Non c’è più morale, Parlantini (il mio prof delle medie)

A un certo punto nella mia vita arrivò il comunismo. O, meglio, il comunismo. Citato sempre a bassa voce, in modo affettato, come se fosse qualcosa di tanto pericoloso da essere innominabile tra le mure di casa: forse poteva propagarsi per via area, alla stregua di un raffreddore contagiosissimo, o forse era prudente che i vicini non ci sentissero pronunciare una parola tanto rischiosa.

Arrivò attorno al 1993, quando iniziai le scuole medie. I miei genitori erano stati avvertiti che se avessi scelto la classe che prevedeva l’insegnamento dell’inglese e del francese avrei dovuto rinunciare all’italiano: Parlantini, il professore di Lettere, Storia e Geografia, non era solito dare compiti, non assegnava lezioni, non suggeriva letture, non organizzava verifiche né interrogazioni fatta eccezione per un tema una volta l’anno, giusto per avere almeno un voto da scrivere in pagella. Accettammo il rischio dell’insegnante lassista perché si mormorava che Parlantini sarebbe stato presto trasferito e perché io volevo studiare le lingue; nella peggiore delle ipotesi, dicevano i miei, avrei preso ripetizioni di Lettere alle superiori.

Quando lo vidi entrare in classe per la prima volta, Parlantini aveva cinquant’anni appena compiuti. Era basso, sovrappeso, col riportino sudato appiccicato da un lato all’altro della fronte, una disordinata barba grigia e grandi occhiali dalle lenti spesse e convesse che rendevano i suoi bulbi oculari due palle rotanti giallastre. Indossava sempre un paio di jeans consumati sulle ginocchia, una camicia a quadri e un maglione con le toppe sui gomiti. Parlantini scioperava ogni volta in cui ne avesse l’occasione e, quando non lo faceva, entrava in classe avvolto da una nuvola di tabacco citando Woody Allen e quella settimana che avrebbe vissuto in più se avesse deciso di smettere di fumare – settimana durante la quale avrebbe piovuto a dirotto, rideva. Poi iniziava a raccontare senza requie i fatti suoi a noi preadolescenti.

Le ore di Geografia venivano coperte dalla visione delle diapositive delle vacanze in camper di Parlantini, che per decenni aveva trascorso le estati in giro per l’Europa con le sue prime due o tre mogli e i suoi amici. Potevamo commentare e fare domande, ma non scoprimmo mai clima, industrie, orografia, idrografia, usi e costumi delle aree extraeuropee non raggiunte dalla sua casa mobile e dalla sua macchina fotografica.

Le ore di Lettere e Storia si confondevano, ci veniva richiesto solo di dimostrare la nostra capacità di ascolto: Parlantini mescolava aneddoti e ricordi personali del ’68, storie di famiglia dal secondo dopoguerra, riflessioni sul cinema d’autore e riferimenti alla cronaca e alla televisione. Furono questi ultimi a diventare protagonisti delle sue lezioni quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo e divenne il nemico numero uno del prof Parlantini.

«Comunista», biascicavano in casa mia ogni volta che riferivo i contenuti di quelle apostrofi contro il Cavaliere.

«Comunista», mormoravano tra i denti i miei genitori quando riportavo loro che il prof aveva intimato a tutti noi dodicenni a non votare Forza Italia.

«Comunista», sentenziarono la volta in cui riferii che Parlantini ci aveva suggerito di acquistare le vhs di alcuni classici del cinema vendute il sabato con il quotidiano l’Unità.

«Comunista», definirono anche me dopo qualche mese, quando convinta dal cineforum pomeridiano organizzato da Parlantini acquistai coi miei risparmi le videocassette dell’Unità e le nascosi in fondo allo zaino, sotto ai libri di scuola, come avrebbe fatto qualsiasi mio coetaneo più sveglio con dei film porno o della droga.

Parlantini non era l’unico comunista del corpo docente.

