Previsioni sul futuro dei tuoi compagni di classe basate sulla vostra recita di terza elementare

Previsioni sul futuro dei tuoi compagni di classe basate sulla vostra recita di terza elementare

Hai frequentato le elementari nella periferia di Genova. La tua maestra era contraria agli spettacolini e, in cinque anni, la tua classe ha messo in scena una sola recita. Non sapevi quanto sarebbe stata importante: quando hai ritrovato la videocassetta, hai scoperto che da quella recita di terza elementare era possibile prevedere il futuro di tutti i tuoi compagni di classe. E il tuo.

VANESSA
Buona parte della recita è dedicata agli alberi. Vanessa interpreta la betulla e dice “Nell’antichità, al tempo dei romani, con il mio legno si facevano le bacchette degli educatori. Betulla deriva infatti dal latino battere.” Nella sua vivace postadolescenza diventerà una dominatrice molto apprezzata nel Basso Piemonte. Lascerà tutto per amore una decina di volte giurando a ogni partenza “Questa volta è diverso.” Quando si convincerà di non avere più bisogno di relazionarsi con gli uomini, si trasferirà definitivamente in campagna, nei pressi dell’outlet di Serravalle, e lavorerà come maestra in un nido. Diventerà una fanatica di Dan Brown, Ken Follett e James Patterson. Andrà in vacanza in Egitto due volte l’anno, e lo saprai perché sui social si mostrerà in costume in centinaia di foto #nofilter con la linea dell’orizzonte storta. Il suo capolavoro sarà però un selfie scattato dal balcone della casa d’infanzia il 28 giugno 2019: farà gli occhi dolci mentre, alle sue spalle, i resti del ponte Morandi crolleranno in una nuvola di polvere. Riderà rumorosamente per Le più belle frasi di Osho; la sua preferita sarà la foto di un gruppo di capi di Stato in cui Putin dice “Certo che alle cene di Berlusconi c’era molta più figa”.

FLORIANA
Nella vhs entra in scena ogni tanto, commentando le battute di altri bambini con esclamazioni come “Che luogo benedetto!”, riferito alla casa, e “Creature del Signore, tutto danno quel che hanno!”, riferito agli alberi da frutto. A un certo punto interpreta l’ulivo. Per anni ti inviterà a partecipare alle attività dell’Azione Cattolica Ragazzi e ai raduni di preghiera della parrocchia: inventerai scuse per non accettare. Studierà Lingue e Letterature Straniere e sarà l’unica studentessa a rientrare a casa dall’Erasmus quasi tutti i fine settimana: la sua destinazione sarà Nizza. Troverà l’amore durante una veglia pasquale internazionale e, dopo un lunghissimo fidanzamento a distanza, si unirà biblicamente a lui la prima notte di nozze, a trentasei anni.

EDOARDO
A scuola ti sembrava il più divertente della classe, eppure nel video della recita appare come un bimbetto insicuro e con la scoliosi, lo sguardo basso e diversi tic nervosi: a quanto pare, ti sono sempre piaciuti i disadattati. Recita: “Autunno / vanno col vento grandi foglie gialle / vanno nel sole rondini nere.” Ti aggiungerà su Facebook nel 2009 ma non vi scriverete mai: vedrai le foto del suo matrimonio e assisterai alla nascita della sua prima figlia, Rachele. Apporrai i tuoi like a entrambi gli eventi. Rimuoverai Edoardo dai contatti dopo il secondo video dai contenuti più neri delle rondini e dopo il terzo post inneggiante Mussolini. Ti perderai così altre decine di busti e citazioni del Duce, oltre al veemente attacco contro i comunisti scritto dopo aver ricevuto una recensione negativa la prima volta in cui ha usato Airbnb senza sapere che le condizioni in cui avrebbe lasciato l’appartamento al mare sarebbero state oggetto di giudizio.

GAIA
Nella recita apre la carrellata di poesie dedicate ai nonni con un modo di fare da vera paracula: “La nonna è come un albero d’argento”, attacca, ispiratissima. Abiterà nelle case popolari sopra la scuola ancora per poco: presto sua madre pianterà quello sbandato di suo padre per sposare un vedovo della riviera di levante, e Gaia scoprirà le gioie del benessere. Le piaceranno, e le manterrà grazie alle nonne, alberi d’argento, che le lasceranno in eredità quattrini e immobili. Non si fiderà mai delle diavolerie moderne come le carte di credito e i pagamenti elettronici: per andare in vacanza si procurerà sempre una busta di contanti che terrà nel bagaglio a mano. Questa abitudine la renderà ossessionata dagli scippatori: stringerà la borsa al petto e il trolley alle gambe ogni volta che in strada le sembrerà di incrociare un individuo sospetto. Metterà spesso like alle frasi di Osho condivise da Vanessa sui social e voterà Lega fin da inizio millennio spiegando “Non sono razzista ma qui non c’è posto per tutti”.

