Tinder a Milano: ancora qualche infografica

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La Milano dell’online dating: una mappa degli incontri su Tinder

Le fotoprofilo maschili su Tinder

La torta capovolta dei matrimoni su Tinder

Il paracadute delle scuse per fuggire dagli sconosciuti di Tinder

Il funnel dell’online dating

 

Tinder in Italia (cioè a Milano e a Roma)

-> Le infografiche si sono fatte un giro all’Internet Festival di Pisa per l’evento Online dating e altre catastrofi. Un monologo umoristico corredato da un pratico riassunto a colori ❤

Gli uomini su Tinder: un pratico riassunto a colori

Swipe swipe swipe
I’m looking for the good time
Swipe swipe swipe
I’m ready for your love

Parliamo di Tinder.

Tinder è l’app per cercare l’amore, se sei una femmina; o per trombare, se sei un maschio o una femmina di Milano. Permette di geolocalizzare tutte le persone disponibili nel raggio di 2, di 30, di 160 km – a seconda di quanto si è disposti a sbattersi per amore.

Su Tinder io sono una foto quadrata, scattata col mio sorriso più ammiccante e con un sapiente gioco di luci: Viola, 33 anni. Ho impostato i miei criteri di ricerca: solo uomini; solo tra i 25 e i 45 anni perché mi piace l’idea che siano prestanti ma m’intriga anche la prospettiva che possano già avere un conto in banca; e solo nel raggio di 5 km, altrimenti troppo sbatty.

Uno dopo l’altro, sul mio telefono appaiono i profili dei maschi disponibili. A Milano, a trascinare foto su Tinder si può andare avanti notti intere: mi piace, non mi piace, mi piace, non mi piace: un’attività degna di dai la cera, togli la cera ma con finalità orizzontali.

Come me, anche gli uomini si presentano con una foto quadrata. Attingono ai ritratti già disponibili nel loro profilo di Facebook, poi scelgono quello che credono li rappresenti al loro meglio. Non hanno molta fantasia, tant’è che possiamo comprenderli tutti in 11 categorie.

 

1 1 uomo mascherato

Le fotoprofilo su Tinder: gli uomini mascherati

1 2 pacco

Le fotoprofilo su Tinder: i pacchi

Gli uomini mascherati: potrebbero somigliare a Brad Pitt nei suoi anni migliori oppure a Giancarlo Magalli oggi – ma non si capisce. Nella prima foto si presentano con una sagoma in controluce, sul mare, al tramonto. Di loro s’intuiscono solo contorni imprecisi. Se c’è una seconda foto, è scattata di notte e indossano la sciarpa, il cappello e gli occhiali da sole. E se ce n’è persino una terza, di loro si scorge un angolo del volto, o un occhio, un sorriso, la barba, oppure il pacco e gli addominali – dettagli molto informativi e utili a escludere Magalli, ma nel dubbio io trascino a sinistra.


Uomini su Tinder: gli sposati

Le fotoprofilo su Tinder: gli elegantoni

Gli elegantoni. Quelli che nella foto sono vestiti da cerimonia. Quando sono troppo eleganti, con la tuba e un bouquet in mano, risulta evidente che la foto sia stata scattata a un matrimonio: il loro. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli sportivi

Le fotoprofilo su Tinder: gli sportivi

Gli sportivi. Si mostrano mentre fanno surf, kitesurf, sci, sci d’acqua, karate, skate, paracadutismo, maratona di New York, Giro d’Italia e arrampicata sull’Everest a mani nude e senza sherpa. Alcuni di questi sono bellocci, a volte sono tentata di scorrerli a destra per scrivergli che la prospettiva a breve termine di aggrapparmi ai loro deltoidi per una notte mi pare abbastanza allettante, anche se meno allettante della prospettiva a lungo termine che ogni weekend si dedichino a una nuova impresa sportiva per veri uomini e mi possano lasciare libera di stare su Facebook sul divano, ma che entrambe le prospettive mi risultano assai poco appetibili se confrontate al rischio a medio termine che una volta, dopo un po’ che ci frequentiamo, mi dicano «Perché sabato mattina non provi anche tu a correre? Se alziamo alle 5 vediamo anche l’alba». Io per prudenza scorro a sinistra.

Uomini su Tinder: gli Shutterstock

Le fotoprofilo su Tinder: gli Shutterstock

Gli Shutterstock. Si tratta di coloro che per illustrare il loro interesse nel BDSM usano foto d’archivio: se va bene le immagini in bianco e nero sono rubate da qualche Tumblr ricercato, se va male fotogrammi del film Cinquanta sfumature. Sinistra.

Uomini su Tinder: i viaggiatori

Le fotoprofilo su Tinder: i viaggiatori

I viaggiatori. Nelle foto si mostrano in Thailandia, in Giappone, in Corea, a Singapore, in Indonesia. È chiaro che a loro piace il fascino orientale, e io sinceramente non me la sento di competere nemmeno a mezzo app. Sinistra.