Lo erano le insegnanti di Francese e di Matematica, sue storiche tresche, ora decadute e rimpiazzate da un nuovo parco-amanti di cui faceva parte anche la diciannovenne albanese che lavorava come cameriera nel bar sotto la scuola con cui il prof non si faceva remore a pomiciare tra i tavoli e tra gli sguardi attoniti delle nostre accompagnatrici, mogli e madri irreprensibili o comunque democristiane, e di noi verginelli; fu nel periodo successivo all’avvento di quella barista che tra i maschi della classe si iniziò a parlare con una certa competenza di autoerotismo.

Lo era anche la prof di Scienze, una coraggiosa femminista che si avventurò nei perigliosi territori dell’educazione sessuale e che, in base alla sua esperienza personale, ci consigliò di non farci legare come salami senza usare una safeword e, soprattutto, di non praticare sesso anale.

Lo era il prof di Educazione Fisica che citava Paolo Pietrangeli più di Jesse Owens, ci impartiva sessioni di training autogeno e si preoccupava anche lui dei nostri sfinteri, suggerendoci con passione di defecare chini, all’aria aperta, o con uno sgabello sotto i piedi se troppo smidollati per rinunciare alla comodità borghese di un water tra le mura domestiche.

E lo era il prof di Educazione Tecnica che per un triennio trascurò righelli, squadrette e proiezioni ortogonali per spiegarci con fervore la rivoluzione industriale e la lotta di classe, senza mai lesinare drammatiche prospettive di stigma sociale alle allieve meno preparate su spolette volanti, telai Jacquard, Marx e Engels.

«Se non studiate queste cose potrete fare solo le parrucchiere» era la minaccia ricorrente che lasciava indifferenti le compagne impreparate e che faceva disperare l’alunna la cui madre era diventata parrucchiera più per un’improvvisa vedovanza che per lo scarso impegno profuso nello studio dell’industria tessile moderna. Insieme alla parrucchiera, v’era anche una figura professionale maschile che il corpo docente di quella scuola media aborriva: il meccanico. Se durante il cineforum qualche alunna osava confrontare i pallosissimi film in programma con i capolavori della più recente cinematografia come Top Gun e Pretty Woman, Parlantini sbottava e finiva per illustrare la sua teoria volta a dimostrare che attori come James Stewart e Humphrey Bogart erano veri esempi di bellezza maschile, mentre Tom Cruise e Richard Gere non lo erano affatto. Secondo questa teoria, sarebbe stato necessario far indossare a tutti e quattro una tuta da meccanico sporca di grasso: così conciati, secondo Parlantini gli ultimi due sarebbero passati inosservati tra un copertone e un ponte di sollevamento, mentre Stewart e Bogart avrebbero comunque steso col loro fascino qualsiasi donna con problemi al motore. Ogni tanto riflettevo su questa teoria: e sfogliando le foto degli attori televisivi seminudi sulle pagine di Cioè giungevo alla conclusione che con la tuta da meccanico sporca di grasso sarebbero stati boni tutti. L’autoerotismo, in quegli anni, non riguardava soltanto i maschi della classe.

Durante i colloqui con le famiglie del primo anno, Parlantini doveva aver intuito le posizioni politiche dei miei genitori. Ma fu solo nel 1994 che divenne come uno squalo in grado di fiutare il sangue: Parlantini sentiva che i miei genitori avrebbero votato Berlusconi e da quel momento si accanì contro di me così come si poteva accanire un insegnante cui mancavano i tradizionali strumenti di cui il corpo docente dispone per esprimere la propria antipatia nei confronti degli allievi: le interrogazioni e i compiti in classe.

Iniziò a riprendermi se durante un suo j’accuse contro l’ultimo intervento di Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show mi sorprendeva annoiata a cincischiare con una gomma sul banco, e prese a richiamarmi se non davo segno di aver guardato Blob la sera precedente – programma cui, in sincerità, spesso preferivo i bagnini al rallentatore di Baywatch e il Karaoke di Fiorello, in onda nella stessa fascia oraria.

