9 grafici che solo chi è cresciuto con gli 883 potrà apprezzare

Macchianera Italian Awards 2014: Nomination

 

Ero ammalata, senza computer e senza wifi. Ero in una situazione disperata, finché non mi sono imbattuta in 21 Charts Only Morrisey Fans Will Find Funny: ho riso per ore e ho deciso di emulare quei grafici in riferimento ai primi quattro album degli 883 (i migliori, ovviamente, e non solo perché io andavo ancora alle medie). L’ho fatti col solo ausilio di carta a quadretti, matite colorate e iPhone – scusate se son bruttarelli.

1. Sei un mito sui social network 

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2. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato mollato

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3. Asse cartesiano di S’inkazza

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4. Diagramma a torta relativo alla percezione della città in Con un deca

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5. Ricostruzione delle attività commerciali della città in cui si muovono gli 883

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6. Analisi S.W.O.T. di Rotta per casa di Dio

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7. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato rifiutato

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8. Attitudini degli abitanti della città di Tieni il tempo

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9. Assegnazione delle caratteristiche principali di pappagalli e avvoltoi

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Abbattetemi.

P. S. Quanto gli 883 hanno influenzato la mia vita? Tantissimo.

Nel cabaret a volte si mente. Per esempio: una volta ho detto che da giovane avevo una tuta dell’Adidas tarocca. Ma non è vero, era originale.*

So che a vedermi qui, così abbronzata, magra, figa, ben vestita e ancor meglio truccata vi sembrerà incredibile, ma dovete sapere che ai tempi della scuola non ero esattamente la reginetta della classe.

So che faticate a crederci.

Indossavo una di quelle tute in acetato tanto di moda all’epoca, nera e arancione, tipo Adidas ma tarocca, con la felpa troppo grande e i pantaloni troppo corti che mi avevano permesso di ottenere il titolo C’hai l’Acqua in Casa assegnato dai tamarri dell’istituto ogni volta che passavo nel corridoio.

Avevo un apparecchio ai denti su cui amavo raccogliere incrostazioni di cibo, l’alito al costante sentore di Estathé e occhiali tondi con la montatura verde muffa.

Portavo i capelli lunghi fino al culo, pettinati con una bella riga in mezzo che mi aveva permesso di vincere anche un altro titolo, quello di Maria Maddalena Languida assegnato sul pullman della scuola.

E non dimentichiamo i brufoli, i punti neri e il folto monociglio che incorniciava il mio sguardo – simile a quello che sfoggia oggi la piccola Lourdes Maria Ciccone ma leggermente meno evocativo di fantasie porno categoria Mother & Daughter.

Diciamo pure che ero un po’ sfigata, per i canoni estetici dei crudeli anni Novanta, in cui imperavano modelli come Brenda Walsh e Kelly Taylor di Beverly Hills 90210. Guardando quel telefilm, potevo al massimo identificarmi con Andrea, la secchiona insicura e occhialuta che a differenza delle altre teneva l’ombelico sempre ben coperto, probabilmente perché oltre ad essere sfigata era pure chiatta.

L’identificazione svaniva nel momento in cui anche lei, a un certo punto del telefilm, riusciva a limonare. Io no.

Avevo 12 anni. Era il 1994. La mia bocca avrebbe provato la bavosa lumacosità di due lingue adolescenti che si annodano soltanto molti anni più tardi.

Era l’estate del 1994, ad essere precisi, quando le mie amichette – le stesse che mi avevano insegnato il significato del verbo limonare e mi avevano saggiamente suggerito di esercitarmi sulla mano piuttosto che su un poster di Brandon – mi registrarono la prima musicassetta.

Spiego di che cosa sto parlando ai maledetti hipster ventenni in sala.

Tanti anni fa, la musica si poteva ascoltare su vinile o su musicassetta. A meno che non li abbiate interpretati come disegni astratti caratterizzati da un curioso geometrismo riconducibile alle avanguardie russe del primo Novecento che avete visto una volta su una slide allo IED, vinili e musicassette si trovano spesso stampati sulle vostre t-shirt e sui numerosi gadget di cui amate circondarvi, miei cari pischellini con gli occhiali troppo grandi e i pantaloni troppo stretti.

