9 grafici che solo chi è cresciuto con gli 883 potrà apprezzare

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Ero ammalata, senza computer e senza wifi. Ero in una situazione disperata, finché non mi sono imbattuta in 21 Charts Only Morrisey Fans Will Find Funny: ho riso per ore e ho deciso di emulare quei grafici in riferimento ai primi quattro album degli 883 (i migliori, ovviamente, e non solo perché io andavo ancora alle medie). L’ho fatti col solo ausilio di carta a quadretti, matite colorate e iPhone – scusate se son bruttarelli.

1. Sei un mito sui social network 

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2. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato mollato

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3. Asse cartesiano di S’inkazza

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4. Diagramma a torta relativo alla percezione della città in Con un deca

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5. Ricostruzione delle attività commerciali della città in cui si muovono gli 883

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6. Analisi S.W.O.T. di Rotta per casa di Dio

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7. Diagramma a torta sulle principali motivazioni per cui Pezzali è stato rifiutato

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8. Attitudini degli abitanti della città di Tieni il tempo

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9. Assegnazione delle caratteristiche principali di pappagalli e avvoltoi

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Abbattetemi.

P. S. Quanto gli 883 hanno influenzato la mia vita? Tantissimo.

Nel cabaret a volte si mente. Per esempio: una volta ho detto che da giovane avevo una tuta dell’Adidas tarocca. Ma non è vero, era originale.*

So che a vedermi qui, così abbronzata, magra, figa, ben vestita e ancor meglio truccata vi sembrerà incredibile, ma dovete sapere che ai tempi della scuola non ero esattamente la reginetta della classe.

So che faticate a crederci.

Indossavo una di quelle tute in acetato tanto di moda all’epoca, nera e arancione, tipo Adidas ma tarocca, con la felpa troppo grande e i pantaloni troppo corti che mi avevano permesso di ottenere il titolo C’hai l’Acqua in Casa assegnato dai tamarri dell’istituto ogni volta che passavo nel corridoio.

Avevo un apparecchio ai denti su cui amavo raccogliere incrostazioni di cibo, l’alito al costante sentore di Estathé e occhiali tondi con la montatura verde muffa.

Portavo i capelli lunghi fino al culo, pettinati con una bella riga in mezzo che mi aveva permesso di vincere anche un altro titolo, quello di Maria Maddalena Languida assegnato sul pullman della scuola.

E non dimentichiamo i brufoli, i punti neri e il folto monociglio che incorniciava il mio sguardo – simile a quello che sfoggia oggi la piccola Lourdes Maria Ciccone ma leggermente meno evocativo di fantasie porno categoria Mother & Daughter.

Diciamo pure che ero un po’ sfigata, per i canoni estetici dei crudeli anni Novanta, in cui imperavano modelli come Brenda Walsh e Kelly Taylor di Beverly Hills 90210. Guardando quel telefilm, potevo al massimo identificarmi con Andrea, la secchiona insicura e occhialuta che a differenza delle altre teneva l’ombelico sempre ben coperto, probabilmente perché oltre ad essere sfigata era pure chiatta.

L’identificazione svaniva nel momento in cui anche lei, a un certo punto del telefilm, riusciva a limonare. Io no.

Avevo 12 anni. Era il 1994. La mia bocca avrebbe provato la bavosa lumacosità di due lingue adolescenti che si annodano soltanto molti anni più tardi.

Era l’estate del 1994, ad essere precisi, quando le mie amichette – le stesse che mi avevano insegnato il significato del verbo limonare e mi avevano saggiamente suggerito di esercitarmi sulla mano piuttosto che su un poster di Brandon – mi registrarono la prima musicassetta.

Spiego di che cosa sto parlando ai maledetti hipster ventenni in sala.

Tanti anni fa, la musica si poteva ascoltare su vinile o su musicassetta. A meno che non li abbiate interpretati come disegni astratti caratterizzati da un curioso geometrismo riconducibile alle avanguardie russe del primo Novecento che avete visto una volta su una slide allo IED, vinili e musicassette si trovano spesso stampati sulle vostre t-shirt e sui numerosi gadget di cui amate circondarvi, miei cari pischellini con gli occhiali troppo grandi e i pantaloni troppo stretti.