ALESSANDRO
Nel video si distingue dagli altri bambini più per il suo aspetto che per quello che dice: ha un vistoso morso di cane che gli segna il mento e porta un paio di occhiali scotchati che gli ingigantiscono lo sguardo. Con una certa crudeltà, la maestra ha spezzettato tra diversi alunni la poesiola Quel che possiede un bimbo e a lui ha assegnato i versi “Due occhioni spalancati / per tutto investigare”. Le innovazioni dell’oculistica e l’avvento dell’estetica hipster gli consentiranno di togliere gli occhiali e di coprire la cicatrice con una barba ben curata. Andrà in palestra e diventerà muscoloso. Dai suoi tatuaggi si intuirà che per lui esistono solo due fedi: quella nella Samp e quella in Vasco. Quando guarderà tutti i video di Montemagno su YouTube sentirà di essere vicino al senso della vita. Sposerà Gaia, cui spesso a cena illustrerà i precetti di Montemagno, e avranno un figlio cui faranno indossare tutine con la scritta Che fatica la vita da bomber. Riterrai questa unione tra compagni delle elementari inquietante come un incesto tra duchi di Sassonia emofiliaci.

DARYA
Nella recita dice “La mia casetta ha due finestre sole / ma fiorite che sembrano giardini. Ci sono garofani e viole / e un po’ di maggiorana e rosmarino”. Aveva i capelli più belli della classe, adoravi farle le trecce ma vi perderete di vista quando si trasferirà dal padre, in Iran, per qualche anno. La ritroverai all’esame per la patente, dove verrà bocciata per aver sbagliato tutte le risposte sui farmaci contro il mal d’auto. Farà la modella per un po’, poi troverà lavoro come segretaria in uno studio di commercialisti a gestione famigliare. Quello che lei chiamerà “il mio principale” sarà abituato a pranzare a casa e la obbligherà a una pausa fuori dall’ufficio dalle 12.30 alle 15.30 durante la quale Darya non farà in tempo a rientrare a casa, sulle alture di Genova, e allevierà la sua noia da Flying Tiger, che fa orario continuato e permette di adornare le cucine in stile shabby con carabattole tra cui vasetti colorati per garofani e viole, maggiorana e rosmarino. Attorno ai quarant’anni, il marito dirà che con un solo stipendio ce la fanno. Darya diventerà casalinga: i primi tempi sentirà la mancanza di Tiger, poi si consolerà nell’emporio cinese della sua zona e si dedicherà a tempo pieno alla condivisione online di annunci di cani in cerca di adozione: “Fate girare! É un attimo e non costa nulla!!”. I suoi capelli resteranno sempre splendidi.

ILEANA
Ileana e Fulvio erano i due testimoni di Geova della classe: a scuola non partecipavano ai compleanni, nelle ore di Religione stavano fuori dall’aula, non facevano lavoretti a tema per le feste comandate. Per rispetto nei loro confronti la recita, che si svolge nel dicembre del 1990, non ha alcun riferimento al Natale.

“Che cosa accade? / Passa il vento per le strade / passa il vento / freddo, forte / porta via le foglie morte”, recita Ileana. Da grande non farà proselitismo di citofono in citofono: lo farà in modo più profittevole, tenendo corsi di formazione in tutta Italia. Dopo un gavetta da estetista esperta di cellule morte, farà carriera e la sua azienda farà addirittura stampare dei cartelloni con la sua foto: sotto il sorriso sexy e affidabile, la scritta in fucsia “Ileana, official trainer Italia laminazione ciglia”.

FULVIO
Fulvio nel video annuncia la sua poesia come “Primo autunno, di Boris Pasternak”. In realtà la poesia è di Fedor Tjutcev, e non è nemmeno completa. Questo errore segnerà la sua vita: su Facebook non pubblicherà mai un aforisma attribuendolo al suo vero autore, e anche con le scritture farà sempre una grande confusione nelle domeniche in cui accompagnerà il fratello a conquistare nuovi fedeli. Per un periodo, su Foursquare crederà di essere sindaco di casa sua; resterà deluso quando scoprirà di aver sbagliato a inserire il numero civico.