Uomini su Tinder: i supersocial

Le fotoprofilo su Tinder: i supersocial

I supersocial. Nella foto che dovrebbe presentarli, includono altra gente. Amici, bambini che vengono prontamente indicati come nipotini, celebrità di vario calibro. I migliori dalle loro foto profilo hanno tranciato parti di corpi femminili: nel quadrato restano solo ciocche di capelli, braccia e mani, a farmi presente che se si trattasse di auto molto probabilmente più che sull’usato sicuro starei puntando sul car sharing. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su Tinder: gli hipster / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati hipster

Le fotoprofilo su TInder: gli hipster / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati artisti

Le fotoprofilo su Tinder: gli artisti

Gli accessoriati, sottocategoria hipster/artisti. Nelle loro foto sfoggiano biciclette, baffi, barbe, cuffie da dj e Converse, oppure si danno un alone poetico e impegnato con una chitarra e una pipa, perché sono dolcemente complicati: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati sboroni

Le fotoprofilo su Tinder: quelli in barca

Gli accessoriati, sottocategoria sboroni: stanno al timone di una barca da 20 metri con le vele spiegate, su una decapottabile d’epoca nella campagna inglese, su un elicottero dai sedili zebrati – sempre, sempre col vento tra i capelli. Sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 1

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 2

Uomini su Tinder: gli accessoriati bella vita

Le fotoprofilo su Tinder: la bella vita / 3

Gli accessoriati, sottocategoria bella vita: mostrano un bicchiere di vino/mojito/birra che dovrebbe essere evocativo del loro edonismo, e corredano le proprie consumazioni con pollice alzato à la Arthur Fonzarelli – qualora lo sfondo da discobar non fosse sufficiente a conferire loro lo status di pirla. Ehi: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati amanti degli animali

Le fotoprofilo su Tinder: quelli con i gatti

Gli accessoriati, sottocategoria amanti degli animali: sfruttano la forza attrattiva dei cuccioli sulle fanciulle single brandendo un gattino che casualmente si arrampica sui loro bicipiti, limonando un cucciolo di labrador che accidentalmente solleva la loro maglia e scopre addominali ben cesellati, o sorridendo tronfi nella savana, tra un leone e una tigre mansueti come cricetini. Io chiamo la Protezione Animali: sinistra.

Uomini su Tinder: gli accessoriati pescatori

Le fotoprofilo su Tinder: i pescatori

Infine, i miei preferiti in assoluto: gli accessoriati, sottocategoria pescatori. Si presentano con una foto in cui reggono un merluzzo di due metri ancora sanguinante, orgogliosi. «Mostrano i merluzzi perché Tinder in inglese vuol dire esca», mi ha spiegato un’amica che ne sa. Ah, be’: l’aderenza semantica val bene un merluzzo. Sinistra.

Comunque, e lo specifico ché non si sa mai, due utenti che sono reciprocamente piaciuti e hanno trascinato a destra le loro foto, per utilizzare correttamente Tinder dovrebbero avere una conversazione come quella che segue:

– Ciao, sei figa.
– Grazie, anche tu non sei male.
– Che fai?
– Guardo Un posto al sole.
– Che cosa ne dici di venire da me?
– Solo se sei davvero nel raggio di 5 km.
– Certo, eccoti l’indirizzo.
– Arrivo, e non indosserò le mutande.

Purtroppo questo mondo è carino ma non perfetto, e spesso i due che si sono dichiarati reciproco interesse sessuale con uno swipe si dilungano in chiacchiere. Fanno conoscenza. Ipotizzano di invitarsi per un aperitivo, come se fossimo ancora nel Novecento. E poi? Poi si scambiano i contatti di Whatsapp o peggio ancora di Facebook. Ed è lì, tra un video di gattini e un post sulle scie chimiche, che la passione muore. Per i maschi. Le femmine di Milano vi trombano anche se postate video di scie chimiche a forma di gattini.

Colgo l’occasione per salutare tutti i miei amici di Tinder e per ringraziare le app per i disegnetti con cui ho smanettato, in particolare MocaDeco (non ti swiperei mai a sinistra, tesoro). Il resto delle mie Tinder Experience lo racconterò prima o poi, sul palco coi Democomica.

“Povero cristo”: la prima fanfiction ispirata a Brunori

Brunori fanfictionC’è una forma di narrazione che fino a poco tempo fa non esisteva al di fuori delle nostre teste: il film mentale costruito sulle canzoni d’amore. Se avete avuto 15 anni anche per un solo giorno, sapete di che cosa sto parlando.

Sono io a indossare gli orecchini col simbolo della pace comprati al mercatino dei freak.
Sono io quella con cui avere 4.850 cose in comune, facilissime da individuare.
Sono io ad essere scritta su tutti i muri, e ogni canzone parla di me.
Sono io che in quella foto sorridevo e non guardavo.

Sono io, l’ho sempre saputo e non ve l’ho mai detto perché mi vergognavo della mia frivola propensione al sogno ad occhi aperti.

