C’erano tutti

Sui giornali io non c’ero. Dal 9 marzo avevo l’impressione che ci fossero tutti: il papà single, la studentessa fuori sede, il disoccupato, l’immigrato e la musicista. C’erano i medici e gli infermieri, c’erano gli ammalati e i parenti dei morti. C’erano gli impiegati in smart working, i militari, gli insegnanti alle prese con la didattica a distanza e i lavoratori essenziali. C’erano gli innamorati che si salutavano tra le corsie del supermercato, la casalinga diventata YouTuber, il camminatore costretto a fermarsi in un monastero, lo sceneggiatore che ne stava già facendo personaggi da commedia. C’era Fabio Volo che s’inventava uno show dal salotto e c’erano i Ferragnez che distribuivano viveri ai bisognosi. C’erano proprio tutti, chiusi nelle loro case, a cantare sui balconi, a organizzare aperitivi su Zoom. Ma io non c’ero.

Non c’ero perché nemmeno io sapevo di esistere. Che quelli come me avessero un nome l’ho messo a fuoco grazie a Google il 13 marzo, quando già non ne potevo più.

Ero una caregiver, cioè una persona che accudisce qualcuno che ha perso la propria autonomia e lucidità, o che non le ha mai avute. Lo ero diventata pochi mesi prima, di colpo, senza maturare coscienza del ruolo. Era stato all’inizio di ottobre: una telefonata dall’ospedale, un ricovero, un ematologo ligure con poco tempo per spiegarmi che la leucemia di mia madre era passata da cronica ad acuta: «Può andare avanti un anno, al massimo. Al primo raffreddore o alla prima infezione, muore». Avevo avuto due giorni per decidere che nella sua casa di Genova mia madre non sarebbe più rientrata, due giorni per fare le valigie senza nemmeno informarla e portarla a Milano, nella casa che odorava di nuovo in cui io e Francesco ci eravamo appena trasferiti.

Google dice che il caregiver di solito è una donna: il suo lavoro e la sua indipendenza sono considerate sacrificabili, così viene eletta portatrice del fardello famigliare. Nel mio caso, non era necessario indire alcuna elezione: ero l’unica figlia di mia madre e l’unica sua parente sotto gli ottant’anni. Non potevo permettermi di sacrificare il lavoro, così avevo trovato un giro di badanti dalle agende molto affollate. In base ai loro impegni si alternavano per fornire assistenza durante le mie ore lavorative. Però da subito mi ero convinta che avrei potuto rinunciare al resto: le cene fuori, il teatro, le camminate, i concerti, il parrucchiere, gli amici.

Su Google si trova tutto su noi caregiver. Decine di articoli spiegano la tensione che si crea tra le mura domestiche, la stanchezza e soprattutto il senso di colpa. In una prima fase lo provavo per la mia inadeguatezza a prendermi cura di una malata terminale: non sapevo fare niente, non capivo le sue esigenze, i medici mi trattavano da cogliona perché chiaramente lo ero. Più tardi ho iniziato a sentirlo per le imprudenze che avrei potuto commettere: mia madre sarebbe morta comunque, ma se io non mi fossi lavata abbastanza le mani sarebbe morta in anticipo e per causa mia.

Da ottobre ero chiusa in ufficio o dentro casa. Dal 9 marzo, invece, ero tra i pochi a essere in giro per Milano: ogni due giorni andavo al Policlinico con in tasca un’autocertificazione che parlava di terapie salvavita per la paziente che accompagnavo in auto. Ero anche tra i pochi ad avere ospiti: i medici e gli infermieri dell’Unità Cure Palliative che a ogni visita rilevavano un aggravamento. La casa non odorava più di nuovo.

Google dice che noi caregiver siamo caratterizzati da un forte disagio psicologico: senza più la possibilità di tirare il fiato in ufficio e senza più potermi alternare con le badanti, ora potenziali untrici, ero esausta, cupa, instabile. Ero anche invidiosa: avrei voluto essere al posto di chiunque altro. Ad esempio, della mia amica barricata in casa con il suo gatto: «Ci pensi a tutto quello che potrei fare se fossi in una condizione ideale come la tua?», le chiedevo al telefono. Ero invidiosa di quelli che dovevano gestire soltanto il loro lievito, dei miei compari di Twitter in uno stato creativo di grazia, di quelli che costruivano mobili e imbiancavano stanze, degli studenti a cui sembrava di aver ricevuto una benedizione tipo la nevicata dell’85, di quelli che stavano recuperando la lettura de La recherche o di quegli altri che per ingannare il tempo ordinavano sex toys online.

Avevo anche imparato la misera arte del raccontarsela: mi dicevo che, quando sarebbe finito l’anno prospettato dall’ematologo, avrei speso tutti i miei soldi in voli aerei e avrei compensato l’orrore della malattia di mia madre con la bellezza del mondo. Volevo tornare in Irlanda, visitare Budapest, vedere Mosca e San Pietroburgo. La convinzione di essere una pessima figlia e il senso di colpa mi agguantavano anche tra queste fantasie, la notte, quando mettevo una sveglia ogni due ore per controllare che nell’altra stanza le cose non andassero troppo male.

Alla morte di mia madre, in aprile, è stato chiaro che niente di quello in cui avevo cercato sollievo con l’immaginazione mi avrebbe potuta consolare davvero: il mondo che conoscevo non c’era più. Tempo prima avevo mandato a Francesco una mail con le istruzioni per il funerale – avevo pensato che, quando il momento sarebbe arrivato, non sarei stata abbastanza lucida per ricordare il nome del parroco, il numero del loculo dove già si trovava mio padre, i parenti da avvisare per la cerimonia. Di quanto era indicato in quel messaggio non si è potuto mettere in pratica niente.

Prima che la sua bara venisse caricata sul carro che l’avrebbe trasportata verso uno dei pochi forni crematori che ancora accettavano salme, l’unico saluto che mia madre ha avuto è stato il nostro, fuori da un portone di Milano. In strada non c’era nessuno.

3 pensieri riguardo “C’erano tutti

  1. Sono tornata sulla tua pagina dopo tanto tanto tempo e apprendo questa brutta notizia. Mi spiace tanto tanto. Un abbraccio.

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