Per chi suona il telefonino: un’altra storia di famiglia

nokia-3310La mia misantropia iniziò a manifestarsi ai tempi dell’università, quando mi trovai costretta a innumerevoli coabitazioni forzate. Provavo gioia solo quando le coinquiline estraevano il trolley da sotto il letto, lo riempivano degli abitucci acrilici di cui dispone ogni fuorisede e si mettevano in viaggio per fare rientro nella loro terra natia. Significava non avere rotture di coglioni per qualche giorno e avere la casa tutta per me.

La solitudine mi consentiva di mettere in atto comportamenti stigmatizzati dalla società civile degli anni Zero come girare per casa indossando solo mutande a cuoricini rosa, mangiare patatine alla paprika sdraiata sul letto tenendo le gambe all’insù contro il muro e la tv accesa su C.S.I., e non lavare i piatti fino all’esaurimento delle stoviglie disponibili, ché in fondo mangiare i fusilli col tonno direttamente dallo scolapasta non era mai rientrato tra i comportamenti alimentari apertamente sconsigliati dalla letteratura medica.

Una sera d’inizio estate fui così felice della mia solitudine domestica che prima di addormentarmi dimenticai di riaccendere la suoneria del mio telefono, un vecchio Nokia la cui attività consisteva nel recapitarmi gli sms e gli squilli di corteggiamento in voga all’epoca e che fungeva anche da sveglia.

Una distrazione che potrebbe sembrare di poco conto, per un’universitaria priva di reali incombenze. L’evento acquisisce rilevanza solo con una conoscenza approfondita delle dinamiche del mio nucleo famigliare, tutte basate sulla sfiducia nei miei confronti come essere umano adulto e in grado di svegliarsi in autonomia prima dell’ora di pranzo. Tanto scetticismo aveva portato i miei genitori a prendere la pessima abitudine di telefonarmi ogni mattina prima che entrassi in aula per sincerarsi che fossi in piedi e, con l’occasione, che fossi ancora viva.

«Non sappiamo se ci saremo» è la risposta tradizionale che la mia famiglia, soprattutto il suo ramo materno, ha sempre usato per rispondere a qualsiasi domanda riguardante il futuro. Se i parenti paterni ci invitano a pranzo a Natale, mia madre risponde: «Non sappiamo se a Natale ci saremo». Se quando ero piccola qualcuno ci chiedeva che cosa avremmo fatto l’estate successiva, mia nonna rispondeva «Non sappiamo se l’estate prossima ci saremo».

Quel ci non si riferisce alla città di Genova o a un altro luogo specifico, e il dubbio sul poter partecipare a un dato evento non è dato dalla sua concomitanza con un impegno già fissato o con un viaggio già organizzato. Quel ci, a casa mia, significa a questo mondo. Il grande tema della transitorietà dell’esistenza terrena nella nostra famiglia non è relegato nella mera speculazione religiosa o filosofica: è un concetto così radicato da essere vissuto come un concreto intralcio allo svolgimento delle attività quotidiane. Il fatto che mia nonna, a un certo punto, sia davvero finita all’altro mondo non ha potuto che contribuire a sostenere la validità di questa scuola di pensiero presso i parenti superstiti.

Proprio perché la morte in casa nostra è percepita come pronta a calare la sua scure in qualsiasi momento, la sventurata mattina di quindici anni fa in cui la suoneria del mio telefono rimase spenta e nessun rumore esterno né alcuno stimolo urinario mi condussero a aprire gli occhi di primo mattino, la morte fu anche la prima e più plausibile ragione che la mia famiglia considerò come causa delle mie mancate risposte alle loro telefonate: centottantasette, per la precisione, come scoprii quando mi svegliai con qualche ora di ritardo e presi in mano il telefonino.

«Ho chiamato i pompieri e l’ambulanza, stanno arrivando, pensavamo ti avesse uccisa il gas della caldaia» spiegò mia madre al telefono con la voce rotta dalle lacrime. Non fece in tempo a essere mandata affanculo che già i soccorritori stavano suonando il mio campanello.

«Mi dispiace: la mia famiglia, la transitorietà dell’esistenza terrena…» tentai di giustificarmi mentre quelli riponevano la barella, più inorriditi dalle mie mutande a cuoricini rosa che spazientiti dal falso allarme.

