Tinder a Milano: ancora qualche infografica

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La Milano dell’online dating: una mappa degli incontri su Tinder

Le fotoprofilo maschili su Tinder

La torta capovolta dei matrimoni su Tinder

Il paracadute delle scuse per fuggire dagli sconosciuti di Tinder

Il funnel dell’online dating

 

Tinder in Italia (cioè a Milano e a Roma)

-> Le infografiche si sono fatte un giro all’Internet Festival di Pisa per l’evento Online dating e altre catastrofi. Un monologo umoristico corredato da un pratico riassunto a colori ❤

Gli uomini su Tinder: un pratico riassunto a colori

Swipe swipe swipe
I’m looking for the good time
Swipe swipe swipe
I’m ready for your love

Parliamo di Tinder.

Tinder è l’app per cercare l’amore, se sei una femmina; o per trombare, se sei un maschio o una femmina di Milano. Permette di geolocalizzare tutte le persone disponibili nel raggio di 2, di 30, di 160 km – a seconda di quanto si è disposti a sbattersi per amore.

Su Tinder io sono una foto quadrata, scattata col mio sorriso più ammiccante e con un sapiente gioco di luci: Viola, 33 anni. Ho impostato i miei criteri di ricerca: solo uomini; solo tra i 25 e i 45 anni perché mi piace l’idea che siano prestanti ma m’intriga anche la prospettiva che possano già avere un conto in banca; e solo nel raggio di 5 km, altrimenti troppo sbatty.

Uno dopo l’altro, sul mio telefono appaiono i profili dei maschi disponibili. A Milano, a trascinare foto su Tinder si può andare avanti notti intere: mi piace, non mi piace, mi piace, non mi piace: un’attività degna di dai la cera, togli la cera ma con finalità orizzontali.

Come me, anche gli uomini si presentano con una foto quadrata. Attingono ai ritratti già disponibili nel loro profilo di Facebook, poi scelgono quello che credono li rappresenti al loro meglio. Non hanno molta fantasia, tant’è che possiamo comprenderli tutti in 11 categorie.

 

1 1 uomo mascherato

Le fotoprofilo su Tinder: gli uomini mascherati

1 2 pacco

Le fotoprofilo su Tinder: i pacchi

Gli uomini mascherati: potrebbero somigliare a Brad Pitt nei suoi anni migliori oppure a Giancarlo Magalli oggi – ma non si capisce. Nella prima foto si presentano con una sagoma in controluce, sul mare, al tramonto. Di loro s’intuiscono solo contorni imprecisi. Se c’è una seconda foto, è scattata di notte e indossano la sciarpa, il cappello e gli occhiali da sole. E se ce n’è persino una terza, di loro si scorge un angolo del volto, o un occhio, un sorriso, la barba, oppure il pacco e gli addominali – dettagli molto informativi e utili a escludere Magalli, ma nel dubbio io trascino a sinistra.


Uomini su Tinder: gli sposati

Le fotoprofilo su Tinder: gli elegantoni

Gli elegantoni. Quelli che nella foto sono vestiti da cerimonia. Quando sono troppo eleganti, con la tuba e un bouquet in mano, risulta evidente che la foto sia stata scattata a un matrimonio: il loro. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli sportivi

Le fotoprofilo su Tinder: gli sportivi

Gli sportivi. Si mostrano mentre fanno surf, kitesurf, sci, sci d’acqua, karate, skate, paracadutismo, maratona di New York, Giro d’Italia e arrampicata sull’Everest a mani nude e senza sherpa. Alcuni di questi sono bellocci, a volte sono tentata di scorrerli a destra per scrivergli che la prospettiva a breve termine di aggrapparmi ai loro deltoidi per una notte mi pare abbastanza allettante, anche se meno allettante della prospettiva a lungo termine che ogni weekend si dedichino a una nuova impresa sportiva per veri uomini e mi possano lasciare libera di stare su Facebook sul divano, ma che entrambe le prospettive mi risultano assai poco appetibili se confrontate al rischio a medio termine che una volta, dopo un po’ che ci frequentiamo, mi dicano «Perché sabato mattina non provi anche tu a correre? Se alziamo alle 5 vediamo anche l’alba». Io per prudenza scorro a sinistra.

Uomini su Tinder: gli Shutterstock

Le fotoprofilo su Tinder: gli Shutterstock

Gli Shutterstock. Si tratta di coloro che per illustrare il loro interesse nel BDSM usano foto d’archivio: se va bene le immagini in bianco e nero sono rubate da qualche Tumblr ricercato, se va male fotogrammi del film Cinquanta sfumature. Sinistra.

Uomini su Tinder: i viaggiatori

Le fotoprofilo su Tinder: i viaggiatori

I viaggiatori. Nelle foto si mostrano in Thailandia, in Giappone, in Corea, a Singapore, in Indonesia. È chiaro che a loro piace il fascino orientale, e io sinceramente non me la sento di competere nemmeno a mezzo app. Sinistra.

Uomini su Tinder: i supersocial

Le fotoprofilo su Tinder: i supersocial

I supersocial. Nella foto che dovrebbe presentarli, includono altra gente. Amici, bambini che vengono prontamente indicati come nipotini, celebrità di vario calibro. I migliori dalle loro foto profilo hanno tranciato parti di corpi femminili: nel quadrato restano solo ciocche di capelli, braccia e mani, a farmi presente che se si trattasse di auto molto probabilmente più che sull’usato sicuro starei puntando sul car sharing. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su Tinder: gli hipster / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su TInder: gli hipster / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati artisti

Le fotoprofilo su Tinder: gli artisti

Gli accessoriati, sottocategoria hipster/artisti. Nelle loro foto sfoggiano biciclette, baffi, barbe, cuffie da dj e Converse, oppure si danno un alone poetico e impegnato con una chitarra e una pipa, perché sono dolcemente complicati: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati sboroni

Le fotoprofilo su Tinder: quelli in barca

Gli accessoriati, sottocategoria sboroni: stanno al timone di una barca da 20 metri con le vele spiegate, su una decapottabile d’epoca nella campagna inglese, su un elicottero dai sedili zebrati – sempre, sempre col vento tra i capelli. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 3

Gli accessoriati, sottocategoria bella vita: mostrano un bicchiere di vino/mojito/birra che dovrebbe essere evocativo del loro edonismo, e corredano le proprie consumazioni con pollice alzato à la Arthur Fonzarelli – qualora lo sfondo da discobar non fosse sufficiente a conferire loro lo status di pirla. Ehi: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati amanti degli animali