Le musicassette avevano dentro un nastro che in caso di necessità si poteva riavvolgere con una matita. Riavvolgere il nastro con una penna era noioso e faceva venire male alle dita. Ma lo facevamo, perché noi non eravamo degli smidollati e amavamo la musica e per lei eravamo pronti a fare sacrifici tipo consumarci le dita.

Le musicassette si potevano ascoltare nello stereo oppure nello ‘walkman’, parola desueta che unisce in sé i concetti di ‘camminare’ e ‘uomo’ per indicare che da quel momento in poi gli esseri umani avrebbero potuto ascoltare la musica senza essere costretti a rimanere in prossimità di uno stereo e pur compiendo altre faccende, come camminare, appunto, grazie a un dispositivo portatile collegato con un cavo a una cuffia. Gli mp3, gli iPod, eMule, Torrent, gli smartphone e quel cazzo di Spotify sarebbero arrivati molto più tardi, miei cari giovinastri che non avete mai sprecato un solo minuto della vostra inutile vita per riavvolgere una cassetta.

Le cassette servivano anche per rimorchiare, ma ora non mi sembra il caso di perdere tempo a spiegarlo a voi che, al limite, cercate di irretire le vostre prede postando su Facebook una canzone presa da Youtube, poi cercando di farvi notare a colpi di stelline su Twitter e infine tentando di rendervi appetibili scegliendo per Whatsapp fotoprofilo ottenute trequartizzandovi per autoscatti presi dall’alto e poi spianati col filtro Amaro di Instagram.

(Se funziona, fatemi sapere).

Dicevamo. Era l’estate del 1994 e sulle canzoni contenute in quella cassetta plasmai i miei primi desideri erotici e soprattutto l’immagine della donna che sarei diventata: come avrei dovuto essere, che cosa non avrei dovuto dire, come avrei dovuto comportarmi nell’ancora irraggiungibile universo delle relazioni con l’altro sesso.

Era una cassetta degli 883.

E questo parzialmente spiega perché dovetti attendere ancora anni e anni prima di riuscire a limonare.

La prima canzone era Sei un mito. La ricordate?

Tappetini nuovi Arbre Magique / deodorante appena preso che fa molto chic erano i primi due versi cui all’epoca non davo importanza ma che ora, ogni volta in cui ascolto questa canzone, mi provocavano uno shock olfattivo. Non riesco a immaginare un mix peggiore di quello tra l’odore di un deodorante per auto nuovo e l’odore di un ventenne pavese arrapato che si è cosparso di dopobarba a secchiate che si confondono nell’abitacolo di un’utilitaria di seconda mano. Probabilmente ereditata da nonno contadino. Sicuramente una Panda intrisa di letame.

 

Nella canzone i due vanno al bar – perché il pezzente Pezzali (nomen omen) non la porta nemmeno a cena, la tipa – ma all’epoca che cosa ne potevo sapere? Il sushi mi era ancora sconosciuto e mi sarei accontentata di un bar anche io, pur di limonare.

Quello su cui concentravo particolarmente la mia attenzione veniva nella strofa seguente, quando lei gli dice “Dai, vieni su da me che tanto non ci sono i miei” e lui si ferma a prendere una bottiglia perché / vuole festeggiare questa figata. Il mio problema di dodicenne di periferia era che i miei genitori la sera non si schiodavano mai da casa, in particolare il sabato, quando Rai2 trasmetteva eccellenti film tv di produzione tedesca.

In un sabato sera qualsiasi, come avrei fatto ad invitare a casa un ragazzo che mi avesse portata al bar? Nel dubbio, ogni volta che mi capitava di restare a casa da sola collaudavo ogni possibile location ove avrei potuto stappare la bottiglia portata in dono dal mio ospite. In camera mia, sul lettino, tra i peluche? O in camera dei miei senza alcun rispetto per il giaciglio che mi aveva generata? Meglio in salotto? Sul divano? Quel divano era abbastanza comodo per un amplesso? E soprattutto, come era previsto si svolgesse un amplesso? I tutorial dovevano ancora arrivare e Cioè non pubblicava mai fotoromanzi sufficientemente esplicativi.