Tenni il muso ai miei per un po’, minacciai di farmi sentire al massimo una volta la settimana come un adulto medio, e in questa mia battaglia cercai il sostegno della mia amica Carlotta.

«I miei non mi cagano mai, non si accorgerebbero della mia scomparsa neanche dopo mesi» pigolava lei, facendo frequenti riferimenti ai cani alsaziani di Bridget Jones e non dissimulando una certa invidia per le attenzioni che ricevevo da casa.

Il fenomeno della suoneria disattivata e della valanga degli psicodrammi si ripeté molti anni più tardi, quando avevo già scollinato la trentina, abitavo da sola e avevo appena iniziato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio fidanzato e che qui, per ragioni di privacy e per non ledere alla sua immagine, sarà indicato come Crocchino. Ancora, mia madre non aveva fiducia nelle mie capacità di svegliarmi in tempo per recarmi al lavoro e, ancora, non aveva perso l’abitudine di telefonarmi la mattina per sincerarsi che fossi in piedi.

«Sono sveglia» le scrivevo a volte, quando aprivo gli occhi, via sms.

«Ok ma ti sei anche alzata?» mi incalzava, sempre via sms, consapevole del rischio che quel pollo che conosceva tanto bene riprendesse a dormire dopo averle scritto un messaggio troppo conciso.

Prima di decidere se coinvolgere nel mio salvataggio dal probabile malfunzionamento di una caldaia financo la Capitaneria di Porto della Lombardia e il Soccorso Alpino di Milano Zona 4, mia madre ebbe la brillante idea di chiamare Crocchino, che la aveva incontrata un paio di volte ma che ancora ignorava quanto in famiglia siamo a nostro agio coi concetti di morte e paranoia, e che era ancora incapace di credere che un essere umano potesse dormire per così tante ore e così profondamente come io gli avrei dato modo di scoprire in seguito.

Crocchino, che un lavoro vero di quelli che impediscono di fare cazzate e prendere iniziative balorde almeno per otto ore al giorno non lo aveva mai avuto, decise di dare immediato seguito agli ordini della suocera di recente acquisizione: saltò in macchina e corse verso casa mia per svegliarmi o salvarmi.

Così come era accaduto tanti anni prima, a un certo punto della mattina mi svegliai spontaneamente, guardai il telefono e trovai novantaquattro chiamate non risposte: compresi la gravità della tragedia in corso ma mi rallegrai per i progressi dei miei famigliari. E, proprio come era accaduto tanti anni prima, parlai con mia madre pochi istanti prima che il mio citofono suonasse:

«Questa volta non mi ero preoccupata davvero, avevo capito che potessi aver dimenticato la suoneria spenta» disse la vecchia stronza. Che aggiunse: «Ho sentito Crocchino che si è proposto di passare a dare un’occhiata».

Al suono del citofono aprii con un gesto meccanico il portone e anche la porta d’ingresso, poi strisciai verso il bagno perché comunque anche le persone speciali come me hanno esigenze fisiologiche, a un certo punto, oltre le dodici-quattordici ore di sonno.

«Sono sul ballatoio, la porta di casa è aperta. Significa che potrebbe essere entrato qualcuno e averla uccisa? Che cosa faccio se la trovo in una pozza di sangue? Resti in linea con me? Ti prego. Ho paura» stava blaterando Crocchino quando lo trovai, terrorizzato, accucciato fuori dalla mia porta, al telefono con Carlotta.

«Ma tu davvero vuoi continuare a frequentare questo cretino?» mi avrebbe domandato più volte Carlotta, nei mesi successivi. Sì, lo volevo.

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Faccio cose, guido male: una storia di famiglia