Le musicassette avevano dentro un nastro che in caso di necessità si poteva riavvolgere con una matita. Riavvolgere il nastro con una penna era noioso e faceva venire male alle dita. Ma lo facevamo, perché noi non eravamo degli smidollati e amavamo la musica e per lei eravamo pronti a fare sacrifici tipo consumarci le dita.

Le musicassette si potevano ascoltare nello stereo oppure nello ‘walkman’, parola desueta che unisce in sé i concetti di ‘camminare’ e ‘uomo’ per indicare che da quel momento in poi gli esseri umani avrebbero potuto ascoltare la musica senza essere costretti a rimanere in prossimità di uno stereo e pur compiendo altre faccende, come camminare, appunto, grazie a un dispositivo portatile collegato con un cavo a una cuffia. Gli mp3, gli iPod, eMule, Torrent, gli smartphone e quel cazzo di Spotify sarebbero arrivati molto più tardi, miei cari giovinastri che non avete mai sprecato un solo minuto della vostra inutile vita per riavvolgere una cassetta.

Le cassette servivano anche per rimorchiare, ma ora non mi sembra il caso di perdere tempo a spiegarlo a voi che, al limite, cercate di irretire le vostre prede postando su Facebook una canzone presa da Youtube, poi cercando di farvi notare a colpi di stelline su Twitter e infine tentando di rendervi appetibili scegliendo per Whatsapp fotoprofilo ottenute trequartizzandovi per autoscatti presi dall’alto e poi spianati col filtro Amaro di Instagram.

(Se funziona, fatemi sapere).

Dicevamo. Era l’estate del 1994 e sulle canzoni contenute in quella cassetta plasmai i miei primi desideri erotici e soprattutto l’immagine della donna che sarei diventata: come avrei dovuto essere, che cosa non avrei dovuto dire, come avrei dovuto comportarmi nell’ancora irraggiungibile universo delle relazioni con l’altro sesso.

Era una cassetta degli 883.

E questo parzialmente spiega perché dovetti attendere ancora anni e anni prima di riuscire a limonare.

La prima canzone era Sei un mito. La ricordate?

Tappetini nuovi Arbre Magique / deodorante appena preso che fa molto chic erano i primi due versi cui all’epoca non davo importanza ma che ora, ogni volta in cui ascolto questa canzone, mi provocavano uno shock olfattivo. Non riesco a immaginare un mix peggiore di quello tra l’odore di un deodorante per auto nuovo e l’odore di un ventenne pavese arrapato che si è cosparso di dopobarba a secchiate che si confondono nell’abitacolo di un’utilitaria di seconda mano. Probabilmente ereditata da nonno contadino. Sicuramente una Panda intrisa di letame.

 

Nella canzone i due vanno al bar – perché il pezzente Pezzali (nomen omen) non la porta nemmeno a cena, la tipa – ma all’epoca che cosa ne potevo sapere? Il sushi mi era ancora sconosciuto e mi sarei accontentata di un bar anche io, pur di limonare.

Quello su cui concentravo particolarmente la mia attenzione veniva nella strofa seguente, quando lei gli dice “Dai, vieni su da me che tanto non ci sono i miei” e lui si ferma a prendere una bottiglia perché / vuole festeggiare questa figata. Il mio problema di dodicenne di periferia era che i miei genitori la sera non si schiodavano mai da casa, in particolare il sabato, quando Rai2 trasmetteva eccellenti film tv di produzione tedesca.

In un sabato sera qualsiasi, come avrei fatto ad invitare a casa un ragazzo che mi avesse portata al bar? Nel dubbio, ogni volta che mi capitava di restare a casa da sola collaudavo ogni possibile location ove avrei potuto stappare la bottiglia portata in dono dal mio ospite. In camera mia, sul lettino, tra i peluche? O in camera dei miei senza alcun rispetto per il giaciglio che mi aveva generata? Meglio in salotto? Sul divano? Quel divano era abbastanza comodo per un amplesso? E soprattutto, come era previsto si svolgesse un amplesso? I tutorial dovevano ancora arrivare e Cioè non pubblicava mai fotoromanzi sufficientemente esplicativi.

Ero convinta che l’importante, una volta raggiunta la meta (cioè la bottoglia del mio ospite), sarebbe stato attenermi al comportamento che maggiormente entusiasmava il Pezzali come maschio: io e il mio ospite avremmo dovuto essere un ragazzo e una ragazza senza paranoie, non dirci “io ti amo” o “io ti sposerei”, avere solo la voglia di stare bene tra noi / anche se soltanto per una sera appena.