Le fotoprofilo su Tinder: quelli con i gatti

Gli accessoriati, sottocategoria amanti degli animali: sfruttano la forza attrattiva dei cuccioli sulle fanciulle single brandendo un gattino che casualmente si arrampica sui loro bicipiti, limonando un cucciolo di labrador che accidentalmente solleva la loro maglia e scopre addominali ben cesellati, o sorridendo tronfi nella savana, tra un leone e una tigre mansueti come cricetini. Io chiamo la Protezione Animali: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati pescatori

Le fotoprofilo su Tinder: i pescatori

Infine, i miei preferiti in assoluto: gli accessoriati, sottocategoria pescatori. Si presentano con una foto in cui reggono un merluzzo di due metri ancora sanguinante, orgogliosi. «Mostrano i merluzzi perché Tinder in inglese vuol dire esca», mi ha spiegato un’amica che ne sa. Ah, be’: l’aderenza semantica val bene un merluzzo. Sinistra.

Comunque, e lo specifico ché non si sa mai, due utenti che sono reciprocamente piaciuti e hanno trascinato a destra le loro foto, per utilizzare correttamente Tinder dovrebbero avere una conversazione come quella che segue:

– Ciao, sei figa.
– Grazie, anche tu non sei male.
– Che fai?
– Guardo Un posto al sole.
– Che cosa ne dici di venire da me?
– Solo se sei davvero nel raggio di 5 km.
– Certo, eccoti l’indirizzo.
– Arrivo, e non indosserò le mutande.

Purtroppo questo mondo è carino ma non perfetto, e spesso i due che si sono dichiarati reciproco interesse sessuale con uno swipe si dilungano in chiacchiere. Fanno conoscenza. Ipotizzano di invitarsi per un aperitivo, come se fossimo ancora nel Novecento. E poi? Poi si scambiano i contatti di Whatsapp o peggio ancora di Facebook. Ed è lì, tra un video di gattini e un post sulle scie chimiche, che la passione muore. Per i maschi. Le femmine di Milano vi trombano anche se postate video di scie chimiche a forma di gattini.

Colgo l’occasione per salutare tutti i miei amici di Tinder e per ringraziare le app per i disegnetti con cui ho smanettato, in particolare MocaDeco (non ti swiperei mai a sinistra, tesoro). Il resto delle mie Tinder Experience lo racconterò prima o poi, sul palco coi Democomica.

“Povero cristo”: la prima fanfiction ispirata a Brunori

Brunori fanfictionC’è una forma di narrazione che fino a poco tempo fa non esisteva al di fuori delle nostre teste: il film mentale costruito sulle canzoni d’amore. Se avete avuto 15 anni anche per un solo giorno, sapete di che cosa sto parlando.

Sono io a indossare gli orecchini col simbolo della pace comprati al mercatino dei freak.
Sono io quella con cui avere 4.850 cose in comune, facilissime da individuare.
Sono io ad essere scritta su tutti i muri, e ogni canzone parla di me.
Sono io che in quella foto sorridevo e non guardavo.

Sono io, l’ho sempre saputo e non ve l’ho mai detto perché mi vergognavo della mia frivola propensione al sogno ad occhi aperti.

Ma, diversamente da certi amori delle canzoni, lo stigma sociale non è per sempre: i costumi si evolvono e ciò che un tempo era scandaloso diventa normale. A liberarci da quest’ultima vergogna è arrivata la fanfiction, quel tipo di romanzo rosa in cui a spezzare il cuore e a scaldare le carni della protagonista è un bellone con le sembianze del frontman di qualche boyband. Grazie all’istituzionalizzazione del genere, sono pronta a condividere anch’io quello che fino a qualche mese fa sarebbe rimasto relegato in fondo al mio cuore. Sto parlando della grande storia d’amore col mio sogno erotico degli ultimi anni: il più figo della canzone italiana, Brunori.

Ecco il piano dell’opera secondo i canoni del genere.

CAPITOLO UNO
Frequento Giurisprudenza a Firenze, passo le giornate tra pile di libri sottolineati di rosso e di blu, tra articoli e leggi che tra pochi anni non ricorderò più. Ai miei corsi c’è anche lui, Brunori: coi suoi ricci scuri e gli occhiali grandi, con la sua sigaretta fumata di fretta all’uscita di un bar. Ha fatto ragioneria, si è iscritto a Legge ma dice che non gli piace studiare, vuole solo suonare, vuole bere e fumare. L’ho sempre considerato sexy, ma per non incrinare le consuetudini della narrativa rosa non oso farmi avanti per prima.
Siamo entrambi fuori sede: lui è terrone, io arrivo da una non precisata città del nord. Iniziamo a frequentarci nei chiostri dell’università. Brunori e io passiamo il primo semestre tra canzoni in barrè e stronzate scritte su fogli a quadretti. Nei nostri discorsi, Che Guevara e Pinochet, e un certo Dente, studente emiliano anche lui musicista indie, molto amico del terrone che mi piace. Brunori e io sembriamo perfetti, ma non siamo mai soli. Poi succede: una sera di primavera usciamo, io stretta sotto la gonna, lui sa di tabacco e profumo. Ci baciamo [scena abbastanza hot].
Ma non abbiamo nemmeno vent’anni e in noi prevale la voglia di fare gli splendidi, ci diciamo che un bacio è un errore, non bisogna restarci male, ci vogliamo bene ma è meglio di no. La primavera diventa estate, i ventenni smettono di scrutare il destino in fondo a un caffè e prendono coraggio: c’è l’amore [scena hot]. C’è l’amore che cambia colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino [scena molto hot]. C’è l’amore fino alla fine degli esami: tra fuori sede nemmeno si dichiara che si sta insieme, figurarsi se si fa un piano congiunto per le vacanze. Così, dopo mille canzoni in barrè, Brunori deve andare dai suoi in Calabria. Lo accompagno a Santa Maria Novella: 10 vagoni, 2.000 terroni al binario 3, e dai finestrini lo sguardo d’amore più triste che c’è.