Prima ancora di imparare a parlare, iniziai a vomitare in macchina; poi, dal mio seggiolino sul sedile posteriore, iniziai ad avvertire che avrei vomitato. Appena fui in grado di inanellare qualche sillaba di senso compiuto, per ritardare la mia nausea e le mie richieste di sosta venni incoraggiata a cantare mentre l’auto discendeva e risaliva le curve delle strade più impervie. Il problema era che ero nata e vivevo in Liguria, e che le strade della Liguria sono tutte impervie: per evitare sia i miei conati che il mio calo dell’attenzione fu necessario impartirmi un repertorio musicale assai vasto.
Era basato sui gusti e sulle conoscenze musicali dei miei genitori e non era propriamente pensato per i minori. Tra i suoi cavalli di battaglia vantava La guerra di Piero di De André (canzone che si rivolge a un uomo ucciso a fucilate in guerra), Ma se ghe penso di Lauzi (brano in dialetto che racconta il sogno di un ligure emigrato in Sud America: essere seppellito a Genova, nel cimitero dove riposano le ossa dei suoi antenati), Dite a Laura che l’amo di Michele (canzone che riprende le ultime parole mormorate da un innamorato ridotto in fin di vita da uno schianto in macchina) e Canzone per un’amica di Guccini (dedicata a una ragazza crepata in un incidente d’auto).
Che i cantautori avessero scritto versi incentrati sulle tragedie e, in particolare, su quelle automobilistiche era una piacevole comodità per la mia famiglia, da sempre certa che ogni volta che una strada corre lunga e diritta sia possibile trovarvi la morte. Chiunque oltrepassi la soglia di casa diretto alla sua vettura, anche soltanto per spostarla dalla strada al garage, da noi ha sempre meritato di essere salutato con solennità sull’uscio e di essere guardato con la stessa composta compassione di chi era arrivato a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera. Inoltre, al pari della guerra, guidare è considerata una cosa da uomini.

Quasi tutte le donne del Novecento di cui abbia memoria il nostro albero genealogico si sono iscritte a scuola guida, hanno conseguito la patente, la hanno rinnovata a ogni scadenza ma non la hanno utilizzata mai, risolvendo le proprie necessità di trasporto con i mezzi pubblici oppure facendosi scarrozzare dai propri coniugi o da altri parenti maschi.
«Non vedo l’ora di prendere la patente» blateravo, ancora scolaretta, affascinata dall’idea di potermene andare a zonzo quando e dove volessi.
«Potrai prenderla quando compirai diciotto anni», fingevano di darmi corda mia madre, sua sorella e mia nonna, guardandosi poi tra loro come se la bambina avesse espresso la bislacca ambizione a diventare quanto prima gruista carropontista acrobatica.

In quell’albero genealogico merita di essere preso in analisi con particolare attenzione il caso di mia madre. Nata nel 1944; una sorella più grande, zia Marta, e un fratello più piccolo, zio Nanni; orfana di padre e di conseguenza impiegata dal 1960; e patentata nel 1974 a seguito delle nozze di zio Nanni, cioè dell’allontanamento dal nido dell’unico maschio/automobilista di casa.
Prima di lei, sua sorella Marta aveva già frequentato la scuola guida ma aveva concluso la sua esperienza di conducente dopo poche settimane, quando era stata diventata moglie di un uomo abituato a macinare chilometri per lavoro. La prima volta in cui lui le aveva ceduto il volante della sua auto aziendale aveva fatto l’errore di darle qualche suggerimento tecnico ritenuto dalla zia più offensivo e ansiogeno che premuroso.
«Non guiderò mai più la tua belin di macchina» gli aveva strillato mia zia mollando l’auto in mezzo a una strada statale, facendo un coreografico giro del veicolo in senso orario mentre mio zio correva in senso antiorario per rimettersi al volante e prevenire una tragedia, e accomodandosi poi rilassatissima sul sedile del passeggero da cui non si sarebbe più spostata per oltre cinquant’anni. Cinquant’anni durante i quali non si sarebbe neppure mai trattenuta dal dare al coniuge indicazioni sulle corrette manovre per parcheggiare né dal rivolgergli sguardi rancorosi nei quali si poteva distintamente leggere «Sei un inetto come automobilista e sei un cretino come marito che non mi dà ascolto» ogni volta in cui lui, pur udendo le istruzioni della moglie, avrebbe avuto la sventura di rigare la carrozzeria di un veicolo aziendale per in quale non doveva nemmeno sobbarcarsi le spese di riparazione, figurarsi le preoccupazioni.
Ma torniamo a mia madre. Sempre dal 1974, è stata proprietaria di una vecchia Fiat 500 color blu ottanio. Una di quelle 500 storiche, dalle forme tondeggianti che evocano subito l’urbanistica di Paperopoli e Topolinia; una di quelle con lo spazio per i bagagli nel cofano anziché nella parte posteriore; con i sedili in cuoio piccoli come quelli di una vettura degli autoscontri; con il volante sottile e dal diametro gigantesco, il cambio a doppietta e il tettuccio nero teoricamente apribile ma, nel caso in oggetto, saldato in modo irreversibile a seguito dell’elaborazione di un complesso modello di calcolo probabilistico dal quale era emerso che i vantaggi del vento e del sole tra i capelli non potevano competere con i rischi dei potenziali esborsi in manutenzione qualora quell’optional avesse avuto un malfunzionamento in concomitanza con un episodio di maltempo.
Mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni.
«Acciderbolina» si potrebbe commentare, sbalorditi dalla resistenza di quel veicolo primordiale, dalla pazienza della mia genitrice a fare la doppietta per il cambio di ogni marcia, dall’effettiva impermeabilità del tettuccio alla pioggia e anche da quella di mia madre ai meccanismi consumistici dell’obsolescenza merceologica.
La realtà è che mia madre ha guidato la sua 500 blu per ventisette anni, ma solo tre mesi l’anno, in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese dove vivevamo e il Paesello di campagna dove la nostra famiglia si recava in villeggiatura ogni estate, e tra il Paesello e negozi di alimentari nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.