BIANCA
Era carina, e in classe piangeva sempre. Durante la recita strappa il cuore al pubblico pigolando i versi di Trilussa “Ma dove ve ne andate / povere foglie gialle / come tante farfalle spensierate? / Venite da lontano o da vicino? / Da un bosco o da un giardino? / E non sentite la malinconia / del vento stesso che vi porta via?”. A vent’anni farà la barista e alla domanda “Come stai?” risponderà a tutti “Convivo” con ammirevole entusiasmo. A trent’anni aprirà un locale tutto suo nei vicoli e alla domanda “Come stai?” risponderà con accurati aggiornamenti sul divorzio in corso. Poco più tardi finirà in televisione, intervistata da tutti i tg regionali per aver assistito a un’aggressione nei caruggi, e a lungo avrà paura di ritorsioni.

MARCO
Durante la recita non si rivolge al pubblico: si rivolge solo a sua madre, seduta in prima fila, che lo applaude a ogni sillaba e gli grida “Bravo!” alla fine di ogni poesia, e “Bravissimo!” dopo i versi “Tornerò dalla mamma / che mi racconta le storie / guardandomi negli occhi”. Dall’Erasmus porterà a casa una tesi sulla politica economica della Spagna dopo l’introduzione dell’euro e la più bella asturiana che si sia mai vista in Italia dopo Natalia Estrada. Lo reincontrerai quando ti deciderai a informati per una pensione integrativa: farà l’assicuratore, sarà calvo, avrà sposato una genovese perché nessuna spagnola può resistere a lungo nello stesso condominio in cui vive la suocera. Il crollo del ponte Morandi avrà come diretta conseguenza sulla sua vita il raddoppio dei tempi di percorrenza del tragitto casa/ufficio. Nei fine settimana farà immersioni subacquee e escursioni speleologiche: due passioni accomunate dalla caratteristica di rendere il suo telefono irraggiungibile per sua madre.

VALENTINA
Era stata scelta dalla maestra come presentatrice per la sua verve e la sua civetteria. Si diverte moltissimo quando, interpretando la pioggia, saltella su “Per camminare sui tetti / mi metto gli zoccoletti”. Peccato che per tutta la recita debba combattere contro il cerchietto imbottito rosa che le scivola sulla fronte. Per anni sarà molto fiera del suo status su MSN Messenger: “La moda passa, lo stile resta”. Durante l’università si sentirà l’erede di Audrey Hepburn, e quando caricherà le foto dei suoi outfit nella sezione Street Style di Style.it riceverà molti complimenti. Con gli anni perderà la verve e si recherà più spesso da Decathlon che da Chanel, ma continuerà a portare il cerchietto. Ogni volta che si incazzerà, del nemico di turno dirà con tono acido “Bisognerebbe fargli arrivare una letterina dell’avvocato”, ma non avrà nessun avvocato cui commissionare letterine. Adorerà i ristoranti giapponesi all-you-can-eat, l’app che le ricorda di bere acqua ogni ora e le promozioni di Sephora. Avrà solo foto profilo di coppia e un giorno scriverà su Instagram che la colonna sonora della sua vita sono i Modà.

GABRIELE
I tuoi genitori lo chiamavano ‘il figlio del pittore’ perché era effettivamente il figlio di un pittore. La caratteristica doveva sembrare rilevante anche alla maestra che aveva scelto di fargli recitare “Scriverò con un solo colore / tutto rosso / Studierò a più non posso” suggerendogli di fare il gesto di una grande pennellata con la mano. Frequenterete insieme anche le scuole medie, sarete entrambi i cocchini della prof di Arte e quando lui si iscriverà al liceo artistico sarai un po’ invidiosa del suo coraggio. Durante gli studi migliorerà la vostra periferia con le sue opere da writer nei sottopassaggi, e dopo l’accademia vivacchierà come grafico, videomaker e fotografo. Nel 2007 parteciperà al V-Day di Grillo e nel 2008 acquisterà la biowashball. Poco dopo si imbarcherà su una nave da crociera per girare i filmini a pagamento dei vacanzieri che l’aria di mare rende euforici e spendaccioni. Poi si stuferà, e i turisti deciderà di abbindolarli in proprio: aprirà uno studio da ritrattista a Lanzarote, guadagnerà moltissimo grazie alle coppie di promessi sposi. Non voterà mai più.

