Ho 36 anni e sto per rimettere l’apparecchio ai denti (un’altra storia di famiglia)

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Sono genovese. Riso: poco. Stringo i denti e parlo chiaro è uno scioglilingua che si usa dalle mie parti. Tradotto in italiano perde le allitterazioni, la rima baciata e anche la sua peculiarità: in dialetto è possibile pronunciarlo senza schiudere i denti. Pensavo di essere in grado di declamarlo alla perfezione finché, al pranzo di Natale dello scorso anno, i miei parenti ci hanno tenuto a precisare: «Tu sei facilitata perché i tuoi denti non si chiudono.»

In effetti ho sempre avuto un problema di occlusione: la mia arcata superiore e quella inferiore si sovrappongono in modo anomalo, come due ferri di cavallo di diversa fattura appoggiati l’uno sull’altro. Questo è antiestetico e mi dà qualche problema nella masticazione e, in particolare, nei morsi: se cerco di addentare una fetta di focaccia sottile con gli incisivi, quella esce dalla mia bocca intatta. Il mio unico conforto è il pensiero che, se coinvolta in un disastro aereo, i miei parenti potrebbero riavere ciò che resterebbe di me grazie ai calchi dentali: potrebbero confrontare quelli rilevati dalla scientifica sul luogo della tragedia con quelli che i miei dentisti hanno collezionato a partire dal 1990.

Perché fu nel 1990 che tutto ebbe inizio. Avevo otto anni e un dentino da latte che non si decideva a cadere, un incisivo superiore. Mia madre mi portò nello studio del suo cugino dentista, Sandro: baffuto e con un savoir faire da tagliaboschi, Sandro decretò che il dentino era da togliere. Sulla sua poltrona verde, circondata da tende verdi e inquietanti strumenti verdi, sentii lo stridore di una siringa contro l’osso del mio palato; poi percepii le pinze che, rabbiose, si aggrappavano al dentino per estrarlo; udii il crack del dente che abbandonava l’alveo; fui travolta dallo scorrere del sangue; piansi; e soprattutto ascoltai le numerose imprecazioni in genovese di Sandro senza potermene sottrarre.

«Ou bèlin, l’abbiamo tirato fuori», concluse, la fronte imperlata di sudore su cui si riflettevano gli ambienti verdi del suo studio.

Venne l’estate, ci trasferimmo come al solito in campagna, poi approdai in quarta elementare, divenni miope e iniziai a portare gli occhiali da vista, divenni celebre per essere fuggita dal corso di nuoto, mi feci crescere i capelli fino al sedere e persino Genova si trasformò per celebrare l’anniversario della grande impresa di Cristoforo Colombo: ma nel 1992 del mio incisivo da adulta non v’era ancora nessuna traccia.

«Non è il mio campo» ammise Sandro a un certo punto, e mi spedì da un collega appena specializzatosi in ortodonzia infantile.

Mia madre mi accompagnò speranzosa da Giampiero: neolaureato e con la faccia da ingegnere, decretò che per la discesa del mio incisivo non c’era abbastanza spazio tra gli altri denti e che avremmo risolto tutto in pochi mesi, con un lavoretto di allargamento. Mi venne appioppato un apparecchio mobile: un calco in plastica del mio palato da cui si diramavano inquietanti rami di acciaio. E poiché si trattava degli anni Novanta, la plastica di quel calco palatale recava in sé tutti i colori fluo che impazzavano ovunque, dalle caramelle alle tute in poliestere. Lecito ipotizzare che quell’apparecchio fosse cancerogeno, oltre che brutto.

Portavo il mio apparecchio con dolore e con disgusto (sono sempre stata molto attenta alle questioni igieniche: inserire oggetti non commestibili in bocca mi pareva contrario alla natura umana; e che questi oggetti tra le fauci fossero stati precedentemente sputati e poi lasciati nel mondo esterno dove i batteri si sarebbero fiondati in massa sui rimasugli di saliva mi sembrava un abominio), ma invidiatissima da mia cugina Elena, una biondina dal sorriso perfetto che già da tempo si rodeva per i suoi dieci decimi: dall’oculista aveva finto di non riuscire a leggere, ma il medico aveva intuito la sua menzogna e le aveva impedito di poter sfoggiare un paio di occhiali tondi rossi come i miei.