Non tutti hanno la fortuna di aver avuto i genitori comunisti era il titolo di un film dell’epoca che non avevo visto, ma era anche una frase che mi girava in testa spesso: forse, se li avessi avuti, mi sarei schivata tante noie. La mia unica fortuna era avere come compagna di banco una ragazzina di famiglia comunista, che se non era ferrata sul tema che suscitava l’indignazione del giorno di Parlantini riusciva comunque a sostenerne le invettive con sapienti inserimenti di «Incredibile!», «Complotto!», «Solo lei, prof, ci dice quello che i telegiornali di regime non ci dicono!!» e «Tutti devono saperlo, facciamo girare!!!11!1» che avrebbero precorso i tempi.

Parlantini riuscì però a sfruttare il suo unico mezzo di ritorsione nei miei confronti: l’incontro con le famiglie per l’orientamento degli studenti alla scelta della scuola superiore. Considerato il contesto svantaggiato da cui provenivo, cioè la famiglia berlusconiana che mi sottoponeva al consumo di tv commerciale e ad altre analoghe angherie socioculturali, al terzo anno invitò i miei genitori a affidare la mia istruzione superiore a un istituto tecnico senza pretese nella speranza che io potessi trovare un lavoretto altrettanto privo di velleità anche se non fossi riuscita a terminare gli studi, cosa a suo parere molto probabile, visto che mi piaceva Fiorello e che non ribaltavo il banco in preda alla rabbia per i raduni Pontida che venivano da lui descritti e commentati in classe.

«Ma la figliola ha ottimi voti in tutte le materie, cribbio», reagì mio padre con un’argomentazione valida ma un’imprecazione assai imprudente.

«Non tutti devono ambire ai licei e all’università», replicò Parlantini.

«Anche il berlusconiano vuole il figlio dottore. E pensa che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, Parlantini» commentò a voce alta il prof di ginnastica dal bagno dove era accucciato.

«A nessuno importa che io voglia iscrivermi al liceo linguistico?», mi permisi di intervenire.

«Non te ne pentirai», mi sostenne la prof di Inglese, che non era passata dal letto di Parlantini nemmeno nella confusione del ’68 e che non rendeva noto che cosa votasse alle urne, ma che sul registro mi metteva sempre A.

Quando passai l’esame di terza media ero tormentata dall’idea che il ricordo di Parlantini mi avrebbe perseguitata per sempre. Temevo che mi sarebbe apparso in sogno intimandomi di non votare Forza Italia o costringendomi a rivedere all’infinito Tempi Moderni e La corazzata Potëmkin, ero spaventata dall’idea che avrei udito il mio cognome gridato dalla sua voce ogni volta che mi sarei trovata a giocherellare con una gomma mentre qualche mitomane mostrava le diapositive delle sue vacanze in un contesto inopportuno. Con sollievo, un giorno alle superiori mi accorsi che mi ero scordata del prof. E solo molti anni dopo venni a scoprire che una rivolta dei genitori contro il suo bizzarro metodo di insegnamento lo aveva finalmente portato al trasferimento in un altro istituto, in un quartiere non lontano dal mio. Ogni volta che passavo da quelle parti speravo di incontrarlo per avere l’occasione di sfoggiare la dialettica appresa alle scuole alte che mi ero incaponita a frequentare, per notificargli quanto lo avevo detestato per avermi precluso le gioie dell’analisi logica e grammaticale, per confermargli con la saggezza e l’esperienza di una donna adulta che con la tuta la meccanico non v’è maschio della nostra specie che non diventi trombabile e per fargli sapere che comunque, alla fine, Berlusconi non lo avevo mai votato, ma non feci in tempo: Parlantini morì di cancro ai polmoni prima di compiere sessant’anni. Se avesse smesso di fumare negli anni Novanta, quando andava tanto orgoglioso del suo vizio, forse avrebbe vissuto una settimana in più: ma in quella settimana gli avrei rotto i coglioni.

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Festival musicali: le infografiche di Balla Coi Cinghiali

Abbozzate durante il festival e colorate nottetempo, ecco le infografiche su Balla Coi Cinghiali, il festival di Vinadio ove d’ora in poi mi recherò ogni estate della mia vecchiaia (per i concerti e il paesaggio, certo, ma anche per l’enoteca e i ristoranti).