TU
E poi ci sei tu, a cui la maestra aveva assegnato il ruolo del salice piangente e che a un certo punto interpreti con inspiegabile afflato la scheda tecnica del tuo albero: “Vivo soprattutto nei giardini, la mia chioma è ricadente verso il basso. Per conservare le sostanze alimentari si usa un acido estratto dalla mia corteccia, si chiama acido salicilico”. Passati i trentacinque anni parlerai solo dei tuoi gatti, userai i loro nomi come password e ti sentirai un drago della sicurezza informatica quando alternerai maiuscole e minuscole per renderle più sicure. Inizierai a considerare l’idea di farti le punturine per attenuare le rughe nasolabiali che rendono le tue guance ricadenti verso il basso, finché un giorno troverai la vhs di una tua recita scolastica e scoprirai che quelle rughe le avevi già in terza elementare. Ti scorderai della medicina estetica e scriverai un post idiota sul tuo vecchio blog. Tenterai di arricchirlo con qualche disegnetto, ma alla fine opterai per uno screenshot pixellato del video della recita: in effetti, se avessi scelto il liceo artistico non avresti avuto un grande successo.

Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

nokia-3310La mia misantropia iniziò a manifestarsi ai tempi dell’università, quando mi trovai costretta a innumerevoli coabitazioni forzate. Provavo gioia solo quando le coinquiline estraevano il trolley da sotto il letto, lo riempivano degli abitucci acrilici di cui dispone ogni fuorisede e si mettevano in viaggio per fare rientro nella loro terra natia. Significava non avere rotture di coglioni per qualche giorno e avere la casa tutta per me.

La solitudine mi consentiva di mettere in atto comportamenti stigmatizzati dalla società civile degli anni Zero come girare per casa indossando solo mutande a cuoricini rosa, mangiare patatine alla paprika sdraiata sul letto tenendo le gambe all’insù contro il muro e la tv accesa su C.S.I., e non lavare i piatti fino all’esaurimento delle stoviglie disponibili, ché in fondo mangiare i fusilli col tonno direttamente dallo scolapasta non era mai rientrato tra i comportamenti alimentari apertamente sconsigliati dalla letteratura medica.

Una sera d’inizio estate fui così felice della mia solitudine domestica che prima di addormentarmi dimenticai di riaccendere la suoneria del mio telefono, un vecchio Nokia la cui attività consisteva nel recapitarmi gli sms e gli squilli di corteggiamento in voga all’epoca e che fungeva anche da sveglia.

Una distrazione che potrebbe sembrare di poco conto, per un’universitaria priva di reali incombenze. L’evento acquisisce rilevanza solo con una conoscenza approfondita delle dinamiche del mio nucleo famigliare, tutte basate sulla sfiducia nei miei confronti come essere umano adulto e in grado di svegliarsi in autonomia prima dell’ora di pranzo. Tanto scetticismo aveva portato i miei genitori a prendere la pessima abitudine di telefonarmi ogni mattina prima che entrassi in aula per sincerarsi che fossi in piedi e, con l’occasione, che fossi ancora viva.

«Non sappiamo se ci saremo» è la risposta tradizionale che la mia famiglia, soprattutto il suo ramo materno, ha sempre usato per rispondere a qualsiasi domanda riguardante il futuro. Se i parenti paterni ci invitano a pranzo a Natale, mia madre risponde: «Non sappiamo se a Natale ci saremo». Se quando ero piccola qualcuno ci chiedeva che cosa avremmo fatto l’estate successiva, mia nonna rispondeva «Non sappiamo se l’estate prossima ci saremo».

Quel ci non si riferisce alla città di Genova o a un altro luogo specifico, e il dubbio sul poter partecipare a un dato evento non è dato dalla sua concomitanza con un impegno già fissato o con un viaggio già organizzato. Quel ci, a casa mia, significa a questo mondo. Il grande tema della transitorietà dell’esistenza terrena nella nostra famiglia non è relegato nella mera speculazione religiosa o filosofica: è un concetto così radicato da essere vissuto come un concreto intralcio allo svolgimento delle attività quotidiane. Il fatto che mia nonna, a un certo punto, sia davvero finita all’altro mondo non ha potuto che contribuire a sostenere la validità di questa scuola di pensiero presso i parenti superstiti.