Ne ero convinta: sarebbe bastato darla via una volta sola senza rompere i coglioni e io sarei stata il mito del quartiere. O, almeno, della sala giochi Jollyblue dove il mio ospite al suo ritorno avrebbe raccontato quasi un porno.

Nella stessa cassetta c’era anche Non me la menare: dopo i primi ascolti compresi la necessità di inziare a interessarmi a temi cari ai maschi quali birre scure e moto da James Dean e di smetterla di credere a quelle stronzate /che si dicono nei film. Quest’ultimo verso per certi aspetti mi salvò la vita, aiutandomi di smettere di sperare che, come nei film Disney, al compimento del 16° anno di età mi sarei trasformata in una sirena, in una principessa o in una forma qualsiasi di figa pazzesca. L’altro verso, quello sulle birre scure, mi spinse verso una precoce forma d’alcolismo basata sulla Guinness, che comunque mi salvò da una ben più pericolosa dipendenza dall’Estathé.

Dalla canzone Lasciati toccare ricevetti invece dei preziosi consigli di stile. La canzone era chiara, mi servivano due cose:

–    vestito nero che mi avvolgesse stretto / tanto tanto stretto che si vedesse quasi tutto;

–    e un  condizionatore mi respirasse vicino / in modo che il freddo facesse apparire qualche cosa sul mio seno.

Una volta acquistato il vestitino nero (che tra l’altro aveva pure Brenda) e trovata la bocchetta del condizionatore sotto cui collocarmi, avrei solo dovuto fare come la donna tanto desiderata nella canzone: accarezzare la mia gonna con la mano.

In assenza di vestito e condizionatore, provai subito questa interessante gestualità con i pantaloni della tuta arancione in acetato: non capivo perché nessun ragazzo si avvicinasse conquistato da quel movimento sensuale – e ancora ignoravo quanto l’acetato potesse essere facilmente infiammabile a seguito di un numero eccessivo di sfregamenti.

La cassetta conteneva anche Te la tiri, opera forse sottovaluta del primissimo Pezzali. La canzone ritrae il prototipo della figa di legno della provincia italiana dell’epoca in cui è stata composta.

Una ragazza sveglia come me non poteva non coglierne l’importanza educativa: quella canzone conteneva tutto ciò che non avrei mai dovuto fare se avessi voluto avere un uomo.  Nell’ordine: niente trucco pesante, mai parlare di oroscopi, mai fingere di essere ubriaca, mai ballare in un modo che non c’entra niente e soprattutto mai, mai, mai arrapare la gente senza poi concedersi.

Ancora non lo sapevo, ma questo prezioso insegnamento, profondamente interiorizzato fin dall’adolescenza, mi ha consentito di smarcarmi ben presto dalla fitta schiera delle profumiere che affollano questo mondo.

È stata la luce che mi ha fatto capire che una promessa è una promessa.

È stata la voce che, nella seconda fase della mia giovinezza (quella senza tuta né apparecchio ai denti) mi ha ispirata a evadere qualsiasi – ma proprio qualsiasi – richiesta di accoppiamento ricevuta.

Del resto, gli unici tre modelli femminili teorizzati dal Pezzali nella sua poetica ed elencati in Rotta per casa di dio erano o fidanzata, o moglie, o troia. Considerato che le prime due erano delle cagacazzo cornute, voi al mio posto quale avreste scelto come modello ideale cui tendere?

Se sono cresciuta un po’ zoccola la colpa è di Pezzali.

* E naturalmente la verità è che sono sempre stata una ragazza di grande moralità.

