“Povero cristo”: la prima fanfiction ispirata a Brunori

Brunori fanfictionC’è una forma di narrazione che fino a poco tempo fa non esisteva al di fuori delle nostre teste: il film mentale costruito sulle canzoni d’amore. Se avete avuto 15 anni anche per un solo giorno, sapete di che cosa sto parlando.

Sono io a indossare gli orecchini col simbolo della pace comprati al mercatino dei freak.
Sono io quella con cui avere 4.850 cose in comune, facilissime da individuare.
Sono io ad essere scritta su tutti i muri, e ogni canzone parla di me.
Sono io che in quella foto sorridevo e non guardavo.

Sono io, l’ho sempre saputo e non ve l’ho mai detto perché mi vergognavo della mia frivola propensione al sogno ad occhi aperti.

Ma, diversamente da certi amori delle canzoni, lo stigma sociale non è per sempre: i costumi si evolvono e ciò che un tempo era scandaloso diventa normale. A liberarci da quest’ultima vergogna è arrivata la fanfiction, quel tipo di romanzo rosa in cui a spezzare il cuore e a scaldare le carni della protagonista è un bellone con le sembianze del frontman di qualche boyband. Grazie all’istituzionalizzazione del genere, sono pronta a condividere anch’io quello che fino a qualche mese fa sarebbe rimasto relegato in fondo al mio cuore. Sto parlando della grande storia d’amore col mio sogno erotico degli ultimi anni: il più figo della canzone italiana, Brunori.

Ecco il piano dell’opera secondo i canoni del genere.

CAPITOLO UNO
Frequento Giurisprudenza a Firenze, passo le giornate tra pile di libri sottolineati di rosso e di blu, tra articoli e leggi che tra pochi anni non ricorderò più. Ai miei corsi c’è anche lui, Brunori: coi suoi ricci scuri e gli occhiali grandi, con la sua sigaretta fumata di fretta all’uscita di un bar. Ha fatto ragioneria, si è iscritto a Legge ma dice che non gli piace studiare, vuole solo suonare, vuole bere e fumare. L’ho sempre considerato sexy, ma per non incrinare le consuetudini della narrativa rosa non oso farmi avanti per prima.
Siamo entrambi fuori sede: lui è terrone, io arrivo da una non precisata città del nord. Iniziamo a frequentarci nei chiostri dell’università. Brunori e io passiamo il primo semestre tra canzoni in barrè e stronzate scritte su fogli a quadretti. Nei nostri discorsi, Che Guevara e Pinochet, e un certo Dente, studente emiliano anche lui musicista indie, molto amico del terrone che mi piace. Brunori e io sembriamo perfetti, ma non siamo mai soli. Poi succede: una sera di primavera usciamo, io stretta sotto la gonna, lui sa di tabacco e profumo. Ci baciamo [scena abbastanza hot].
Ma non abbiamo nemmeno vent’anni e in noi prevale la voglia di fare gli splendidi, ci diciamo che un bacio è un errore, non bisogna restarci male, ci vogliamo bene ma è meglio di no. La primavera diventa estate, i ventenni smettono di scrutare il destino in fondo a un caffè e prendono coraggio: c’è l’amore [scena hot]. C’è l’amore che cambia colore del cielo, il sapore del vino, l’odore dell’aria al mattino [scena molto hot]. C’è l’amore fino alla fine degli esami: tra fuori sede nemmeno si dichiara che si sta insieme, figurarsi se si fa un piano congiunto per le vacanze. Così, dopo mille canzoni in barrè, Brunori deve andare dai suoi in Calabria. Lo accompagno a Santa Maria Novella: 10 vagoni, 2.000 terroni al binario 3, e dai finestrini lo sguardo d’amore più triste che c’è.