Ma, diversamente da certi amori delle canzoni, lo stigma sociale non è per sempre: i costumi si evolvono e ciò che un tempo era scandaloso diventa normale. A liberarci da quest’ultima vergogna è arrivata la fanfiction, quel tipo di romanzo rosa in cui a spezzare il cuore e a scaldare le carni della protagonista è un bellone con le sembianze del frontman di qualche boyband. Grazie all’istituzionalizzazione del genere, sono pronta a condividere anch’io quello che fino a qualche mese fa sarebbe rimasto relegato in fondo al mio cuore. Sto parlando della grande storia d’amore col mio sogno erotico degli ultimi anni: il più figo della canzone italiana, Brunori.

Ecco il piano dell’opera secondo i canoni del genere.

CAPITOLO UNO
Frequento Giurisprudenza a Firenze, passo le giornate tra pile di libri sottolineati di rosso e di blu, tra articoli e leggi che tra pochi anni non ricorderò più. Ai miei corsi c’è anche lui, Brunori: coi suoi ricci scuri e gli occhiali grandi, con la sua sigaretta fumata di fretta all’uscita di un bar. Ha fatto ragioneria, si è iscritto a Legge ma dice che non gli piace studiare, vuole solo suonare, vuole bere e fumare. L’ho sempre considerato sexy, ma per non incrinare le consuetudini della narrativa rosa non oso farmi avanti per prima.
Siamo entrambi fuori sede: lui è terrone, io arrivo da una non precisata città del nord. Iniziamo a frequentarci nei chiostri dell’università. Brunori e io passiamo il primo semestre tra canzoni in barrè e stronzate scritte su fogli a quadretti. Nei nostri discorsi, Che Guevara e Pinochet, e un certo Dente, studente emiliano anche lui musicista indie, molto amico del terrone che mi piace. Brunori e io sembriamo perfetti, ma non siamo mai soli. Poi succede: una sera di primavera usciamo, io stretta sotto la gonna, lui sa di tabacco e profumo. Ci baciamo [scena abbastanza hot].
Ma non abbiamo nemmeno vent’anni e in noi prevale la voglia di fare gli splendidi, ci diciamo che un bacio è un errore, non bisogna restarci male, ci vogliamo bene ma è meglio di no. La primavera diventa estate, i ventenni smettono di scrutare il destino in fondo a un caffè e prendono coraggio: c’è l’amore [scena hot]. C’è l’amore che cambia colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino [scena molto hot]. C’è l’amore fino alla fine degli esami: tra fuori sede nemmeno si dichiara che si sta insieme, figurarsi se si fa un piano congiunto per le vacanze. Così, dopo mille canzoni in barrè, Brunori deve andare dai suoi in Calabria. Lo accompagno a Santa Maria Novella: 10 vagoni, 2.000 terroni al binario 3, e dai finestrini lo sguardo d’amore più triste che c’è.

CAPITOLO DUE
Siamo alla fine degli anni Novanta, o forse nei primi anni Zero: i cellulari esistono, ma non è facile ricaricarli né siamo già tutti dipendenti dai messaggini. Durante le vacanze, con Brunori ci sentiamo quando capita. A volte mi chiama da una cabina telefonica a Guardia Piemontese e mi racconta le sue estati su quella spiaggia: quando da piccolo giocava con paletta e secchiello ed in testa un cappello; quando adolescente nelle sere d’estate beveva Peroni e suonava la chitarra tra canne e carne alla brace. A volte sparisce per giorni, nemmeno un sms. Mi convinco che stia sentendo la mia mancanza, ma certe sere rosico un po’. Un pomeriggio mi chiama da casa della sua nonna paterna, Rosa, e mi racconta di come lei, a 20 anni, fosse stata costretta a non sposare il ragazzo che amava: aveva già preparato il corredo e le bomboniere ma lui aveva perso una mano in fabbrica a un mese dal loro matrimonio e la famiglia di lei lo aveva rimpiazzato con un partito migliore. Per il dolore dell’abbandono, il ragazzo era impazzito, e nonna Rosa si sente ancora in colpa per non aver combattuto per il suo amore. Io, romantica e sognante eroina di fanfaction, sento questa confidenza di Brunori come una dichiarazione: anche lui crede che siamo destinati a stare insieme per sempre, che dopo la laurea non ci perderemo e magari lavoreremo nello studio dello stesso notaio – sarebbe un sogno. Non so se Brunori abbia avuto altre storie prima di me. In università? Forse in Calabria, prima di trasferirsi? Mentre il mio cuore e i miei ormoni aspettano il nostro prossimo incontro [scena di autoerotismo], sul finire d’agosto c’è un’estate e un cellulare che muore: il suo. Non lo sento per più di dieci giorni, la gelosia mi tormenta, ma butto la testa tra i libri perché devo tornare a Firenze per gli esami.