Festival Balla coi Cinghiali - La piramide di Maslow

Balla Coi Cinghiali – La piramide di Maslow dei festival musicali

Festival Balla coi Cinghiali - Persone che si baciano

Balla Coi Cinghiali – Persone che si baciano al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa porterai a casa dal festival

Balla Coi Cinghiali – “Che cosa porterai a casa dal festival?”

Festival Balla coi Cinghiali - Spillette dell'orgoglio

Balla Coi Cinghiali – Le spillette dell’orgoglio

Festival Balla coi Cinghiali - Le emoji usate di frequente

Balla Coi Cinghiali – Le emoji usate di frequente prima e durante il festival

Festival Balla coi Cinghiali - Avvenenza degli artisti sul palco

Balla Coi Cinghiali – Avvenenza degli artisti sul palco

Festival Balla coi Cinghiali - Mi vesto figa Expectations VS Reality

Balla Coi Cinghiali – “Mi vesto figa ma anche punk” Expectations VS Reality

Festival Balla coi Cinghiali - Proporzione umani e cani

Balla Coi Cinghiali – Proporzione umani /cani al festival

Festival Balla coi Cinghiali - Che cosa si intente per lavarsi

Balla Coi Cinghiali – Che cosa si intente per ‘lavarsi’

Nessuna conifera è stata maltrattata per  la realizzazione di queste foto.

Stampe incorniciate delle infografiche si possono acquistare qui.

Lo zenzero candito dà dipendenza

zenzero candito

Ciao, mi chiamo Viola e non mangio zenzero candito da 3 settimane e 2 giorni.

Tutto cominciò durante un laboratorio di teatro.
Non per giustificarmi, ma in quel periodo ero in una fase di sperimentazione emotiva e sensoriale: avevo solo 34 anni.
Qualcuno era giù di voce, qualcun altro estrasse un sacchettino e disse «Prova lo zenzero candito.»
Eravamo tutti un po’ curiosi. Cioè, a dire il vero io all’inizio ero anche un po’ scettica perché dei miracoli dello zenzero per la salute si parlava troppo sui giornali in quel periodo: la radice aveva oltrepassato il confine dei biscotti Ikea, dei ristoranti giapponesi e delle canzoni natalizie di Elio per Radio Deejay. Si diceva che facesse bene per la gola, per il metabolismo, per il colesterolo, per tutto.
Ma mi piacque, quella volta, lo zenzero candito. Sentivo che mi scendeva in gola e mi faceva stare bene.

Se qualcuno non lo avesse ancora provato, ci terrei a spiegare di che cosa si tratta.
Lo zenzero candito può avere diverse forme. Si può trattare di brandelli della radice, allungati e irregolari, oppure di pezzettini regolari, cubici, piccolini. Oltre al taglio, può cambiare il livello di canditura: può essere semplice, come quello dei pezzetti di frutta che si trovano nei panettoni; con uno strato esterno leggero di granelli di zucchero; oppure con uno strato abbondante di granelli grossi e dolcissimi che sembrano gridare «Picco gliceeemicooo!».
Può cambiare anche la consistenza della radice: può essere secca, spessa, sottile, morbida, succosa.
Quello che non cambia mai è la mia salivazione quando penso allo zenzero candito, o quando ne parlo, come in questo momento (sbav).

Il mio preferito è quello a brandelli irregolari, morbido, spesso, ben idratato, con tanto zucchero in superficie.
Mi piace affondarvi gli incisivi, strapparne un pezzetto, sentire lo zucchero che si scioglie sulla mia lingua. E poi masticarlo, lentamente, mentre sprigiona tutto il suo potere. Mentre brucia.
Lo zenzero candito è un incendio tra le papille e il palato, è una sfera di fuoco scagliata a velocità supersonica verso tonsille, ugola e gola. Il calore che sprigiona sale agli occhi, alle orecchie, arriva fino al cervello ed è lì che vi possiede.
Forse non lo sapete, ma prima ancora di inghiottire il vostro primo assaggio ne vorrete ancora.

