Fenomenologia del fotomarito

Fenomenologia del fotomarito

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Il fotomarito è colui che viene costretto dalla propria partner a scattare continuamente fotografie aventi la stessa partner come soggetto esclusivo.

Il fotomarito non è necessariamente un marito, e nemmeno un fidanzato. Ma è più divertente pensare che lo sia per inquadrarlo nelle consolidate e già teorizzate dinamiche dei servi della gleba.

Del resto, nemmeno la partner del fotomarito dev’essere davvero la donna con cui egli è coniugato o con la quale si accoppia: è per questo che nel presente documento ci riferiremo a lei in termini di committente.

Fotomarito non si nasce: lo si diventa attraverso una discesa agli inferni che si articola in 6 fasi.

Fase 1 – Il fotomarito spontaneo. Si tratta di un cucciolo innocente, ancora ignaro del suo destino. All’inizio di una relazione si lascia sfuggire nei confronti della sua committente una frase come «Sei carina, aspetta che ti faccio una foto». E lei sembra che si schernisca: «Ma dai, ma no, ma dai». Poi lo asseconda con l’aria di chi sta concedendo un favore. Lui scatta la foto e lei subito domanda: «Mi fai vedere com’è venuta?»

È qui che il cucciolo di fotomarito viene traghettato sull’Acheronte.

In un attimo la fanciulla rivela la propria natura di committente. Prima suggerisce, poi chiede, infine ordina: «Potresti farmene ancora una. Aspetta che mi metto in posa. Me la fai anche di tre quarti? Che non si veda che ho i rotolini, eh. Taglia le ginocchia. No, taglia le ginocchia ma lascia i piedi che voglio che si vedano le scarpe» e lui, tenerello, segue le indicazioni per ottenere quello che pensa sarà uno ricordo fotografico a uso interno della coppia.

Illuso.

Non esistono più foto per uso amoroso privato: sono tutte destinate ai social.

Già nel corso della Fase 1, il fotomarito apprende che 52 è il numero minimo di scatti identici da rendere disponibili alla committente affinché ella possa riuscire a trovare tra essi una (1) foto buona, ovvero una foto in cui riconosce tutte le sue migliori caratteristiche e le percepisce ben valorizzate.

Fase 2 – Il fotomarito che non si applica. Finita la fase della spontaneità, il fotomarito capisce che per sopravvivere alla vita di coppia dovrà eseguire le istruzioni fotografiche della committente, ma le esegue senza impegno.

E i risultati si vedono.

Lei li vede: nelle foto ha gli occhi chiusi, la bocca aperta in modo sgraziato, non ha finito di sistemarsi i capelli e del suo braccio destro resta solo una sfumatura tipo quella delle pale dell’elicottero in movimento. Inoltre, la linea dell’orizzonte è storta e richiederà alla committente un grande lavoro di post-produzione dello scatto. Come se non bastasse, il fotomarito non si è curato dello sfondo e ora il ritratto per il quale la committente ha messo un impegno paragonabile solo a quello di un plank da tre ore include passanti; bidoni dell’immondizia; cani che si ingroppano; passanti brutti che si ingroppano; e, insostenibile!, altre committenti che a qualche metro di distanza si stanno sottoponendo a uno shooting coi propri fotomariti – succede spesso, nei luoghi alternativi e un po’ particolari che tanto piacciono alle committenti come, ad esempio, la Torre di Pisa, Piazza San Marco, l’East Market di Milano.

In questa seconda fase il fotomarito tenta spesso di simulare mal di testa, paralisi alle dita, cecità. Quando la committente gli chiede un certificato medico, si arrende: servo della gleba e non particolarmente astuto, sa che se vuole restare in carica come partner deve applicarsi come fotomarito.

É ora che il fotomarito può cambiare la sua vita.

É questo il momento in cui il fotomarito può capire che a guidarlo dev’essere un’etica del sacrificio: deve imparare a immolarsi per il bene supremo, cioè la soddisfazione della committente nei confronti della propria fotogenicità, cui consegue la soddisfazione per i like ricevuti su Instagram da amiche (laddove per amiche intendiamo competitor dette anche ‘brutte zoccole’) e amici (laddove per amici intendiamo ex fidanzati che devono vedere bene che cosa si sono persi, i bastardi).

Fase 3 – Il fotomarito da trasferta. Ora che ha cambiato prospettiva, ora che ha ben chiaro in mente quale sia il bene supremo, il fotomarito diventa da trasferta: partecipa senza opporre alcuna resistenza ai viaggi scelti dalla committente per l’instagrammabilità dei luoghi, laddove per instagrammabilità intendiamo il fatto che ci sono già state tutte le influencer medio-piccole (ma non ancora le sue competitor) e la committente vuole la loro stessa foto acchiappalike, scattata nello stesso identico punto, nella stessa posa precisa a cui applicare lo stesso identico filtro.