CAPITOLO TRE
Settembre inizia e il cellulare di Brunori è ancora spento. Passo da casa dei suoi coinquilini e le persiane sono sbarrate: devono essere ancora tutti in Terronia. Sto per rientrare al mio appartamento quando lo vedo in fondo alla strada: zaino e chitarra in spalla, la barba lunga che sembra che ancora profumi di mare. Quant’è manzo. Il mio cervello è già liquefatto ma cerco di fare la sostenuta: passavo di qui per caso, mica ti cercavo, mica mi ricordavo che se non fossi apparso in questo istante sarebbero passate 1.392,5 ore senza vederci. Sembra felice di incontrarmi, salgo da lui, si scusa per aver perso il telefonino da un pontile [scena hot di ricongiungimento]. Le lezioni ricominciano, i coinquilini di lui ritornano ed è da una serie di battute ascoltate per caso nei chiostri che vengo a saperlo: sulla spiaggia rovente di Guardia a fine agosto Brunori è scivolato tra le braccia del suo primo amore. Pare lo faccia ogni estate, dev’essere una tradizione tipo la festa del paese di cui mi ha parlato. Lo cerco, lo trovo in un’aula e gli faccio una scenata. Ma lui è un maschio di vent’anni: non si scusa e, anzi, non lesina dettagli sul revival col suo primo amore, su loro due stretti sotto la doccia proprio come quando erano ancora al liceo, la paura e la voglia di fare l’amo-o-ore. Tra le lacrime che rigano l’ultima abbronzatura rimasta sul mio viso, lo lascio: non posso perdonarlo per il tradimento e per la sfacciataggine.

CAPITOLO QUATTRO
La mia vita è allo sbando: studio molto, giro alla larga da chiostri e locali indie, sono spesso a zonzo da sola. Una sera d’inizio autunno mi ritrovo sul Ponte Vecchio. Inizia a piovere quando incrocio Dente. Faccio finta di non vederlo, non si può dire che siamo amici, ma lui si avvicina: il temporale è appena iniziato e lui si offre di accompagnarmi verso casa sotto il suo ombrello. Ha le basette molto curate e mi sorride gentile. Chiacchieriamo. Gli sorrido anch’io e insomma, sapete come vanno queste cose: piove troppo forte per continuare a parlare in strada, lo invito a salire da me. In un momento lui decide di avvicinare le labbra al mio viso [scena super hot perché intrisa di vendetta]. Certo, Dente non è soffice come Brunori: ma mi sento abbastanza consolata. La mattina scendiamo al bar ed è lì che la forzatura narrativa ci fa incontrare Brunori: sta rientrando da una serata passata a suonare, capisce tutto di me e Dente e soprattutto capisce di amarmi davvero – alla buon’ora. Piovono recriminazioni da parte di entrambi, litighiamo. Con Dente finisce così: ha le basette curate ma non è un pirla, ha capito che amo soltanto Brunori. Dopo un mesetto il calabrese si fa vivo: mi ha scritto più o meno 3.000 poesie, dice che si sente già un poco meglio, che dopo tutto il dolore è funzionale al tempo. Riprendiamo a frequentarci, sostiene che in quanto a corna siamo pari. Ok, Brunori, siamo pari: ma sono la protagonista egocentrica e volubile di una fanfiction, resterò incazzata con te per almeno altri due volumi della quadrilogia.

CAPITOLO CINQUE
Stiamo insieme e passa un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Siamo giovani e bellissimi, facciamo l’Interrail e l’Erasmus: ci ritroviamo a Berlino a fumare Pall Mall [scena hot di ambientazione crucca], poi a Marsiglia in preda al barbera a mangiare escargot [scena hot al porto]. Siamo due vagabondi innamorati e poveri in canna, una volta rubiamo persino una baguette all’Esselunga [scena hot con la baguette].
In estate Brunori torna sempre dai suoi ma giura di non rivedere mai quellalà. Io ne dubito, litighiamo ogni anno, ma mi faccio forza col pensiero che a breve potremmo mettere su famiglia. E poi un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale… Ci laureiamo e finisce che qualcosa tra noi si spezza, ci lasciamo all’improvviso e senza tante spiegazioni. Mi trasferisco a Milano a fare praticantato mentre lui si sposta a Roma: lavora da un notaio ma è ancora fissato con la musica, continua a provarci nei locali della capitale. Ormai la nostra vita è cambiata, dobbiamo solo arrivare alla fine del mese, prendere lo stipendio e poi badare alle spese, e con quello che rimane programmare le ferie. In una sera d’estate, forse per la nostalgia o per la paura di essere quasi adulti, ci rivediamo a Firenze. I suo capelli si sono un po’ ingrigiti e i bottoni della camicia gli tirano sulla pancia: quando arriva, le sue ascelle sono già pezzate e io non posso fare a meno di considerarlo ancora più sexy di quando studiavamo insieme. Sappiamo che non è una buona idea stare in un bar fino alle 9 di sera, bere Biancosarti, discutere di ferie e lavoro. Lui fa un po’ il figo, con le sue considerazioni sociologiche sull’Ikea e il consumismo: non è cambiato per niente dall’ultima volta che l’ho perdonato. Ci ritroviamo a vedere un Fellini al Cinema Aurora, mangiare pop corn in platea come due ragazzini. Che bella Firenze le sere d’estate, le luci del centro e le nostre risate. Non si cancellano di colpo 6 anni, e abbiamo voglia di girare un altro finale… [scena hot di riconciliazione]. Ci rimettiamo insieme. Funzionerà? Passiamo insieme un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Inizia a portarmi in Calabria: per la prima comunione del nipote, per il primo funerale di un parente, per la festa del paese e la morte del maiale [scena hot un po’ bucolica e un po’ splatter]. Mi diverto a sfogliare Novella 2000 con sua madre. Abbiamo trent’anni, le mie amiche si stanno sposando tutte e io mi reputo fidanzata in casa. In quanto incontentabile protagonista di una fanfiction, mi sento in dovere di rompere l’idillio e soprattutto i coglioni: ho preso un appartamentino arredato bene, con tanto di divano cammellato, e propongo a Brunori un bel lavoro da ragioniere a Milano, nello studio sotto il mio. Poi gli annuncio che è arrivato il momento di sposarci.