CAPITOLO DUE
Siamo alla fine degli anni Novanta, o forse nei primi anni Zero: i cellulari esistono, ma non è facile ricaricarli né siamo già tutti dipendenti dai messaggini. Durante le vacanze, con Brunori ci sentiamo quando capita. A volte mi chiama da una cabina telefonica a Guardia Piemontese e mi racconta le sue estati su quella spiaggia: quando da piccolo giocava con paletta e secchiello ed in testa un cappello; quando adolescente nelle sere d’estate beveva Peroni e suonava la chitarra tra canne e carne alla brace. A volte sparisce per giorni, nemmeno un sms. Mi convinco che stia sentendo la mia mancanza, ma certe sere rosico un po’. Un pomeriggio mi chiama da casa della sua nonna paterna, Rosa, e mi racconta di come lei, a 20 anni, fosse stata costretta a non sposare il ragazzo che amava: aveva già preparato il corredo e le bomboniere ma lui aveva perso una mano in fabbrica a un mese dal loro matrimonio e la famiglia di lei lo aveva rimpiazzato con un partito migliore. Per il dolore dell’abbandono, il ragazzo era impazzito, e nonna Rosa si sente ancora in colpa per non aver combattuto per il suo amore. Io, romantica e sognante eroina di fanfaction, sento questa confidenza di Brunori come una dichiarazione: anche lui crede che siamo destinati a stare insieme per sempre, che dopo la laurea non ci perderemo e magari lavoreremo nello studio dello stesso notaio – sarebbe un sogno. Non so se Brunori abbia avuto altre storie prima di me. In università? Forse in Calabria, prima di trasferirsi? Mentre il mio cuore e i miei ormoni aspettano il nostro prossimo incontro [scena di autoerotismo], sul finire d’agosto c’è un’estate e un cellulare che muore: il suo. Non lo sento per più di dieci giorni, la gelosia mi tormenta, ma butto la testa tra i libri perché devo tornare a Firenze per gli esami.

CAPITOLO TRE
Settembre inizia e il cellulare di Brunori è ancora spento. Passo da casa dei suoi coinquilini e le persiane sono sbarrate: devono essere ancora tutti in Terronia. Sto per rientrare al mio appartamento quando lo vedo in fondo alla strada: zaino e chitarra in spalla, la barba lunga che sembra che ancora profumi di mare. Quant’è manzo. Il mio cervello è già liquefatto ma cerco di fare la sostenuta: passavo di qui per caso, mica ti cercavo, mica mi ricordavo che se non fossi apparso in questo istante sarebbero passate 1.392,5 ore senza vederci. Sembra felice di incontrarmi, salgo da lui, si scusa per aver perso il telefonino da un pontile [scena hot di ricongiungimento]. Le lezioni ricominciano, i coinquilini di lui ritornano ed è da una serie di battute ascoltate per caso nei chiostri che vengo a saperlo: sulla spiaggia rovente di Guardia a fine agosto Brunori è scivolato tra le braccia del suo primo amore. Pare lo faccia ogni estate, dev’essere una tradizione tipo la festa del paese di cui mi ha parlato. Lo cerco, lo trovo in un’aula e gli faccio una scenata. Ma lui è un maschio di vent’anni: non si scusa e, anzi, non lesina dettagli sul revival col suo primo amore, su loro due stretti sotto la doccia proprio come quando erano ancora al liceo, la paura e la voglia di fare l’amo-o-ore. Tra le lacrime che rigano l’ultima abbronzatura rimasta sul mio viso, lo lascio: non posso perdonarlo per il tradimento e per la sfacciataggine.

CAPITOLO QUATTRO
La mia vita è allo sbando: studio molto, giro alla larga da chiostri e locali indie, sono spesso a zonzo da sola. Una sera d’inizio autunno mi ritrovo sul Ponte Vecchio. Inizia a piovere quando incrocio Dente. Faccio finta di non vederlo, non si può dire che siamo amici, ma lui si avvicina: il temporale è appena iniziato e lui si offre di accompagnarmi verso casa sotto il suo ombrello. Ha le basette molto curate e mi sorride gentile. Chiacchieriamo. Gli sorrido anch’io e insomma, sapete come vanno queste cose: piove troppo forte per continuare a parlare in strada, lo invito a salire da me. In un momento lui decide di avvicinare le labbra al mio viso [scena super hot perché intrisa di vendetta]. Certo, Dente non è soffice come Brunori: ma mi sento abbastanza consolata. La mattina scendiamo al bar ed è lì che la forzatura narrativa ci fa incontrare Brunori: sta rientrando da una serata passata a suonare, capisce tutto di me e Dente e soprattutto capisce di amarmi davvero – alla buon’ora. Piovono recriminazioni da parte di entrambi, litighiamo. Con Dente finisce così: ha le basette curate ma non è un pirla, ha capito che amo soltanto Brunori. Dopo un mesetto il calabrese si fa vivo: mi ha scritto più o meno 3.000 poesie, dice che si sente già un poco meglio, che dopo tutto il dolore è funzionale al tempo. Riprendiamo a frequentarci, sostiene che in quanto a corna siamo pari. Ok, Brunori, siamo pari: ma sono la protagonista egocentrica e volubile di una fanfiction, resterò incazzata con te per almeno altri due volumi della quadrilogia.