«Non vedo l’ora di prendere la patente» continuavo a blaterare a diciassette anni suonati. E, come avevano fatto le altre donne di casa prima di me, mi iscrissi a scuola guida.
La mia educazione al volante, fuori dall’autoscuola, avvenne sulla Fiat Tipo amaranto metallizzato di mio padre.
«Mi piacerebbe poterla usare ogni tanto» comunicai non appena superate le prove alla Motorizzazione.
«Mi piacerebbe davvero» ribadivo a ogni pasto coi miei.
«Brum brum» rombavo nel corridoio di casa ispirata dai miei studi in Storia della Pubblicità alla sperimentazione dei messaggi subliminali.
«Non sai guidare la Tipo» ribattevano in famiglia, se proprio costretti a rispondermi.
«Ma ho imparato a guidare lì sopra, so fare persino i parcheggi a S in salita con la Tipo» argomentavo.
«É troppo grande per te. Non la sai guidare» ribadivano.
«Allora proverò la 500» tentavo.
«É troppo vecchia per te. E non la sai guidare» continuavano, convinti dalle lezioni di Storia della Pubblicità che ripetevo in cameretta a voce alta dell’efficacia della ripetizione a oltranza di un solo key message.

Dimostrando una straordinaria capacità di ascolto della propria prole, i miei genitori una notte decisero che era giunto il tempo di dotarsi di un veicolo conforme alle loro aspettative con cui potessi talvolta mettere in pratica quanto appreso all’autoscuola e, senza consultarmi, rottamarono la vecchia Fiat 500 per accogliere in garage una nuova Fiat Cinquecento, una di quelle macchinine squadrate lanciate sul mercato negli anni Novanta. Il blu ottanio venne sostituito da un rosso fuoco come quello di Christine, la macchina infernale di Stephen King. Come quella Plymouth del demonio, anche la nostra Cinquecento era «birosa, vigorosa, potente, aggressiva e rombante», secondo mia madre.
«Non guiderò mai più quella belin di macchina» disse a mio padre dopo il suo primo e unico tentativo di governare la Cinquecento. E, tenace come sua sorella Marta, da quel 2001 continuò a rinnovare la patente senza mai più salire al posto del conducente con la motivazione di essere in grado di mettere in moto e gestire solo il suo macinino blu ottanio, che ormai era stato ridotto in poltiglia da uno sfasciacarrozze.
«Si guida meglio la Tipo, ma anche questa Cinquecento non è male. La userei stasera per vedere le mie amiche e domani per andare al mare», presi a pianificare, giacché m’era parso che quella macchinuccia dovesse essere destinata proprio alle mie esigenze di postadolescente dall’intensa vita di relazione.
«Brum brum».
«Brum brum brum brum».
«BRUUUUUUUUUUUUM, CAZZO».
«Smettila. É troppo sportiva per te. E non la sai guidare», tagliarono corto i miei ogni volta che tentai di farmi un giro su quella Cinquecento senza avere uno di loro seduto al mio fianco, come al solito aggrappato con entrambe le mani alla maniglia sopra al finestrino e intento a gridare che saremmo morti tutti alla curva successiva e forse diventati protagonisti dei versi di un cantautore della nuovissima scuola genovese.