Nemmeno dopo mesi di torture, pasticche disinfettanti sciolte a manciate nella tazza in cui l’apparecchio veniva deposto durante i pasti per essere igienizzato (mai abbastanza) e infinite visite da Giampiero, il mio incisivo superiore venne persuaso a sbucare dalla gengiva. Nel frattempo, ero già passata alle scuole medie: mentre le mie compagne di classe ambivano ai provini per Non è la Rai e si acconciavano di conseguenza, io sfoggiavo ancora una finestrella tra i denti davanti.

«Non è il mio campo», dichiarò a un certo punto Giampiero.

E «Non è il mio campo» lo disse anche un altro giovane e promettente dentista, Franco: accento barese e fisico sferico, mi spedì a sua volta da un vecchio primario in chirurgia maxillo-facciale.

Era il 1994 e avevo 12 anni quando mi ritrovai addosso un pigiama giallo, ricoverata in uno tra gli ospedali più inquietanti della Liguria. Il mio reparto si sviluppava nei sotterranei della struttura, dove le corsie si diramavano sul lato esterno di un enorme corridoio semicircolare mal illuminato. Sul pavimento, fatto di vecchie mattonelle rosse, ogni barella produceva il suono di una lettiga da obitorio, lettiga da cui in qualsiasi momento un cadavere avrebbe potuto alzarsi e portarci tutti con sé nel mondo dei morti.

Vissi le due giornate preparatorie all’intervento come una prigionia; supplicai la famiglia di portarmi cibo e Gialli Junior dal mondo esterno; dall’alto del mio letto con le sbarre, tenni drammatiche conferenze sull’ingiustizia che stavo vivendo agli amichetti che mi venivano in visita. Quella stronza di Elena tentò di farsi ricoverare perché le pareva uno sballo. Odiavo tutto il personale medico-sanitario e pure le altre pazienti, che sembravano essere lì di loro volontà: ma erano maggiorenni, perché non scappavano? Se ce l’avevo fatta io dalla piscina qualche anno prima avrebbero potuto farcela anche loro. Il giorno dell’intervento, in sala operatoria l’infermiera che reggeva la flebo con la mia anestesia prese a cantare un motivetto dal Festivalbar di quell’annata – poteva essere Luca Carboni? La reputai un’irresponsabile e la odiai in modo miratissimo prima di cadere nel mio sonno.

Al risveglio c’erano tubicini e chiazze di sangue ovunque. In bocca, la sensazione di essere stata squartata e ricucita malamente, come la creatura di un dottor Frankenstein pigro, approssimativo e fan di Carboni. Nel corso dell’intervento il mio ritroso incisivo era stato stanato dal suo rifugio; il referto specificava che dalle mie gengive era fuoriuscita anche «una nidiata di dentini da latte che la natura mi aveva donato come extra, con ammirevole generosità ma un po’ a cazzo di cane» – testuali parole della cartella clinica che i famigliari si passavano di mano in mano scuotendo la testa, commentando all’unisono di non avere memoria di qualcuno con denti problematici come i miei almeno fino al terzo grado di parentela. Forte della mia conoscenza approfondita in materia di Candy Candy abbracciai l’ipotesi di essere stata adottata. 

Le mie indagini non erano ancora entrate nel vivo quando mia madre mi condusse da Beppe: moro e abbronzatissimo, Beppe dichiarò di essere stato l’artefice del mio complicato intervento maxillo-facciale. Con Beppe maturai molto: grazie a lui imparai che le maledizioni non servono a nulla, altrimenti Beppe sarebbe morto quello stesso anno sulla sua barca a vela, inculato dall’albero maestro crollato durante una tempesta al largo di Capraia e conficcatoglisi su per le chiappe e attraverso l’intestino, lo stomaco e l’esofago fino alla bocca, dove con un colpo secco gli avrebbe fatto schizzare tutti i denti sul teak del ponte lucidato a festa per far salire a bordo le sue troie.