CAPITOLO DUE
Siamo alla fine degli anni Novanta, o forse nei primi anni Zero: i cellulari esistono, ma non è facile ricaricarli né siamo già tutti dipendenti dai messaggini. Durante le vacanze, con Brunori ci sentiamo quando capita. A volte mi chiama da una cabina telefonica a Guardia Piemontese e mi racconta le sue estati su quella spiaggia: quando da piccolo giocava con paletta e secchiello ed in testa un cappello; quando adolescente nelle sere d’estate beveva Peroni e suonava la chitarra tra canne e carne alla brace. A volte sparisce per giorni, nemmeno un sms. Mi convinco che stia sentendo la mia mancanza, ma certe sere rosico un po’. Un pomeriggio mi chiama da casa della sua nonna paterna, Rosa, e mi racconta di come lei, a 20 anni, fosse stata costretta a non sposare il ragazzo che amava: aveva già preparato il corredo e le bomboniere ma lui aveva perso una mano in fabbrica a un mese dal loro matrimonio e la famiglia di lei lo aveva rimpiazzato con un partito migliore. Per il dolore dell’abbandono, il ragazzo era impazzito, e nonna Rosa si sente ancora in colpa per non aver combattuto per il suo amore. Io, romantica e sognante eroina di fanfaction, sento questa confidenza di Brunori come una dichiarazione: anche lui crede che siamo destinati a stare insieme per sempre, che dopo la laurea non ci perderemo e magari lavoreremo nello studio dello stesso notaio – sarebbe un sogno. Non so se Brunori abbia avuto altre storie prima di me. In università? Forse in Calabria, prima di trasferirsi? Mentre il mio cuore e i miei ormoni aspettano il nostro prossimo incontro [scena di autoerotismo], sul finire d’agosto c’è un’estate e un cellulare che muore: il suo. Non lo sento per più di dieci giorni, la gelosia mi tormenta, ma butto la testa tra i libri perché devo tornare a Firenze per gli esami.

CAPITOLO TRE
Settembre inizia e il cellulare di Brunori è ancora spento. Passo da casa dei suoi coinquilini e le persiane sono sbarrate: devono essere ancora tutti in Terronia. Sto per rientrare al mio appartamento quando lo vedo in fondo alla strada: zaino e chitarra in spalla, la barba lunga che sembra che ancora profumi di mare. Quant’è manzo. Il mio cervello è già liquefatto ma cerco di fare la sostenuta: passavo di qui per caso, mica ti cercavo, mica mi ricordavo che se non fossi apparso in questo istante sarebbero passate 1.392,5 ore senza vederci. Sembra felice di incontrarmi, salgo da lui, si scusa per aver perso il telefonino da un pontile [scena hot di ricongiungimento]. Le lezioni ricominciano, i coinquilini di lui ritornano ed è da una serie di battute ascoltate per caso nei chiostri che vengo a saperlo: sulla spiaggia rovente di Guardia a fine agosto Brunori è scivolato tra le braccia del suo primo amore. Pare lo faccia ogni estate, dev’essere una tradizione tipo la festa del paese di cui mi ha parlato. Lo cerco, lo trovo in un’aula e gli faccio una scenata. Ma lui è un maschio di vent’anni: non si scusa e, anzi, non lesina dettagli sul revival col suo primo amore, su loro due stretti sotto la doccia proprio come quando erano ancora al liceo, la paura e la voglia di fare l’amo-o-ore. Tra le lacrime che rigano l’ultima abbronzatura rimasta sul mio viso, lo lascio: non posso perdonarlo per il tradimento e per la sfacciataggine.