CAPITOLO CINQUE
Stiamo insieme e passa un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Siamo giovani e bellissimi, facciamo l’Interrail e l’Erasmus: ci ritroviamo a Berlino a fumare Pall Mall [scena hot di ambientazione crucca], poi a Marsiglia in preda al barbera a mangiare escargot [scena hot al porto]. Siamo due vagabondi innamorati e poveri in canna, una volta rubiamo persino una baguette all’Esselunga [scena hot con la baguette].
In estate Brunori torna sempre dai suoi ma giura di non rivedere mai quellalà. Io ne dubito, litighiamo ogni anno, ma mi faccio forza col pensiero che a breve potremmo mettere su famiglia. E poi un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale… Ci laureiamo e finisce che qualcosa tra noi si spezza, ci lasciamo all’improvviso e senza tante spiegazioni. Mi trasferisco a Milano a fare praticantato mentre lui si sposta a Roma: lavora da un notaio ma è ancora fissato con la musica, continua a provarci nei locali della capitale. Ormai la nostra vita è cambiata, dobbiamo solo arrivare alla fine del mese, prendere lo stipendio e poi badare alle spese, e con quello che rimane programmare le ferie. In una sera d’estate, forse per la nostalgia o per la paura di essere quasi adulti, ci rivediamo a Firenze. I suo capelli si sono un po’ ingrigiti e i bottoni della camicia gli tirano sulla pancia: quando arriva, le sue ascelle sono già pezzate e io non posso fare a meno di considerarlo ancora più sexy di quando studiavamo insieme. Sappiamo che non è una buona idea stare in un bar fino alle 9 di sera, bere Biancosarti, discutere di ferie e lavoro. Lui fa un po’ il figo, con le sue considerazioni sociologiche sull’Ikea e il consumismo: non è cambiato per niente dall’ultima volta che l’ho perdonato. Ci ritroviamo a vedere un Fellini al Cinema Aurora, mangiare pop corn in platea come due ragazzini. Che bella Firenze le sere d’estate, le luci del centro e le nostre risate. Non si cancellano di colpo 6 anni, e abbiamo voglia di girare un altro finale… [scena hot di riconciliazione]. Ci rimettiamo insieme. Funzionerà? Passiamo insieme un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Inizia a portarmi in Calabria: per la prima comunione del nipote, per il primo funerale di un parente, per la festa del paese e la morte del maiale [scena hot un po’ bucolica e un po’ splatter]. Mi diverto a sfogliare Novella 2000 con sua madre. Abbiamo trent’anni, le mie amiche si stanno sposando tutte e io mi reputo fidanzata in casa. In quanto incontentabile protagonista di una fanfiction, mi sento in dovere di rompere l’idillio e soprattutto i coglioni: ho preso un appartamentino arredato bene, con tanto di divano cammellato, e propongo a Brunori un bel lavoro da ragioniere a Milano, nello studio sotto il mio. Poi gli annuncio che è arrivato il momento di sposarci.

CAPITOLO SEI
Lui, impenitente, risponde giammai: gli giuro che se ne pentirà. La sua nonna materna è molto dispiaciuta: è molto all’antica – non come mia nonna Pina che va a cercar marito dalla De Filippi – lei e nonno Bruno hanno passato insieme una vita intera e pensava che anche Brunorino prima o poi avrebbe messo la testa a posto con me. Trovarsi addormentati davanti alla tivù, cercarsi fuori dalla chiesa, andare insieme a fare la spesa: la nonna gliel’ha detto che è quella la felicità. E Brunori? Ha i capelli quasi tutti grigi e si crede ancora un dandy, il cretino. Ha lasciato il lavoro sicuro a Roma e n’è tornato a Guardia per l’ennesima volta, gli auguro quasi che se lo riprenda la sua ex del liceo, quella che si fa più docce della Fenech. Magari chiamo Dente per sapere come sta, altrimenti in questa fanfiction raccontata in prima persona non si tromba più [scena hot ma un po’ annoiata].
Pochi mesi dopo, amici comuni mi raccontano che quellalà del liceo se lo è ripreso davvero. È riuscita a andare a vivere da lui, se l’è sposato in chiesa e poi all’improvviso se n’è andata. Sono incredula: un matrimonio così veloce non s’era visto mai, e ora a Brunori ogni mese tocca pure versare un assegno che a lei, viziata com’è, non basterà. Mi dicono che il pollo si sia straziando, che lacrimi quando trova per casa tracce dei suoi capelli d’oro o un suo paio di calze, che vada persino dai maghi a farsi predire il futuro, che cerchi conforto in droghe e talismani. Un abbandono così feroce non s’era visto mai: in paese mormorano che lui beva così tanto da rischiare di ammazzarsi. È un idiota, ma ho deciso di andare a riprendermelo perché nei romanzi di rosa si fa così: io lo salverò da se stesso e lui mi amerà per sempre – o almeno la pagherà per quella volta in cui ha risposto giammai. Scusa, Dente: mi faccio viva io.

EPILOGO
Ho coronato i miei sogni da protagonista di fanfiction. Alla fine col Brunori ci siamo sposati – addirittura in chiesa, ché con la bionda siamo riusciti a ottenere l’annullamento. Alla fine il dandy s’è piegato e passa le serate sul divano cammellato, davanti a una tivù al plasma che è una soddisfazione; ai suoi piedi il nostro cane, cui abbiamo insegnato a farla sui fogli di giornale. Il ragioniere è proprio il suo mestiere, lo vedo contento il Brunori. Da qualche mese sono in maternità: culliamo un altro figlio. Brunori ha chiuso anche con tutta quella fuffa di molotov, droghe leggere, falce e mirtillo: il più grande adora addormentarsi abbracciato a un armadillo di peluche sulle note di Beyoncé, e dovreste sentire suo padre come gliela canta con amore, altro che velleità indie. Il venerdì sera lasciamo i bimbi a mia nonna Pina, che s’è fidanzata davvero grazie alla De Filippi, e ce ne andiamo a fare i balli di gruppo: col mambo siamo fortissimi.

Ci vediamo il 16 luglio a Villa Arconati, Brunorino ❤

Il diagramma di flusso di Masini

Era il 1996. Frequentavo il primo anno di un inquietante liceo femminile che, tra l’altro, aveva il potere di trasformare molte ragazze normali in squilibrate tanto stupide ed egocentriche da non farsi scrupolo di scrivere post così lunghi e arzigogolati da essere illeggibili – destino che, grazie al cielo, non mi è toccato in sorte.

Avevo 14 anni e tessere relazioni con l’altro sesso era pressoché impossibile. Potevo solo sognare. L’ispirazione ai miei sogni la trovavo davanti alla tv (dove, già alla sigla di Baywatch, producevo bava ed emanavo feromoni con la regolare intermittenza di un deodorante per ambiente) e nei negozi di dischi. Un giorno, un CD attirò la mia attenzione: in copertina, il pugno di un uomo con al polso una bandana; il pugno dell’uomo stringeva forte una rosa rossa. So che avete già capito di quale CD si tratta, sono certa sia stato importante anche per voi: era L’amore sia con te, il greatest hits di Marco Masini.

Fino a quel momento, con le cassette degli 883 avevo sognato storie nate nelle romantiche atmosfere di un discopub. Ma ormai ero cresciuta: Masini, col suo pugno con la bandana, spazzò via quelle fantasie infantili e mi mise di fronte alla realtà, ai problemi e alle dinamiche delle relazioni adulte. Scattò subito l’identificazione con la controparte femminile dei suoi pezzi. Come sarebbe stata la mia vita se avessi incontrato un tipo come Masini? Iniziai a pianificare tutto. E ora vi invito a seguirmi in questo flashback nella mia mente negli anni Novanta.