Ero convinta che l’importante, una volta raggiunta la meta (cioè la bottoglia del mio ospite), sarebbe stato attenermi al comportamento che maggiormente entusiasmava il Pezzali come maschio: io e il mio ospite avremmo dovuto essere un ragazzo e una ragazza senza paranoie, non dirci “io ti amo” o “io ti sposerei”, avere solo la voglia di stare bene tra noi / anche se soltanto per una sera appena.

Ne ero convinta: sarebbe bastato darla via una volta sola senza rompere i coglioni e io sarei stata il mito del quartiere. O, almeno, della sala giochi Jollyblue dove il mio ospite al suo ritorno avrebbe raccontato quasi un porno.

Nella stessa cassetta c’era anche Non me la menare: dopo i primi ascolti compresi la necessità di inziare a interessarmi a temi cari ai maschi quali birre scure e moto da James Dean e di smetterla di credere a quelle stronzate /che si dicono nei film. Quest’ultimo verso per certi aspetti mi salvò la vita, aiutandomi di smettere di sperare che, come nei film Disney, al compimento del 16° anno di età mi sarei trasformata in una sirena, in una principessa o in una forma qualsiasi di figa pazzesca. L’altro verso, quello sulle birre scure, mi spinse verso una precoce forma d’alcolismo basata sulla Guinness, che comunque mi salvò da una ben più pericolosa dipendenza dall’Estathé.

Dalla canzone Lasciati toccare ricevetti invece dei preziosi consigli di stile. La canzone era chiara, mi servivano due cose:

–    vestito nero che mi avvolgesse stretto / tanto tanto stretto che si vedesse quasi tutto;

–    e un  condizionatore mi respirasse vicino / in modo che il freddo facesse apparire qualche cosa sul mio seno.

Una volta acquistato il vestitino nero (che tra l’altro aveva pure Brenda) e trovata la bocchetta del condizionatore sotto cui collocarmi, avrei solo dovuto fare come la donna tanto desiderata nella canzone: accarezzare la mia gonna con la mano.

In assenza di vestito e condizionatore, provai subito questa interessante gestualità con i pantaloni della tuta arancione in acetato: non capivo perché nessun ragazzo si avvicinasse conquistato da quel movimento sensuale – e ancora ignoravo quanto l’acetato potesse essere facilmente infiammabile a seguito di un numero eccessivo di sfregamenti.

La cassetta conteneva anche Te la tiri, opera forse sottovaluta del primissimo Pezzali. La canzone ritrae il prototipo della figa di legno della provincia italiana dell’epoca in cui è stata composta.

Una ragazza sveglia come me non poteva non coglierne l’importanza educativa: quella canzone conteneva tutto ciò che non avrei mai dovuto fare se avessi voluto avere un uomo.  Nell’ordine: niente trucco pesante, mai parlare di oroscopi, mai fingere di essere ubriaca, mai ballare in un modo che non c’entra niente e soprattutto mai, mai, mai arrapare la gente senza poi concedersi.

Ancora non lo sapevo, ma questo prezioso insegnamento, profondamente interiorizzato fin dall’adolescenza, mi ha consentito di smarcarmi ben presto dalla fitta schiera delle profumiere che affollano questo mondo.

È stata la luce che mi ha fatto capire che una promessa è una promessa.

È stata la voce che, nella seconda fase della mia giovinezza (quella senza tuta né apparecchio ai denti) mi ha ispirata a evadere qualsiasi – ma proprio qualsiasi – richiesta di accoppiamento ricevuta.

Del resto, gli unici tre modelli femminili teorizzati dal Pezzali nella sua poetica ed elencati in Rotta per casa di dio erano o fidanzata, o moglie, o troia. Considerato che le prime due erano delle cagacazzo cornute, voi al mio posto quale avreste scelto come modello ideale cui tendere?

Se sono cresciuta un po’ zoccola la colpa è di Pezzali.

* E naturalmente la verità è che sono sempre stata una ragazza di grande moralità.