CAPITOLO QUATTRO
La mia vita è allo sbando: studio molto, giro alla larga da chiostri e locali indie, sono spesso a zonzo da sola. Una sera d’inizio autunno mi ritrovo sul Ponte Vecchio. Inizia a piovere quando incrocio Dente. Faccio finta di non vederlo, non si può dire che siamo amici, ma lui si avvicina: il temporale è appena iniziato e lui si offre di accompagnarmi verso casa sotto il suo ombrello. Ha le basette molto curate e mi sorride gentile. Chiacchieriamo. Gli sorrido anch’io e insomma, sapete come vanno queste cose: piove troppo forte per continuare a parlare in strada, lo invito a salire da me. In un momento lui decide di avvicinare le labbra al mio viso [scena super hot perché intrisa di vendetta]. Certo, Dente non è soffice come Brunori: ma mi sento abbastanza consolata. La mattina scendiamo al bar ed è lì che la forzatura narrativa ci fa incontrare Brunori: sta rientrando da una serata passata a suonare, capisce tutto di me e Dente e soprattutto capisce di amarmi davvero – alla buon’ora. Piovono recriminazioni da parte di entrambi, litighiamo. Con Dente finisce così: ha le basette curate ma non è un pirla, ha capito che amo soltanto Brunori. Dopo un mesetto il calabrese si fa vivo: mi ha scritto più o meno 3.000 poesie, dice che si sente già un poco meglio, che dopo tutto il dolore è funzionale al tempo. Riprendiamo a frequentarci, sostiene che in quanto a corna siamo pari. Ok, Brunori, siamo pari: ma sono la protagonista egocentrica e volubile di una fanfiction, resterò incazzata con te per almeno altri due volumi della quadrilogia.

CAPITOLO CINQUE
Stiamo insieme e passa un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Siamo giovani e bellissimi, facciamo l’Interrail e l’Erasmus: ci ritroviamo a Berlino a fumare Pall Mall [scena hot di ambientazione crucca], poi a Marsiglia in preda al barbera a mangiare escargot [scena hot al porto]. Siamo due vagabondi innamorati e poveri in canna, una volta rubiamo persino una baguette all’Esselunga [scena hot con la baguette].
In estate Brunori torna sempre dai suoi ma giura di non rivedere mai quellalà. Io ne dubito, litighiamo ogni anno, ma mi faccio forza col pensiero che a breve potremmo mettere su famiglia. E poi un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale… Ci laureiamo e finisce che qualcosa tra noi si spezza, ci lasciamo all’improvviso e senza tante spiegazioni. Mi trasferisco a Milano a fare praticantato mentre lui si sposta a Roma: lavora da un notaio ma è ancora fissato con la musica, continua a provarci nei locali della capitale. Ormai la nostra vita è cambiata, dobbiamo solo arrivare alla fine del mese, prendere lo stipendio e poi badare alle spese, e con quello che rimane programmare le ferie. In una sera d’estate, forse per la nostalgia o per la paura di essere quasi adulti, ci rivediamo a Firenze. I suo capelli si sono un po’ ingrigiti e i bottoni della camicia gli tirano sulla pancia: quando arriva, le sue ascelle sono già pezzate e io non posso fare a meno di considerarlo ancora più sexy di quando studiavamo insieme. Sappiamo che non è una buona idea stare in un bar fino alle 9 di sera, bere Biancosarti, discutere di ferie e lavoro. Lui fa un po’ il figo, con le sue considerazioni sociologiche sull’Ikea e il consumismo: non è cambiato per niente dall’ultima volta che l’ho perdonato. Ci ritroviamo a vedere un Fellini al Cinema Aurora, mangiare pop corn in platea come due ragazzini. Che bella Firenze le sere d’estate, le luci del centro e le nostre risate. Non si cancellano di colpo 6 anni, e abbiamo voglia di girare un altro finale… [scena hot di riconciliazione]. Ci rimettiamo insieme. Funzionerà? Passiamo insieme un altro Capodanno, e un altro Carnevale, un altro Ferragosto e ancora un altro Natale. Inizia a portarmi in Calabria: per la prima comunione del nipote, per il primo funerale di un parente, per la festa del paese e la morte del maiale [scena hot un po’ bucolica e un po’ splatter]. Mi diverto a sfogliare Novella 2000 con sua madre. Abbiamo trent’anni, le mie amiche si stanno sposando tutte e io mi reputo fidanzata in casa. In quanto incontentabile protagonista di una fanfiction, mi sento in dovere di rompere l’idillio e soprattutto i coglioni: ho preso un appartamentino arredato bene, con tanto di divano cammellato, e propongo a Brunori un bel lavoro da ragioniere a Milano, nello studio sotto il mio. Poi gli annuncio che è arrivato il momento di sposarci.