Allora. Ho 14 anni, sogno di incontrare Masini durante la mia gita scolastica a Firenze, la sua città. A volte, quando sono in vena di scene sdolcinate, sposto la location sul lungomare di Follonica, o di Cecina. Una volta incontrati, le ipotesi contemplate sono soltanto due: io gli piaccio ma lui non mi piace (perché scopro con orrore che è alto un metro e una hohaholahonlahannuccia, ad esempio) oppure io gli piaccio e lui mi piace.

Nel primo caso, gli piaccio e non mi piace, capisco subito che il Masini può non prenderla bene. Perché dalle sue canzoni lo immagino da sempre un po’ rancoroso, oltre che basso. Lui cerca subito di conquistarmi con liriche romanticissime, tipo quelle che aprono il suo CD: Quando tu tra mille anni non sarai più così bella – romanticissime ma rancorose, lo sentite come son pervase di bile? Poi, dopo i miei rifiuti, il Marco si dedica a un pressante stalking, mettendo le radici là sotto casa mia e, fin che c’è la mia luce, non se ne va via.

Da quella situazione difficile posso uscire solo friendzonandolo con mosse di precisione degne di un karateka e trasformando la sua ossessione per me in una cara amicizia. Il Marco, che mica è rancoroso, la prende benissimo: mi augura d’innamorarmi di un bastardo che mi dica bugie, mi faccia piangere mentre lavo i piatti e sparisca gettandomi nel panico al primo ritardo del ciclo. Godendo come un riccio delle mie sfighe ma ben calato nel ruolo dell’amicone, il Marco si propone poi come la spalla ove posso trovare sostegno una volta ingravidata: mi chiama Cenerentola Innamorata e si offre di accompagnarmi in ospedale per decidere il destino del frutto che porto in grembo e che, nel tipico rigurgito cattocomunista che caratterizza la poetica masiniana, si rivelerà essere un frutto che sceglierò di tenere e crescere e che mi escluderà per sempre dalla categoria delle donne trombabili – ché negli anni Novanta ancora le MILF non erano state categorizzate, e sapete come funziona: se non c’è una parola per descriverle, le cose non esistono. Figuratevi se possono essere scopate.

Non una prospettiva molto rosea, per una 14enne. Per rassicurarmi, riavvolgevo il nastro della mia fantasia. Torniamo nel flashback.

Dunque. Incontro Masini, gli piaccio e mi piace, ché ho solo 14 anni ma sono sveglia e ho già capito che devo far poco la schizzinosa con quelli alti un metro e una fava. Iniziamo a uscire insieme e posso scegliere la mia linea di condotta: se fare la ragazza poco seria (come la maggior parte delle contemporanee, quelle che ti toccano il sedere dandoti del tu) o la ragazza seria (tipologia di cui restano solo tre esemplari al mondo: due si fanno suore e io sono quella destinata al Masini). Ma tutto sommato non importa: seria o no, presto o tardi cedo e gli apro il mio cuore.

Io e il Masini ci mettiamo insieme. Ma siamo in un periodaccio, storicamente parlando: l’eroina è ovunque. Quindi, una volta fidanzatici, il nostro destino è chiaro: o si droga lui o mi drogo io. Nel primo caso, lo pianto perché io tutto sommato sono una ragazza seria, ma lui ormai s’è incapricciato, mi vuole fortissimamente ed esce di senno. È disperato. Mi si paventa davanti un Masini fuori di sé, con ancora l’ago conficcato nel braccio, che minaccia cose sconclusionate come innaffiare il muro con il suo veleno, azione che all’epoca mi sembrava drammaticamente intensa ma che, col senno di poi, credo sia riconducibile all’atto di pisciare contro i muri da strafatti.

Nel secondo caso, sono io, con le mie mani da violino, io, come una rosa da giardino, io a entrare nel tunnel della droga. E lui fa il figo, fa quello che cerca di salvarmi in un crescendo che culmina col verso Io non ti lascio in questo nostro Vietnam, anima mia, come la gente che lascia che sia. Tre strofe in cui sembra il Batman della Maremma, poi si tira indietro: oh, se tu volessi vivere io non ti lascerei, però, ecco, insomma, cazzi tuoi. E il domani diventa mai – per me, mica per lui, figlio di una buona donna.

Non era di nuovo una bella prospettiva per una fanciulla colla licenza media ancora fresca.

Ma avevo appunto 14 anni, ero piena di speranze. Mi piaceva pensare che io e il Marco potessimo metterci insieme ed essere così fortunati da non finire come Christiane F. nello zoo di Berlino. Ma, ehi: le mie fantasie si svolgevano comunque all’interno della splendida cornice del suo greatest hits! E se ci salviamo dalla droga (magari perché viviamo in una zona della toscana non raggiunta dallo spaccio, vai a sapere), davanti al nostro amore si aprono altre due ipotesi: che io sia vittima d’incesto o che io sia una prostituta.

Nel primo caso, dopo una vita trascorsa a subire abusi famigliari, vengo portata in salvo da uno che mi chiama Principessa e che all’apice del suo eroismo mi offre il caldo di una stanza e un piatto al giorno (ma solo uno) di sperata speranza – ve’ che fortuna.

Nel secondo caso, quello del meretricio, ci sono due sottocategorie. Nella prima sono una zoccola, ma solo in senso lato: quando il Marco mi dice che una casa e un lavoro non ce l’ha e mi incita ad adarmene con un altro che potrebbe mantenermi, cantandomi Vai con lui col quel suo stile rancoroso, io che stupida non sono (ma forse un po’ troia sì), mi rivesto e vado da quell’altro a chiedergli la carta di credito.

Nel secondo sottocaso, sono una prostituta in senso professionale, bella come un ramo di ciliegio. Una prostituta di cui il Marco s’è perdutamente innamorato, arrivando a supplicarmi di rinunciare alla carriera (per altro avviata ad alti livelli, visto che lo stesso Masini nota le tante Ferrari su cui poggio il culo). Rancoroso per il mio diniego, il Marco arriva a rivolgermisi in termini di Bella Stronza. La tensione qui sfocia in percosse, in un intervento della polizia e in minacce di strupro da parte sua, tutti atti che nelle canzoni restano buonisticamente in sospeso ma che, nella cornice di un disco di Masini, portano certamente a qualcosa che può compromettere per sempre il mio successo, come una malattia venerea caratterizzata da pustole putrescenti su ogni parte del mio corpo o una gravidanza plurigemellare portatrice di smagliature lunghe come la circonferenza terrestre che mi escluderebbe per sempre dalla categoria delle ragazze carine – figurarsi da quella delle escort di un certo livello.

