Lo zenzero candito dà dipendenza

zenzero candito

Ciao, mi chiamo Viola e non mangio zenzero candito da 3 settimane e 2 giorni.

Tutto cominciò durante un laboratorio di teatro.
Non per giustificarmi, ma in quel periodo ero in una fase di sperimentazione emotiva e sensoriale: avevo solo 34 anni.
Qualcuno era giù di voce, qualcun altro estrasse un sacchettino e disse «Prova lo zenzero candito.»
Eravamo tutti un po’ curiosi. Cioè, a dire il vero io all’inizio ero anche un po’ scettica perché dei miracoli dello zenzero per la salute si parlava troppo sui giornali in quel periodo: la radice aveva oltrepassato il confine dei biscotti Ikea, dei ristoranti giapponesi e delle canzoni natalizie di Elio per Radio Deejay. Si diceva che facesse bene per la gola, per il metabolismo, per il colesterolo, per tutto.
Ma mi piacque, quella volta, lo zenzero candito. Sentivo che mi scendeva in gola e mi faceva stare bene.

Se qualcuno non lo avesse ancora provato, ci terrei a spiegare di che cosa si tratta.
Lo zenzero candito può avere diverse forme. Si può trattare di brandelli della radice, allungati e irregolari, oppure di pezzettini regolari, cubici, piccolini. Oltre al taglio, può cambiare il livello di canditura: può essere semplice, come quello dei pezzetti di frutta che si trovano nei panettoni; con uno strato esterno leggero di granelli di zucchero; oppure con uno strato abbondante di granelli grossi e dolcissimi che sembrano gridare «Picco gliceeemicooo!».
Può cambiare anche la consistenza della radice: può essere secca, spessa, sottile, morbida, succosa.
Quello che non cambia mai è la mia salivazione quando penso allo zenzero candito, o quando ne parlo, come in questo momento (sbav).

Il mio preferito è quello a brandelli irregolari, morbido, spesso, ben idratato, con tanto zucchero in superficie.
Mi piace affondarvi gli incisivi, strapparne un pezzetto, sentire lo zucchero che si scioglie sulla mia lingua. E poi masticarlo, lentamente, mentre sprigiona tutto il suo potere. Mentre brucia.
Lo zenzero candito è un incendio tra le papille e il palato, è una sfera di fuoco scagliata a velocità supersonica verso tonsille, ugola e gola. Il calore che sprigiona sale agli occhi, alle orecchie, arriva fino al cervello ed è lì che vi possiede.
Forse non lo sapete, ma prima ancora di inghiottire il vostro primo assaggio ne vorrete ancora.

A me accadde proprio così. Ero debole la prima volta che mi venne offerto.
E dopo quel laboratorio di teatro continuai a pensarci.
Cercai di procurarmelo da sola. Prima dal mio fruttarolo: 6€ per un sacchettino, finito nell’arco di un fine settimana. Poi al supermercato: 6€ per una vaschettina, finita in due giorni. Quello del supermercato me lo ricordo ancora: zuccheroso, gommoso, bollente. Mi faceva fare rutti straordinari, mi faceva sentire viva.
Ne volevo sempre di più.

Era quasi Natale, e quando andai a trovare mia madre a Genova lo comprai lì: i prezzi erano convenienti rispetto a Milano.
Mia madre lo provò e le piacque. Mi sentii come uno spacciatore col suo primo cliente: «Ti piace questa roba, eh, vecchiaccia?»
Quel giorno stesso ne comprammo altro. Pensavamo di prenderne due dosi per entrambe ma le feste di Natale erano imminenti: ci dicemmo che avremmo voluto condividerlo coi parenti che sarebbero venuti a pranzo da noi. In realtà, entrambe sapevamo benissimo che avevamo solo paura di restare senza. Esagerammo con le quantità.
«Dopo questo, basta», ammonì mia madre.
Annuii. Aveva ragione, stava diventando un vizio.

Fu proprio nelle feste, dopo un pranzo troppo pesante, che mi lasciai sopraffare da quell’abbondanza di zenzero a mia disposizione. Ne presi un pezzettino per digerire. Poi un altro e un altro ancora. Ne finii un sacchetto: ero in fiamme, ero felice come non lo ero mai stata in tutta la mia vita.

Quella sera provai uno strano mal di testa, un dolore preciso, dentro la fronte, in mezzo agli occhi. Un dolore mai provato prima. Pensai a un raffreddore, a un colpo di freddo, a un’indigestione e a un principio di ictus. Crollai addormentata e dormii per 12 ore filate, immobile. Al risveglio il mal di testa era svanito. Mi domandai quale potesse essere stata la causa.

Stavo facendo la valigia per rientrare a Milano quando mia madre apparve sulla soglia della stanza con due sacchettini di zenzero candito.
«Dopo questi, basta», dichiarò con aria severa. Era giusto.

Arrivata a Milano non feci in tempo a disfare il bagaglio che già mi ero avventata sui sacchettini di zenzero. Li ingollai uno dopo l’altro, senza fermarmi, senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Mi sembrò di essere di nuovo felice, felice, felice.
Poi, il mal di testa, quello strano mal di testa. Pensai all’influenza, all’ictus. Ipotizzai di aver contratto una meningite fulminante in viaggio, ma dentro di me già conoscevo la verità: lo zenzero candito mi faceva stare male.
Fu allora che compresi di avere un problema. E sapete che cosa si dice, no? Che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo.

Da allora lo zenzero candito l’ho comprato poche volte, ho cercato di smettere. Ne ho mangiato qualche pezzettino a fine gennaio perché ero un po’ triste. Ho dato qualche morsino un sabato d’inizio febbraio proprio perché era sabato, così.

Ma ora sono 3 settimane e 2 giorni che non lo tocco.
Non avevo mai resistito così tanto.
Sono fiera di me e spero che la mia storia possa essere di aiuto anche a voi che state cercando di uscirne.

[Foto di: boh, internet]