Che mi sarei sentita più a mio agio al volante della Tipo amaranto lo dimostrai con i fatti a pochi mesi dall’arrivo di quella Cinquecento rossa, quando la distrussi contro il muretto di una strada provinciale nell’unica sera d’estate in cui me ne era stato concesso l’utilizzo per uscire con le amiche. Sulla via del rientro al Paesello aveva iniziato a piovere, la temperatura era scesa, il parabrezza si era appannato e io non avevo saputo dove mettere le mani per trovare le manopole della ventilazione: nonostante l’identica casa produttrice, non erano state installate dove si trovavano quelle della Tipo, e per cercarle persi di vista la strada. L’auto venne fatta riparare a un costo esorbitante e tornò in strada, ma non a mia disposizione: seguendo i precetti delle migliori scuole del pensiero pedagogico e i più celebri dettami della psicologia nell’ambito del superamento dei traumi, la mia famiglia decise che dopo la caduta da cavallo avevo perso ogni diritto a risalire in sella.
Rimasi appiedata e sconsolata, costretta a fidanzarmi e persino rifidanzarmi con ragazzi automuniti per mere ragioni di mondanità, almeno finché l’estate non tornò e finché mia madre non volle fare ritorno al Paesello: come pensava di cavarsela, per l’approvvigionamento dei viveri, senza la sua 500 e senza il supporto della sua figliola patentata?

È stato così che mi sono trasformata in mia madre: da allora posso guidare, ma solo in estate; solo nel tranquillo tragitto tra la periferia genovese e il Paesello o tra il Paesello e negozi nei dintorni; e, per carità, non più di un paio di volte a settimana.
«Vieni a fare la spesa con noi?», propongo ogni tanto alla zia Marta, come mia madre villeggiante di quelle alture liguri.
«Preferisco che mi accompagni lo zio. Mandami un messaggio quando – se – tornate», risponde, facendomi sentire ogni volta come la tizia che non sapeva che c’era la morte quel giorno che l’aspettava.
Il mio unico conforto è La Sirenetta.
«Ma un giorno anch’io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù: fuori dal mar, il sogno mio si avvererà», canta Ariel prima di vendere l’anima alla Strega del Mare pur di sfuggire alle costrizioni paterne. Ecco: un giorno anch’io guiderò una macchina mia senza doverne rendere conto a nessuno. Un giorno sarò libera.

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Nell’immagine, una giovanissima Viola Scintilla presta attenzione alle norme stradali.

Startup: dai una svolta al tuo business con la saggezza genovese

Pensa a una metropoli dinamica, innovativa, in costante fermento. Pensa alla capitale europea dello spirito d’iniziativa commerciale. Pensa a una città che ha fatto del business il proprio tratto distintivo. Esatto: è Genova, quella delle repubbliche marinare di cui hai letto sui libri di storia. Col tempo ha optato per un downshifting del suo splendore e della sua potenza per evitare troppe scocciature, ma la saggezza di quella cultura secolare è ancora viva nel linguaggio e da essa puoi trarre ispirazione per dare la svolta decisiva al tuo business.

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Non essere capaci nemmeno di trovare l’acqua in mare

No ëse manco boin à trovâ l’ægua in mâ – Il panegirico è stato inventato in Grecia, non in Liguria: quindi cerca di comprendere subito che inseguire un sogno non è sufficiente, al di fuori dei confini di La La Land. Per raggiungere un obiettivo servono impegno, studio, dedizione, un business plan, investitori, genitori che ti mantengano, stagisti disposti a lavorare gratis e, soprattutto, talento. Sei sicuro di non essere uno di quegli aspiranti imprenditori che non sono nemmeno in grado di trovare l’acqua in mare? Affacciati sul porticciolo di Boccadasse del tuo business e rifletti: che cosa vedi? Acqua? Sei sicuro?

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Se si prestano soldi a un amico si perdono i soldi e si perde l’amico

A prestâ e palanche à un amigo, ti perdi e palanche e ti perdi l’amigo – A proposito di investimenti, chi fa affari a Genova ha interiorizzato una certezza fin dall’infanzia: se presti soldi a un amico perdi i soldi e perdi anche l’amico. Quindi, per quanto tu possa credere nel progetto di una persona a te cara o ti senta propenso a scegliere un socio tra le tue conoscenze, sii prudente. Perché si può accettare di perdere intere comitive di amici, ma perdere soldi fa davvero girare il belino.