CAPITOLO SEI
Lui, impenitente, risponde giammai: gli giuro che se ne pentirà. La sua nonna materna è molto dispiaciuta: è molto all’antica – non come mia nonna Pina che va a cercar marito dalla De Filippi – lei e nonno Bruno hanno passato insieme una vita intera e pensava che anche Brunorino prima o poi avrebbe messo la testa a posto con me. Trovarsi addormentati davanti alla tivù, cercarsi fuori dalla chiesa, andare insieme a fare la spesa: la nonna gliel’ha detto che è quella la felicità. E Brunori? Ha i capelli quasi tutti grigi e si crede ancora un dandy, il cretino. Ha lasciato il lavoro sicuro a Roma e n’è tornato a Guardia per l’ennesima volta, gli auguro quasi che se lo riprenda la sua ex del liceo, quella che si fa più docce della Fenech. Magari chiamo Dente per sapere come sta, altrimenti in questa fanfiction raccontata in prima persona non si tromba più [scena hot ma un po’ annoiata].
Pochi mesi dopo, amici comuni mi raccontano che quellalà del liceo se lo è ripreso davvero. È riuscita a andare a vivere da lui, se l’è sposato in chiesa e poi all’improvviso se n’è andata. Sono incredula: un matrimonio così veloce non s’era visto mai, e ora a Brunori ogni mese tocca pure versare un assegno che a lei, viziata com’è, non basterà. Mi dicono che il pollo si sia straziando, che lacrimi quando trova per casa tracce dei suoi capelli d’oro o un suo paio di calze, che vada persino dai maghi a farsi predire il futuro, che cerchi conforto in droghe e talismani. Un abbandono così feroce non s’era visto mai: in paese mormorano che lui beva così tanto da rischiare di ammazzarsi. È un idiota, ma ho deciso di andare a riprendermelo perché nei romanzi di rosa si fa così: io lo salverò da se stesso e lui mi amerà per sempre – o almeno la pagherà per quella volta in cui ha risposto giammai. Scusa, Dente: mi faccio viva io.

EPILOGO
Ho coronato i miei sogni da protagonista di fanfiction. Alla fine col Brunori ci siamo sposati – addirittura in chiesa, ché con la bionda siamo riusciti a ottenere l’annullamento. Alla fine il dandy s’è piegato e passa le serate sul divano cammellato, davanti a una tivù al plasma che è una soddisfazione; ai suoi piedi il nostro cane, cui abbiamo insegnato a farla sui fogli di giornale. Il ragioniere è proprio il suo mestiere, lo vedo contento il Brunori. Da qualche mese sono in maternità: culliamo un altro figlio. Brunori ha chiuso anche con tutta quella fuffa di molotov, droghe leggere, falce e mirtillo: il più grande adora addormentarsi abbracciato a un armadillo di peluche sulle note di Beyoncé, e dovreste sentire suo padre come gliela canta con amore, altro che velleità indie. Il venerdì sera lasciamo i bimbi a mia nonna Pina, che s’è fidanzata davvero grazie alla De Filippi, e ce ne andiamo a fare i balli di gruppo: col mambo siamo fortissimi.

Ci vediamo il 16 luglio a Villa Arconati, Brunorino ❤

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto domestico ma ora che ne ha addirittura uno sciame, ditele: come si sterminano le tarme?

Lunghissima introduzione che i lettori più frettolosi possono tralasciare senza rimorso.

Viola Scintilla ha sempre desiderato prendersi cura di un animaletto domestico. Nel corso dell’infanzia ha avuto l’opportunità di veder crescere e morire soltanto una dozzina di pesciolini rossi che, a dirla tutta, non le hanno dato molte soddisfazioni affettive. Mentre sua cugina (quale cugina? Non Cugina Figa, Cugina Grassa. Per conoscere nel dettaglio le cugine di Viola Scintilla, clicca qui. Oppure qui) cresceva in un popolatissimo zoo domestico ove scorazzavano gatti, criceti e tartarughine, Famiglia Scintilla donava a Violetta soltanto oggetti inanimati.