Proprio perché la morte in casa nostra è percepita come pronta a calare la sua scure in qualsiasi momento, la sventurata mattina di quindici anni fa in cui la suoneria del mio telefono rimase spenta e nessun rumore esterno né alcuno stimolo urinario mi condussero a aprire gli occhi di primo mattino, la morte fu anche la prima e più plausibile ragione che la mia famiglia considerò come causa delle mie mancate risposte alle loro telefonate: centottantasette, per la precisione, come scoprii quando mi svegliai con qualche ora di ritardo e presi in mano il telefonino.

«Ho chiamato i pompieri e l’ambulanza, stanno arrivando, pensavamo ti avesse uccisa il gas della caldaia» spiegò mia madre al telefono con la voce rotta dalle lacrime. Non fece in tempo a essere mandata affanculo che già i soccorritori stavano suonando il mio campanello.

«Mi dispiace: la mia famiglia, la transitorietà dell’esistenza terrena…» tentai di giustificarmi mentre quelli riponevano la barella, più inorriditi dalle mie mutande a cuoricini rosa che spazientiti dal falso allarme.

Tenni il muso ai miei per un po’, minacciai di farmi sentire al massimo una volta la settimana come un adulto medio, e in questa mia battaglia cercai il sostegno della mia amica Carlotta.

«I miei non mi cagano mai, non si accorgerebbero della mia scomparsa neanche dopo mesi» pigolava lei, facendo frequenti riferimenti ai cani alsaziani di Bridget Jones e non dissimulando una certa invidia per le attenzioni che ricevevo da casa.

Il fenomeno della suoneria disattivata e della valanga degli psicodrammi si ripeté molti anni più tardi, quando avevo già scollinato la trentina, abitavo da sola e avevo appena iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio fidanzato e che qui, per ragioni di privacy e per non ledere alla sua immagine, sarà indicato come Crocchino. Ancora, mia madre non aveva fiducia nelle mie capacità di svegliarmi in tempo per recarmi al lavoro e, ancora, non aveva perso l’abitudine di telefonarmi la mattina per sincerarsi che fossi in piedi.

«Sono sveglia» le scrivevo a volte, quando aprivo gli occhi, via sms.

«Ok ma ti sei anche alzata?» mi incalzava, sempre via sms, consapevole del rischio che quel pollo che conosceva tanto bene riprendesse a dormire dopo averle scritto un messaggio troppo conciso.

Prima di decidere se coinvolgere nel mio salvataggio dal probabile malfunzionamento di una caldaia financo la Capitaneria di Porto della Lombardia e il Soccorso Alpino di Milano Zona 4, mia madre ebbe la brillante idea di chiamare Crocchino, che la aveva incontrata un paio di volte ma che ancora ignorava quanto in famiglia siamo a nostro agio coi concetti di morte e paranoia, e che era ancora incapace di credere che un essere umano potesse dormire per così tante ore e così profondamente come io gli avrei dato modo di scoprire in seguito.

Crocchino, che un lavoro vero di quelli che impediscono di fare cazzate e prendere iniziative balorde almeno per otto ore al giorno non lo aveva mai avuto, decise di dare immediato seguito agli ordini della suocera di recente acquisizione: saltò in macchina e corse verso casa mia per svegliarmi o salvarmi.

Così come era accaduto tanti anni prima, a un certo punto della mattina mi svegliai spontaneamente, guardai il telefono e trovai novantaquattro chiamate non risposte: compresi la gravità della tragedia in corso ma mi rallegrai per i progressi dei miei famigliari. E, proprio come era accaduto tanti anni prima, parlai con mia madre pochi istanti prima che il mio citofono suonasse:

«Questa volta non mi ero preoccupata davvero, avevo capito che potessi aver dimenticato la suoneria spenta» disse la vecchia stronza. Che aggiunse: «Ho sentito Crocchino che si è proposto di passare a dare un’occhiata».

Al suono del citofono aprii con un gesto meccanico il portone e anche la porta d’ingresso, poi strisciai verso il bagno perché comunque anche le persone speciali come me hanno esigenze fisiologiche, a un certo punto, oltre le dodici-quattordici ore di sonno.

«Sono sul ballatoio, la porta di casa è aperta. Significa che potrebbe essere entrato qualcuno e averla uccisa? Che cosa faccio se la trovo in una pozza di sangue? Resti in linea con me? Ti prego. Ho paura» stava blaterando Crocchino quando lo trovai, terrorizzato, accucciato fuori dalla mia porta, al telefono con Carlotta.

«Ma tu davvero vuoi continuare a frequentare questo cretino?» mi avrebbe domandato più volte Carlotta, nei mesi successivi. Sì, lo volevo.

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.