Che poi, se ci pensate, quest’ultima conclusione è la stessa cui sarei arrivata se il Marco non mi fosse mai piaciuto. E allora te lo dico con la mia disperazione, caro mio peggior nemico travestito da santone: Masini, vaffanculo.

Il diagramma di flusso di Masini

Il diagramma di flusso di Masini

Matrimoni e rotture di cazzo (un tema che m’è particolamente caro)

Ogni estate, una violascintilla si sveglia e sa che dovrà spendere più dell’estate precedente.
Ogni estate, almeno 12 persone tra parenti e amici di violascintilla decidono che è arrivato il momento di sposarsi.
Non importa che voi siate parenti o amici di violascintilla: l’importante è che non vi sposiate perché avete davvero rotto il cazzo.

Siamo qui riuniti, oggi, per parlare del matrimonio, la forma di crowdfunding più antica del mondo con cui, da secoli, gli esseri umani estorcono denaro ai loro simili, provando particolare piacere a dragare le finanze dei propri consenguinei e celando il loro furto dietro la becera menzogna dell’amore.

Tratteremo in particolare dei parenti alla lontana, delle persone di cui hai perso il numero tre cellulari fa, degli ex compagni di scuola. Trattasi di esseri infidi e spregevoli che, servendosi di conoscenze comuni, ti invitano a cena. A te, che sei ingenua come Cappuccetto Rosso, sembra una rempatriata – ma la sòla arriva presto. Già all’antipasto, ben prima che tu riesca ad raggiungere il livello alcolico che ti sarebbe necessario per reggere il colpo, d’improvviso gli ignobili conoscenti s’alzano in piedi e annunciano con solennità: “A settembre ci sposiamo!” e distribuscono non una partecipazione ma un pratico pieghevole che illustra le modalità in cui i commensali possono contribuire alla loro felicità. Con sorrisi, fiori di campo, canti e preghiere? No: cacciando tanto, tanto grano.

Più nel dettaglio, possiamo suddidividere i promessi sposi in 4 tipologie di scrocconi.

1) Gli antichi, quelli che fanno la lista nozze nel negozio Liste Nozze e che, dovendo ancora mettere su casa, chiedono in dono aspirapolveri (2), lavastoviglie (2), set di boccali da birra in vetro di Murano (4), sedie da giardino in ferro battuto finto-ottomano (12) – tutti articoli di rara bruttezza che noi invitati sappiamo per certo saranno rivenduti su eBay Russia prima ancora della partenza degli sposi per la luna di miele. In tutta sincerità, alla tipologia di sposo antico corrisponde anche una precisa tipologia d’invitato: la testa di cazzo, quello che si reca nel negozio Liste Nozze e ne esce dichiarando di non aver trovato nulla di suo gusto tra le opzioni. O testa di cazzo, il regalo dev’essere qualcosa gradito a quei furfanti degli sposi, qualcosa che abbia mercato su eBay Russia o al limite Bakeka.it – e difficilmente lo sarà l’elegante doppio portapillole in peltro con incisi i nomi degli sposi che tu hai commissionato a un artigiano umbro amico di un amico di tuo fratello.

2) Seconda tipologia di sposi è quella degli idioti: molto simili alle teste di cazzo, si distinguono da questi ultimi per il solo fatto di essere sposi, non ospiti. Gli idioti sono quelli che ai loro invitati, in tema di regalo, dicono “Fai tu” – e allora liberano la testa di cazzo che è in ognuno di noi e si meritano montagne di portapillole in peltro e una collezione di scopettini da cesso intagliati a forma di troll che si scopre le chiappe e si gratta le palle.

3) Ci sono poi i contemporanei, quelli che chiedono agli invitati di fare un bonifico a un’agenzia di viaggi. Si tratta di sposi che, se gli dice culo, oltre al viaggio di nozze avranno le vacanze spesate per un triennio, come quella stronza di Mia Cugina Quella Figa, brutta vacca che da quando s’è sposata va negli States ogni weekend grazie al sangue versato a litri da noi parenti ma non sa nemmeno fare una foto decente e una volta, a Natale, c’ha costretti a fissare una sequenza di pali della luce americani e grattacieli che a ogni foto chiedevamo se si trattasse delle macerie di Ground Zero e invece no, si trattava sempre di grattacieli ancora in piedi – ma ora non divaghiamo su quella vacca, peraltro gravida, di Mia Cugina Quella Figa.

4) Quarta e ultima categoria è quella delle facce come il culo, gli sposi che chiedono ai loro invitati di portare una busta contenente contanti il giorno delle nozze o comunicano a tutti il loro IBAN perché “certo, come no, i vostri soldi saranno destinati al viaggio di nozze ma preferiamo organizzarlo da soli, senza agenzia – e comunque tenete presente che per il pranzo spendiamo 240 € a persona e non ci aspettiamo da nessuno donazioni inferiori ai 300 € altrimenti non ci guadagnamo niente”.