Il fotomarito non ha alcun potere sul programma delle giornate di viaggio, che segue il ciclo della luce solare: ci sono appuntamenti fissi da rispettare all’alba e al tramonto, quando Piazza San Marco o lo scoglio su cui la committente desidera spalmarsi sono nella luce giusta; quando la marea ha l’altezza esatta; quando la golden hour spiana il viso e uniforma la tinta dell’incarnato, meritando così di dover essere ottimizzata in almeno cinque location e nove outfit diversi nelle consuete 76 pose naturali, per un totale di 5x9x76x52 scatti (fate voi il calcolo, questo non è un blog di algebra commutativa).

Fase 4 – Il fotomarito da tavola. Un buon fotomarito da trasferta è anche un buon fotomarito da tavola. Come i leoni del circo, viene nutrito con tranci di carne cruda lanciati direttamente nella sua gabbia prima dello show. Lo show, nello specifico, è la cena, durante la quale il fotomarito può ordinare ciò che vuole ma sa che potrà mangiare solo quando tutto ormai si sarà raffreddato. Perché il suo compito è ritrarre la sua committente mentre sorride collocando le tette sopra la pizza in favore di fotocamera; mentre prende una forchettata di spaghetti e li fa scendere a cascata dal massimo dell’estensione del suo braccio dentro la bocca spalancata verso l’alto. Il fotomarito, dopo una certa esperienza, apprezza moltissimo la carne cruda che gli viene lanciata nella gabbia prima di uscire, e a cena ormai non ordina più niente. Nelle serate migliori, può mangiare quello che la committente ha avanzato dallo shooting. E che non ha più voglia di sbocconcellare perché ormai freddo.

Fase 5 – Il fotomarito rettile anfibio. Il fotomarito giunto alle fasi più avanzate sa che a cena gli conviene stare leggero anche perché poco dopo dovrà letteralmente strisciare ai piedi della sua committente per esigenze artistiche. «Inquadrami le gambe dal basso che si noti il muscolo del polpaccio che mi sono fatta quest’anno in palestra», chiede. «Sdraiati a pancia in giù per ottenere una prospettiva migliore. Anzi, sdraiati a testa in giù sul declivio della battigia, a un centimetro dall’infrangersi delle onde, mentre io entro in acqua fino a metà coscia e poi spingo il culo all’indietro che in questo modo dovrebbe stagliarsi verso il cielo come il cupolone e tra le mie gambe, nel pezzettino rimasto tra l’acqua e lo slip, si inserisce perfettamente la luna. Scattamela bene che sembri una posa spontanea tipo scatto rubato che hai fatto a mia insaputa.»

Fase 6 – Il fotomarito acrobatico. Al giorno d’oggi, le inquadrature dei droni ancora non riescono a soddisfare a pieno la committente: il fotomarito deve essere pronto a intervenire anche nelle condizioni artistiche più estreme. Atleticamente preparato, egli deve essere in grado di arrampicarsi su falesie coperte di muschio con una sola mano (nell’altra tiene la fotocamera), a tenersi appeso con le sole gambe al parapetto di una barca mentre si sporge per immortalare la committente galleggiante su un materassino a forma di unicorno dei colori dell’arcobaleno, a immergersi per immortalare lo stesso materassino da dieci metri di profondità, a guadare uno stagno infestato di coccodrilli e sanguisughe per ottenere la giusta luce che efatizzi il fango schizzato ad arte sul gluteo della sua committente.

Gli incidenti, in questo sport estremo che è il fotomaritismo, sono assai frequenti. E portano alla fotovedovanza della committente. Che può essere consolata solo da un nuovo fotomarito.

Il consiglio che generalmente si dà alle fotovedove è quello di puntare sulle generazioni di maschi più giovani. Fin da bambini, mentre al mare avrebbero solo voluto costruire castelli di sabbia, le loro madri li hanno istruiti e vessati per farsi fotografare in pose sexy sotto l’ombrellone. Sono quindi adusi a quell’etica del sacrificio di cui sopra: hanno imparato a immolarsi per il bene supremo, cioè la soddisfazione della madre committente nei confronti della propria fotogenicità, cui consegue la soddisfazione per i like ricevuti su Instagram da amici (laddove per amici intendiamo l’ex marito che deve vedere bene che cosa si è perso, il bastardo) e amiche (laddove per amiche intendiamo le brutte zoccole che si tromba ora l’ex marito).

I maschi delle generazioni più giovani, in effetti, fotomariti nascono già: non devono diventarlo.

Qui il podcast della puntata della trasmissione Wi-Fi Area di Radio Popolare in cui si parla di fotomariti.