A me accadde proprio così. Ero debole la prima volta che mi venne offerto.
E dopo quel laboratorio di teatro continuai a pensarci.
Cercai di procurarmelo da sola. Prima dal mio fruttarolo: 6€ per un sacchettino, finito nell’arco di un fine settimana. Poi al supermercato: 6€ per una vaschettina, finita in due giorni. Quello del supermercato me lo ricordo ancora: zuccheroso, gommoso, bollente. Mi faceva fare rutti straordinari, mi faceva sentire viva.
Ne volevo sempre di più.

Era quasi Natale, e quando andai a trovare mia madre a Genova lo comprai lì: i prezzi erano convenienti rispetto a Milano.
Mia madre lo provò e le piacque. Mi sentii come uno spacciatore col suo primo cliente: «Ti piace questa roba, eh, vecchiaccia?»
Quel giorno stesso ne comprammo altro. Pensavamo di prenderne due dosi per entrambe ma le feste di Natale erano imminenti: ci dicemmo che avremmo voluto condividerlo coi parenti che sarebbero venuti a pranzo da noi. In realtà, entrambe sapevamo benissimo che avevamo solo paura di restare senza. Esagerammo con le quantità.
«Dopo questo, basta», ammonì mia madre.
Annuii. Aveva ragione, stava diventando un vizio.

Fu proprio nelle feste, dopo un pranzo troppo pesante, che mi lasciai sopraffare da quell’abbondanza di zenzero a mia disposizione. Ne presi un pezzettino per digerire. Poi un altro e un altro ancora. Ne finii un sacchetto: ero in fiamme, ero felice come non lo ero mai stata in tutta la mia vita.

Quella sera provai uno strano mal di testa, un dolore preciso, dentro la fronte, in mezzo agli occhi. Un dolore mai provato prima. Pensai a un raffreddore, a un colpo di freddo, a un’indigestione e a un principio di ictus. Crollai addormentata e dormii per 12 ore filate, immobile. Al risveglio il mal di testa era svanito. Mi domandai quale potesse essere stata la causa.

Stavo facendo la valigia per rientrare a Milano quando mia madre apparve sulla soglia della stanza con due sacchettini di zenzero candito.
«Dopo questi, basta», dichiarò con aria severa. Era giusto.

Arrivata a Milano non feci in tempo a disfare il bagaglio che già mi ero avventata sui sacchettini di zenzero. Li ingollai uno dopo l’altro, senza fermarmi, senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sembrò di essere di nuovo felice, felice, felice.
Poi, il mal di testa, quello strano mal di testa. Pensai all’influenza, all’ictus. Ipotizzai di aver contratto una meningite fulminante in viaggio, ma dentro di me già conoscevo la verità: lo zenzero candito mi faceva stare male.
Fu allora che compresi di avere un problema. E sapete che cosa si dice, no? Che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo.

Da allora lo zenzero candito l’ho comprato poche volte, ho cercato di smettere. Ne ho mangiato qualche pezzettino a fine gennaio perché ero un po’ triste. Ho dato qualche morsino un sabato d’inizio febbraio proprio perché era sabato, così.

Ma ora sono 3 settimane e 2 giorni che non lo tocco.
Non avevo mai resistito così tanto.
Sono fiera di me e spero che la mia storia possa essere di aiuto anche a voi che state cercando di uscirne.

[Foto di: boh, internet]

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.

7 cose da sapere per non essere ammazzata quest’anno*

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno nel nostro Paese 150 donne perdono la vita per mano di un uomo. E, nel 99% dei casi, a ucciderle è qualcuno che conoscono bene. Si dice che per fermare questa strage dovremmo cambiare i valori con cui educhiamo i nostri ragazzi e che dovremmo trasformare i modi in cui le donne vengono raccontate dai mezzi di comunicazione di massa e in cui sono rappresentate sui social network. Ma non basta: per fermare questa strage, la rivoluzione comincia da te. Ecco le 7 cose da sapere per non essere ammazzata neanche quest’anno.