Senti un po’, sposa faccia di culo – è a te che mi rivolgo, ché lo sappiamo benissimo che quell’altro non conta un cazzo.
Ti pare di vivere in un disco di Brunori dove sposarsi è obbligatorio? Ti abbiamo chiesto noi una festa in grande stile con assaggi di finto sushi decorato con succedanei del caviale che si spacciano per vere uova di storione? Abbiamo specificatamente espresso il desiderio di prenderci due giorni di ferie, attraversare l’Europa e trascorrere con te e col tuo futuro marito una giornata che si articola in: rottura di cazzo del rendersi presentabili; rottura di cazzo della cerimonia religiosa; rottura di cazzo dello spostamento a ristorante; rottura di cazzo dell’attesa di voi due che sorridete e vi baciate in favore di fotografo su campi di tulipani, spiaggie, campi da tennis, sabbie mobili, distese di catrame o qualsiasi altra location possa provocarti crisi di panico alla prospettiva che il tuo abito perda il proprio immacolato candore; rottura di cazzo del pranzo, da fare in condivisione con gente mai vista che difficilmente ci stupirà per le sue competenze grammaticali o per la disinvolta consapevolezza con cui usa le posate; rottura di cazzo della gente mai vista che a ogni portata chiede al cameriere se il risotto contenga lattosio, se l’arrosto contenga lattosio e se la macedonia contenga lattosio e fa seguire a ogni domanda una precisa disamina degli effetti che il lattosio provoca sul suo intestino tenue e crasso, senza lesinare dettagli su quanto accade alla toilette allorché capiti d’ingerire lattosio; rottura di cazzo dei balli, del karaoke, delle dediche in cui non so perché ma c’entra sempre Ligabue – quindi avrei piacere di prendermela personalmente anche con lui.
Dicevamo, sposa faccia di culo: facciamo che tu non sei obbligata a offrirmi un pranzo da 240 € e io dimostro la mia gioia per la tua unione nuziale senza tirar fuori un centesimo, solo con baci, gridolini e valanghe di like su Facebook a tutti i passi del Vangelo che posti dopo essere stata illuminata al corso prematrimoniale?

Ehi, vi ho sentiti, lettori stronzi: avete pensato che questa mia avversione alle cerimonie nuziali derivi dal fatto che io sia un’anziana zitella dalle origini liguri, meno avvenente di Mia Cugina Quella Figa e ormai senza più la speranza di potermi sposare a mia volta e quindi di pareggiare i conti invitando tutti coloro ai quali ho già elargito doni e danaro. Siete soltanto dei dietrologi crudeli. Io sono single ma perché mi piace star da sola; io son di quelle bellezze che sbocciano col tempo; io sono un diesel e mica c’ho fretta di accoppiarmi. Io devo ancora ingranare ma quando ingranerò state sicuri che mi sposerò almeno tre volte. E voglio che tutti voi, instancabili idrovore del mio conto corrente, campiate abbastanza per partecipare ai miei tre matrimoni e per sganciare, sganciare, sganciare.

9 grafici che solo chi è cresciuto con gli 883 potrà apprezzare

Macchianera Italian Awards 2014: Nomination

 

Ero ammalata, senza computer e senza wifi. Ero in una situazione disperata, finché non mi sono imbattuta in 21 Charts Only Morrisey Fans Will Find Funny: ho riso per ore e ho deciso di emulare quei grafici in riferimento ai primi quattro album degli 883 (i migliori, ovviamente, e non solo perché io andavo ancora alle medie). L’ho fatti col solo ausilio di carta a quadretti, matite colorate e iPhone – scusate se son bruttarelli.

1. Sei un mito sui social network 

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2. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato mollato

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3. Asse cartesiano di S’inkazza

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4. Diagramma a torta relativo alla percezione della città in Con un deca

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5. Ricostruzione delle attività commerciali della città in cui si muovono gli 883

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6. Analisi S.W.O.T. di Rotta per casa di Dio

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7. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato rifiutato

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8. Attitudini degli abitanti della città di Tieni il tempo

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9. Assegnazione delle caratteristiche principali di pappagalli e avvoltoi

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Abbattetemi.

P. S. Quanto gli 883 hanno influenzato la mia vita? Tantissimo.

In PMS sarà capitato anche a voi di ammorbare il pubblico di uno spettacolo di cabaret (o di molestare la padrona di un cagnolino tenerissimo)

Ancora una volta sono qui, su questo palco, per parlare dei fatti miei. Ma ancora una volta lo farò con un tono serio e con un lessico molto forbito, in modo da darvi la percezione che di fronte a voi ci sia una persona che affronta con competenza e scientificità non i cazzi propri ma un problema di portata universale.

Stasera parleremo della sindrome premestruale o, con l’acronimo inglese, PMS.
La PMS coincide con i giorni precedenti al ciclo, giorni in cui la maggior parte delle donne avverte sintomi che possono essere molto vari: dolori al seno, mal di testa, eccessi emotivi angoscianti e alterazione della percezione di sé, senza dimenticare l’acutizzarsi di un problema serio come il non avere niente da mettersi.
La causa della PMS è stata identificata dai medici nell’oscillazione ormonale di estrogeni e progesterone, oltre che nella vera assenza di qualcosa di carino da mettersi all’interno del proprio guardaroba.

La PMS ha serie ripercussioni sulla vita delle donne che ne sono vittima.

Ad esempio, se in condizioni normali un cagnolino in strada è solo un cagnolino in strada, in PMS un cagnolino in strada può diventare un varco spazio-temporale sulle proprie paranoie al cui confronto la porta di StarGate è solo una fessura tra le piastrelle del bagno.

In PMS, un cagnolino in strada non è mai solo un cagnolino in strada. Nella migliore delle ipotesi è un piccolo amore tenerissimo che tiggiuro non ho mai visto niente di così tenero, sono innamorata, oddio lo amo, non potrò mai più vivere senza di lui, signora la prego lo porto via con me, starà bene, si fidi, mi lasci il cane, non si opponga, signora se non mi molla l’animale io la strozzo col guinzaglio, raccolgo il suo corpo coi sacchettini delle pupù e la butto nel bidone dell’umido.

In PMS, in alcuni casi, un cagnolino in strada può essere anche un tesoro tenerissimo, guarda che occhioni. Oddio, signora, gli occhi del suo cane mi ricordano quelli di un bambino, di un bambino africano che noi capitalisti occidentali stiamo lasciando morire di fame. signora facciamo qualcosa per i bambini africani, sento su di me la responsabilità della loro malnutrizione, ora grazie a questo cane l’ho capito, è un’investitura divina, sono la Giovanna D’Arco della FAO, signora sacrifichiamo questa bestiola e con le sue carni nutriamo l’Africa intera.

Infine, in alcuni casi più gravi di PMS, un cagnolino in strada può essere un cuccioletto tanto dolce, signora, però non sembra anche a lei che abbia un occhietto un po’ meno vivace? Dice che è normale? Stava dormendo? Ma a me non sembra normale, signora. Signora forse dovrebbe portarlo dal veterinario, guardi quell’occhietto, signora io non sono un medico ma questo cane sta morendo e io voglio salvarlo, mi suiciderò recidendomi l’aorta con la lima per le unghie che ho in borsa e gli donerò la mia cornea, signora chiami un’ambulanza prima che i miei organi vadano sprecati.