CAPITOLO SEI
Lui, impenitente, risponde giammai: gli giuro che se ne pentirà. La sua nonna materna è molto dispiaciuta: è molto all’antica – non come mia nonna Pina che va a cercar marito dalla De Filippi – lei e nonno Bruno hanno passato insieme una vita intera e pensava che anche Brunorino prima o poi avrebbe messo la testa a posto con me. Trovarsi addormentati davanti alla tivù, cercarsi fuori dalla chiesa, andare insieme a fare la spesa: la nonna gliel’ha detto che è quella la felicità. E Brunori? Ha i capelli quasi tutti grigi e si crede ancora un dandy, il cretino. Ha lasciato il lavoro sicuro a Roma e n’è tornato a Guardia per l’ennesima volta, gli auguro quasi che se lo riprenda la sua ex del liceo, quella che si fa più docce della Fenech. Magari chiamo Dente per sapere come sta, altrimenti in questa fanfiction raccontata in prima persona non si tromba più [scena hot ma un po’ annoiata].
Pochi mesi dopo, amici comuni mi raccontano che quellalà del liceo se lo è ripreso davvero. È riuscita a andare a vivere da lui, se l’è sposato in chiesa e poi all’improvviso se n’è andata. Sono incredula: un matrimonio così veloce non s’era visto mai, e ora a Brunori ogni mese tocca pure versare un assegno che a lei, viziata com’è, non basterà. Mi dicono che il pollo si sia straziando, che lacrimi quando trova per casa tracce dei suoi capelli d’oro o un suo paio di calze, che vada persino dai maghi a farsi predire il futuro, che cerchi conforto in droghe e talismani. Un abbandono così feroce non s’era visto mai: in paese mormorano che lui beva così tanto da rischiare di ammazzarsi. È un idiota, ma ho deciso di andare a riprendermelo perché nei romanzi di rosa si fa così: io lo salverò da se stesso e lui mi amerà per sempre – o almeno la pagherà per quella volta in cui ha risposto giammai. Scusa, Dente: mi faccio viva io.

EPILOGO
Ho coronato i miei sogni da protagonista di fanfiction. Alla fine col Brunori ci siamo sposati – addirittura in chiesa, ché con la bionda siamo riusciti a ottenere l’annullamento. Alla fine il dandy s’è piegato e passa le serate sul divano cammellato, davanti a una tivù al plasma che è una soddisfazione; ai suoi piedi il nostro cane, cui abbiamo insegnato a farla sui fogli di giornale. Il ragioniere è proprio il suo mestiere, lo vedo contento il Brunori. Da qualche mese sono in maternità: culliamo un altro figlio. Brunori ha chiuso anche con tutta quella fuffa di molotov, droghe leggere, falce e mirtillo: il più grande adora addormentarsi abbracciato a un armadillo di peluche sulle note di Beyoncé, e dovreste sentire suo padre come gliela canta con amore, altro che velleità indie. Il venerdì sera lasciamo i bimbi a mia nonna Pina, che s’è fidanzata davvero grazie alla De Filippi, e ce ne andiamo a fare i balli di gruppo: col mambo siamo fortissimi.

Ci vediamo il 16 luglio a Villa Arconati, Brunorino ❤

Violetta celebra Halloween barricandosi in casa e chiudendo tutte le comunicazioni. Per prudenza.

Era la notte di Halloween di dieci anni fa. Il vento sibilava, le vie della città erano deserte. Viola Scintilla non sapeva che quella notte sarebbe stata l’inizio di un incubo.