Beppe era figlio d’arte, primogenito di un dentista dall’onorata carriera con cui condivideva lo studio, al secondo piano di un bel palazzo nel centro storico di Genova. Nella sala d’attesa i soffitti erano stuccati; le enciclopedie mediche erano d’epoca; e le poltrone erano di design (Wassily di Marcel Breuer, per l’esattezza: capolavoro del Bauhaus di cui desidero da allora distruggere con una mazza chiodata tutti gli esemplari esistenti al mondo). In cotanto sfarzo, l’unica lettura concessa ai pazienti era un raccoglitore blu che in copertina recava il titolo Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate: all’interno, una raccolta di vignette a tema ortodontico, probabilmente ritagliate, fotocopiate e ingrandite da La Settimana Enigmistica la cui pagina del buonumore si intitola Risate a denti stretti. Messa di fronte a quel fascicolo inalberai una scenata tale che la mia genitrice, dopo aver tentato di fingere di non conoscermi (tentativo che le riuscì talmente bene che l’appuntai come prova a sostegno della tesi dell’adozione), fu costretta a scendere a un accordo: non le avrei reso un inferno le visite successive solo se avessi avuto un fumettone nuovo garantito in ognuna di quelle occasioni. L’edicola sotto lo studio di Beppe ne fu lieta.

Ma il raccoglitore delle barzellette non fu l’aspetto che meno apprezzai di quel primo appuntamento. Ci fu anche il camice giropassera di Eliana, la segretaria e assistente alla poltrona, bionda e procace, che sculettando mi accompagnò nello studio di Beppe, una wunderkammer di cimeli costellata da ritratti fotografici del dentista sulla prua della sua barca a vela. Al centro della stanza, una poltrona di pelle bianca di cui ben conoscevo la funzione. Sdraiata là sopra, consacrai un mio pomeriggio a Beppe per permettergli di installarmi un apparecchio fisso che raddrizzasse quanto emerso dai suoi maneggi in sala operatoria. A ogni pezzo di ferro che vedevo avvicinarsi al mio visino gridavo «Nooo!». Beppe non mostrava pietà, anzi: davanti al mio dolore commentava soltanto «Mi dici sempre di no, come l’Eliana».

Allora, coglionazzo, sentimi bene. Uno: in italiano l’articolo davanti al nome proprio non si mette, e nel caso in questione è particolarmente cacofonico. Due: stai davvero mettendo sullo stesso piano i miei disperati tentativi d’oppormi al dolore generato dalle tue torture e i dinieghi della tua assistente che non dubito facciano parte del vostro rituale erotico destinato a concludersi, tra un paziente e l’altro, sulla stessa poltrona che per me rappresenta il patibolo? Avevo 12 anni ma leggevo Cioè e Eva2000 ogni settimana, e di certe cose ne sapevo a pacchi.

Beppe incollò lungo la mia arcata superiore un apparecchio fisso i cui ganci sporgenti mi devastavano le guance. Per lenire il dolore, li ricoprivo ogni giorno di cera ortodontica che non sarei stupita di ritrovare, un giorno, depositata in qualche ansa del mio apparato digerente. In coincidenza col canino sinistro, il dolore del ferro che si incastrava nella parete interna della guancia era così intenso e costante che i miei muscoli decisero di ridurre al minimo la loro attività. Dopo più di vent’anni, rido prima e più naturalmente con la metà destra del viso; la guancia sinistra è ancora terrorizzata dal ricordo di quel ferro.

All’arcata inferiore andò peggio: una sorta di forcone coi rebbi rivolti verso l’alto venne agganciato all’interno degli incisivi; da lì, si innalzava verso il palato come un cancello, con lo scopo di impedire che i movimenti della mia lingua rendessero vani gli sforzi dell’altra ferraglia. Se un giorno avrete figli e se quei figli, una volta adolescenti, vi chiederanno se con l’apparecchio ai denti ci si può baciare, voglio che sappiate che la risposta giusta da dare loro è «Sì, certo, e ci si può dedicare con profitto financo al sesso orale, purché l’apparecchio non ve lo facciate mettere da quel sadico bastardo incompetente di Beppe.»

Passarono cinque anni. Cinque anni di griglia e di cera, di poltrona bianca, di sempre più numerose foto di barche e di «Mi dici sempre di no.» In un pomeriggio dell’estate dei miei 17 anni, rimasta sola nella casa di campagna, mi misi davanti allo specchio e strappai ogni filo, ogni elastico e ogni piastrina del mio apparecchio col solo ausilio di una forbicina da manicure.

«Hai fatto bene, quest’apparecchio non serviva più a niente», dichiarò il Dentista del Secolo quando mi vide. E pianificò un nuovo intervento in maxillo-facciale per risolvere definitivamente Dio solo sa cosa.