Ora che abbiamo chiarito il quadro, possiamo cominciare a parlare della PMS con una buona notizia: negli Stati Uniti, la PMS è finalmente stata inclusa tra i disturbi mentali.
Io tiro un sospiro di sollievo perché in questa notizia colgo l’opportunità di esibire un certificato medico ogni volta che finisco in tribunale per aver chiacchierato troppo a lungo con la padrona di un cagnolino tenerissimo, ma già mi pare di sentire le sollevazioni delle femministe che non vogliono che le eventuali difficoltà di *quei giorni* sminuiscano il loro valore di individui all’interno di una società che vorrebbero fosse perfettamente paritaria. Le femministe muoveranno obiezioni come «Noi donne non siamo malate – siamo così, dolcemente complicate». Le peggiori femministe insorgeranno tirando in ballo l’isteria, concetto ottocentesco che considerava gli attacchi nevrotici come prettamente femminili perché li poneva in relazione all’avere un utero – concetto da cui ci siamo liberati da poco, grazie alle dimostrazioni dell’esistenza di un’analoga nevrosi maschile messe in atto dai commessi di Zara nel periodo dei saldi.

Femministe, care amiche pelose, potete rilassarvi: anche se mi depilo regolarmente sono dalla vostra parte. Ascoltatemi.
La soluzione non è negare l’esistenza della sindrome premestruale: dobbiamo solo accettare il fatto che essa esista e che ci renda pazze come cavalli imbizzarriti che si impennano e scalciano in una cristalleria ghermita di neonati incustoditi e allergici al crine.
Il vero problema è che, per quanto proviamo a descriverla, gli uomini non riescono davvero a immaginare che cosa sia una PMS. È questa incomprensione a creare un gap tra i due sessi e a penalizzare l’intera società.

La soluzione che sto per presentarvi è semplice, mie care cavalle nervose.
Istituiremo un nuovo rito che permetterà ai giovani di tutto il Paese di sentirsi pronti ad una consapevole convivenza con l’altra metà del cielo, quella che, come noto, gronda sangue per cinque giorni al mese e che nei precedenti dieci, adducendo come motivazione la PMS, vi tratta di merda e non ve la dà.

Il nuovo rito per i maschi della nostra nazione durerà una decina di giorni, durante i quali ai nostri uomini sarà indotta la sindrome premestruale. Ci pregiamo di comunicarvi che per raggiungere questo obiettivo non sarà necessario alcun trattamento chimico-farmacologico, e che l’istituzione di questo rito rilancerà persino l’occupazione giovanile.

Il rito si chiamerà PMS training.
Si svolgerà in hotel che saranno attrezzati adeguatamente.
I giovani entreranno. Il personale incaricato distribuirà loro un unguento totalmente omeopatico importanto dagli altopiani andini: l’unguento indurrà sui visi dei partecipanti un immediato e innocuo florilegio di brufoli e, splamato sui capelli, conferirà loro il fascino oleoso che ha reso celebri per la loro sensualità i maschi delle Ande.

Lo staff consegnerà ai partecipanti anche dei vestiti (quasi identici a quelli che indossavano all’arrivo – ma che stanno loro di merda). A ciascun partecipante saranno assegnati ben due cambi d’abito, perfettamente identici a quelli avuti all’arrivo, per far capire loro che cosa si prova a non avere un cazzo di carino da mettersi quando già non ci si sente un fiore.

Nel corso del training, i maschi parteciperanno a una serie di incontri quotidiani. Immaginateli un po’ come quelli degli alcolisti anonimi. Quello che i partecipanti non sapranno è che in ogni gruppo c’è un solo vero partecipante al training: gli altri fanno parte di uno staff specializzato – staff ottenuto formando adeguatamente laureati in Scienze dello Spettacolo che altrimenti non avrebbero di che vivere. Con una serie di commenti fintamente amichevoli preparati ad arte dal nostro team di ex disoccupati con laurea in Psicologia come «Hai davvero tanti capelli, per essere calvo» oppure «Su un culo floscio si sta seduti comodi, vero?» o, ancora, « Ha chiamato tuo fratello: dice di dirti che i tuoi giocatori del Fantacalcio sono tutti infortunati», lo staff minerà l’emotività dei partecipanti al training fino a portarli alle lacrime.

Usciti devastati dalla stanza degli incontri, i partecipanti saranno condotti attaverso corridoi dotati di uno speciale sistema di luci e tappezzati da specchi deformanti. Qui ogni suggestione sulla propria estetica ricevuta durante l’incontro sarà prontamente confermata, ma state tranquilli: gli specchi sono infrangibili e, come tutto l’arredo dell’hotel, sono testati per evitare i gesti di autolesionismo e i tentativi di suicidio di quanti scoprono durante la permanenza al training di essere stati cacciati dal loro gruppetto del Fantacalcio.

Il mio pezzo è finito, ve lo segnalo perché non ha una chiusa vera e propria. Però non so se chiedervi di applaudire o no: perché per una donna in condizioni normali un applauso è solo un applauso. Ma per una donna in PMS un applauso potrebbe essere un’azione fisica che compiete per esprimere il sollievo che il mio pezzo sia finito e allora io vi odierei perché secondo me era molto bello e profondo, di una profondità che attinge al dramma della contemporaneità e al post-post-femminismo di cui io mi sento una voce autorevole, sebbene abbastanza nasale.

Per una donna in PMS, un applauso può anche essere l’espressione di un complotto: un gesto che avete concordato senza io che io me ne accorgessi, magari passandovi un foglietto di mano in mano, al fine di farmi credere di aver parlato per dieci minuti di PMS – cosa che in effetti sono convita di aver fatto, anche se la realtà è che ho una grave forma di Tourette e da dieci minuti sto solo ripetendo CAZZO PIRLA CREPA TROIA come se lavorassi in un Ufficio Postale.

Infine, voglio che sappiate che per una donna in PMS un applauso può essere anche un gesto fatto per esprimere pietà, non tanto per la bruttezza del mio monologo o per l’interpretazione (su cui avreste pure ragione), ma per come sono vestita stasera. E io potrei giustificarmi per ore, tirare in ballo la lavatrice rotta o la piccola collutazione che ho avuto stamattina con una signora che non voleva lasciarmi giocare col suo cagnolino, ma la verità è che io stamattina non avevo davvero un cazzo da mettermi.

E adesso, con permesso, andrei a piangere in bagno.