Splinder ha chiuso, Radio Deejay ha festeggiato i 30 anni e il mondo non ha ancora capito l’importanza de “L’ultimo bicchiere” nella discografia nazionale

Come recitava la sua antica biografia su Spinder, Viola Scintilla è nata nel 1982, a un mese di distanza da Radio Deejay. Ieri, Splinder ha chiuso per sempre e Radio Deejay ha festeggiato i suoi trent’anni con un megaparty cui Viola Scintilla è stata invitata (come i VIP, ma col posto in gradinata). Capirete che tali eventi sembrano stati appositamente coordinati dal Fato per costringere Violetta a fare un bilancio sui suoi trent’anni e sull’influsso che i media hanno avuto sulla sua esistenza. Insomma, il Grande Bilancio che tutti voi lettori stavate aspettando con trepidazione. Ma che sarà oggetto di un post successivo.
Qui e adesso, carissimi, occorre occuparsi senza indugio di un tema ben più serio: l’esegesi de L’ultimo bicchere, la canzone che Max Pezzali (l’883 che cantava) e Nikki (una voce di Radio Deejay che un tempo aveva i capelli lunghi fino alle natiche) tentarono di portare in classifica a metà dei gloriosi anni Novanta. Nella realtà, riuscirono a portarla soltanto a Un Disco per l’Estate: ivi Pezzali vinse il premio come miglior autore e tale riconoscimento contribuisce ad avvalorare la tesi per cui L’ultimo bicchiere deve essere definita a pieno titolo come un capolavoro della poetica pezzaliana nonché come un impietoso e veritiero scorcio su alcuni giovani vissuti nel periodo in cui venne scritta.
L’urgenza di questo intervento è correlata a quanto accaduto nei giorni scorsi quando, in prospettiva della festa di Radio Deejay, Viola Scintilla ha spiegato ripetutamente ad amici e parenti che il suo metro di giudizio per il party sarebbe stata L’ultimo bicchiere: se Pezzali e Nikki la avessero cantata, il compleanno della radio si sarebbe potuto ritenere riuscito e Violetta si sarebbe considerata una fan soddisfatta. Ebbene, signori, ieri sera il pingue Max Pezzali e il calvo Nikki hanno cantato L’ultimo bicchiere, introdotti e poi cacciati da un Linus che ha più volte alluso allo scarso successo di questa canzone. Che sia rimasta incompresa per quasi un ventennio? Unica tra le migliaia di festeggianti a conoscerne i versi a memoria, Viola Scintilla è certa che L’ultimo bicchiere sia stata vittima di un momento di distrazione nazionale. E vuole finalmente dedicare a questo pezzo tutta l’attenzione che merita. Per chi non la conoscesse, spiacenti: fornirvi il file audio pare complicato.

Contestualizziamo il pezzo. Siamo negli anni Novanta, andavano di moda i discopub. Ve li ricordate, i discopub? La voce narrante è quella di un uomo, l’inconfondibile uomo della provincia pavese, tipico personaggio della narrativa pezzaliana. Come in Rotta per casa di dio, Come mai, Sei un mito e La regola dell’amico (canzone appartente a un periodo di poco successivo a quello qui trattato), il protagonista e voce narrante è uno sfigato. Ma se nelle altre canzoni dello stesso autore egli è solo mediamente sfigato, ne L’ultimo bicchiere il soggetto perde ogni qualsiasi dignità, si sputtana, va oltre. Così come questa perla della canzone italiana novecentesca va oltre ogni possibile categoria estetica. Leggiamone i versi.

Dentro al buio del locale
musica che è sempre uguale
Luci basse che mi danno un po’ fastidio
Quelle gambe un po’ intriganti
con le calze trasparenti
Qui si fanno tutte belle ma
chissà per chi?

Siamo al discopub. Il protagonista è lì, è solo ed è presumibilmente seduto nel tavolino nell’angolo che viene di solito assegnato agli uomini soli. Lui è lì, ma ci tiene subito a specificare che quello non è il suo ambiente: lo considera superficiale, irritante. È abituato ad altre atmosfere: le luci basse gli danno fastidio, la musica gli fa cagare. È uno sfigato, ma vuole fare lo snob.
Nonostante i millantati gusti di un certo livello, lui è lì, seduto da solo al tavolino nell’angolo del locale. Tutt’attorno, troie. Perché è così che questo io narrante vede le donne che lo circondano: indossano calze trasparenti (un dettaglio che catapulta vividamente l’ascoltatore contemporaneo nel pieno degli anni Novanta) e si sono fatte belle. Lui si chiede per chi, queste troie, si siano apparecchiate con tanta cura: per lui, no di certo. A lui, dicono solo di no. Be’, questo non lo canta ma lo lascia intuire già alla prima strofa: lui riceve solo due di picche (perché il due di picche è sempre in agguato, ma questa è un’altra esegesi).