Viola Scintilla era una sgallettata di periferia, voleva fare la rapper e aveva una compagna di banco molto ricca e tormentata. La compagna di banco, in occasione del raggiungimento della maggiore età, aveva organizzato una festa in grande stile. Nella sua casa con terrazzi, saloni, arazzi, gatti pregiati e schiavi di etnie considerate inferiori, la festeggiata aveva invitato i dodici fratelli, i loro benestanti amici, i vicini dell’elegante quartiere, i cugini tutti e l’indistinto branco delle compagne di classe: una trentina di adolescenti tamarre cresciute nella cattività di un liceo femminile. Mentre gli ospiti arrivavano alla spicciolata, la pioggia iniziava a cadere.

Qualcuno mise su Jovanotti: hai diciotto anni e quell’aria da signora ti sta anche male. Un classico, ma festa procedeva lenta e noiosa. I differenti gruppi che vi partecipavano non sembravano intenzionati a mescolarsi. Una tizia apparentemente emersa da Non è la Rai catalizzava l’attenzione maschile agitando il proprio generoso petto dentro una scamiciata grigia decorata con vistosi cuori rossi.  Le compagne del liceo giacevano mogie nei pressi del buffet.  Il vento soffiava più forte. In lontanza, oltre le colline, si scorgevano i primi lampi.

Viola Scintilla, conscia della vasta scelta di Coetanei di Sesso Opposto che avrebbe potuto essere presente alla festa, per l’occasione aveva smesso i bragaloni a cavallo basso e indossava una gonna nera dallo spacco interessante e una camicietta bianca dalla scollatura altrettanto degna di nota: tant’è che qualcuno la notò. La mezzanotte si stava avvicindo. Nella penombra del salone, un giovane alto, dagli occhi chiari e dalla folta barba stava fissando Violetta: da almeno due ore. Un lampo illuminò il volto del ragazzo e ne proiettò un inquietante profilo sulla parete: Violetta non volle cogliere in quell’ombra alcun presagio di sventura. E si fidò quando il giovane la condusse lontano dal salone, in una stanzetta appartata, e le disse cose. Mentre un’imponente pendola scandiva i dodici rintocchi della mezzanotte di Ognissanti, i due si scambiarono i numeri di telefono.

L’alto giovane chiamò Violetta il giorno successivo, più volte. I due iniziarono a frequentarsi. Dopo il primo bacio, scambiato sulla scomoda panchina di un Noto Parco, lui decretò che si erano fidanzati. Volle incidere i loro nomi sul legno di quella panchina. Pretese telefonate quotidiane regolari in orari concordati. Rivelò con una certa solennità di amare le celebrazioni di San Valentino. Sosteneva che l’esistenza fosse fatta per essere vissuta in coppia. Era geloso delle amiche di Violetta che, da parte loro, tolleravano qualsiasi sua stranezza pur di poter avere accesso ai suoi numerosi amici single. Mentre Violetta tentava di divincolarsi da quella presa opprimente, il ragazzo le regalò un anellino: lo chiamava ‘schiavetta’ e pretendeva venisse indossato all’anulare sinistro. Osservando i riflessi di quel pezzo d’argento, Viola Scintilla decise che avrebbe dovuto liberarsi dalla morsa del Maniaco Persecutore: a qualsiasi costo.

Non fu facile ma, prima di trascorrere con lui un secondo Halloween, Viola Scintilla riuscì a troncare con Maniaco Persecutore. Da parte sua, il maniaco continuò invece a considerarsi fidanzato con Violetta: per altri due anni. Due lunghissimi anni in cui la giovane venne tempestata di telefonate e pedinata, ossessionata, stremata.  Se confrontato con Maniaco Persecutore, William Foster pareva un pivello. Un giorno, all’improvviso, Maniaco Persecutore scomparve.  Nessuno ebbe più sue notizie. Violetta poteva averlo ucciso in un raptus, averne nascosto il corpo ed essere poi stata travolta da un senso di liberazione e gioia tale da provocarle un’amnesia? Preferì non indagare. E così fecero tutti.