Viola Scintilla ha sempre desiderato un micetto, per la precisione. E da quando vive sola, nelle notti fredde e tempestose, negli assolati pomeriggi domenicali e all’alba di talune mattine d’estate si è spesso ritrovata a sfogliare cataloghi online di felini: quelli tipo Meetic, ma con i gattini anziché gli umani. Viola Scintilla ha sempre immaginato di adottare un Gatto Ipotetico, ancora cucciolo, possibilmente maschietto, di stazza un po’ più grande rispetto alla media, superpeloso, cagacazzi, casinista, logorroico e leggermente soprappeso: cioè, l’esatta trasposizione felina del suo uomo ideale (ma castrato). Viola Scintilla ha sempre immaginato che lei e Gatto Ipotetico si sarebbero amati per sempre:

Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto, ma è pur sempre una fanciulla dotata di uno spiccatissimo senso pratico e di vasta conoscenza delle cose del mondo: sebbene creda fermamente nel principio di autogestione dei felini secondo cui, se lasciati soli, i gatti imparano a gestire se stessi e quanto necessario alla loro sopravvivenza, Viola Scintilla sospetta che dopo alcune settimane di assenza dell’amatissima padroncina Gatto Ipotetico potrebbe avere problemi come: carenza d’affetto, scarsità di cibo, mancanza di acqua, prematura morte. Nel dubbio, Gatto Ipotetico è rimasto finora una mera fantasia.

Ma Viola Scintilla ha sempre desiderato un animaletto. Il Fato ha voluto che per un breve periodo la fanciulla abbia condiviso la propria esistenza con alcuni scarafaggi. Violetta ne scrisse sul suo blog di gioventù che, da allora, ancora sopravvive grazie ai navigatori che vi giungono cercando metodi per sterminare gli scarafaggi (Se vi interessasse il tema, sappiate che Viola Scintilla riuscì nell’impresa servendosi di alcune trappole acquistate al supermercato).

Qui, finalmente, si entra nel vivo della narrazione.

Dacché si è trasferita nella sua nuova maravigliosa magione, Viola Scintilla ha trovato altri cuccioli con cui condividere i propri spazi: le tarme. Orride creature dalle dimensioni simili a quelle delle mosche ma dalle ali polverose come quelle delle ben più graziose farfalle, ogni sera le Tarme di Viola Scintilla danno il bentornato alla padrona di casa alzandosi in sciami scomposti sulla sua testa, volteggiando attorno alle luci del suo lampadario, planando in modo sgraziato sulle sue pareti candide.

Viola Scintilla in un primo momento ha accettato di buon grado questa convivenza tra specie. In un secondo momento si è allarmata per il possibile appetito che le tarme avrebbero potuto sviluppare nei confronti dei suoi vestitini e si è rivolta a un’impresa specializzata per risolvere il problema: l’impresa ha miseramente fallito. Al termine dell’intervento le tarme hanno ripreso a svolazzare, ancor più orride e strafottenti.

Viola Scintilla ha visto progressivamente ridursi il proprio livello di sopportazione. Un giorno, trovandosi con il martello in mano al termine di un lavoretto, ha preso a massacrare le tarmacce ad una ad una: al suo fianco, a incitarla, un ologramma di Jack Torrance. In un altro pomeriggio di pura ossessione, nella percezione del mondo di Violetta le tarme si sono trasformate in gigantesche e minacciosissime creature volanti che puntavano senza pietà ai suoi capelli: Viola Scintilla altro non era che una novella Tippi Hedren (ma più alta, bruna e sguarnita di tailleur tinta pastello che, comunque, non le donerebbero).

In un crescendo di odio, Viola Scintilla si è poi privata del cibo, conservando quanto necessario alla propria sopravvivenza in frigorifero e cestinando quanto le tarme avrebbero potuto apprezzare e sfruttare per il proprio sostentamento. Ma le tarme continuavano ad esistere, a riprodursi, a svolazzare. Viola Scintilla si è quindi munita di uno spray letale che avrebbe dovuto spruzzare negli ambienti per un massimo di 5 secondi: lo ha spruzzato per ore, per alcuni giorni di fila, con una foga e una crudeltà cui nessun insetto avrebbe potuto sopravvivere. Credeva di avere al fin vinto la propria battaglia con le orride creature con cui non voleva più dividere il proprio appartamento ma una sera, rincasando, è stata nuovamente accolta da UNA TARMA.

La battaglia di Viola Scintilla continua. Si accettano suggerimenti, veleni mortali, pipistrelli e supervisioni di entomologi espertissimi (preferibilmente di stazza superiore alla media, pelosi, cagacazzi, casinisti, logorroici e leggermente soprappeso).

