è qualcuno che conoscono bene. Si dice che per fermare questa strage dovremmo cambiare i valori con cui educhiamo i nostri ragazzi e che dovremmo trasformare i modi in cui le donne vengono raccontate dai mezzi di comunicazione di massa e in cui sono rappresentate sui social network. Ma non basta: per fermare questa strage, la rivoluzione comincia da te. Ecco le 7 cose da sapere per non essere ammazzata neanche quest’anno.

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1) Sposarsi salva la vita. Le statistiche dimostrano che tra le 150 donne uccise in Italia nel 2015, solo 30 sono morte per mano del proprio coniuge: è il 20% dei casi. Nel 75%, si tratta di delitti compiuti da concubini, ex partner o compagni occasionali: categorie perniciose in cui solo uno stile di vita prudente permette di non imbattersi. Alcune istituzioni lungimiranti e innovative, come la Regione Liguria, stanno promuovendo campagne per reintrodurre la cultura del matrimonio combinato: una buona pratica che, oltre a dare sicurezza alle ragazze garantendo loro un marito che le protegga fin dalla più giovane età, agevola i loro famigliari perché ne tutela il patrimonio in questi tempi di crisi e perché limita la loro necessità d’interazione con persone al di fuori delle proprie cerchie.

2) L’amore non finisce mai. Le cronache riportano troppo spesso le vicende di donne che hanno distrutto le loro famiglie a causa di un’illusoria sbandata un altro uomo e che, per questo, sono state uccise da un innamorato abbandonato. «È frequente che ci si ritrovi a fantasticare su uomini che non sono il proprio marito durante la sindrome premestruale», spiegano dal Centro di Igiene Mentale Femminile Francesca da Rimini. «Si tratta di un periodo del mese in cui l’oscillazione ormonale modifica la percezione della realtà e induce comportamenti altrimenti ingiustificabili, come l’insoddisfazione nei confronti della vita domestica e la fuga da casa.» Ma dal Centro romagnolo tranquillizzano: «Al giorno d’oggi le terapie farmacologiche danno buoni risultati per alleviare il disturbo.» E un’altra buona notizia arriva dall’Europa: le ragazze non devono più preoccuparsi delle proprie responsabilità sui comportamenti provocati nei coniugi durante la loro SPM perché da ottobre i tribunali dell’Unione riconoscono la sindrome e l’intrattabilità che determina come un’attenuante nei femminicidi.

3) Trai insegnamento dall’arte. Non c’è forma di intrattenimento da cui non si possa imparare qualcosa, spiega Luciano Daglitorto, criminologo noto per i suoi brillanti interventi televisivi sulla violenza di genere. «Essere single o accettare di intraprendere una relazione sentimentale non codificata è pericoloso: per tenerlo sempre a mente, sono utili film come Match Point, in cui il personaggio femminile interpretato da Scarlett Johansson attua in maniera quasi didascalica tutti i pattern del modello che la psicologia sociale definisce ‘rompicoglioni’ e viene non inaspettatamente assassinata dall’uomo che nella sua disponibilità amorosa aveva visto solo un passatempo. Anche i classici aiutano: in un’opera come la Carmen, il personaggio della zingarella sigaraia venne tracciato dai librettisti con l’intento educativo di mostrare alle donne dell’epoca il modello che oggi definiamo ‘profumiera’ e che, con la sua promiscuità ostentata, finisce accoltellata da un ex partner deluso.» Facile ricordare questi esempi, no?

4) Le donne intelligenti non lavorano. Lo dice la scienza: i ricercatori del Chauvinist P.I.G.S. (Patriarchal Institute of Gender Studies) del Nevada hanno dimostrato in laboratorio che, se poste davanti alla scelta tra un’ampia disponibilità di risorse di cui beneficiare da sole e una minore disponibilità di risorse di cui godere con un compagno e con la propria prole, le femmine dalla massa cerebrale più sviluppata scelgono senza indugio la seconda opzione. E non solo: la loro presenza nel contesto famigliare riduce del 36% i comportamenti violenti dei loro partner. L’esperimento, condotto su due dozzine di petauri dello zucchero che con gli esseri umani condividono il 97,4% del patrimonio genetico, conferma che la famiglia gratifica più dell’indipendenza economica e che dedicarsi a essa ha influssi positivi sull’armonia e sull’aspettativa di vita dell’intero nucleo.