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1) Sposarsi salva la vita. Le statistiche dimostrano che tra le 150 donne uccise in Italia nel 2015, solo 30 sono morte per mano del proprio coniuge: è il 20% dei casi. Nel 75%, si tratta di delitti compiuti da concubini, ex partner o compagni occasionali: categorie perniciose in cui solo uno stile di vita prudente permette di non imbattersi. Alcune istituzioni lungimiranti e innovative, come la Regione Liguria, stanno promuovendo campagne per reintrodurre la cultura del matrimonio combinato: una buona pratica che, oltre a dare sicurezza alle ragazze garantendo loro un marito che le protegga fin dalla più giovane età, agevola i loro famigliari perché ne tutela il patrimonio in questi tempi di crisi e perché limita la loro necessità d’interazione con persone al di fuori delle proprie cerchie.

2) L’amore non finisce mai. Le cronache riportano troppo spesso le vicende di donne che hanno distrutto le loro famiglie a causa di un’illusoria sbandata un altro uomo e che, per questo, sono state uccise da un innamorato abbandonato. «È frequente che ci si ritrovi a fantasticare su uomini che non sono il proprio marito durante la sindrome premestruale», spiegano dal Centro di Igiene Mentale Femminile Francesca da Rimini. «Si tratta di un periodo del mese in cui l’oscillazione ormonale modifica la percezione della realtà e induce comportamenti altrimenti ingiustificabili, come l’insoddisfazione nei confronti della vita domestica e la fuga da casa.» Ma dal Centro romagnolo tranquillizzano: «Al giorno d’oggi le terapie farmacologiche danno buoni risultati per alleviare il disturbo.» E un’altra buona notizia arriva dall’Europa: le ragazze non devono più preoccuparsi delle proprie responsabilità sui comportamenti provocati nei coniugi durante la loro SPM perché da ottobre i tribunali dell’Unione riconoscono la sindrome e l’intrattabilità che determina come un’attenuante nei femminicidi.

3) Trai insegnamento dall’arte. Non c’è forma di intrattenimento da cui non si possa imparare qualcosa, spiega Luciano Daglitorto, criminologo noto per i suoi brillanti interventi televisivi sulla violenza di genere. «Essere single o accettare di intraprendere una relazione sentimentale non codificata è pericoloso: per tenerlo sempre a mente, sono utili film come Match Point, in cui il personaggio femminile interpretato da Scarlett Johansson attua in maniera quasi didascalica tutti i pattern del modello che la psicologia sociale definisce ‘rompicoglioni’ e viene non inaspettatamente assassinata dall’uomo che nella sua disponibilità amorosa aveva visto solo un passatempo. Anche i classici aiutano: in un’opera come la Carmen, il personaggio della zingarella sigaraia venne tracciato dai librettisti con l’intento educativo di mostrare alle donne dell’epoca il modello che oggi definiamo ‘profumiera’ e che, con la sua promiscuità ostentata, finisce accoltellata da un ex partner deluso.» Facile ricordare questi esempi, no?

4) Le donne intelligenti non lavorano. Lo dice la scienza: i ricercatori del Chauvinist P.I.G.S. (Patriarchal Institute of Gender Studies) del Nevada hanno dimostrato in laboratorio che, se poste davanti alla scelta tra un’ampia disponibilità di risorse di cui beneficiare da sole e una minore disponibilità di risorse di cui godere con un compagno e con la propria prole, le femmine dalla massa cerebrale più sviluppata scelgono senza indugio la seconda opzione. E non solo: la loro presenza nel contesto famigliare riduce del 36% i comportamenti violenti dei loro partner. L’esperimento, condotto su due dozzine di petauri dello zucchero che con gli esseri umani condividono il 97,4% del patrimonio genetico, conferma che la famiglia gratifica più dell’indipendenza economica e che dedicarsi a essa ha influssi positivi sull’armonia e sull’aspettativa di vita dell’intero nucleo.