Fu allora, nell’estate dopo il diploma, che Viola Scintilla s’innamorò di Milano.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla si diplomava. Il tema si presta perfettamente a un dettagliato bilancio sulla vita della giovane, a paralleismi tra il 2001 e il 2011, a una lunga enumerazione di rimorsi e rimpianti legati a episodi dell’ultimo decennio nonché ad un’accurata analisi relativa all’influenza degli astri sul segno dei Pesci nel corso degli anni ’10 del XXI secolo. Ma il tema si presta benissimo anche al cazzeggio. Quindi.

Esattamente dieci anni fa, la giovane Viola Scintilla affrontava l’esame di maturità. Liceo linguistico, il più prestigioso della sua città di provincia. Per la prima prova scritta, Violetta scelse il tema sull’industria culturale, lo sviluppò in forma di articolo giornalistico su quattro protocolli vergati con la sua flessuosa e regolarissima grafia. Prese il massimo dei voti. Per la seconda prova scritta, Violetta era certa che avrebbe puntato sul francese. Invece, insoddisfatta dalla traccia nella lingua di Voltaire e Zola, sorprese persino se stessa scegliendo l’inglese, letteratura che riteneva detestabile per via della sua manifesta incapacità di esprimere qualsivoglia concetto profondo: scrisse frasi vacue e superficiali ma perfettamente in linea con la lingua di Coleridge e Wordsworth. Prese il massimo dei voti. Per la terza prova, quella che comprendeva domande su tutte le materie, Violetta fu fortunata: ebbe occasione di spiegare la teoria della relatività corredandola col delizioso disegnino esplicativo del trenino e le freccette: vi siete mai dilettati con tal disegnino? Dovreste provare. Comunque, Violetta prese il massimo dei voti. Per l’orale, Viola Scintilla era preparatissima: conosceva ogni pagina dei suoi libri di testo e ogni appunto. Non aveva timori. Dopo averle consentito di esporre la propria documentatissima tesina ove avevano trovato spazio anche le teorie sul colore di Chevreul, la Commissione interrogò ampiamente Violetta. Prima di congedarla, volle testarne la straordinaria preparazione chiedendole financo di definire la forza di Coriolis. Orbene, voi sapete che cosa sia, la forza di Coriolis? Lo avete mai saputo? Quella secchiona di Viola Scintilla lo sapeva, lo aveva appreso dalle note a pie’ di pagina del suo libro di scienze. “È una forza fittizia che bla bla bla”, rispose con la sua spocchia secchionissima e la certezza di avere ormai vinto tutto. Aveva ragione. Prese il massimo dei voti. Si amava.

Neodiplomata e tutta piena di belle speranze, la giovin Violetta trascorse l’estate successiva alla maturità a studiare. Era secchiona, ve l’ho detto. Studiava compìta organigrammi delle redazioni e colophon, ripeteva a memoria gli articoli della Costituzione, elencava i nomi dei nostri Presidenti della Repubblica e quelli dei vincitori dei Festival di Sanremo: li sapeva elencare perfino a ritroso, perfino abbinando gli uni e gli altri e immaginando Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1999, intonare Senza pietà in duetto con Anna Oxa, vincitrice del festival di quell’anno. Nel momento in cui 30.000 giovani italiani stavano esprimendo la sua stessa vocazione, Viola Scintilla studiava a memoria nozioni che avrebbe presto dimenticato perché voleva a tutti i costi superare il test d’ammissione a Scienze della Comunicazione e diventare giornalista. Era una giovane di belle speranze, vi avevo detto anche questo.

Dieci anni dopo il diploma, Viola Scintilla non ricorda esattamente se e dove fosse andata in vacanza, nell’estate 2001. Ricorda però di essersi decolorata la metà inferiore della sua chioma corvina per tingerla di rosso fuoco; ricorda di essere stata in piscina il giorno successivo a quella tintura e di aver lasciato nell’acqua al cloro tracce molto simili a quelle riprese dai documentari sulla mattanza dei tonni. Ricorda di essersi candidata come vj di MTV (non ve l’aveva mai detto? Non è un episodio di cui Violetta vada molto fiera, in effetti). Ricorda di essere stata cacciata da una birreria poiché colta in atteggiamenti licenziosi sui quali questa elegante narrazione non si soffermerà. Ricorda una serie di fotografie scattate da dentro i carrelli della spesa. E ricorda i test d’ammissione nelle università di due città diverse: ma nel suo cuore (vi prego, perdonate l’afflato. Anzi, vi prego, lasciatevi trasportare dal pathos), nel suo cuoricino di giovane secchiona, per Viola Scintilla esisteva solo una possibile città ove dedicarsi agli studi: la bella Milano. La città degli Articolo 31 e del writing. Del Duomo. Del negozio Fiorucci. Del Castello. E dell’amore libero nel parco del Castello. Milano, la città delle opportunità. Un po’ come la Boston di Ally McBeal, ma senza i bicchieroni di caffé da asporto.