5) Sii consapevole delle dinamiche dei social network. Qualche dritta arriva da MogliettinaSocial.com, il blog di Maria Sottomessa (Marissa) Condiviso, moglie del maresciallo della Polizia Postale Pasquale Condiviso e quindi esperta di sicurezza informatica. Secondo Marissa, gli ambiti cui prestare particolare attenzione sul web sono tre. «Il primo è quello delle password, che debbono sempre essere note al proprio coniuge in modo che possa controllare in qualsiasi momento i tuoi scambi: tenerle private potrebbe indurlo a perdere fiducia in te. Naturalmente la condivisione delle password non deve essere reciproca: il tuo uomo non rischia di incorrere nei tuoi stessi pericoli in rete.» Il secondo ambito è quello delle foto profilo. Secondo Marissa, «se sei single, niente selfie, duck face o décolleté in bella mostra. Per le sposate, meglio lasciare uno scatto delle nozze finché la famiglia non si allarga: tornare a un ritratto solitario potrebbe far sentire tuo marito tagliato fuori dalla tua vita online.» L’ultimo ambito cui fare attenzione, aggiunge Marissa, è quello della circolazione imprevista di contenuti foto o video nati per essere fruiti all’interno della coppia. «In questi casi è sempre meglio ascoltare le valutazioni di chi porta i pantaloni. Che sia orgoglioso della tua performance divenuta pubblica o che preferisca limitare la tua presenza in società dopo la sua diffusione, affidati a lui e non dubitare: non vale la pena crucciarsi o mostare un’opinione diversa in un contesto tanto delicato.»

6) La retorica aiuta la coppia. Pochi semplici trucchi per migliorare la comunicazione di coppia: li spiega Ennio Sciopalamona, linguista dell’Università di Verona, autore del saggio Che la piasa, che la tasa e che la staga in casa (Ed. Mascio, 237 pp., 16,90€). «Innanzitutto, no all’ironia quando sfocia nella derisione: in particolare, attenzione alle antifrasi, cioè alle espressioni che vengono usate per dire l’opposto di ciò che si pensa. Ad esempio, “Sei di buon umore, stasera” al rientro del vostro compagno teso dopo una lunga giornata di lavoro, o “Bravo, bene” per rimproverare un suo comportamento, possono rivelarsi frasi dannose all’armonia della coppia e possono innescare reazioni rabbiose nel partner. Attenzione anche alla preterizione, che consiste nel dichiarare che si tralascerà un certo argomento che viene così nominato, o alla reticenza, che consiste nell’interrompere un discorso quando il tema è stato annunciato e se ne sono fatti intuire gli sviluppi e le conseguenze. Si tratta di abitudini infantili e tipicamente femminili che spesso vengono percepite come recriminazioni o minacce: anche in questo caso, è frequente e comprensibile che portino ad atti di violenza.» Secondo il linguista, utili per la comunicazione all’interno del matrimonio sono invece figure come la laconicità, cioè la riduzione del discorso all’essenziale soprattutto quando i temi sono frivoli, tetri o di scarso interesse maschile; e la percursio, che consiste nel dare una scorsa rapida ed essenziale a fatti e avvenimenti come le faccende domestiche svolte durante la giornata o gli aggiornamenti sulla vita famigliare. «Gli uomini apprezzano la sintesi», conclude Sciopalamona, «e, soprattutto, apprezzano che dalla cena si passi molto velocemente ad attività più rilassanti come l’intrattenimento video, la degustazione enologica o l’adempimento dei doveri coniugali più dolci.»

7) L’outfit è importante. Sembrerà banale ribadirlo ma, che tu sia nubile o sposata, vestiti sempre con sobrietà quando sei fuori casa, e non indossare tacchi troppo scomodi che potrebbero impedirti di correre in caso di necessità. Le aggressioni da parte di sconosciuti che sfociano in un omicidio sono solo l’1% dei casi in Italia, ma perché rischiare con quelle gonne da zoccola?

L’immagine è la foto di un disegno di Gustaf Tenggren pubblicato in The Fairy Tales of the Brothers Grimm.
* Da qualche settimana frequento il corso di Scrittura umoristica a Belleville. Questo post è nato come esercizio sulla satira.

 

La Signora in Giallo: le infografiche su Jessica Fletcher che tutta Cabot Cove stava aspettando

Successo professionale, abiti sartoriali, occhiali hipster, valigia sempre pronta, una vedovanza portata con disinvoltura e il talento di non farsi mai i fatti suoi: J.B. Fletcher, La Signora in Giallo, è un role model imperituro e inattaccabile per le fanciulle di tutte le epoche, ed è l’icona dell’empowerment da prima che Beyoncé prendesse la licenza elementare. Un giorno dettaglieremo le 10 ragioni per cui la amiamo. Per ora, ecco qualche infografica sul telefilm che dal 1984 restituisce ordine al mondo durante l’ora di pranzo.

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