Forse io dovrei andare
quasi l’ora di dormire
se mi guarda ancora un po’ mi sa che vado lì
Sì ma tanto cosa dico?
“Hai un ragazzo o un marito?
Studi o fai un lavoro interessante e unico?”

Io non voglio più sprecare una parola
perchè il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

Abbiamo lasciato il nostro protagonista solo al discopub: ma non è il suo ambiente. Lui preferirebbe persino essere a casa a dormire, pur di non essere in un posto così volgare. No, davvero, quasi lo giura: lui non è lì per le ragazze. Però una di queste intriganti meretrici del discopub, quelle che si sono apparecchiate per darla a chissà chi, lo fissa. Lui è convinto che lei lo stia provocando con lo sguardo. E se la poverina fosse semplicemente strabica? L’io narrante non ha l’umiltà sufficente per domandarselo. E si chiede, invece, se raccogliere la sfida di quella provocatrice, se alzarsi e andare lì da lei. Be’, potrebbe farlo. Ma poi, che cosa potrebbe dirle? E qui l’analisi del testo pezzaliano si apre a due possibili interpretazioni: tra la seconda e la terza strofa, l’io narrante sta elencando con sarcasmo una serie di orride banalità che vengono frequentemente utilizzate per avviare pratiche di rimorchio uomo/donna nei locali pubblici o l’io narrante sta sciorinando le quattro cazzate che è solito proferire per tentare di attaccare bottone col sesso opposto e attraverso le quali ottiene (giustamente) valanghe di due di picche? Da quasi vent’anni, su questo punto gli esegeti si spaccano in due fazioni.
Linguisti, italianisti e narratologi concordano invece sul fatto che il protagonista sia solo al tavolo di un discopub che suona musica di merda e che stia valutando se tentare di approcciare una tipa (forse strabica) che ha scelto di indossare calze trasparenti. Lui decide di non farsi avanti: perché, spiega, detesta le procedure di avvicinamento che ha appena elencato. Anzi, no, non usa il verbo ‘detestare’: egli usa una particolare accezione del verbo ‘urtare’. Ricordate che siamo negli anni Novanta: per due o tre settimane di un anno imprecisato, qualche disagiato sociale e linguistico ha impiegato il verbo ‘urtare’ come sinonimo di ‘infastidire’, ritenendolo più giovanile e alla moda. Passate quelle due o tre settimane, l’utilizzo di tale variente si è stabilizzato come un vero e proprio stigma linguistico mentre attorno ai suoi utilizzatori si è accesa un’imperitura aura da sfigati cui non può essere elargito alcun favore sessuale. Naturalmente l’io narrante è uno di questi utilizzatori. E, con imprudenza, si lascia sfuggire che le chiacchiere da conquista stereotipate, quelle appena elencate, gli hanno rovinato l’esistenza. Proprio quest’ultimo verso sembra far prevalere la tesi secondo cui “Hai un ragazzo o un marito? Tu sei qui da sola?” e le altre domande fossero effettivamente le quattro cazzate che il protagonista è sempre stato solito usare nei discopub.

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Si arriva al formidabile ritornello: il nostro protagonista è sempre solo al tavolo del discopub ed è così inacidito e depresso da non voler nemmeno tentare di avvincinarsi a una delle ragazze presenti nel locale, dilaniato da un mix di rancore e pregiudizi nei confronti del genere femminile. Decide quindi di farsi un ultimo bicchiere, quello che dà il titolo alla canzone e che permette di confermare i sospetti di dipendenza da alcol che già si addensavano sulla figura dell’io narrante, cioè quell’uomo incapace di entrare in contatto col sesso opposto se non con banalità da psicotico, proferite per altro con l’alito impastato di… Ehi, che cosa si beveva negli anni Novanta per sentirsi un po’ fighi, ma anche rudi e diversi da tutti?
Dopo l’ultimo bicchiere, il nostro uomo dice che se ne andrà finalmente a dormire, stremato da quelle che definisce “storie finte che si basano sui film e non ti danno mai qualcosa in più di un freddo vuoto”. Carissimi, siamo giunti al clou, cioè a quell’insieme di versi da cui si deducono tre verità fondamentali. 1) Il protagonista è stufo di storie “finte”, aggettivo che in un primo momento sembra riferirsi alla superficialità degli incontri di una sola notte. Ad un ascoltatore attento, risulta evidente che le storie sono “finte” perché il protagonista non le ha mai avute, considerato che riceve solo due di picche. 2) La psicosi dell’uomo è tale che egli crede davvero di avere vissuto numerose storie da una sera con donne rimorchiate ai banconi dei locali: ma, come egli stesso si lascia sfuggire, qui abbiamo a che fare con quelli che la scienza definisce ‘falsi ricordi’, ovvero memorie di episodi mai vissuti che, nel caso qui in analisi, sono creati dalla fruizione di prodotti cinematografici certamente di basso rango. Alcuni critici azzardano un riferimento alla filmografia pornografica; altri dimostrano scetticismo nei confronti di questa ipotesi e negano tali riferimenti per via dell’assenza di topoi di genere come idraulici e docce. 3) In uno slancio di autogiustificazione, cioè quella pratica che la scienza definisce come ‘raccontarsela’, il nostro uomo dice di voler smettere con quelle storie non perché impossibilitato ad averne per via dell’assenza di interesse nei suoi confronti da parte dell’intero genere femminile (se si esclusdono le povere strabiche) ma perché le relazioni mordi e fuggi lasciano un vuoto dentro di lui.