“In caso tu superassi davvero quel test, non aspettarti di andare a vivere da sola a Milano”, minacciò Famiglia Scintilla alla diciannovenne secchiona coi capelli decolorati a metà. “Esistono i treni, farò la pendolare”, dichiarò con convinzione la giovane. Viola Scintilla andò a controllare i risultati del suo test d’ingresso alla facoltà di Scienze Umanistiche per la Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano nel caldo pomeriggio dell’11 settembre 2001. Mentre il mondo si crucciava per le sorti dell’Occidente, Viola Scintilla si informava sugli abbonamenti dei treni per Milano: la città delle opportunità che avrebbe amato per i dieci anni a venire.

Parte la strumentale di O mia bela Madunina, all’alto cadono coriandoli iridescenti a forma di cuore, Viola Scintilla abbraccia e limona con trasporto la miniatura del Duomo in lattice che d’abitudine utilizza per esprimere, anche carnalmente, il suo amore nei confronti della città.

Il Caravaggio, la tecnologia, gli attori: mentre ci arrovellavamo su filologia e riproducibilità tecnica, tutto è stato prorogato fino al 13 marzo 2011.

Sintetica introduzione. C’è una mostra diversa dalle solite, in città. Caravaggio. Una mostra impossibile, allestita al Palazzo della Ragione di Milano fino al 13 marzo 2011, è una monografica su Michelangelo Merisi in cui non è esposto nemmeno un disegno del pittore ma dove è presente tutta la sua opera. Affreschi, tavole, tele: ogni dipinto è riprodotto con un sistema che abbina stampa ad altissima risoluzione e retroilluminazione offrendo al pubblico l’illusione quasi perfetta di trovarsi di fronte agli originali.  Ad accompagnare i visitatori, un altro elemento insolito: giovani attori che impersonano Caravaggio. Con abiti d’epoca e tratti somiglianti a quelli dell’artista, gli attori-guide raccontano la vita e l’indole di colui che impersonano e ne spiegano le opere.

Baratro delle paranoie. Che senso può avere una mostra che raccoglie solo riproduzioni, seppure di straordinaria qualità tecnica? Non era forse l’aura teorizzata da Walter Benjamin a spingere le masse alle mostre e ai musei, a motivarle nel mettersi in coda al Louvre, alla National Gallery, a Galleria Borghese? L’apporto di giovani attori non è forse meno utile rispetto a quello di esperti e guide specializzate? Da chi è stato scritto il testo recitato dai giovani, da quali fonti critiche e storiche attinge, si avvale di un linguaggio filologicamente corretto rispetto alla parlata lombarda del Seicento o è costruito per venire incontro alle nostre ridotte capacità mentali? Sarà mica tutto troppo agiografico? Non è ingiusto che i visitatori più alti siano invitati a stare dietro gli altri? E se sono molto miopi?

Caravaggio, Chiamata di Levi d’Alfeo (San Matteo), 1599-1600 (322×340). Roma, Chiesa San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli

Collage di parole altrui che risponde a buona parte delle paranoie. «In linea di principio, l’opera d’arte è sempre stata riproducibile. Una cosa fatta dagli uomini ha sempre potuto essere rifatta da uomini. […] Verso il 1900, la riproduzione tecnica aveva raggiunto un livello che le permetteva non soltanto di prendere come oggetto tutto l’insieme delle opere d’arte tramandate e di modificarne profondamente gli effetti, ma anche di conquistarsi un posto autonomo tra i vari procedimenti artistici. […] Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esperienza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova. […] L’hic et nunc dell’originale costituisce il concetto della sua autenticità. […] Le circostanze in mezzo alle quali il prodotto della riproduzione tecnica può venirsi a trovare possono lasciare intatta la consistenza intrinseca dell’opera d’arte – ma in ogni modo determinano la svalutazione del suo hic et nunc. […] Ciò che viene meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di «aura»; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. […] L’attuale decadenza dell’aura […] si fonda su due circostanze, entrambe connesse con la sempre maggiore importanza delle masse nella vita attuale. E cioè: rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine è per le masse un’esigenza vivissima, quanto la tendenza al superamento dell’unicità di qualunque dato mediante la ricezione della sua riproduzione». Tutte parole del vecchio Walter Benjamin, tutte tratte da Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, Suhrkamp Verlag, Frankfurt 1955, trad. it. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, pp. 20-28.

Caravaggio, Amore vincitore, 1599-1600 (156×113). Berlino, Staatliche Museen, Gamäldegalerie

Conclusioni. Sopite le paranoie e andate a vedere Una mostra impossibile, merita una visita: vi rimangono quattro settimane esatte. Ulteriore elemento curioso: in una delle ultime nicchie del percorso, nell’aere vibrano esecuzioni degli spartiti sparsi da Caravaggio nelle sue opere.

Tips, ché in fondo siamo gente pratica. Prenotate i biglietti online per evitare la coda, il freddo e la pioggia. E godetevi con particolare attenzione il Caravaggio-attore che vi guiderà nella prima parte del percorso: è il più bravo di tutti.