Allietai la mia seconda degenza nei sotterranei dei cadaveri irrequieti con qualche romanzo di Stephen King e tornai a casa con i denti ordinatissimi – cioè, quelli che restavano: perché Beppe, nel suo flusso creativo in sala operatoria, aveva preso l’iniziativa di privarmi anche di un premolare e di due denti del giudizio che un giorno avrebbero potuto causarmi problemi, oltre che del frenulo labiale superiore. Dichiarai che sarei nuovamente entrata in una sala operatoria solo al nono mese di un’eventuale gravidanza e solo se fosse stato strettamente necessario, altrimenti me la sarei cavata da sola come tutti gli altri mammiferi. Ora che i miei incisivi erano presentabili, ero libera.

La libertà durò un decennio appena: il ricordo di Beppe, della sua abbronzatura e dei suoi modi da lepego beccio si annebbiarono nella mia mente. Ogni tanto, mia madre mi portava i suoi saluti tramite un amico di famiglia che giocava con lui a calcetto: in quelle occasioni non riuscivo a non immaginare la morte di Beppe a centro campo, magari trapassato da un fulmine improvviso, attirato dal suo Rolex subacqueo o dal semplice fatto che fosse talmente cretino che persino le forze del cosmo si mobilitavano per liberare il pianeta dalla sua presenza.

Fu nel 2008, a poche settimane dall’avvio di una promettente relazione, che mi ritrovai con una gengiva sanguinante e un dente instabile: si trattava proprio di uno dei denti gestiti da quel maiale schifoso di Beppe, lo stesso truce suino che m’aveva impedito di limonare fino all’ultimo anno del liceo e che con la sua incompetenza stava minando anche le gioie dei miei vent’anni.

Dovetti far ritorno nel suo studio: la raccolta di vignette era ancora lì, ed era ancora lì anche l’Eliana, ingrigita e inchiattita ma evidentemente imprescindibile dal punto di vista professionale per il Beppe che, di fronte al mio dente sgorgante liquami rossastri, ciurlò nel manico e sentenziò che a suo parere sarebbe stato necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Feci una scenata proprio come la prima volta che avevo varcato la soglia del suo studio, ma quella fu l’ultima, e non mi diede accesso ad alcun fumetto.

Tornai da Franco, che nel frattempo aveva preso nuove specializzazioni e aveva arrotondato ancora un po’ la sua panza barese. Franco decretò che era in corso un’infezione e convenne con me su quanto canemaledetto fosse stato Beppe a non avermi prescritto nemmeno un antibiotico. Franco salvò il mio dente, e forse pure il mio cervello dove, secondo la mia autorevole opinione medica, l’infezione si sarebbe potuta propagare in pochi giorni. Mi operò in anestesia locale nel suo studio: annunciò che mi avrebbe prelevato un bicchiere di sangue e lo avrebbe frullato con un po’ di piastrine e certe polverine che conosceva lui. Franco era un bar tender, o forse uno stregone: mi fidavo di lui. E lui mi capiva: leggendo il terrore nei miei occhi che troppi aguzzini in camice verde avevano già conosciuto, alla fine dell’intervento Franco appoggiò la mia testolina sulla sua pancia tonda, mi diede un bacino sulla fronte e disse «Tutt’apposto, Chicca.» Avevo ventisei anni, ma della mia dignità non m’è mai importato nulla.

Franco divenne il mio eroe: gli permisi di togliermi i denti del giudizio rimasti e di sistemarmi ogni piccola carie. Andavo nel suo studio anche per la pulizia semestrale, per la quale mi affidava a una collega igienista che mi trattava come una bambina con problemi di apprendimento e che, per questo, adoravo. Franco aveva notato il progressivo peggioramento della malocclusione delle mie arcate, un problema che i suoi predecessori non avevano mai affrontato: per risolverla, a un certo punto disse che sarebbe necessario spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla. Dove? Nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di quell’orrendo ospedale ligure di cui Beppe nel frattempo era divenuto primario.

Dopo questa dichiarazione, e superati i trent’anni, iniziai a guardare Franco con sospetto e a considerare di cercare un suo sostituto, magari a Milano, dove ormai vivevo.

Tramite un fidanzato prenotai una visita da Luigi, un medico elegante come la zona del Tribunale che il suo studio saggiamente presidiava.