Quante storie, storie vere
lui che le offrirà da bere
come se non si capisse che intenzioni ha
Forse non per amicizia
e neanche con dolcezza
ma poi lei dirà “Tu che cos’hai capito?”

Lecito ipotizzare che alla fine del ritornello l’ultimo bicchere sia stato servito. E quindi ecco la voce narrante ancora seduta al suo tavolino nell’angolo, ancora intenta a sorseggiare l’ennesimo cocktail che comprometterà ulteriormente il suo alito.
In disparte, il nostro uomo riflette ancora sulle dinamiche uomo/donna nei locali. Ma, questa volta, lo fa come se l’attività non lo riguardasse più. Ha raccontato a se stesso che quelle storie non gli interessano, quindi ora si estrania dalle contingenze e considera l’approccio in modo meramente speculativo, come fosse un consolidato canovaccio della commedia dell’arte o un ripetitivo gioco delle parti che lui si può permettere di osservare e giudicare dall’esterno. Ma così come uno scrittore poco abile lascia sempre trapelare dalla sua scrittura incerta troppe informazioni su di sé, così anche il nostro uomo non riesce davvero a estraniarsi. E nel raccontare in astratto di un uomo e di una donna che si incontrano in un discopub, mette in scena dinamiche poco fantasiose e si lascia sfuggire il proprio modus operandi (non gl’importa dell’amicizia né di una vera reciproca conoscenza, non vuole perdere tempo agendo con dolcezza) e una delle modalità con cui di frequente viene rifiutato: “Oh, maiale, cosa cazzo fai? Solo perché ho lasciato che mi offrissi da bere mi consideri roba tua? Tieni giù quelle mani”.

Io non voglio più sprecare una parola
perché il gioco proprio non lo reggo più
Cose della serie “Tu sei qui da sola?”
Sono anni che mi urtano
mi rovinano da troppo tempo

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non se ne può più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

L’ultimo bicchiere e me ne andrò
che non ne posso più
di tutte queste storie finte
che si basano sui film
ma non ti danno mai
qualcosa più di un freddo vuoto

Seduto nell’angolo in solitudine mentre tutt’attorno ragazze percepite come scortesi con lui ma prodighe di servigi per qualsiasi altro uomo hanno plausibilmente iniziato a ondeggiare sulle note della musica che a lui fa cagare, il protagonista di questo capolavoro pezzaliano ribadisce il suo snobistico orrore per le pratiche di seduzione. E ordina un ultimo bicchiere. Lo ordina più e più volte, perché l’ordinazione coincide con il ritornello e, a fine canzone, il ritornello è ripetuto a sfumare. Ciò consente a tutti i critici di avere un parere univoco sull’epilogo della vicenda narrata: il protagonista della canzone, ormai completamente sbronzo, viene trascinato in strada alla chiusura del locale mentre oppone resistenza e inveisce contro il gestore del discopub, contro le donne che sono tutte puttane e contro la musica di merda.

Viola Scintilla saluta con affetto Amica del Cuore, che avrà abbandonato la lettura già al secondo paragrafo, e tutti quelli che sono arrivati all’ultima riga.