5) Sii consapevole delle dinamiche dei social network. Qualche dritta arriva da MogliettinaSocial.com, il blog di Maria Sottomessa (Marissa) Condiviso, moglie del maresciallo della Polizia Postale Pasquale Condiviso e quindi esperta di sicurezza informatica. Secondo Marissa, gli ambiti cui prestare particolare attenzione sul web sono tre. «Il primo è quello delle password, che debbono sempre essere note al proprio coniuge in modo che possa controllare in qualsiasi momento i tuoi scambi: tenerle private potrebbe indurlo a perdere fiducia in te. Naturalmente la condivisione delle password non deve essere reciproca: il tuo uomo non rischia di incorrere nei tuoi stessi pericoli in rete.» Il secondo ambito è quello delle foto profilo. Secondo Marissa, «se sei single, niente selfie, duck face o décolleté in bella mostra. Per le sposate, meglio lasciare uno scatto delle nozze finché la famiglia non si allarga: tornare a un ritratto solitario potrebbe far sentire tuo marito tagliato fuori dalla tua vita online.» L’ultimo ambito cui fare attenzione, aggiunge Marissa, è quello della circolazione imprevista di contenuti foto o video nati per essere fruiti all’interno della coppia. «In questi casi è sempre meglio ascoltare le valutazioni di chi porta i pantaloni. Che sia orgoglioso della tua performance divenuta pubblica o che preferisca limitare la tua presenza in società dopo la sua diffusione, affidati a lui e non dubitare: non vale la pena crucciarsi o mostare un’opinione diversa in un contesto tanto delicato.»

6) La retorica aiuta la coppia. Pochi semplici trucchi per migliorare la comunicazione di coppia: li spiega Ennio Sciopalamona, linguista dell’Università di Verona, autore del saggio Che la piasa, che la tasa e che la staga in casa (Ed. Mascio, 237 pp., 16,90€). «Innanzitutto, no all’ironia quando sfocia nella derisione: in particolare, attenzione alle antifrasi, cioè alle espressioni che vengono usate per dire l’opposto di ciò che si pensa. Ad esempio, “Sei di buon umore, stasera” al rientro del vostro compagno teso dopo una lunga giornata di lavoro, o “Bravo, bene” per rimproverare un suo comportamento, possono rivelarsi frasi dannose all’armonia della coppia e possono innescare reazioni rabbiose nel partner. Attenzione anche alla preterizione, che consiste nel dichiarare che si tralascerà un certo argomento che viene così nominato, o alla reticenza, che consiste nell’interrompere un discorso quando il tema è stato annunciato e se ne sono fatti intuire gli sviluppi e le conseguenze. Si tratta di abitudini infantili e tipicamente femminili che spesso vengono percepite come recriminazioni o minacce: anche in questo caso, è frequente e comprensibile che portino ad atti di violenza.» Secondo il linguista, utili per la comunicazione all’interno del matrimonio sono invece figure come la laconicità, cioè la riduzione del discorso all’essenziale soprattutto quando i temi sono frivoli, tetri o di scarso interesse maschile; e la percursio, che consiste nel dare una scorsa rapida ed essenziale a fatti e avvenimenti come le faccende domestiche svolte durante la giornata o gli aggiornamenti sulla vita famigliare. «Gli uomini apprezzano la sintesi», conclude Sciopalamona, «e, soprattutto, apprezzano che dalla cena si passi molto velocemente ad attività più rilassanti come l’intrattenimento video, la degustazione enologica o l’adempimento dei doveri coniugali più dolci.»

7) L’outfit è importante. Sembrerà banale ribadirlo ma, che tu sia nubile o sposata, vestiti sempre con sobrietà quando sei fuori casa, e non indossare tacchi troppo scomodi che potrebbero impedirti di correre in caso di necessità. Le aggressioni da parte di sconosciuti che sfociano in un omicidio sono solo l’1% dei casi in Italia, ma perché rischiare con quelle gonne da zoccola?

L’immagine è la foto di un disegno di Gustaf Tenggren pubblicato in The Fairy Tales of the Brothers Grimm.
* Da qualche settimana frequento il corso di Scrittura umoristica a Belleville. Questo post è nato come esercizio sulla satira.