Epilogo. Alcuni anni più tardi, Viola Scintilla ha scoperto con sorpresa di non avere ucciso Maniaco Persecutore: era scomparso semplicemente perché aveva trovato un lavoro. Oggidì, Maniaco Persecutore sta mettendo su casa per il proprio imminente matrimonio: si è fidanzato con una vecchia conoscenza di Viola Scintilla e con lei condivide sanvalentinismi e progetti di vita. Le ha dato il primo bacio su una panchina del Noto Parco e poco dopo ha voluto incidervi i loro nomi. Le ha regalato una schiavetta d’argento. Insieme, hanno messo un lucchetto con la data del loro incontro sul Ponte Milvio: ne sono stati così felici da fotografarlo.
Viola Scintilla ha buttato via da tempo il maledetto anellino. Ma, allorché qualcuno accenni a concetti asfissianti quali matrimonio, San Valentino o Federico Moccia, Violetta sente pulsare il proprio anulare sinistro: proprio là, dove la schiavetta aveva tentato di soffocarla. Da dieci anni, per prudenza, la notte di Halloween Viola Scintilla non esce più. Si barrica in casa, spranga porte e finestre. Stacca i telefoni. E stasera chiuderà prima del tramonto anche WordPress, Friendfeed, Facebook, Twitter, Tumblr, Gtalk. La pioggia ha ripreso a cadere, il vento soffia: non si sa mai.

Perché abbiamo deciso di amare Francesca Woodman sebbene alcuni tendano a considerarla un’insignificante attention whore degli anni Settanta

Francesca Woodman nasce nel 1958 a Denver, madre ceramista, padre pittore. Prima la famiglia la sballotta di città in città (Firenze, Boulder, Andover, Providence), più tardi Francesca se ne va a Roma e New York. Francesca fa le scuole d’arte, già a 13 anni predilige la fotografia: scatta in bianco e nero, stampa in piccolo formato. Si dedica agli autoritratti: “è una questione di convenienza, io sono sempre disponibile”, dice Francesca, artista adolescente e autoprodotta. Ha appena 20 anni quando entra nel circuito delle gallerie newyorkesi, ne ha 22 quando il suo primo quaderno fotografico viene pubblicato. Si uccide prima di compierne 23. È il 1981: da allora artisti, critici e galleristi non hanno mai smesso di ripetere che Francesca Woodman fosse un genio. Quando, qualche anno fa, Phaidon ha mandato nelle librerie una bella monografia sull’artista, ci abbiamo creduto tutti.

Francesca Woodman, Untitled

Ora, a Milano, Palazzo della Ragione dedica alla Woodman una retrospettiva aperta fino al 24 ottobre 2010. Per uno strano fenomeno architettonico-ambientale, Palazzo della Ragione riesce a rendere imperfetta o irritante qualsiasi mostra: saranno gli allestimenti che oscillano sempre tra l’oppressione e l’horror vacui, sarà il personale costantemente giù di morale. Quindi, se volete andare a conoscere la bionda fotografa americana suicida, dovete essere ben preparati per non restare delusi: dovete sapere almeno due cose. Che le fotografie della Woodman sono davvero piccole e che la tentazione di indagarle appiccicandovi il naso verrà presto dissuasa dal mal di schiena e  dai crampi: le foto e le relative didascalie sono affisse troppo in basso, troppo al buio. Non c’è zoom e non si possono regolare le impostazioni.

In mostra, le immagini della Woodman sono esposte in base al luogo in cui sono state scattate. Francesca vi cresce dentro: cambia il suo viso, cambiano le sue forme, cambiano le sue ossessioni. La sua sagoma emerge da pareti sgretolate, da pavimenti coperti di calcinacci: potrebbero sembrare travestimenti, potrebbe sembrare un gioco a nascondino tra lei e la macchina fotografica. Il suo corpo si trasforma con specchi e lastre di vetro. Francesca guarda l’obiettivo oppure sceglie di decapitarsi. Le esposizioni lunghe fanno sì che sulla pellicola si imprimano ombre, scie, fantasmi. In alcune fotografie, Francesca non è sola: qualche amica si presta ai suoi ritratti, un paio di uomini si scorgono tra i tanti corpi femminili. Ma la non-solitudine ha l’effetto di un’anomalia.