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Soffiare e sorbire contemporaneamente è impossibile

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu – Una grande verità è che soffiare e sorbire contemporaneamente non è possibile. Non ci credi? Provaci, dai, fenomeno. Si tratta di uno dei principi cui da sempre fanno riferimento i liguri nel momento in cui devono definire il proprio core business e tracciare la corporate identity. Prendiamo il settore del turismo: quando hanno dovuto scegliere tra due opzioni  percepite antitetiche come la cordialità in stile romagnolo e i guadagni rapidi, i genovesi hanno compreso l’impossibilità di svilupparle entrambe e hanno puntato sulla seconda. Anche tu dovresti domandarti se la tua startup stia cercando di raggiungere allo stesso tempo più obiettivi non compatibili tra loro: in caso la risposta sia affermativa, dovresti scegliere su quale concentrarti.

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Con il tempo buono siamo tutti marinai

Co-o bon tempo semmo tutti mainæ – Nelle città di mare si dice che con il tempo buono siamo tutti marinai. In ambito lavorativo significa che in condizioni macroeconomiche favorevoli, finché gli investimenti abbondano o il business è di tendenza, ti sembrerà di essere in grado di governare i mari in modo eccellente. Ma è soltanto nelle ore di tempesta che scoprirai se sei davvero un buon timoniere, se sei stato in grado di creare un equipaggio capace di restare a galla o, almeno, onesto abbastanza da non incularti il peschereccio con tutti i gianchetti.

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Non essere come a bella di Torriglia, che tutti vogliono ma nessuno prende in moglie

No ëse comme a Bella de Torriggia che tutti voean e nisciun a piggia – La stampa di settore ha annunciato la fusione della tua startup con un’altra, prestigiosa, ma la cosa non si è concretizzata; poco dopo si è iniziato a mormorare di una grossa offerta da parte di un gigante della tecnologia che tu hai rifiutato; da mesi, ormai, non si parla più di nulla. Per evitare di trovarti in una situazione del genere, che ti sia utile il mitico episodio di quella splendida fanciulla di Torriglia che tutti sembravano desiderare ma che alla fine nessuno ha preso in moglie. E ricorda: fare la preziosa come Snapchat è bello, ma trovare un buon marito o intascare soldi appena possibile è meglio.

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Ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti

Ogni cäso into cû o fa anâ un passo avanti – Lo avrai già sentito raccontare da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg, ma di certo non lo hai mai sentito enunciare con tanta chiarezza: ogni calcio in culo consente di fare un passo avanti. Significa che non bisogna demordere di fronte alle avversità e che dalle cadute si può apprendere qualcosa che permetterà di migliorare negli step successivi. Inoltre, se i calci in culo consentono di avanzare senza dispendio di energia o di denaro, forse conviene esporre le terga e attendere che un piede possente vi plani con vigore.

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Per morire e per pagare c’è sempre tempo

A moî e pagâ gh’é de longo tenpo – Poche parole di grande pragmatismo per fugare i dubbi di ogni imprenditore in erba: per morire e per pagare c’è sempre tempo. Tienilo in mente e circondati con serenità dei collaboratori più brillanti e dei fornitori più efficienti: li pagherai se e quando ti sarà possibile, senza crucciarti.

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Non pestare l’acqua nel mortaio

No pestâ l’ægua in to mortä – A volte anche le più promettenti storie imprenditoriali debbono volgere al termine. Nel mortaio in marmo, i genovesi sono soliti pestare basilico e altri ingredienti da cui traggono il rinomato pesto (da preparare sempre coi pinoli, per carità: mai con le noci o gli anacardi che scoppia un bordello fino a Ventimiglia). Ma pestare l’acqua nel mortaio non la trasforma: se il tuo business non funziona più o addirittura non ha mai funzionato, smetti di perdere tempo e vai a dâ du cù in ta ciappa.

N. B. La grafia delle parole genovesi è stata copiata dall’internet o inventata. Per correzioni, suggerimenti e insulti in dialetto potete contattare Famiglia Scintilla che da sempre sostiene che l’autrice del testo prenda un sacco di strepelli allorché s’avventuri nel territorio della sua lingua natia.