«Il dentista mi detto che domani ha un appuntamento con la mia compagna ma non ho capito se si riferisse a te, a Nicoletta o a Alessandra», mi disse al telefono quel fidanzato – dopo poco misteriosamente scomparso, ma che di certo fino a quel momento aveva vissuto nell’agiatezza grazie alle percentuali che Luigi gli versava sulle nuove pazienti.

«Non è il mio campo, ma potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla», disse invece Luigi alla fine della mia visita. Fui io a scomparire dal suo studio.

Nelle stesse settimane mi capitò di viaggiare da Genova a Milano in BlaBlaCar con un dentista, Andrea, un altro ligure baffuto con studio in Lombardia. Non ebbi pietà per i compagni di carpooling e gli chiesi un parere. Andrea guidava, io ero seduta sul sedile posteriore e ripercorrevo la mia epopea esattamente come ho fatto fin qui. A ogni tappa delle mie vicende lo sguardo di Andrea che scorgevo nello specchietto retrovisore si trasformava: incredulità, sgomento, preoccupazione, angoscia, WTF.

«Non è il mio campo», tagliò corto Andrea all’altezza di Bereguardo, «ma non escludo che potrebbe essere necessario spaccare la mandibola, segarla e riposizionarla, come ti hanno detto.» Non mi buttai dall’auto in corsa solo per non ricevere un feedback negativo.

La svolta si fece attendere ancora un paio di anni. Si verificò nel maggio del 2018 e, come ogni grande rivoluzione nella vita di noi millennial, avvenne grazie a una combinazione di media tradizionali e social network.

Il media tradizionale fu la tv, dove apparve una mia videointervista girata per lavoro: con lo sguardo dritto in camera dicevo cose serie, e le dicevo mostrando denti storti. Ma non storti in quel modo che si perdona ai maschi fumatori con la barba impegnati nel sociale o alle ragazze con la frangia e l’accento straniero. Storti in modo imperdonabile, inaccettabile, ingiustificabile: storti da far pensare a chiunque mi vedesse in video o di persona «Questa non è mai stata da un dentista» e da farmi prendere in considerazione la possibilità di stampare e indossare t-shirt e spillette con scritte come «Vi giuro che almeno una volta da un dentista ci sono stata.» Nell’arco di quel video ripercorsi l’intera storia della mia vita alla luce dei miei denti storti, dalle feste delle medie fino all’ultimo colloquio in cui l’addetto alla selezione del personale aveva sicuramente annotato nella sua scheda di valutazione «Percorso professionale coerente, buone competenze, ma con una dentatura inadatta a un ruolo nelle relazioni esterne. La sua famiglia avrebbe dovuto portarla da un dentista quando era piccola.»

Il social newtwork fu l’Instagram di una propagatrice di entusiasmi che, tra una story con un librino e una story col suo gattone, disse che si sarebbe recata dal dentista. Accennò vagamente a quanto egli fosse figo giacché, tra le sue attività, ricostruiva le facce delle sciatrici che si sfracellavano sulle piste. «Mi potresti indicare il nome del tuo medico?», le scrissi in un messaggio privato, proprio io che fino a quel momento su Instagram non avevo osato chiedere nemmeno la marca di una borsetta.

Fu così che conobbi Francesco, chirurgo maxillo-facciale lombardo con piglio manageriale, e Laura, ortodontista che nella sua biografia online elenca valanghe di pubblicazioni scientifiche e partecipazioni a congressi. Sarà proprio Laura, il prossimo 19 dicembre, a mettermi l’apparecchio ai denti che sfoggerò al pranzo di Natale coi parenti e a portare, spero, le migliaia di foto che ha scattato al mio sorriso asimmetrico nei proiettori di tutti i suoi congressi, nei libri di migliaia di studenti di Ortognatodonzia e anche nei fegati di tutti i suoi colleghi, rosi dall’invidia di non aver potuto partecipare al suo posto alla grande avventura medica che ritengo essere la sistemazione definitiva della mia dentatura.

L’apparecchio sarà per me una liberazione. Mi affrancherà dalla necessità di stampare le magliette e le spillette perché renderà chiaro a tutti, anche a chi non mi conosce dal 1990, che un dentista almeno una volta nella vita l’ho incontrato

Francesco interverrà successivamente, nel reparto di chirurgia maxillo-facciale di un ospedale di Milano per spaccarmi la mandibola, segarla e riposizionarla – anche se lui lo spiega in modo molto più rassicurante e non porta sulle spalle le precedenti colpe di Beppe.

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