Francesca Woodman, Untitled 2

Potremmo decidere di amare Francesca Woodman perché ci insegna che la forza di un’idea è spesso indirettamente proporzionale alla dimensione del budged necessario per realizzarla, perché è  capace di fare di necessità virtù e di trasformare la povertà di mezzi in cifra stilistica. Francesca è, per tutta la sua carriera, una studentessa promettente ma squattrinata: e sviluppare fotografie non è mai stato gratis. Nella mostra milanese, l’installazione Swan Song, realizzata dalla Woodman per una mostra del 1978, dimostra che un filo di nylon e una manciata di pinze  sono sufficienti per innovare: reggono poche stampe sottili ma di grandi dimensioni, appese ad altezze insolite rispetto agli standard espostivi, decentrate come spesso è decentrato il corpo della Woodman nei suoi autoscatti. Una piccola rivoluzione.

Ma il vero motivo per cui abbiamo deciso di amare Francesca Woodman è che amiamo l’adolescenza e i suoi cantori. E Francesca è l’adolescenza: è il solipsismo, è il tempo infinito dei pomeriggi liberi e delle vacanze estive, è la percezione amplificata di se stessi e lo scarso interesse per tutto il resto. È l’esasperazione di dettagli che nessuna incombenza riesce a sminuire o ricondurre alla giusta dimensione. Come quei due giovani innamorati che, se non avessero più avuto 16 anni, forse avrebbero esitato prima di ricorrere a veleni e pugnali; come quel ragazzo che non poteva essere serio a 17 anni, che passeggiava sotto i tigli e respirando l’aria riusciva a sentire i suoni della città vicina. Amiamo Francesca perché nella vita ha due soli punti fermi: la macchina fotografica e se stessa. Non può fare altro che indagare il proprio corpo attraverso lo sguardo, non ha altra scelta se non perfezionare la sua conoscenza dello strumento e rivolgerselo contro. La amiamo perché non ha bisogno di nessuno per installarsi in boschi, case fatiscenti, aule delle sue scuole d’arte. Perché sceglie un angolo, vi allestisce un ambiente, diventa stylist e si acconcia: in quei set talvolta si muove come una modella, altre volte si espone come una statua, altre ancora si colloca come fosse un oggetto d’arredo scelto solo perché le sue forme si accordano con quelle circostanti. Amiamo Francesca perché è minimalista, è barocca, è assolutamente contemporanea: da almeno trent’anni.

Francesca Woodman, Untitled 3

Ma una volta viste le fotografie a Palazzo della Ragione, di Francesca Woodman potreste non tollerare l’ostentata autarchia né trovarne comprensibile la vocazione che la porta a unire produzione artistica e vita: potreste innervosirvi e credere che non fosse puro spirito di sopravvivenza quello che ha guidato la fotografa nei suoi dieci anni di carriera. Perché in tanti guardano la Woodman come guarderebbero una povera pazza o una ragazzetta che , fosse nata in tempi di webcam e banda larga, sarebbe diventata un’insignificante attention whore; la considerano un’egocentrica frichettona capace di raccontare soltanto il proprio ombelico, una borderline del tutto incapace di distinguere tra la vita, le sue rappresentazioni e il lavoro. Su questo ultimo punto, hanno forse ragione: nella sua percezione totalizzante, a Francesca non sembra possibile che la sua esistenza possa continuare senza l’arte. A 22 anni, Francesca Woodman non sente più la freschezza della propria creatività. Scambia la crescita per una perdita dell’ispirazione, il cambiamento per un fallimento: decide di buttarsi da una finestra a New York. Avesse rinunciato per sempre all’arte, chissà se sarebbe diventata la Salinger della fotografia. Avesse continuato a scattare, chissà se sarebbe diventata una di quegli artisti che dopo il folgorante esordio deludono appassionati e mercati.

Francesca Woodman, Then at one point I did not need to translate the notes; they went directly to my hands